Indice


Amministrazione Provinciale di Pesaro e Urbino.
Piano Territoriale di Coordinamento.

REGOLE E CRITERI PER LA COOPIANIFICAZIONE


PREMESSA
Le presenti regole e criteri per la coopianificazione costituiscono il tentativo originale e per certi aspetti sperimentale, di individuare e codificare le modalità attuative del P.T.C. provinciale in stretta coerenza sia con l'impostazione generale dello stesso quale strumento di indirizzo e coordinamento sia con i principi di cooperazione e sussidiarietà recentemente legittimati cui si deve riferire l'azione degli Enti Pubblici nello svolgimento del proprio ruolo e delle proprie competenze.
Tale impostazione ci è sembrata la soluzione più opportuna ed adeguata per superare il determinismo e la rigidità dei tradizionali impianti normativi che tendevano a recuperare impropriamente il modello delle N.T.A .dei P.R.G. senza tentare invece percorsi nuovi e più adeguati alla natura ad al ruolo specifico degli strumenti di pianificazione di area vasta.
REGOLE E CRITERI PER LA COOPIANIFICAZIONE


1 - Riferimenti ispiratori
2 - Obiettivi generali
3 - Natura e finalità
4 - Gli elaborati costitutivi del P.T.C.
5 - Caratteri e contenuti della disciplina del PTC
6 - Efficacia
7 - Attuazione
8 - Redazione concertata dei PRG
9 - Le motivazioni delle scelte di PRG
10- Il quadro provinciale delle trasformazioni urbanistiche
11- Rapporto con la "carta di destinazione d'uso" di cui all'art. 29 della L.R. n. 35/1997
12 -Rapporto del P.T.C. con il P.P.A.R
13 -Rapporti con i Piani di Bacino di cui alla L. 183/89 e sue successive modifiche ed integrazioni
14- Revisione e varianti al P.T.C.
1 - Riferimenti ispiratori
Il P.T.C. della Provincia di Pesaro e Urbino modella il proprio quadro di indirizzo sulla base dei contenuti della legislazione regionale in materia di Programmazione e Pianificazione Territoriale, L.R. 34/92 e L.R. 46/92 e delle disposizioni della legge 142/90, nonché delle leggi di riforma n. 59/97 e n. 127/97 che tendono a valorizzare, nell'ambio dei processi pianificatori, moduli procedimentali improntati al modello della cooperazione sussidiaria.
2 - Obiettivi generali
Il presente P.T.C., quale primo strumento di pianificazione di area vasta, della Provincia di Pesaro e Urbino si propone il perseguimento dei seguenti obiettivi generali:
1) promuovere concretamente, interagendo costrut-tivamente con altri strumenti di pianificazione e programmazione territoriale (vigenti o redigendi) dei vari Enti che hanno competenze sul territorio, una positiva e razionale coniugazione tra le ragioni dello sviluppo e quelle proprie delle risorse naturali, la cui tutela e valorizzazione sono riconosciuti come valori primari e fondamentali per il futuro della Comunità Provinciale;
2) costruire un primo quadro conoscitivo complessivo delle caratteristiche socio-economiche, ambientali ed insediativo-infrastrutturali della realtà provinciale da arricchire e affinare con regolarità e costanza, attraverso il Sistema Informativo, al fine di elevare sempre più la coscienza collettiva dei problemi legati sia alla tutela Ambientale, sia alla organizzazione urbanistico-infrastrutturale del territorio, in modo da supportare con conoscenze adeguate i vari tavoli della coopianificazione e/o concertazione programmatica interistituzionale.
3 - Natura e finalità
Il presente P.T.C. nell'ambito delle proprie competenze costituisce strumento di indirizzo e riferimento per le politiche e le scelte di Pianificazione Territoriale, Ambientale ed Urbanistica di rilevanza sovracomunale e provinciale che si intendono attivare ai vari livelli istituzionali sul territorio provinciale.
In tal senso esso assume il ruolo di essenziale punto di riferimento per:
- la valutazione delle previsioni degli strumenti urbanistici comunali ed intercomunali;
- la definizione e puntualizzazione delle iniziative di coopianificazione interistituzionale che abbiano significativa rilevanza territoriale;
- la redazione e definizione di piani o programmi di settore regionali, provinciali o intercomunali sempre di significativa rilevanza territoriale.
4 - Gli elaborati costitutivi del P.T.C.
Gli elaborati costitutivi del P.T.C. della Provincia di Pesaro e Urbino sono:
a) le presenti "Regole e criteri per la coopianificazione" (elaborato n. 0);
b) l' "Atlante della Matrice socio-economica" (elaborato n. 1);
c) l' "Atlante della Matrice Ambientale" di rilevanza provinciale (elaborato n. 2);
d) l' "Atlante della Matrice insediativo- infrastrutturale" di rilevanza provinciale (elaborato n. 3) con relativo allegato n. 3.1. denominato "Atlante della mobilità e del Trasporto

Pubblico;
e) il "Documento di indirizzi in materia di Pianificazione Urbanistica - criteri per l'adeguamento dei PRG al P.P.A.R. e per la definizione del progetto urbanistico" e relativi allegati (elaborato n. 4).
5 - Caratteri e contenuti della disciplina del PTC
I tre "Atlanti" di cui al precedente punto 4, illustrano le problematiche proprie dei vari tematismi trattati attraverso specifiche rappresentazioni cartografiche accompagnate ciascuna da note descrittive.
Per gli "Atlanti" di cui alle lettere c) e d) del citato punto 4 le varie note descrittive sopradette si concludono con specifici riferimenti sia alle "ricadute operative" che agli "indirizzi normativi" da recepire e definire in sede di elaborazione dei vari P.R.G. comunali.
Per la redazione dei P.R.G. comunali il presente P.T.C. formula inoltre criteri tecnico-metodologici di riferimento contenuti nel "Documento di indirizzi..." di cui al già enunciato punto 4. Non è comunque esclusa la possibilità di perseguire percorsi tecnico-metodologici diversi da quelli propri del Documento sopraindicato.
6 - Efficacia
Il presente P.T.C. oltre a costituire quadro di riferimento per l'attività di Pianificazione Territoriale e Urbanistica dei Comuni, delle Comunità Montane, della Regione e dei vari Enti che hanno competenze di intervento sul territorio, costituisce anche strumento di riferimento per l'istruttoria degli strumenti urbanistici comunali da parte dei competenti uffici urbanistici provinciali, sin dalla sua adozione.
7 - Attuazione
Il presente P.T.C. si attua fondamentalmente attraverso i P.R.G. comunali su cui l'Amministrazione Provinciale in sede di approvazione ne verificherà la compatibilità sia rispetto alle scelte territoriali specificatamente individuate sia rispetto agli indirizzi generali contenuti nei vari elaborati di P.T.C. di cui al punto 4 delle presenti regole e criteri sia rispetto ad autonomi processi progettuali, non in contrasto con gli indirizzi fondamentali del P.T.C..
Sono altresì strumenti di attuazione del presente P.T.C.:
A) i Piani di Settore con valenza territoriale redatti a livello Regionale, Provinciale e intercomunale;
B) gli accordi di coopianificazione aventi ad oggetto scelte con ricadute urbanistico-territoriali di rilevanza Provinciale.
Sono specificatamente soggetti agli accordi di cui sopra, la localizzazione territoriale delle seguenti strutture, qualora non disciplinate da leggi specifiche di settore:
a) Ospedali;
b) sedi per l'istruzione universitaria;
c) sedi per l'istruzione medio-superiore,
d) grandi strutture di vendita al dettaglio e centri commerciali con superficie di vendita superiore a 1.500 mq. nei Comuni con pop. residente inferiore a 10.000 ab. e superiore a 2.500 mq. nei Comuni con pop. Residente superiore a 10.000 ab.;
e) interporti e aeroporti ;
f) aree produttive >15 ha per Comuni con pop. Resid. < 20.000 ab. ; aree produttive >30 ha per Comuni con più di 20.000 ab.;
g) le grandi infrastrutture a rete di scala sovracomunali: la mobilità (viabilità e ferrovie), le reti tecnologiche ed ambientali, di trasporto dell'energia ecc.;
h) il sistema della portualità (turistica e commerciale);
i) discariche ed impianti di smaltimento dei rifiuti.
Le procedure ed i metodi per l'attivazione e l'approvazione degli accordi di coopianificazione sarà disciplinata da specifica delibera del Consiglio Provinciale.
Sino all'approvazione di detta delibera consigliare la localizzazione delle strutture di cui al presente punto è soggetta a preventivo parere dell'Aministrazione Provinciale volto a verificare la compatibilità con gli indirizzi e le scelte di P.T.C., nonché la coerenza urbanistica e/o la compatibilità ambientale.
8 - Redazione concertata dei PRG
Il PRG comunale in fase di redazione dovrà verificare e concertare le sue scelte di rilievo intercomunale con lo stato di fatto e le previsioni dei PRG dei Comuni appartenenti alla stessa "area elementare di riferimento" così come queste risultano definite e delimitate nel paragrafo 3.7 del "Documento di indirizzi...." di cui al precedente punto 4.
Detta verifica e concertazione dovrà essere specificatamente effettuata per le scelte inerenti le infrastrutture per la mobilità, le aree produttive. e comunque per tutti quei servizi che per le loro caratteristiche dimensionali e funzionali assumono un carattere intercomunale.
Le "aree elementari di riferimento" dei Comuni di Pesaro e Fano dovranno concertare le loro ipotesi di sviluppo infrastrutturale e produttivo con le aree elementari ad essi confinanti.
9 - Le motivazioni delle scelte di PRG
Oltre alle motivazioni generali che secondo i Comuni giustificano e rendono plausibili le scelte complessive dei loro PRG, dovranno essere specificatamente e chiaramente motivate dal punto di vista socio-economico, della razionalità urbanistica e della compatibilità paesistico-ambientale tutte le scelte più significative e strutturanti il progetto generale del Piano.
La carenza e l'insufficienza di dette motivazioni può essere elemento sufficiente per la non approvazione della scelta o scelte proposte.
10 - Il quadro provinciale delle trasformazioni urbanistiche
Al fine di costruire un quadro costantemente aggiornato delle trasformazioni urbanistiche su base provinciale, i Comuni in sede di elaborazione del proprio PRG in adeguamento al P.P.A.R. o di nuove varianti generali o parziali dovranno produrre ed allegare agli elaborati di progetto una sintesi delle previsioni urbanistiche vigenti e proposte su base comunale in scala 1/10.000 conformemente alla legenda tipo di cui a pag. 56 del "Documento di indirizzi....." di cui alla lettera e) del precedente punto 4, nonché il riepilogo statistico-informativo di cui alla scheda tipo proposta a pag. 50 sempre del "Documento di indirizzi..." sopra indicato.
11 - Rapporto con la "carta di destinazione d'uso" di cui all'art. 29 della L.R. n. 35/1997
Le Comunità Montane nell'ambito delle loro competenze di programmazione e coordinamento e in collaborazione con i Comuni in esse ricompresi possono specificare le scelte di PTC, secondo i suoi contenuti ed i suoi indirizzi generali, in sede di redazione della "carta di destinazione d'uso" di cui all'art. 29 della L.R. n. 35/1997.
La "carta di destinazione d'uso" sopradetta sarà approvata dalla Provincia secondo le procedure fissate dall'art. 29 L.R. 35/97.
12 - Rapporto del P.T.C. con il P.P.A.R.
I contenuti del presente P.T.C. inerenti agli aspetti paesistico - ambientali trattati negli elaborati dell' "Atlante della Matrice Ambientale" e del "Documento di Indirizzi in materia di Pianificazione Urbanistica - criteri per l'adeguamento dei PRG al P.P.A.R. e per la definizione del progetto urbanistico" e relativi allegati, costituiscono adeguamento del P.P.A.R. elaborato alla scala provinciale.
I contenuti e le scelte di P.P.A.R. non trattate dal presente P.T.C. mantengono inalterato il loro valore di cogenza ed indirizzo nei confronti dei P.R.G. non adeguati.
Per i Comuni con il P.R.G. ancora non adeguato al P.P.A.R. al di sotto dei 1500 abitanti circa al 31.12.97 e non caratterizzati da trend positivi di sviluppo demografico, possono essere ammesse varianti parziali agli strumenti urbanistici vigenti, previa preventiva autorizzazione della Giunta Provinciale da richiedersi da parte dell'Amministrazione Comunale interessata sulla base di una adeguata documentazione tecnico-illustrativa relativa sia allo stato di fatto dei contesti interessati che ai contenuti delle scelte che si intendono attivare e del loro impatto paesistico-ambientale.
13 - Rapporti con i Piani di Bacino di cui alla L. 183/89 e sue successive modifiche ed integrazioni.
I contenuti, le scelte, gli indirizzi e le prescrizioni dei Piani di Bacino ex L. 183/89 qualora adottati dall'Autorità competente prevalgono sia sul presente P.T.C. che sui P.R.G. comunali.
14 - Revisione e varianti al P.T.C.
Il presente P.T.C. dovrà essere sottoposto a revisione decennale e in tale periodo potranno essere adottate varianti parziali o generali nel rispetto degli indirizzi e contenuti degli strumenti di pianificazione generale e/o settoriale sovraordinati secondo le modalità stabilite dalla L.R. 34/92 e sue eventuali modifiche.
La revisione e le varianti al PTC dovranno essere finalizzate all'adeguamento regolato e all'adattamento processuale del PTC, in rapporto sia all'aggiornamento del quadro analitico che al monitoraggio delle trasformazioni territoriali, nonchè alle mutate caratteristiche del quadro legislativo e regolamentare di riferimento.


DOCUMENTO DI INDIRIZZI IN MATERIA DI PIANIFICAZIONE URBANISTICA - CRITERI PER LA REDAZIONE DEGLI STRUMENTI URBANISTICI GENERALI COMUNALI E PER IL LORO ADEGUAMENTO AL P.P.A.R.


Comitato di redazione
Consulenti scientifici per la redazione del PTCP:
Prof. Giuseppe Campos Venuti e Prof. Federico Oliva con Arch. Paolo Galuzzi e Arch. Giorgio Vitillo
Coordinamento amministrativo generale : Dott. Pier Damiano Mandelli
Coordinamento tecnico generale e responsabile del procedimento: Arch. Roberto Biagianti, Dirigente del Servizio Urbanistica e Beni Ambientali
Coordinamento organizzativo: Ing. Mauro Moretti
Ufficio Pianificazione Territoriale e SIUT: Ing. Mauro Moretti (Responsabile Unità Operativa Complessa), Arch. Bruno Conti
Ufficio Urbanistica: Arch. Maurizio Bartoli (Responsabile Unità Operativa Complessa), Arch. Massimiliano Marchesini, Arch. Donatella Senigalliesi
Ufficio Uso del Suolo: Arch. Stefano Gattoni (Responsabile Unità Operativa Complessa), Dott.ssa Maria Elde Fucili, Dott. Roberto Gattoni, Dott. Vincenzo Tiberi
Ufficio Amministrativo: Dott. Andrea Pacchiarotti (Responsabile Unità Operativa Complessa)
Hanno collaborato inoltre l'arch. Paola Mazzotti e l'arch. Silvia Catalino del Servizio Urbanistica della Regione Marche.
INDICE
INTRODUZIONE pag. 26
PRESENTAZIONE pag. 26
1. L'EVOLUZIONE DEL "FARE" URBANISTICA
1.1 PREMESSA pag. 27
1.2 ECOLOGIA E URBANISTICA pag. 28
1.3 LA SOSTENIBILITA' DELLE NUOVE TRASFORMAZIONI URBANISTICHE pag. 28
1.4 LA PROGETTAZIONE DI DETTAGLIO IN SEDE DI PRG pag. 30
1.5 LA PIANIFICAZIONE CONDIVISA O "COPIANIFICAZIONE" pag. 30
1.6 NUOVI STRUMENTI DI GESTIONE pag. 31
2. CRITERI PER L'ADEGUAMENTO DEI PRG AL PPAR
2.1 INQUADRAMENTO GENERALE pag. 34
2.2 NATURA DEI VINCOLI DI PPAR pag. 35
2.3 VIGENZA DEL PPAR ED ESENZIONI pag. 35
2.4 VARIANTI PARZIALI pag. 35
2.5 SCHEMA METODOLOGICO PER LA COSTRUZIONE DEI PRG
ADEGUATI AL PPAR pag. 36
2.6 FASI OPERATIVE DELL'ADEGUAMENTO pag. 36
3. CRITERI PER LA REDAZIONE DEL PROGETTO URBANISTICO
3.1 INQUADRAMENTO GENERALE pag. 41
3.2 VIABILITA'E ZONING pag. 41
3.3 ELABORATI CARTOGRAFICI pag. 48
3.4 PROPOSTA DI RELAZIONE TIPO pag. 51
3.5 PROPOSTA DI IMPIANTO NORMATIVO TIPO pag. 52
3.6 CRITERI PER IL DIMENSIONAMENTO DEI PIANI pag. 54
3.7 LE AREE ELEMENTARI DI RIFERIMENTO pag. 55
4. INDIRIZZI PER LA DISCIPLINA DEGLI INTERVENTI DI TRASFORMAZIONE DEL TERRITORIO

4.1 INTERVENTI NELLE ZONE PRODUTTIVE AGRICOLE pag. 58
4.2 INTERVENTI NEI TESSUTI CONSOLIDATI O DA TRASFORMARE pag. 60
4.3 VIABILITA' pag. 63
ALLEGATI:
1 - "Scenari di riferimento per il dimensionamento dei Piani"
2 - "Conseguenze dell'edificazione sulla risorsa suolo": riflessioni ed appunti
3 - "Analisi e valutazione delle risorse botanico-vegetazionali negli strumenti di pianificazione territoriale: riflessioni, indirizzi e procedure"



INTRODUZIONE
I presenti Indirizzi che vengono riproposti come uno degli elaborati fondamentali del P.T.C., sono già stati approvati dal Consiglio Provinciale con delibera n. 76 del 21.7.97 in conformità ai contenuti ed alle procedure prefigurate dal documento regionale "Linee guida in materia urbanistica" (delib. G.R. n. 1287 del 19.5.97).
Rispetto alla versione già approvata sono state apportate modifiche correttive e specificazioni in coerenza con i suggerimenti e le sollecitazioni espresse in particolare in sede di V Commissione Consigliare durante gli incontri di esame e valutazione dei contenuti del P.T.C.
Inoltre le osservazioni formalmente trasmesse all'Amministrazione Provinciale da parte di istituzioni, professionisti, (Corpo Forestale dello Stato, Comitato Interprofessionale, Dott. Giovanni Forlani, Vice Presidente dell'Ordine dei Dottori Agronomi e Forestali della Provincia di Pesaro e Urbino) sono state attentamente valutate ed in parte recepite.
Si ribadisce che l'obiettivo fondamentale del presente documento di indirizzi è quello di proporre chiari criteri di riferimento tecnico-metodologico per la redazione dei P.R.G. e per la definizione di prime regole normative per la disciplina degli interventi di trasformazione del territorio.
Il significato profondo di tali indirizzi, che l'esperienza congiunta degli "attori" dovrà nel tempo contribuire ad arricchire e a precisare meglio, sta comunque nel fatto che essi possono costituire la base di partenza per il formarsi di una "coscienza urbanistica del territorio e delle sue ragioni" più matura e diffusa, così come si è riusciti, nel tempo, a crearla nei confronti dei Beni Culturali ed in particolare dei Centri Storici.
A corredo del "Documento di indirizzi in materia di pianificazione urbanistica", sono allegati i seguenti elaborati:
4.1 - "Scenari di riferimento per il dimensionamento dei Piani"
4.2 - "Conseguenze dell'edificazione sulla risorsa suolo": riflessioni ed appunti
4.3 - "Analisi e valutazione delle risorse botanico-vegetazionali negli strumenti di pianificazione territoriale: riflessioni, indirizzi e procedure".
Tali allegati, che debbono essere considerati come elementi generali di riferimento metodologico, contribuiranno a meglio precisare alcune delle tematiche affrontate nel "Documento di indirizzi", proponendo e sviluppando analisi, metodologie e procedure a sostegno della progettazione urbanistica comunale.
IL DIRIGENTE DEL SERVIZIO
URBANISTICA E BENI AMBIENTALI
(Arch. Roberto Biagianti)
PRESENTAZIONE
dei Proff. GIUSEPPE CAMPOS VENUTI E FEDERICO OLIVA
(tratta dal documento di indirizzi in materia di pianificazione urbanistica, approvato dal consiglio provinciale con delib. N. 76/97 del 21.07.1997)
Gli Indirizzi per la pianificazione urbanistica sono un documento decisivo nel percorso di costruzione del PTCP della Provincia di Pesaro e Urbino. E non solo perché definiscono criteri per la redazione dei PRG (e per i loro adeguamento al PPAR) e quindi anche l'orientamento che il Servizio Urbanistica e Beni Ambientali dell'Amministrazione Provinciale intende adottare nella loro istruttoria ai fini dell'approvazione, ma soprattutto perché ai PRG saranno sostanzialmente affidate le scelte relative al sistema insediativo, uno dei tre contenuti strutturali del PTCP.
Il riferimento è ancora alla proposta dell'INU che individuava appunto come contenuti strutturali del PTCP il sistema ambientale, il sistema dei servizi (attrezzature e infrastrutture) e il sistema insediativo. Nel nostro lavoro di consulenza abbiamo assunto questa indicazione come condizione di partenza, proponendo di costruire il sistema analitico in relazione a tali contenuti, privilegiando quindi più che gli aspetti quantitativi delle informazioni, quelli prestazionali dei sistemi territoriali da indagare.
La scelta di garantire una impostazione strutturale per il PTCP è riconoscibile fin dai primi documenti presentati per la consulenza, nei quali si definisce il PTCP come incrocio di due componenti: quella programmatica e quella ambientale. Da un lato infatti l'esigenza del nuovo livello di pianificazione nasce soprattutto come risposta alla pressante domanda di scelte strategiche, realmente possibili e concretamente operabili, intorno alle quali far confluire la discussione e poi la decisione di enti e istituzioni pubbliche e degli stessi operatori privati; esso dovra' quindi rappresentare un quadro di riferimento certo, all'interno del quale collocare le diverse scelte specifiche individuali e collettive. E da questo punto di vista il PTCP deve rispondere alla sua componente programmatica. D'altro lato, invece, il PTCP dovra' soddisfare la domanda sempre più pressante di criteri inderogabili di carattere ambientate, che non siano stabiliti caso per caso o a posteriori, ma che condizionino a priori con i propri contenuti ecologici, l`intero sistema degli interventi sul territorio. Costituendo quindi un sistema di invarianti che ne rappresenta la componente ambientale. Insomma da una parte le scelte temporali, prioritarie, finanziabili per massimizzare 1'efficienza funzionale sul territorio e dall'altra parte le scelte atemporali, aprioristiche, condizionanti, per garantire la qualità ambientale sul territorio.
Il PTCP fornirà quindi la sintesi strategica dei programmi funzionali prioritari e della qualità ecologica degli interventi, con una strumentazione suddivisa fra norme prescrittive dirette relative alla componente ambientale del piano e indirizzi operativi indiretti, relativi sostanzialmente al sistema insediativo e a quello infrastrutturale. Un PTCP "leggero" quindi, i cui unici vincoli prescrittivi, permanenti e non indennizzabili (come ormai ha largamente sancito la giurisprudenza, anche quella costituzionale) saranno quelli del sistema ambientale: quelli sovraordinati, derivanti cioè da una normativa statale e regionale, come il PPAR.
Anche il sistema dei servizi, relativo alle attrezzature puntuali (tra cui anche il verde di rilevanza sovracomunale) e alle infrastrutture (della mobilità innanzitutto, ma anche quelle tecnologiche, energetiche e per lo smaltimento dei rifiuti) non costituirà quindi oggetto di prescrizione vincolistiche e formalizzate negli elaborati progettuali del PTCP. Esso rappresentera' un vincolo valido solamente per le scelte delle Amministrazioni Pubbliche e per gli altri soggetti di interesse pubblico che hanno partecipato al processo di copianificazione; una sorta quindi di autoregola-mentazione, che non esclude, ovviamente, che questo sistema non debba trovare una rappresentazione simbolica ed indicativa negli elaborati del piano.
La stessa impostazione vale per il sistema insediativo. Anche per questo, il PTCP non dovrà dettare prescrizioni vincolistiche, rappresentando nei suoi elaborati solo scenari di proposta, regole vincolanti per le trasformazioni di rilevanza sovracomunale e, soprattutto, indirizzi per la pianificazione comunale. Evitando quindi, in estrema sintesi, la dilatazione a scala territoriale del modello di piano vincolistico-attuativo tipico della scala comunale, ed evidenziando solo le scelte programmatiche e prioritarie, che dovranno essere tradotte concretamente nella pianificazione comunale. Una impostazione che non esclude l'approfondimento delle problematiche relative alle trasformazioni di rilevanza sovracomunale, con l'individuazione, ad esempio, di specifici progetti d'area, da costruire tuttavia sempre con la partecipazione dei Comuni interessati, in quanto riguardano scelte che, alla fine, dovranno essere tradotte nei relativi PRG.
A differenza di quanto è stato sperimentato nelle esperienze più note e consolidate di pianificazione provinciale, affidare le tematiche del sistema insediativo e del rapporto con la pianificazione comunale agli indirizzi per la pianificazione urbanistica, rappresenta un approccio che si fonda oltre che sull'impostazione strutturale del piano, anche sul rifiuto del modello autoritario della pianificazione d'area vasta, che tende a imporre dall'alto (dalla Provincia ai Comuni) scelte che sono specifiche dei Comuni. Un approccio che impone quindi la ricerca costante del dialogo e della partecipazione tra i due livelli di governo del territorio, ma che esprime anche una concezione del processo di piano inteso più come prassi quotidiana che come momento eccezionale, che guarda con molta attenzione alla gestione, cioè alla capacità dell'amministrazione pubblica di tradurre in progetti, in concrete attuazioni, le indicazioni del piano stesso.
Anche questo approccio sperimenta un aspetto, assai rilevante, dell'ipotesi di riforma dell'INU, quello relativo alle procedure di approvazione degli strumenti della pianificazione; aspetto per il quale viene ribadito il riferimento al principio, già affermato dalla legge 142/90, per cui l'entrata in vigore degli strumenti di pianificazione ai vari livelli non deve essere subordinato ad un atto di approvazione da parte di un soggetto istituzionalmente sovraordinato, ma solamente all'accertamento della loro conformità rispetto alle determinazioni assunte da tali soggetti relativamente agli oggetti della pianificazione rientranti nella competenza di questi ultimi. Si tratta, in sostanza, della generalizzazione al sistema della pianificazione del principio di sussidiarietà, per il quale debbono competere ad ogni livello di piano i contenuti e ad ogni livello di governo le funzioni che rispondono direttamente agli interessi dei cittadini amministrati.
Sono questi i motivi per cui gli indirizzi per la pianificazione urbanistica predisposti dal Servizio Urbanistica e Beni Ambientati dell'Amministrazione Provinciale rappresentano un momento decisivo nel percorso del PTCP; sia per quanto riguarda l'adesione (e quindi la costruzione del consenso) dei Comuni al piano territoriale; sia per l'affermazione della utilità complessiva dello stesso piano, che non rappresenterà un ulteriore sistema di vincoli e di procedure, ma che, al contrario, garantirà maggiore operatività e flessibilità al livello operativo della pianificazione, quello comunale, rappresentando un quadro di certezza e di riferimento per tutti gli operatori e per tutte te amministrazioni pubbliche.
Gli indirizzi sperimentano dunque un approccio dichiaratamente collegato con la proposta di riforma dell'INU e con le norme generali della legge 142/90, per garantirne una verifica della prima e una concreta applicazione della seconda. Da essi emerge un modello applicativo semplice, praticabile ed equilibrato, fatto di prescrizioni operative o di semplici indicazioni, tale però da incidere effettivamente sulla pianificazione operativa dei Comuni.
1. L'EVOLUZIONE DEL "FARE" URBANISTICA
1.1 PREMESSA
Nei seguenti paragrafi ci si sofferma su alcuni dei temi al centro dell'attuale dibattito culturale relativi sia alle novità tecnico-metodologiche prospettate da alcuni strumenti urbanistici generali di recente formazione, sia a quella stessa produzione legislativa nazionale e regionale, anticipatrice di procedure e metodi nuovi ed originali.
Si è ritenuto utile inserire tali spunti di riflessione per spostare lo sguardo su questioni che porteranno certamente nel prossimo futuro a modifiche dei tradizionali comportamenti procedurali e amministrativi, insieme a sostanziali revisioni degli aspetti tecnico-normativi relativamente al complesso degli strumenti urbanistici generali e attuativi.
Auspichiamo comunque che eventuali "modifiche" o "revisioni", qualora proposte, nascano veramente da una maturazione e da uno sviluppo della nostra cultura urbanistica regionale, che, grazie soprattutto al PPAR prima ed alla L.R. 34/92 poi, incomincia ad avere una sua non banale specificità ed originalità che per molti aspetti andrà preservata ed esaltata, evitando di sposare acriticamente le "nuove indicazioni metodologico-operative" che derivano da esperienze e storie regionali molto spesso diverse dalla nostra, come ad esempio quelle della Regione Toscana, i cui riscontri potranno comunque fornirci per il prossimo futuro spunti di evoluzione interessanti forse in parte perseguibili anche per il nostro contesto regionale.
Ciò non deve distogliere comunque dal seguire con estrema attenzione quanto a livello nazionale sta maturando, grazie anche all'impegno incisivo profuso dall'INU in questi ultimi anni in materia di riforma urbanistica.
Tra i contenuti più rilevanti dell'evoluzione disciplinare più recente, vi è senza dubbio quello relativo alla problematica attuativa che rappresenta un nodo centrale dell'urbanistica comunale, dato che coinvolge le problematiche del regime giuridico degli immobili e quindi dell'esproprio per pubblica utilità, prendendo atto dell'inadeguatezza dell'attuale modello attuativo previsto dalla legge 1150/42 e via via trasformato dalle modifiche apportate nel corso dei quasi cinquant'anni di gestione della legge.
Su tale nodo e sulle possibili soluzioni si è sviluppato il dibattito politico e disciplinare più significativo, a partire dall'ipotesi di riforma urbanistica presentata dall'INU al suo XXI Congresso (Bologna Novembre 1995), dibattito che è recentemente approdato in Parlamento con la presentazione di diversi progetti di riforma urbanistica, uno dei quali esplicitamente orientato a risolvere la problematica attuativa attraverso la soluzione perequativa.
1.2 ECOLOGIA E URBANISTICA
La cultura urbanistica più avanzata tende ormai a qualificare gli strumenti urbanistici come occasioni attraverso le quali disciplinare in prima istanza un corretto uso del suolo e delle sue risorse, prefigurando ipotesi progettuali urbanistico-territoriali volte alla tutela, salvaguardia e valorizzazione dell'insieme delle risorse sia paesistiche che ambientali.
Rispetto a come nel passato è stato concepito il modo di approcciarsi all'urbanistica si tratta di una vera e propria rivoluzione copernicana, non solo dal punto di vista politico-culturale e tecnico-metodologico, ma anche, e questo forse è l'aspetto più significativo e meno considerato, dal punto di vista giuridico.
Infatti in tale ottica gli strumenti urbanistici non possono essere più considerati solo come occasioni per sostanziare con adeguate soluzioni tecniche il diritto soggettivo ad edificare, ma, al contrario, diventano in via prioritaria occasioni per sostanziare la tutela di diritti ben più pregnanti, quali quelli all'Ambiente ed alla Salute.
Con l'approvazione del P.P.A.R. e l'obbligo ai Comuni di adeguarvisi a livello di PRG, sono stati compiuti nelle Marche significativi passi in avanti in tale direzione.
Infatti così come concepito dal Piano Paesistico Ambientale Regionale e dalla L.R. 34/92, il nuovo P.R.G. si configura come strumento di definizione progettuale sia delle tutele e delle valorizzazioni delle risorse paesistico-ambientali, sia delle scelte urbanistiche compatibili con dette risorse.
Gli strumenti urbanistici sia generali che attuativi predisposti ai vari livelli devono pertanto:
- porre estrema attenzione all'esito delle scelte di piano relativamente al consumo di suolo, considerato quest'ultimo per troppo tempo come una "variabile indipendente", quasi irrilevante. Una corretta lettura interdisciplinare del territorio non può non comportare una sempre maggiore attenzione all' "uso del suolo" non ancora urbanizzato;
- concepire il proprio progetto alla luce dei principi ecologici contenuti nella più recente produzione legislativa (dalla L. 431/85 alla L. 349/86, dalla L. 183/89 alla L.36/94, dalla legge sull'inquinamento acustico n. 497/95 al recente Decreto del 12.04.1996 sulla VIA, sino al recentissimo decreto l.vo Ronchi n. 22/97 sulla gestione e smaltimento rifiuti) che si ispirano alla ecosostenibilità dello sviluppo, ossia ad una compatibilità tra l'esercizio sul territorio dell'insieme delle attività antropiche e l'uso delle risorse fisico-naturali che ne costituiscono la struttura portante;
- inserire nella progettazione urbanistica norme, regole e criteri di carattere ambientale, che rendano sempre più compenetrante e qualitativamente soddisfacente il rapporto fra la natura, le sue risorse e l'architettura.
1.3 LA SOSTENIBILITA' DELLE NUOVE TRASFORMAZIONI URBANISTICHE
Il recente decreto sulla VIA del 12.4.96, che discende dalla lontana direttiva CEE del 1985, sottopone finalmente alla disciplina della VIA anche i progetti per le opere di cui al ben noto "Allegato II" della direttiva medesima.
E' questo senza dubbio un risultato positivo che però non risolve la contraddizione di fondo che è insita in tale procedura; cioè quella di intervenire a valle della scelta e non a monte come strumento preventivo volto a filtrare e verificare la bontà della stessa nella sua fase di maturazione a livello urbanistico.
Attivare procedure tipo VIA per le scelte urbanistiche da compiere è un passaggio obbligato di cui ci si deve far carico sia in sede di redazione degli strumenti urbanistici sia nella fase istruttoria degli stessi per la loro approvazione definitiva.
Su tale terreno gli Uffici con il contributo dei consulenti, stanno lavorando per codificare in via sperimentale un metodo volto ad inserire nei PRG e soprattutto nella fase istruttoria il concetto della sostenibilità delle nuove trasformazioni urbanistiche proposte, onde salvaguardare un corretto equilibrio ecologico.
Per conseguire tale obiettivo si è ritenuto di dover individuare e definire l'insieme dei parametri che concorrono a determinare una valutazione complessiva sulle trasformazioni proposte nello strumento urbanistico.
Di seguito, al fine di chiarire meglio quanto sopra enunciato, proponiamo il complesso dei parametri al momento individuati e le prime riflessioni sul significato che a ciascuno di essi intendiamo attribuire:
Benefici dell'intervento: con questa definizione si intendono i vantaggi socioeconomici che l'intervento proposto apporta al contesto territoriale nel quale si inserisce. I vantaggi economici a cui ci si riferisce sono il valore complessivo dell'investimento che si crea e le opportunità di lavoro collegate alla sua realizzazione, mentre, sul piano sociale, i benefici sono legati alla risoluzione di rilevanti problemi per la collettività (scuole, servizi assistenziali, parchi, ecc.) o all'occupazione permanente indotta.
Dimensionamento: per dimensionamento si intendono gli elementi classici che qualificano una trasformazione urbanistica, estensione dell'area, volumetrie, addetti o abitanti insediabili a seguito della trasformazione, i dati sull'area andranno definiti in termini relativi (in rapporto alle quantità messe in campo complessivamente dal PRG) e assoluti.
Localizzazione e accessibilita': con il termine localizzazione si deve intendere il posizionamento dell'area in rapporto ai centri abitati, al territorio comunale e a quello dei Comuni e centri vicini in relazione alla sua consistenza e destinazione urbanistica. L'accessibilità è di fatto un parametro complementare alla localizzazione che rappresenta la facilità nel raggiungere l'area in relazione alle distanze e alle caratteristiche delle strade e dei percorsi che ne garantiscono la fruibilità.
Prevalente destinazione urbanistica e d'uso (precedente all'adozione): il significato è evidente ed immediato, si tratta di descrivere l'uso e la precedente destinazione urbanistica per poter effettuare un confronto con quella prevista in progetto e valutarne le motivazioni.
Impatto dell'intervento sul sistema della mobilita': in relazione alla consistenza e alla destinazione urbanistica dell'area oggetto di trasformazione si possono creare delle situazione difficili per la mobilità, si tratta quindi di valutare e di descrivere il carico che l'intervento determina sulle infrastrutture di mobilità principali e le eventuali soluzioni predisposte per ovviare ai possibili inconvenienti.
Struttura geomorfologica, vincolo idrogeologico: con strutture geomorfologiche (artt. 28-32 delle N.T.A. del P.P.A.R) si intendono le emergenze geologiche, geomorfologiche ed idrogeologiche, i corsi d'acqua, i crinali, i versanti acclivi e i litorali marini che vengono individuati nel territorio compresi i loro ambiti di tutela. Si intendono soggetti a vincolo idrogeologico (R.D.L. n.3267 del 1923) tutti i terreni che, a seguito di interventi non idonei, possono subire denudazioni, perdere stabilità o turbare il regime delle acque arrecando danno pubblico. Le aree oggetto di vincolo idrogeologico possono essere sottoposte a limitazioni nelle loro utilizzazioni. Le strutture geomorfologiche ed il vincolo idrogeologico concorreranno insieme a qualificare la vocazione all'edificabilità di ciascuna area di trasformazione urbanistica.
Pericolosita' geologiche: le zone caratterizzate da pericolosità geologiche più elevata sono quelle esondabili, in frana, calanchive, soggette a significativo movimento lento della copertura e quelle nelle loro immediate vicinanze , nonché le zone a vulnerabilità dell'acquifero.
Inoltre devono essere valutate le zone potenzialmente franose caratterizzate da caratteristiche lito-tecniche, di acclività e di giacitura simili a quelle palesemente franose.
Bilancio idrico e impermeabilizzazione dei suoli: i piani regolatori nell'introdurre nuove previsioni insediative devono valutare in maniera adeguata la sostenibilità delle previsioni in relazione all'impermeabilizzazione del suolo provocata, all'aumento del fabbisogno idrico, allo smaltimento delle acque al fine di valutare se siano compatibili con le infrastrutture in essere o in progetto, (fogne e depuratori) che con la portata di magra dei ricettori finali, permettono così un sufficiente livello di diluizione e di qualità delle acque e un corretto smaltimento delle stesse.
Patrimonio botanico vegetazionale: le numerose componenti del paesaggio vegetale della regione Marche costituiscono caratteristiche peculiari nell'ambito del territorio regionale, la pianificazione promuove una tutela attiva di esse quando assumono un valore sia da un punto di vista scientifico (per la loro esclusività o rarità), sia da un punto di vista ecologico, economico e della difesa del suolo. Per categorie del patrimonio botanico vegetazionale si devono intendere quelle ricomprese al capo III del PPAR, in particolare: le aree floristiche, le foreste demaniali regionali e i boschi, i pascoli, le zone umide e gli elementi diffusi del paesaggio agrario.
Conseguenze sul territorio: riguarda la possibilità che si verifichino modificazioni ambientali relative alla qualità di aria, acqua, suolo sottosuolo e componenti biotiche animali e vegetali ad eccezione di quelle inquadrabili nelle categorie botanico-vegetazionali del PPAR.
Infrastrutturazione agricola: si tratta di quelle infrastrutture stratificatesi nel tempo realizzate con investimenti pubblici e privati che rendono le aree particolarmente idonee all'attività agricola; in particolare ci si riferisce a strade di servizio (poderali, interpoderali, ecc.) canali di scolo, sistemi irrigui, abitazioni agricole, silos, fienili, magazzini ecc. ad impianti arborei (uliveti, vigneti ecc.) e serre la cui presenza rappresenta un valore rilevante anche sul piano economico.
Patrimonio storico culturale e l. 1089/39: "L'intero territorio delle Marche è bene storico culturale, essendo stato costruito per intero dall'uomo attraverso i secoli nelle sue componenti morfologiche, vegetazionali, insediative ed infrastrutturali; tali elementi rappresentano singolarmente considerati e nel loro insieme, un bene in quanto sono espressione oggettive di memoria storica" (art.15, comma 1, delle NTA del PPAR). E' evidente che esistono luoghi dove l'insieme di questi beni è più denso e significativo (e di conseguenza il patrimonio da tutelare assume maggior valore ) mentre in altre zone le trasformazioni urbanistiche, meglio se volte al recupero di aree compromesse comportano un minor impatto. Gli elementi del patrimonio storico culturale sono quelli definiti dal capo IV del PPAR e precisamente: paesaggio agrario di interesse storico ambientale, centri e nuclei storici, edifici e manufatti storici, zone archeologiche e strade consolari, luoghi di memoria storica, punti panoramici e strade panoramiche. Inoltre la L.1089/39 tutela le cose immobili e mobili, che presentano un interesse artistico, storico ed etnografico.
Stato dell'area in rapporto al paesaggio - l. 1497/39 e l. 431/85: con questa locuzione si intende quella sintesi di elementi morfologici (emergenze geologiche, idrografia, altimetria e clivometria del terreno, considerati singolarmente ed in combinazione tra loro), biologici (copertura vegetazionale del suolo, colture aree boscate e zone aride), antropici (emergenze architettoniche, centri e nuclei abitati, manufatti di valore storico architettonico, ma anche discariche e zone industriali), che concorrono a definire ed a rendere identificabile un paesaggio od un luogo. E' implicito che il valore (positivo o negativo), di ciascuno di questi elementi non deve essere valutato in assoluto, ma in relazione al contesto in cui si trova che può accrescerne o limitarne il pregio o la negatività. Le leggi 1497/39 e 431/85, sono leggi fondamentali per la protezione delle bellezze naturali: la seconda individua categorie di beni e loro ambiti (fiumi, coste, boschi, ecc.), mentre la prima, oltre a ciò, stabilisce anche le modalità per esercitare la prevenzione e la tutela.
Impatto visivo: con impatto visivo si deve intendere la visibilità da particolari punti (strade, abitati ecc.) o da luoghi di frequentazione facilmente accessibili, delle trasformazioni da introdurre, i cui caratteri possono essere esaltati o mitigati dalla morfologia del terreno o dalla presenza di elementi come alberature, siepi, rilevati, ecc. che creano interferenze significative con l'intervento.

Altri vincoli: ci si riferisce a tutte le situazioni che per motivazioni e condizioni diverse da quelle sopra elencate, possono costituire dei limiti agli interventi e alla trasformabilità delle aree come ad esempio le aree di rispetto cimiteriale, le fasce di rispetto di metanodotti, degli acquedotti ecc.
Esenzioni: Si tratta dei casi previsti dall'art. 60 delle NTA in cui non operano i vincoli di PPAR.
Risulta evidente che i parametri sopra descritti introducendo nuove condizioni creano un quadro diverso alla pianificazione comunale rispetto alle valutazioni e alle metodologie fino ad oggi seguite nell'individuazione delle aree da sottoporre a trasformazione urbanistica.
Studiare e valutare in maniera approfondita, nei termini sopra accennati, l'opportunità delle scelte ed i loro eventuali effetti complessivi sul territorio, significa cominciare a porsi il problema della sostenibilità ecologica (rapporto con la capacità portante degli ecosistemi) del singolo intervento e più in generale dell'intero PRG.
In questa fase, in cui riteniamo che queste nuove ipotesi di lavoro debbano essere sperimentate per valutarne la fattibilità e la bontà, non si ritiene opportuno introdurre o indicare nuove procedure di verifica in aggiunta a quelle già previste dalle attuali normative, demandando invece ai Comuni la possibilità di percorrere procedure di valutazione, verifica e progettazione più mature di quelle che conformemente alle norme vigenti, il presente documento propone.
1.4 LA PROGETTAZIONE DI DETTAGLIO IN SEDE DI P.R.G.
Nella redazione dei PRG un aspetto importante da tener ben presente è quello relativo al fatto che la L.R. 34/92 consente l'opportunità di inserire, già in tale sede previsioni operative per parti significative del contesto urbano-territoriale attribuendo ai PRG le possibilità di intervento proprie degli strumenti attuativi.
Il quarto comma dell'art. 15 della L.R. 34/92 introduce infatti un "modus operandi" innovativo, che ha il suo riferimento "culturale" nelle più recenti e qualificate esperienze di pianificazione urbanistica.
Già in sede di strumentazione urbanistica generale, è quindi possibile inserire previsioni di dettaglio proprie della strumentazione urbanistica particolareggiata, in tutte quelle situazioni, per le quali ciò sia ritenuto opportuno dai progettisti, o per la delicatezza dei contesti, o per l'importanza strategica che questi possono rivestire all'interno del progetto generale di Piano.
A seguito della approvazione del PRG su tali zone si potrà poi procedere anche al rilascio di singole concessioni, consentendo interventi edilizi diretti, eliminando così i tempi della procedura di approvazione dello strumento attuativo (pubblicazione, deposito, osservazioni, controdeduzioni, approvazione definitiva), facendoli di fatto coincidere con quelli della procedura di approvazione del PRG.
E' evidente che nei casi in cui sia previsto l'intervento privato o pubblico-privato deve essere contestualmente prodotta una bozza di convenzione come parte integrante degli elaborati di Piano.
Quanto ai contenuti della "progettazione urbanistica di dettaglio" si ritiene che questa debba consentire una chiara lettura dell'assetto planovolumetrico e tipologico finale della zona oggetto di intervento, non solo in termini distributivi (differenziazione degli spazi in rapporto alle diverse destinazioni d'uso, pubbliche e non, e alle loro specifiche articolazioni spaziali), ma anche in termini formali, ossia di preventivo controllo della futura configurazione della "struttura urbana" finale.
La possibilità di utilizzare a livello di PRG tale soluzione operativa risulta molto opportuna anche nei casi di zone interessate da ambiti provvisori di tutela di PPAR sulle quali in sede di adeguamento si ritenessero ammissibili, secondo precisate motivazioni, interventi urbanistico-edilizi. In tal caso il "disegno dettagliato" diventa occasione di verifica e controllo dell'appropriato inserimento degli interventi previsti nel contesto paesistico e ambientale interessato.
Inoltre l'uso appropriato di tale possibilità di intervento può ridurre l'abuso del ricorso alle Varianti Parziali tramite strumenti urbanistici attuativi redatti all'insegna delle mutevoli "legittime esigenze" dei proprietari dell'ultima ora; parallelamente può stimolare i progettisti a maturare meglio e definire con maggior compiutezza quelle scelte di Piano ritenute strategiche per il conseguimento degli obiettivi generali desiderati.
1.5 LA PIANIFICAZIONE CONDIVISA O "COPIANIFICAZIONE"
Il termine "copianificazione" ricorre sempre più spesso nel dibattito in corso e mette in luce l'obsolescenza del modello della pianificazione a cascata e dei relativi controlli a valle.
"Copianificazione" non significa assenza di controlli, ma nuove forme di controllo e di verifica (da sperimentare) che dovrebbero presupporre:
- modalità di relazione fra gli enti ed, a loro volta, fra enti ed utenza (in cui vanno ricompresi gli stessi progettisti dei piani) basate sulla collaborazione;
- partecipazione progressiva alla impostazione del "progetto di piano" che consenta agli Enti coinvolti di "condividere", in una logica di dialogante processualità, la complessa definizione dei metodi, degli obiettivi e degli strumenti;
- messa a punto di sistemi informativi territoriali che consentano ad istituzioni ed enti di dialogare "in tempo reale", scambiandosi dati e consentendo un effettivo "feed-back" della propria attività;
- produzione di strumentazione di area vasta (di livello regionale e provinciale) che consenta di individuare il "sistema delle coerenze", quale riferimento per la pianificazione comunale.
Il concetto di "copianificazione" sopra accennato dovrà comunque favorire, o quantomeno salvaguardare lo sviluppo di un sano rapporto dialettico fra Enti, che se pur non più gerarchicamente distinti in Enti sovraordinati ed Enti sottordinati, hanno ed avranno comunque ruoli e compiti distinti, ma complementari nel conseguimento di obiettivi comuni, fra i quali sono ormai da ascrivere a pieno titolo sia l'esigenza della tutela e valorizzazione delle risorse ambientali, sia la necessità di uno sviluppo urbanistico razionale misurato più sui bisogni reali delle Comunità che su quelli legati agli interessi della rendita fondiaria.
Originali forme di coopianificazione potrebbero essere attivate nella nostra realtà provinciale, spingendo la collaborazione fattiva già esistente fra Comuni e Provincia anche nella sperimentazione di momenti collaborativi nelle fasi di definizione delle scelte dei rispettivi Piani.
Tali prospettive non possono comunque prescindere da chiare adesioni di volontà politica e con l'adozione di questo primo P.T.C. esse possono contare su di un punto di riferimento certo.
Nel frattempo sarebbe già un significativo risultato riuscire ad avviare procedure coordinate di verifica dei Piani da parte di tutti gli Enti che hanno competenze settoriali specifiche sul territorio onde evitare la procedura vigente dei "pareri" e dei "nulla osta" a cascata che spesso si traducono in veti "a posteriori" o quanto meno in lungaggini burocratiche non più giustificabili.
1.6 NUOVI STRUMENTI DI GESTIONE
Nel sistema amministrativo sta progressivamente emergendo un diffuso fenomeno di crisi del modello autoritativo di intervento della P.A. che si manifesta nella crescente consapevolezza dell'inadeguatezza, rispetto alla complessità dei processi di sviluppo socio-economico in cui è chiamata ad operare la P.A., dei rigidi schemi procedimentali di tipo unilaterale per la determinazione del contenuto dell'azione amministrativa. La complessità dei problemi e dei conflitti di interessi da risolvere, impone con sempre maggiore frequenza il ricorso a soluzioni che siano il frutto di procedimenti decisionali concertati e concordati con i principali soggetti pubblici e privati coinvolti dall'azione amministrativa e in grado di concorrere positivamente con le proprie risorse al raggiungimento degli obiettivi che questa si propone.
Il progressivo ampliamento della sfera dell' "amministrazione per accordi" a scapito dell' "amministrare per provvedimenti," oltre che nella prassi, ha avuto un rilevante e fondamentale riconoscimento nel diritto positivo e in particolare: innanzitutto nell'art.11 della L.241/90 che ammette la possibilità per la P.A. di concludere "senza pregiudizio dei diritti dei terzi, e in ogni caso nel perseguimento del pubblico interesse, accordi con gli interessati al fine di determinare il contenuto discrezionale del provvedimento finale (c.d. accordi procedimentali integrativi del provvedimento) ovvero, nei casi previsti dalla legge, in sostituzione di questo (c.d. accordi sostitutivi del provvedimento); nell'art.14 della L.241/90 che ha normato la conferenza dei servizi, istituto che ha per scopo, obbedendo ad esigenze di semplificazione e accelerazione dell'azione amministrativa, di assicurare un unico momento procedimentale per acquisire contestualmente da parte di tutti i portatori dei diversi interessi pubblici coinvolti nel procedimento gli elementi istruttori utili per l'adozione di un provvedimento amministrativo concordato; ancora nel successivo art.15 che ha previsto in via generale per le amministrazioni pubbliche la facoltà di "concludere tra loro accordi per disciplinare lo svolgimento in collaborazione di attività di interesse comune"; infine nell'art.27 della L.142/90 che disciplina una specie degli accordi organizzativi di cui all'art.15 della L.241/90, l'accordo di programma, vale a dire uno strumento consensuale "per la definizione e l'attuazione di opere, di interventi o di programmi di intervento che richiedono, per la loro completa realizzazione, l'azione integrata e coordinata di comuni, di province e regioni, di amministrazioni statali e di altri soggetti pubblici ...per assicurare il coordinamento delle azioni e per determinare i tempi, le modalità, il finanziamento ed ogni altro connesso adempimento".
Anche nel settore dell'urbanistica, prima la prassi e poi il diritto positivo hanno registrato la tendenza sempre più marcata ad avvalersi di moduli consensuali nell'esercizio della potestà di pianificazione del territorio e dunque a favorire una determinazione non autoritativa, ma "contrattualizzata" delle scelte urbanistico-territoriali.
Questa tendenza che già in passato si era espressa con il riconoscimento della possibilità di fissare in via convenzionale le previsioni attuative delle scelte operate dagli strumenti urbanistici generali (si pensi alle convenzioni di lottizzazione), è oggi maggiormente valorizzata dall'introduzione di nuovi strumenti urbanistici, quali i programmi integrati d'intervento (art.16 L.179/1992) e i programmi di recupero urbano (art.11 L.493/1993), che prevedono un coinvolgimento diretto e più qualificato dei privati sia in termini di iniziativa che di finanziamento, definizione e attuazione di tali programmi, attraverso la conclusione di accordi o schemi convenzionali con i soggetti pubblici.
In effetti rispetto ai decenni passati la pianificazione urbanistica deve oggi misurarsi con obiettivi più complessi, che non sono più precipuamente quelli della ricostruzione e dell'espansione, ma gli obiettivi della riqualificazione urbana, del recupero delle periferie, della riconversione di aree industriali dismesse, insomma della "ripianificazione" di intere parti del tessuto urbano che richiedono un'azione integrata di soggetti pubblici e privati. Tale integrazione, è per definizione difficilmente realizzabile all'interno delle rigide e predeterminate maglie del modello autoritativo di definizione dell'azione amministrativa, e postula invece il ricorso a procedure consensuali in grado di modulare con la necessaria duttilità i contenuti dei programmi e, in connessione, di definire l'azione dei diversi soggetti, sia pubblici che privati, necessaria per giungere a soddisfare gli obiettivi di politica urbanistica (rispetto ai quali gli interessi privati collimano o per lo meno si conciliano con gli interessi pubblici).
Il programma integrato d'intervento.
Il programma integrato d'intervento (e le sue specificazioni variamente denominate dalle normative - vedi ad esempio il decreto del Ministro dei ll.pp. del 21 dicembre 1994 che regolamenta in maniera dettagliata i programmi di riqualificazione urbana -) è caratterizzato, per espresso riconoscimento normativo (art.16 comma 1 L.179/1992; e D.M. 21.12.1994 sopra citato), da una molteplicità di fini che sono quelli di riqualificare il tessuto urbanistico, edilizio ed ambientale, incidendo fortemente su intere zone del territorio comunale, sia già totalmente o parzialmente edificate sia da destinare a nuova edificazione, attraverso la programmazione organica delle più diverse tipologie d'intervento.
Il programma agisce con l'obiettivo della riconversione di quelle parti, specie periferiche, del tessuto urbano ormai obsolete o degradate, al fine di rimodellarne l'assetto e valorizzarne la funzione urbana strategica specie rispetto al centro dell'area urbana.
Si tratta di un procedimento programmatorio che può essere attivato sia ad iniziativa d'ufficio che di parte, e che al di là del profilo relativo all'imputazione formale del programma (si tratta di un piano urbanistico attuativo la cui adozione è di competenza del consiglio comunale), ammette sia nella fase dell'elaborazione delle scelte urbanistiche sia in quella successiva della sua realizzazione, il concorso di soggetti pubblici e privati. Un concorso che, considerate le dimensioni e l'incidenza degli interventi programmati nonché le risorse finanziarie necessarie, appare quanto mai opportuno.
Su un piano più prettamente giuridico, come già sommariamente si accennava, l'introduzione con la previsione dei programmi integrati d'intervento di una nuova (rispetto a quella già codificata delle convenzioni di lottizzazione) fattispecie di formulazione concordata e consensuale di previsioni urbanistiche, segna una novità di particolare rilievo nell'ordinamento urbanistico
Se guardiamo infatti alla sfera dei rapporti tra programmi integrati e piano regolatore generale la cui disciplina - dopo la dichiarazione di illegittimità costituzionale da parte della Corte Costituzionale (sent. n.393 del 7 ottobre 1992) dei commi 3, 4, 5, 6, 7 dell'art.16 L.179/1992 - è ora demandata ai legislatori regionali (nella Regione Marche è ancora allo studio una proposta di legge in materia; hanno invece colmato il vuoto normativo la Regione Emilia Romagna con gli artt.20 e 21 della legge 30 gennaio 1995, n.6, e la legge provinciale del Trentino con l'art.56 bis del t.u. 1994 sull'ordinamento urbanistico), vediamo che per le sue finalità e data la qualità degli interventi previsti, il programma integrato è destinato a produrre assai frequentemente un effetto di variante al piano regolatore generale ( tralaltro la localizzazione del programma non incontra limiti all'interno delle zone del PRG vigente, né necessita come invece previsto dalla L.457/1978 per il piano di recupero una preventiva perimetrazione dell'area da parte del consiglio comunale). Del resto l'affermarsi nell'ordinamento di piani attuativi con forte valenza derogatoria delle previsioni generali, è la spia di una forte e generalizzata insofferenza per la rigidità e la scarsa dinamicità del sistema pianificatorio delineato dalla L.1150/1942, centrato su una netta e rigida separazione tra pianificazione generale e pianificazione attuativa che mal si concilia con la forte esigenza di un continuo aggiornamento delle previsioni urbanistiche in connessione con la necessità di governare dinamicamente, anche sotto il profilo urbanistico - territoriale i sempre più accelerati processi economici e sociali che impongono una continua "attualizzazione" dell'interesse pubblico concreto. Un tentativo di superamento, o per lo meno di aggiornamento e correzione del sistema delineato dalla legge urbanistica del 1942, si è configurato sia nell'esperienza pianificatoria di alcuni Comuni come quello di Carpi, sia in alcune proposte di riforma urbanistica (si veda quella avanzata dall'INU), in cui si ripensa il piano regolatore generale in termini di provvedimento quadro di indirizzo, contenente le scelte strutturali di fondo e la fissazione di alcuni parametri fondamentali (quali, ad esempio, le destinazioni d'uso dei comparti, le volumetrie massime e gli standard), mentre si lasciano più margini di intervento ed autonomia alla pianificazione funzionale ed operativa destinata a programmare e a realizzare in un modesto periodo di tempo (4 o cinque anni) opere, previsioni ed interventi, sfruttando al meglio anche l'interazione con i soggetti privati e dunque anche valorizzando i moduli contrattualistici di determinazione dell'azione amministrativa. (ovviamente come esplicitato in altre parti del presente documento, tali nuove procedure di intervento, nonché detti nuovi modelli di progettazione urbanistica si rilevano quanto mai attuali ed opportuni per realtà urbanistiche complesse (nel nostro territorio, ad esempio, Pesaro e Fano), mentre per contesti di circoscritte dimensioni come la quasi totalità dei comuni della provincia, le problematiche accennate sembrerebbero meno rilevanti).
Sembra allora che siano complessivamente mature le condizioni per il progressivo superamento del c.d. dogma della indisponibilità da parte della P.A. della potestà di pianificazione urbanistica, su cui si sono tradizionalmente attestate la prevalente dottrina e giurisprudenza per disconoscere rilievo giuridico agli accordi tra P.A. e privati per la definizione consensuale di previsioni urbanistiche. Sta infatti mutando la prospettiva da cui tali posizioni muovono, ossia il principio della rigida separazione tra pianificazione generale, caratterizzata da un attività amministrativa ad alto tasso di discrezionalità non riducibile in schemi negoziali, e pianificazione attuativa, caratterizzata dalla mera specificazione ed esecuzione delle scelte primarie compiute al livello di pianificazione superiore (solo questo secondo limitato e controllato livello, sarebbe l'ambito in cui l'ordinamento ammetterebbe la definzione convenzionale delle previsioni urbanistiche). Oggi invece, proprio l'introduzione dei programmi integrati d'intervento consente per la prima volta ai privati di concordare con i soggetti pubblici la determinazione di assetti pianificatori generali, innovativi anche rispetto alle scelte prefigurate nel PRG e dunque il ruolo dell'accordo, non più confinato alla sola fase attuativa, assume una valenza e una pregnanza ben maggiori.
L'unico ostacolo di diritto positivo al riconoscimento della possibilità di "contrattualizzazione" dell'esercizio delle potestà urbanistiche, sembra essere ormai rappresentato solo dall'art.13 della L.241/90 che stabilisce la non applicabilità ai procedimenti di pianificazione e programmazione delle norme del capo III e dunque, tra queste, dell'art.11 della L.241/90 che ha riconosciuto come principio generale del procedimento amministrativo la facoltà di stipulare accordi con gli interessati per determinare il contenuto discrezionale dei provvedimenti. In realtà però tale ostacolo, come ha ben dimostrato la dottrina, è solo apparente poiché la possibilità di ricorrere all'accordo sui provvedimenti di pianificazione si ricava dall'interno della disciplina urbanistica, quindi "dalle particolari norme che ne regolano la formazione" (art.13, co. 1 ult. parte).
Rimane vero tuttavia che, se da un lato il riconoscimento normativo e la procedimentalizzazione dei moduli consensuali di esercizio della potestà urbanistica appare positivo anche perché consente di far emergere quelle pressioni e quegli interessi economici ed imprenditoriali che pretendendo una partecipazione diretta alle scelte urbanistiche, in assenza di "canali ufficiali", si esprimono spesso in forme sotterranee con un effetto distorsivo sull'esercizio della discrezionalità amministrativa, al contempo è essenziale che le forme e le regole di questa procedimentalizzazione siano tali da evidenziare con nitidezza la funzionalizzazione di tale attività consensuale all'interesse pubblico e al rispetto dei principi costituzionali di imparzialità e buon andamento che devono sempre ispirare l'azione della P.A.. E' lo stesso art.11 della L.241/90, del resto, a ribadire espressamente questa esigenza di funzionalizzazione, sia nella fase genetica dell'accordo (comma 1), sia in quella successiva (ai sensi del comma 4 l'amministrazione può sempre recedere unilateralmente dall'accordo "per sopravvenuti motivi di pubblico interesse", salvo l'obbligo di indennizzare il privato degli eventuali pregiudizi verificatisi in suo danno).
Il programma di recupero urbano.
Il programma di recupero urbano previsto dall'art.11 L.493/1993 e più dettagliatamente normato in due decreti del Ministero dei LL.PP. del 1 dicembre 1994 consente, attraverso un insieme sistematico di opere, l'ammodernamento e il completamento delle urbanizzazioni primarie e secondarie, il completamento e l'integrazione dei complessi urbanistici esistenti, la realizzazione di interventi di arredo urbano e di recupero del patrimonio edilizio esistente, soprattutto al servizio del patrimonio di edilizia residenziale pubblica.
Anche questi piani urbanistici, sebbene destinati ad incidere meno fortemente sul tessuto urbanistico rispetto ai programmi integrati d'intervento, sono significativi della tendenza in atto ad avvalersi di moduli consensuali di definizione delle scelte urbanistiche. I programmi di recupero urbano possono infatti essere proposti al Comune (che stabilisce le priorità d'intervento) da soggetti sia pubblici che privati anche associati tra loro, sulla base di una proposta unitaria che preveda il concorso di risorse pubbliche e private. La natura sostanzialmente pattizia dell'istituto è poi confermata dalla facoltà di ricorrere all'approvazione del programma di recupero urbano mediante la conclusione dell'accordo di programma di cui all'art.27 L.142/90, con relativa possibilità di produrre l'effetto di variante sulle previsioni degli strumenti urbanistici vigenti.
L'accordo di programma.
Oltre alla tipologia assai variegata degli accordi con cui si disciplina un rapporto di diritto amministrativo in cui sono coinvolti soggetti sia pubblici sia privati, è enucleabile un'altra tipologia di accordi c.d. organizzativi, che hanno come parti due o più soggetti pubblici, e per oggetto la disciplina dello "svolgimento in collaborazione di attività di interesse comune" (art.15 L.241/90).
Tra gli accordi organizzativi rientra sicuramente l'accordo di programma che oltre ad essere previsto in singole leggi speciali di settore, è oggi disciplinato in via generale dall'art.27 L.142/90.
Le ragioni per le quali può configurarsi un notevole successo operativo dell'accordo di programma in campo urbanistico sono in buona parte le stesse che si sono già evidenziate con riferimento agli altri moduli convenzionali con alcune specificazioni: in una situazione sempre più complessa caratterizzata dalla molteplicità degli interessi specifici e settoriali alla cui cura sono preposte amministrazioni diverse da quelle titolari delle funzioni di pianificazione urbanistica, si pongono crescenti e delicati problemi di coordinamento, rispetto ai quali i diversi soggetti pubblici possono con l'accordo di programma trovare una soluzione concordata idonea a semplificare e snellire tutti i procedimenti che coinvolgono le proprie attribuzioni, conseguendo, al contempo, l'effetto di accelerare l'azione amministrativa e di definirne al meglio i contenuti. In particolare l'accelerazione e la semplificazione rispetto agli ordinari procedimenti urbanistici ed edilizi, è evidente nel duplice effetto di variazione degli strumenti urbanistici comunali e di assorbimento delle concessioni edilizie che i commi 4 e 5 dell'art.27 L.142/90 ricollegano all'accordo di programma quando questo sia adottato con decreto del Presidente della Regione e l'adesione del Sindaco sia ratificata dal consiglio comunale. Tali caratteristiche fanno considerare l'accordo di programma una procedura urbanistica di carattere generale, una nuova modalità di definizione della disciplina urbanistica che si affianca alle tradizionali formule di pianificazione.
In realtà la scarna disciplina legislativa, contenuta nell'art.27 della L.142/90, non è idonea a risolvere tutti i dubbi interpretativi e le problematiche applicative che condizionano la concreta operatività dell'istituto. Tra le questioni più rilevanti si segnalano le seguenti.
È innanzitutto assai controverso se agli accordi di programma possano partecipare anche soggetti privati. Mentre la giurisprudenza tende a negare questa partecipazione, più possibilista è la dottrina che argomenta in senso favorevole a detta partecipazione richiamando anche alcune leggi di settore successive alla L.142/90 che prevedono la presenza di privati (L.493/1993 art.11, sui programmi di recupero urbano; L.104/1995 art.1, in materia di intervento nelle aree depresse del territorio nazionale). È evidente che la risoluzione di tale questione è decisiva per definire l'ambito di operatività e quindi le potenzialità dell'istituto.
È poi fondamentale che l'utilizzazione dell'accordo di programma non comporti alcuna alterazione nell'ordinario riparto delle competenze attribuite alle singole amministrazioni partecipanti, né al normale iter formativo della loro volontà. A tale proposito appare necessario, in primo luogo, che le amministrazioni interessate siano rappresentate da soggetti che abbiano ricevuto per delega dall'organo istituzionalmente competente, i poteri spettanti all'amministrazione rappresentata in relazione all'oggetto del procedimento. In secondo luogo, specie con riguardo all'accordo di programma in variante agli strumenti urbanistici è necessario assicurare che la procedura accelerata non determini un elusione dei vincoli a contenuto garantistico che caratterizzano gli ordinari procedimenti di approvazione degli strumenti urbanistici. Una accettabile mediazione tra esigenze di celerità e garanzie di pubblicità potrebbe essere rappresentata dall'introduzione nella fase intermedia tra le trattative e la conclusione dell'accordo, di una fase di pubblicità con il deposito del progetto di accordo di programma (sul quale in sede di conferenza preliminare sarebbe già stata verificata la possibilità di un consenso unanime) corredato dalle tavole grafiche di individuazione degli ambiti territoriali interessati dalle previsioni, e con la fissazione degli ordinari termini di legge per la presentazione delle osservazioni, le quali verrebbero poi esaminate e decise da tutte le amministrazioni in sede di conclusione dell'accordo (è questo a grandi linee il modulo procedimentale disciplinato dall'art.14 della L.R. 6/1995 dell'Emilia Romagna).
A fronte dei tanti dubbi interpretativi che ostacolano la piena operatività dell'istituto, appare quanto mai opportuno un intervento normativo a livello regionale che ne definisca e chiarisca meglio i contorni e le modalità applicative.
2. L'ADEGUAMENTO DEI PRG AL PPAR
2.1 INQUADRAMENTO GENERALE
L'adeguamento del PRG al Piano Paesistico Ambientale Regionale non può che essere considerato come una operazione unitaria che precisa le scelte di tutela dell'ambiente naturale e le scelte di sviluppo urbanistico con esse compatibili.
Non sono pertanto ammissibili adeguamenti intesi come elaborazioni separate e disgiunte da quelle inerenti la pianificazione propriamente urbanistica e tanto meno come verifica successiva alla stesura preliminare del progetto urbanistico.
I contenuti, gli indirizzi e le prescrizioni di base del PPAR devono guidare le previsioni urbanistiche, sia intese come individuazione di eventuali nuove aree da trasformare sia come regolamentazione e riqualificazione di contesti esistenti fortemente compromessi. La tutela del territorio e delle sue risorse deve fare parte integrante della normativa di PRG, in modo da realizzare un nuovo assetto urbano aderente alle finalità di rispetto paesaggistico e ambientale del territorio comunale interessato.
Viene così affermata la necessità di studiare il territorio, secondo un'ottica interdisciplinare, per decidere l'utilizzo delle sue risorse in termini di scelte urbanistiche sufficientemente complesse, e tendere così a superare l'angusto e ricorrente istituto delle progressive varianti parziali (peraltro concepito dalla 1150/42 quale "eccezione" e non quale "norma", come poi purtroppo è divenuto nella prassi quotidiana) volte più a rincorrere le scelte particolari che quelle generali.
La logica della complessità ed interdisciplinarietà diventa al tempo stesso metodo e contenuto del PRG, tanto più se relazionata all'obbligatorio adeguamento dello stesso al PPAR, stabilito dall'art. 59 delle NTA del Piano.
L'individuazione e la salvaguardia delle risorse segnalate dal PPAR ( piano delle "tutele" e non solo piano dei "vincoli") deve diventare parte fondamentale delle primarie scelte di PRG e non una sua "appendice"; deve costituirne cioè la struttura portante, in un insieme complesso di relazioni fra scelte localizzative, valutazioni differenziate sulle risorse da salvaguardare e normative corrispondenti, da attivare in un rapporto di reciproca congruità.
Il PPAR costituisce l'occasione per leggere e pianificare il territorio comunale partendo anzitutto dalla sua conoscenza quale supporto fisico non indifferenziato, ma anzi costituito da parti diverse, ognuna contraddistinta da peculiari specificità, la cui individuazione diviene obiettivo importante per condizionare e valutare le esigenze dello sviluppo.

Pertanto, si dovrà progressivamente passare dalla logica della potenziale edificabilità di tutto il territorio, a quella del rispetto prioritario del paesaggio, dell'ambiente e delle sue risorse nonchè alla conseguente individuazione delle sue "specificità territoriali", fino ad evidenziare, al loro interno, aree particolarmente sensibili che, per propria natura sono da inibire (totalmente o parzialmente) alla edificazione, oppure sulle quali la stessa dovrà avvenire secondo precise limitazioni che il Piano dovrà regolamentare, oppure, infine, sulle quali possono essere possibili solo usi diversi da quello edilizio, compatibili con la natura intrinseca al territorio stesso.
Come considerazione finale di tale introduzione va comunque precisato che il PTC sulla base anche delle esperienze acquisite in questi dieci anni di vigenza del PPAR propone modifiche correttive e/o integrative a quest'ultimo tendenti a renderlo sempre più aderente e funzionale alle diverse esigenze di tutela e valorizzazione delle risorse ambientali presenti nel territorio nonché a legittime esigenze di trasformazione urbanistica dello stesso.

2.2 NATURA DEI VINCOLI DI PPAR
Va preliminarmente chiarito che, i vincoli di ogni PRG adeguato al PPAR permangono come vincoli di rispetto paesistico e ambientale (nelle loro possibili differenti graduazioni normative), sia che essi siano stati semplicemente perimetrati come "ambiti definitivi di tutela", sia che invece siano stati "trasformati" in vere e proprie zonizzazioni urbanistiche.
Pertanto, ad esempio, qualora alcuni ambiti (o zone di tutela) venissero totalmente o parzialmente interessati da destinazioni pubbliche ed identificate come zona "F" (e/o loro eventuali sottozone) di cui al DM 2.4.1968 n.1444, per interventi comunque conformi ai contenuti delle tutele, la decadenza dopo cinque anni del vincolo urbanistico (ai sensi della sentenza della Corte Costituzionale n.5/1980) avrà efficacia ai soli fini della espropriabilità delle aree, ma non per la decadenza delle norme di tutela paesistica vigenti sulle stesse.
Va inoltre chiarito che le tutele di PPAR non sono da confondersi con il regime vincolistico di tutela paesistica ex L.1497/39 e L.431/85, leggi che subordinano la realizzazione degli interventi al preventivo rilascio di una autorizzazione paesistica, e non arrivano quindi a inibire "ope legis", in tutto o in parte, il diritto di edificare come invece avviene per il PPAR e di conseguenza per gli strumenti urbanistici ad esso adeguati.
Trattasi di due regimi "paralleli": in caso di sovrapposizione di tutele vige il disposto dell'art.8 comma V della L.R. 34/92, in base al quale il PPAR condiziona il rilascio della autorizzazione prevista dall'art.7 della Legge 1497/39 ("... i contenuti del piano paesistico ambientale regionale costituiscono direttive vincolanti per il rilascio della autorizzazione prevista dall'art.7 della Legge 1497/39....").
2.3 VIGENZA DEL PPAR ED ESENZIONI
Premesso che il dodicesimo comma dell'art. 27 bis del PPAR prescrive l'immediata cogenza del PPAR fino alla approvazione dello strumento urbanistico adeguato e pertanto la sospensione del rilascio delle concessioni edilizie qualora difformi, si fa presente che, una volta approvato il P.R.G. in adeguamento al P.P.A.R., cesseranno di avere effetto le prescrizioni di base da quest'ultimo stabilite poichè sostituite dalle specifiche normative e perimetrazioni del P.R.G. adeguato; inoltre non potranno più essere applicate le esenzioni di cui all'art.60 del P.P.A.R. se non riproposte in sede di PRG.
Resta invece comunque ferma la vigenza del PPAR e dei suoi disposti (indirizzi - direttive- prescrizioni di base) per eventuali future varianti, parziali o generali, al PRG adeguato al PPAR .
L'art.60 delle NTA del PPAR opera infatti nei soli riguardi delle prescrizioni di base del Piano Paesistico (e non invece nei riguardi di direttive ed indirizzi) e, non agisce sulle previsioni del piano regolatore "adeguato" se in esso non totalmente o parzialmente ricompreso.
Si tratta infatti di una norma unicamente finalizzata a gestire la fase transitoria che, iniziata con l'approvazione del P.P.A.R., si concluderà con l'approvazione degli strumenti urbanistici comunali adeguati.
Con l'approvazione dei P.R.G. "adeguati", tutti gli interventi e le opere esentate dall'art.60 rientreranno nel normale regime normativo del nuovo piano regolatore e non saranno quindi realizzabili se da questo non espressamente previste.
Le conseguenze di una tale situazione possono essere facilmente ipotizzate: si pensi alle opere pubbliche ed alle altre opere di pubblica utilità citate dall'art.60 del P.P.A.R..
Ogni Comune, deciderà pertanto se provvedere o meno e come ad integrare le N.T.A. del P.R.G. con il recepimento del citato art.60 del P.P.A.R.
A tale proposito, anche in relazione a quanto già detto, si ritiene auspicabile che i Comuni, in sede di adeguamento, non effettuino la semplice trascrizione dell'art.60 del P.P.A.R. , ma valutino attentamente le categorie di opere realizzabili confrontandole con il "grado di trasformabilità compatibile" del territorio comunale e delle sue varie parti.
Tale approfondimento è sicuramente possibile e quanto mai necessario nel caso delle opere pubbliche o di interesse pubblico ed in particolare per le infrastrutturazioni.
In tal senso l'individuazione, a livello di PRG di dette opere, non assume solamente il carattere di previsione di investimento e di aumento della dotazione, ma deve diventare anche occasione attraverso cui effettuare la preventiva valutazione delle compatibilità paesistico-ambientali.
Si ritiene che le valutazioni prospettate vadano estese, in linea generale, almeno a tutte le opere di cui all'art.45 del P.P.A.R. realisticamente prevedibili all'interno del territorio comunale... .
È di conseguenza auspicabile l'individuazione delle parti del territorio comunale nelle quali la qualità delle risorse paesistico-ambientali e la necessità di tutelarle impongono particolari cautele che possono arrivare anche a condizionare (fino ad inibire) la realizzazione delle suddette opere.
Il P.R.G. assumerebbe pertanto il compito di valutare preventivamente la capacità del territorio di "sostenere" le modificazioni di opere rilevanti e di determinare i livelli di rischio per le risorse ambientali.
2.4 LE VARIANTI PARZIALI
Come già detto le operazioni di adeguamento dovranno interessare il territorio comunale nella sua interezza (primo comma dell'art. 27 bis delle NTA del PPAR) perchè diversamente non è possibile garantire quella visione e valutazione complessiva delle questioni paesistico - ambientali e delle scelte territoriali ad esse correlate.
Sono espressamente fatte salve le "varianti di adeguamento parziale" adottate dai Comuni prima del 10 febbraio 1990, così come stabilito dal secondo comma dell'art. 27 bis delle NTA del PPAR.
Non sono quindi consentite, nelle more dell'adeguamento generale, varianti di sorta, se non quelle previste dalla Direttiva Regionale 8/95, più casi particolari quali varianti interessanti aree già urbanizzate o zone vincolate per le quali può essere attestata una sostanziale compatibilità con le finalità delle tutele preposte, nonché quelle espressamente ammesse dal presente P.T.C. per i Comuni con popolazione inferiore ai 1.500 ab. circa così come precisato al punto 12 delle "Regole e Criteri per la coopianificazione".
Si ricorda comunque, che i Comuni che non hanno effettuato la trasposizione provvisoria delle tutele di PPAR estesa a tutto il territorio comunale, potranno vedersi restituite dalla Provincia le eventuali varianti parziali adottate, in quanto verrebbe a mancare l'inderogabile riferimento generale rispetto al quale effettuare le opportune valutazioni di merito.
Sono comunque ammesse le varianti ex lege 1/78 (di cui alla Circolare regionale n.12 del 31 luglio 1990), previa verifica e relativa procedura di compatibilità paesistico - ambientale di cui all'art, 63 bis delle NTA del PPAR.
2.5 SCHEMA METODOLOGICO PER LA COSTRUZIONE DEI PRG ADEGUATI AL PPAR
Il percorso di seguito illustrato costituisce lo schema logico di riferimento per la redazione dei nuovi PRG adeguati al PPAR dove il Progetto Urbanistico non può prescindere dalla definizione del Progetto complessivo delle Tutele e delle Salvaguardie.
In tal senso, schematizzando, riteniamo che la redazione di un PRG, al momento, debba procedere nella sua costruzione tecnico-operativa, secondo i seguenti "passaggi evolutivi fondamentali" dei quali evidenziamo il senso ed il significato generale:
1) Trasposizione passiva delle tutele permanenti e provvisorie individuate dal PPAR e individuazione delle aree esenti in base all'art.60 delle NTA in scala 1/10.000 per tutto il territorio comunale e sovrapposizione delle previsioni dello strumento urbanistico generale vigente. Tale operazione oltre a materializzare a scala comunale le previsioni di PPAR serve in particolare ad evidenziare le interferenze tra le previsioni dello strumento urbanistico vigente e gli ambiti provvisori del Piano Paesistico.
Con tale semplice operazione si avrà pertanto anche la visione complessiva delle aree di sviluppo urbanistico che il PPAR in prima istanza ha "congelato" rendendole inefficaci per una qualche interferenza con le previsioni dello stesso;
2) Sviluppo delle indagini settoriali e restituzione dei risultati su carte interessanti tutto il territorio comunale in scala almeno 1/10.000.
Tali analisi, sviluppate per i tre sottosistemi territoriali di PPAR, (geologico, botanico-vegetazionale e storico-culturale) devono portare ad una specificazione ed integrazione delle previsioni complessive (prescrizioni, direttive e orientamenti) dello stesso su base comunale.
Per le aree dello strumento urbanistico vigente per le quali "l'interferenza provvisoria" con il PPAR non venisse chiaramente confermata nella sua dimensione e natura, dallo sviluppo delle analisi settoriali, si dovrà procedere ad approfondimenti in scala 1/2.000 al fine di evidenziare senza ombra di dubbio lo stato del rapporto fra i contenuti dei due strumenti programmatici (PPAR e PRG o P. d.F.);
3) Valutazioni interdisciplinari delle analisi settoriali volte ad una prima definizione del "Progetto complessivo delle tutele " in adeguamento al PPAR sulla cui base misurare e calibrare la susseguente progettazione urbanistica ed impostare poi il "Bilancio complessivo di adeguamento".
Inoltre è questa la fase in cui verificare la possibilità di individuazione di "Unità di paesaggio" da sottoporre a specifiche forme di tutela, intendendo con tale definizione quei contesti nei quali, ricorrendo con maggior frequenza la presenza di più beni e più categorie dei vari sistemi strutturanti il P.P.A.R., le esigenze di tutela devono assumere una dimensione specifica.
4) Definizione del Progetto Urbanistico all'interno della maglia delle tutele così come sopra individuate e definite.
Di fatto questa fase sarà quella in cui prenderanno forma definitiva sia il "Progetto delle tutele", sia il "Progetto urbanistico" in un rapporto di verifica dialettica fra le ragioni dell'uno e le ragioni dell'altro in tutte quelle situazioni in cui "l'interferenza" risulti inevitabile.
Tutti quei casi di interferenze per i quali si ritiene che ci siano motivazioni sufficienti per far prevalere una scelta urbanistica opportunamente calibrata su quelle di natura paesistico-ambientale, dovranno essere adeguatamente evidenziati e circostanziatamente motivati negli elaborati definitivi di adeguamento.
A tal proposito è opportuno che detti elaborati siano riassunti in una cartografia di sintesi in scala 1/10.000 e 1/2.000 nella quale oltre a rappresentare tutti gli ambiti messi a regime distinguendoli solo in base alla natura della relativa tutela (integrale, orientata,...) sia rappresentato in entrambe le scale sopraindicate, anche il progetto urbanistico proposto.
2.6 LE FASI OPERATIVE DELL'ADEGUAMENTO
Le fasi operative specificatamente riferite all'adeguamento dei PRG al Piano Paesistico Ambientale Regionale sono in linea generale indicate dall'art.27 bis NTA del PPAR stesso.
Qui di seguito, in coerenza con quanto schematicamente espresso nel paragrafo precedente, relativamente ai "passaggi evolutivi fondamentali" di cui ai punti 1, 2 e 3, proponiamo uno schema di articolazione e successione logica del complesso delle operazioni tecniche da compiere per sostanziare correttamente l'adeguamento di un P.R.G. al P.P.A.R..
In estrema sintesi le fasi operative di adeguamento significative possono essere disaggregate nelle seguenti cinque fasi:
A - Trasposizione provvisoria delle tutele individuate dal PPAR e delle aree esenti.
B - Analisi settoriali e relativa redazione delle carte tematiche
C - Valutazioni
D - Modifica degli ambiti provvisori - Proposta di perimetrazione degli ambiti definitivi
E - Bilancio complessivo
L'obiettivo della intera complessa operazione di "adeguamento" non è semplicisticamente riconducibile alla sola (seppure fondamentale) precisa definizione normativa e dimensionale degli ambiti di tutela (comma terzo: "anche attraverso la verifica correttiva degli ambiti provvisori"), ma deve essere considerato come effettiva revisione o nuova formulazione in chiave paesistico - ambientale dei contenuti più propriamente urbanistici di ogni PRG, in modo che la tutela sia ad esso intrinseca e non a posteriori affiancata o meccanicamente sovrapposta.
Quindi, nel procedere per fasi successive (come di seguito illustrato), si dovranno sempre tenere presenti alcuni articoli fondamentali delle NTA del PPAR e precisamente gli artt. 8 -9, 13 - 14 e 18 - 19, riguardanti gli "obiettivi" e gli "indirizzi generali" relativi ai tre sottosistemi tematici fondamentali del PPAR..
Fase A): Trasposizione provvisoria e aree esenti
Tale prima fase fa riferimento a quanto stabilito dall'art. 61 del PPAR e consiste nel riportare in appositi elaborati:
- le perimetrazioni dei Sottosistemi Territoriali;
- le perimetrazioni dei Sottosistemi Tematici e le individuazioni delle Categorie Costitutive del Paesaggio con i relativi ambiti di tutela.
- le aree esenti ai sensi dell'art. 60
Gli ambiti di tutela delle Categorie Costitutive del paesaggio, andranno a loro volta distinti in:
- ambiti permanenti di tutela (e relative prescrizioni) inderogabili, da intendersi cioè come livello minimo, di tutela senza possibili modificazioni, esplicitamente vietate dal comma decimo dell'art.27 bis NTA del PPAR;
- ambiti provvisori di tutela assunti direttamente dal PPAR da ridefinire precisandoli in sede di adeguamento.
Contestualmente ad ogni Sottosistema e ad ogni Categoria andranno associati i relativi indirizzi, direttive e prescrizioni di base previsti dal testo normativo del PPAR.
Fase B) Analisi settoriali e carte tematiche
Tale seconda operazione consiste nell'effettuazione delle analisi settoriali per i tre grandi sottosistemi individuati dal PPAR riguardanti:
- il "sottosistema geologico, geomorfologico, idrogeologico";
- il " sottosistema botanico - vegetazionale";
- il "sottosistema storico - culturale".
Tali analisi oltre a definire e precisare meglio lo stato delle categorie costitutive del paesaggio e le loro specifiche esigenze di tutela, dovrà individuare le parti di territorio soggette a pericolosità geologica, sismica e idrogeologica nonché le aree interessate da spiccati fenomeni di degrado ambientale (zone di recupero ambientale).
Per gli aspetti metodologici attraverso cui sviluppare dette analisi si rimanda:
- alla circolare regionale 14/90 per il sottosistema geologico, geomorfologico e idrogeologico;
- all'elaborato"Analisi e valutazione delle risorse botanico-vegetazionali negli strumenti di
pianificazione territoriale: riflessioni, indirizzi e procedure" redatto per conto dell'Amministrazione Provinciale dal Dott. Carlo Urbinati (allegato n.3 al presente lavoro);
- alle schede per i beni architettonici extraurbani di cui alla circolare provinciale Prot. n. 20895/92;
- all'elaborato "Conseguenze dell'edificazione sulla risorsa suolo": riflessioni ed appunti (allegato n.2 al presente lavoro);
- alla circolare regionale 15/90 per le problematiche sismiche.
- alla circolare regionale n.1 del 23.01.97 per gli interventi sui fiumi.
Fase C) Valutazioni interdisciplinari
Questo terzo passaggio consiste in un complesso e articolato approfondimento descrittivo e valutativo delle analisi tematiche, che comporta un metodo di lavoro interdisciplinare all'interno del gruppo di progettazione, con particolare riferimento a:
- caratteri, peculiarità ed interrelazioni dei sottosistemi settoriali delle categorie costitutive del territorio;
- eventuale individuazione di "unità di paesaggio" associabili ad insiemi di categorie o beni ritenuti meritevoli di tutela, che complessivamente per particolari aree definiscono forme originali di strutturazione del paesaggio stesso;
- interconnessioni ed interrelazioni fra tessuto urbano e quello extraurbano;
- conseguente prima individuazione, per scarti progressivi, delle aree più suscettibili e naturalmente predisposte a possibili future urbanizzazioni, secondo un procedimento inverso rispetto a quello che partiva dalla individuazione delle aree edificabili per passare successivamente alla loro verifica con il sistema vincolistico vigente.
L'analisi e le prime valutazioni paesistico-ambientali divengono il presupposto concreto per la maturazione e definizione del progetto di infrastrutturazione del territorio.
Progressive valutazioni porteranno alla proposta di individuazione e di perimetrazione definitiva degli ambiti e dei relativi livelli di tutela comprese anche possibili (riperimetrazione) modifiche e/o integrazioni di quelli provvisori segnalati dal PPAR, a seguito degli "approfondimenti tecnico - scientifici" (vedi comma terzo dell'art. 27 delle NTA del PPAR) effettuati.

Il complesso delle analisi compiute, permetteranno di costituire inoltre validi supporti conoscitivi utilizzabili anche per la verifica progettuale di interventi quali quelli di rilevante trasformazione di cui al titolo V delle N.T.A. del P.P.A.R., nonchè quelli soggetti alle procedure relative alla VIA di cui al Decreto 12.04.96.
Fase D): Modifica degli ambiti provvisori - Proposta di perimetrazione e tutele degli ambiti definitivi
Le operazioni che intervengono in fase di "adeguamento" sugli ambiti provvisori di tutela possono essere di tre tipi :
- conferma integrale;
- riduzione (2A parziale - 2B totale);
- ampliamento.
Di conseguenza le prescrizioni di base provvisorie ad essi associate possono essere integralmente recepite, oppure ridotte (in tutto o in parte), oppure rese persino più restrittive ("ampliate") rispetto a quelle imposte dal testo regionale.
La lettura coordinata del comma quinto dell'art. 27 delle NTA del PPAR (aderenza al contesto), del comma sesto (possibile sottoarticolazione degli ambiti in funzione di differenze rilevate o proposte), del comma nono (criteri di valutazione) ed infine del comma undicesimo (bilancio generale quanti - qualitativo) comporta il seguente indispensabile passaggio operativo:
dettagliata elencazione e circostanziata esplicitazione delle motivazioni che sottendono ogni tipo di modifica, in particolare quelle di riduzione (dimensionale e/o normativa) degli ambiti provvisori.
In particolare dovrà essere reso esplicito il confronto tra trasposizione passiva (fase A) e risultati delle indagini tematiche (Fase B), così come il passaggio alle proposte di modifica.
Solo sulla scorta di esaurienti motivazioni corredate da idonei elaborati analitico-descrittivi, possono essere modificati sia gli ambiti di tutela provvisori, sia le prescrizioni di base transitorie; restano comunque fermi gli indirizzi e le direttive di PPAR di cui all'art. 3 lettera "a" e "b".
Le motivazioni relative alle modifiche possono essere di diverso tipo:
- di natura geo - idro- morfologica ( p. es. alcuni crinali, in base alle analisi effettuate, possono non risultare della portata stabilita dal PPAR, se non addirittura inesistenti ovvero già compromessi);
- di natura botanico - vegetazionale (p. es. la non sussistenza del bosco in aree qualificate come boscate dal PPAR);
- di natura paesistica (p.es. la percettività del bene segnalato dal PPAR potrebbe risultare ad oggi irrimediabilmente compromessa dall'edificato esistente);
e così via, per le diverse categorie costitutive del territorio.
Resta comunque fermo che, in forza del terz'ultimo comma dell'art.27 bis, " in nessun caso potranno essere variate, sia quanto all'ambito territoriale, sia quanto al contenuto della tutela, le prescrizioni di base permanenti," a meno che esse si riferiscano a Beni o Categorie presupposte come tali dal PPAR, ma di fatto non esistenti o nella realtà in condizioni da non giustificare la tutela.
È peraltro evidente che possano anche essere individuati ulteriori beni (e relativi ambiti di tutela) che non risultano segnalati dal PPAR.
All'interno della più generale fase operativa di adeguamento sono consentite e legittimate due opportunità operative per differenziare ed articolare gli ambiti ed i relativi livelli di tutela:
a) la sottoarticolazione degli ambiti in sotto - ambiti definiti anche "ambiti complementari" (art. 27 bis comma sesto) individuabili a seguito di specifiche peculiarità rilevate e/o prescrizioni differenziate proponibili;
b) la corrispondente graduazione normativa dei livelli di tutela relativi ai diversi ambiti, denominati "livelli complementari", "nel rispetto degli obiettivi generali indicati dall'art. 26".
I criteri di verifica per procedere alla proposta delle suddette differenziazioni sono enunciati dal comma nono dell'art. 27 delle NTA del PPAR e implicano valutazioni:
a) delle condizioni di equilibrio tra insediamento e ambiente : trattasi della verifica della compatibilità tra previsioni (vigenti e/o di progetto) e i valori paesistico - ambientali evidenziati;
b) dell'esistenza di stati di compromissione territoriale: la verifica delle condizioni di integrità territoriale ( sia ambientale, sia, più specificamente, urbanistica) e, all'interno di queste, dei livelli più o meno rilevanti di compromissione;
c) del valore intrinseco del bene in rapporto alla categoria considerata: una volta individuati i singoli beni, solo all'interno di una valutazione complessiva unitaria si potrà attribuire valore qualitativo ad ognuno di essi. Il valore non è predeterminabile a priori, ma solo a seguito di riflessioni, plurime e articolate, riferibili allo specifico territorio oggetto di studio ed alle caratteristiche qualitative dei beni in esso rcompresi;
d) dell'articolazione dei sottosistemi territoriali A, B, C, e V: la grande scala, con cui sono stati individuate dal PPAR tali sottosistemi, richiede indispensabili approfondimenti ed "adeguamenti" alla scala di Piano Regolatore con conseguente ridefinizione delle scelte e delle norme a livello di PRG. Si tratta di fatto di verificare l'esistenza sul territorio di zone che per la presenza variegata di "beni" e/o "categorie costitutive" fortemente interrelate costituiscono unità di paesaggio di diversa natura e rilevanza.
e) dell'appartenenza ad un contesto di tipo urbano o extraurbano: questo criterio di verifica risulta preliminare, anzi quasi "propedeutico" rispetto agli altri, giacchè condizionante la stessa identificazione e valutazione qualitativa del bene stesso, sia in quanto tale, sia soprattutto in rapporto, al "luogo" in cui si situa.
Fase E): Bilancio complessivo
L'ultima fase operativa è costituita da una vera e propria "dimostrazione" (da dettagliare e documentare nella relazione illustrativa del Piano - art.16 LR 34/92) che le operazioni di modifica proposte realizzino "un esito complessivo equivalente" (le tutele del PPAR sono state assunte come standard "minimo") o "migliorativo" degli ambiti e dei contenuti della tutela provvisoria del Piano: in tale seconda ipotesi (auspicabile) il PRG sviluppa pienamente l'intera "potenzialità" insita nel PPAR, assumendone non solo meccanicisticamente i contenuti, ma valorizzandoli concretamente, sia in termini quantitativi (ampliamento dimensionale delle superfici soggette a tutela), sia in termini qualitativi (effettiva compenetrazione della tutela paesistico - ambientale alla normativa urbanistica).
Se infatti ogni "bilancio" è fatto di "pesi", nell'ottica complessiva più volte richiamata, non si potranno non associare a proposte di "riduzione", parallele proposte "espansive", per quantità che qualità; inoltre lo stralcio di un ambito di tutela a favore di specifiche trasformazioni, non può non essere accompagnato, oltre che dalle dovute motivazioni, anche da contenuti normativi con valenza paesistico-ambientale, relativamente agli eventuali interventi urbanistici proposti.
Di seguito, si allega la scheda tipo da prendere a riferimento per tradurre in dati quantitativi e qualitativi l'operazione di adeguamento relativa alla determinazione del bilancio complessivo degli ambiti e delle tutele.

SCHEDA TIPO PER IL BILANCIO DELLE TUTELE DI P.P.A.R.



3. CRITERI PER LA REDAZIONE DEGLI STRUMENTI URBANISTICI COMUNALI
3.1 INQUADRAMENTO GENERALE
In questi anni recenti è tornato di attualità il dibattito culturale sulle tematiche urbanistiche sia grazie alle novità introdotte da provvedimenti legislativi importanti quali la legge 142/90, sia in virtù dall'opera di sensibilizzazione e stimolo portata avanti con incisività dall'INU nazionale.
Il nuovo Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale, come Piano delle regole e delle grandi scelte e la nuova visione del PRG, come Strumento Strutturale di lungo periodo per la tutela del territorio e Strumento Operativo di breve periodo (Piano del Sindaco) per la programmazione urbanistica, sono i capisaldi, su cui, dal punto di vista tecnico-metodologico, si sta sviluppando una stagione di nuova sperimentazione.
In tale contesto riteniamo opportuno per la Regione Marche continuare a sviluppare il suo percorso originale, avviatosi con l'approvazione tempestiva del PPAR e continuato poi con l'approvazione di una delle prime Leggi Regionali varate a livello nazionale per il trasferimento delle funzioni in materia urbanistica alle Province.
Se oltre a ciò consideriamo anche che la realtà marchigiana è contrassegnata da una struttura urbano-insediativa molto diffusa sul territorio con centri di piccolissime e piccole dimensioni, comprendiamo perchè nella nostra Regione, più che all'esigenza di una rifondazione della strumentazione urbanistica, sia opportuna una riflessione su quella esistente, per codificarne metodi, linguaggi e strumenti, in modo da rendere possibile l'avvio di quei processi di collaborazione e coordinamento sovracomunale dalla cui assenza discendono parte delle difficoltà che segnano la storia dell'Urbanistica moderna italiana.
Dall'uso intelligente di strumenti quali il PPAR, il presente PTC (Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale) e il redigendo PIT (Piano Inquadramento Territoriale Regionale), i nuovi PRG adeguati al PPAR nonché il risorto P.P.A., eventualmente riveduto e corretto, possono costruirsi scenari estremamente interessanti e veramente nuovi per la futura storia dell'urbanistica regionale.
Le riflessioni che seguiranno su temi quali l'uso dello zoning ed i contenuti di alcuni elaborati fondamentali di PRG (elaborati cartografici, relazioni tipo, impianto normativo tipo...) costituiscono lo sforzo di utilizzare al meglio le possibilità offerte dalla legislazione vigente per prefigurare indirizzi ancora attuali e funzionali alla esigenza primaria di codificare linguaggi e metodi comuni, senza di cui continuerà a svilupparsi quella "babele" dietro alla quale si legittima lo stato attuale di assenza dell'Urbanistica come disciplina per lo sviluppo razionale del territorio e l'uso intelligente delle sue risorse.
3.2 VIABILITÀ E ZONING
E' evidente che a oltre venticinque anni di distanza dall'emanazione dei Decreti Ministeriali 1444 e 1404 del1968, la progettazione urbanistica attraverso lo "zoning", non deve essere più vista nella sua dimensione statica ma, cogliendone l'elasticità intrinseca, raramente sfruttata, va utilizzata come strumento per giungere a soluzioni progettuali articolate e funzionalmente commisurate alle esigenze del contesto in cui si va ad inserire tenendo ben presenti le seguenti considerazioni:
a) la congestione degli agglomerati urbani formatisi nell'ultimo trentennio sta a dimostrare quanto sia importante a livello urbanistico la progettazione del sistema della viabilità visto nella sua dimensione sia urbana che territoriale;
b) le nuove espansioni si sono spesso sviluppate in modo casuale ed in genere sono state caratterizzate da una scarsa qualità formale; tutto ciò comunque non per i limiti propri dello "zoning", ma soprattutto per la superficialità tecnica ed il pressappochismo con cui in genere esso è stato usato a livello progettuale;
c) nel corso di questi anni, è cresciuta una nuova sensibilità, connessa alle risorse territoriali, alla loro limitatezza e soprattutto alla loro non riproducibilità, e quindi, alla necessità "programmatica" di tutelarle, pensando e promuovendo scelte urbanistiche razionali e compatibili con i delicati equilibri paesistico-ambientali;
d) la proporzione fra entità dimensionale della città "storica" (in termini di superficie e di volumetria) e quella della città "moderna" si è progressivamente alterata fino a risultare oggi completamente ribaltata rispetto a quella esistente negli anni '60, divenendo vera e propria "sproporzione", qualitativa oltre che dimensionale, sulla quale si dovrà spesso intervenire con significativi progetti di riqualificazione urbana;
e) alla luce di quanto sopra espresso è opportuno predeterminare un corretto e realistico dimensionamento delle scelte complessive di Piano, al fine di sviluppare una progettazione equilibrata e realistica rispetto alle necessità relative, sia ai collegamenti, sia alle diverse espansioni di nuovo sviluppo.
La viabilita'
Presupposto fondamentale per una corretta pianificazione urbanistica, troppo spesso sottovalutato, è quello della definizione a livello territoriale ed urbano di un sistema viario articolato secondo vari livelli gerarchici funzionali alla interconnessione e relazione delle diverse parti di città e di queste con il territorio.
Già il D.I. 1404/68 aveva colto l'importanza di tale assunto; non a caso infatti esso risulta strettamente interrelato al D.M. 1444/68 relativo alla definizione delle "zone omogenee" e degli "standards urbanistici".
Il recente D.L.vo 285/92 (nuovo codice della strada) ribadisce e sostanzia in modo ancora più efficace il principio generale sopra espresso.
In sede di redazione dei PRG si ritiene pertanto che le varie previsioni di sviluppo urbanistico non possano prescindere da una chiara e credibile definizione del sistema strutturale dei collegamenti con particolare riferimento alla viabilità, articolata secondo i livelli funzionali di classificazione codificati per legge.
Saranno quindi ritenute inammissibili previsioni che mettano a regime aree di significative dimensioni sia nel campo delle residenze che delle produzioni o dei servizi senza che in esse sia precisato il disegno degli assi di collegamento portanti interni e del loro sviluppo ed attacco con quelli esistenti e/o di progetto sia a livello urbano che extraurbano, previe le prime opportune valutazioni di fattibilità sia tecnica, sia di impatto ambientale.
Aspetto infatti importante da considerare in sede di definizione dello schema strutturale dei collegamenti di PRG è quello di valutarne gli impatti paesistico-ambientali già in prima istanza, senza rimandare acriticamente tale verifica in sede di progettazione esecutiva secondo le procedure vigenti della VIA.
In sede di adeguamento del PRG al PPAR possono e debbono essere formulate prime verifiche di compatibilità ambientale sulla base delle analisi sulle risorse ambientali effettuate per l'adeguamento del PRG al PPAR, almeno per quelle infrastrutture di maggior impatto sia per le dimensioni che per la delicatezza dei contesti territoriali interessati.
Lo Zoning
A nostro avviso per la specificità della storia e cultura urbanistica della realtà Marchigiana, più che un superamento dello zoning, come da alcuni auspicato, si rende necessario ed opportuno un nuovo approccio tecnico-metodologico allo stesso.
L'attenta lettura analitica dei contesti urbani e territoriali e della loro morfologia deve sposarsi ad una conseguenziale attenzione nella definizione della disciplina normativa degli interventi.
In tal senso lo "zoning" deve essere usato come vero e proprio strumento di progettazione attraverso il quale oltre a programmare le trasformazioni d'uso del territorio, debbono essere disciplinati gli interventi nel modo più appropriato e consono alla natura dei contesti interessati ed alla idea di progetto che per essi si intende perseguire.
Alla luce anche di quanto previsto dall'art. 15 punto 4 della L.R. 34/92, lo "zoning" come strumento di progettazione urbanistica permette di conseguire livelli di articolazione ed elasticità tali, che può assumere, a seconda delle diverse opportunità, sia veste di progetto urbanistico compiuto nel dettaglio, sia veste di progetto di indirizzo ed orientamento vincolante solo per quelle soluzioni che si ritiene corretto evitare e quindi impedire.
Si invitano pertanto i Comuni ad analizzare ed evidenziare bene, le diverse specificità dei contesti, al fine di "modulare" le norme sui tessuti in esame, sia "particolareggiando" quelle di piano regolatore, sia introducendo "prescrizioni" commisurate alla specificità delle singole realtà urbanistiche indagate ricercando in via prioritaria di individuare quei contesti per i quali avviare processi di riqualificazione urbana anche con veri e propri interventi di ristrutturazione urbanistica.
Prima di mettere a regime eventuali nuove aree, si dovranno sempre e comunque individuare tutte le opportunità che il tessuto esistente di per sé stesso offre; si dovranno innanzitutto individuare le aree residuali, oppure quelle oggetto di attività dismesse o in via di dismissione, nonché quelle prive di edificato, ma già interne all'area edificata e quindi più suscettibili di essere edificate, o quanto meno da ritenersi prioritarie rispetto ad altre di nuovo impianto.
Questa complessa operazione di ricucitura, di riqualificazione, deve tendere alla definizione di una forma urbana il più possibile compiuta e definita anche nel suo rapporto con il territorio extraurbano circostante.
Molti PRG sono privi di un disegno compiuto e razionale che leghi e relazioni la città di più recente formazione con quella storica e/o quella di nuova formazione e queste al paesaggio circostante.
Le scelte urbanistiche dovranno invece comporre, nel loro insieme e secondo le loro diverse articolazioni, un progetto razionale e funzionale fortemente contrassegnato nel suo sviluppo complessivo da una chiara e percettibile coerenza interna.
Un nuovo approccio allo "zoning", che tende ad utilizzare al meglio le potenzialità in esso ricomprese, non può pertanto prescindere dal perseguire o sviluppare:
a) analisi delle differenti caratteristiche morfologiche e strutturali presenti nei tessuti urbani con particolare attenzione non solo ai contesti di valore storico ma anche alle parti di nuova urbanizzazione ed al rapporto di queste con il paesaggio in generale;
b) norme di attuazione che comunque e sempre devono essere dettagliate, calibrando bene in base agli obbiettivi che si vogliono conseguire gli indici, le altezze, i distacchi, i rapporti di copertura, di impermeabilizzazione, le tipologie, i materiali, i colori, il verde...... .
c) una forma urbana compiuta e coerente la cui identità ed articolazione funzionale complessiva deve risultare percettibile già a livello di progetto PRG; in tal senso andranno utilizzate al meglio, almeno per le scelte strategiche o per i cosiddetti "luoghi centrali" le opportunità progettuali offerte dalla L. 34/92 relativamente alla già citata progettazione urbanistica di dettaglio di cui al comma 4 dell'art. 15;
d) un rapporto di complementarietà ed integrazione funzionale fra "progetto di adeguamento al PPAR" e "progetto urbanistico".
A livello di tecnica di progettazione, si evidenzia che oltre alla procedura classica delle "zone omogenee" di cui al D.M. del 2.4.68, riconfermata in ambito regionale dalla L.R. 34/92 (art. 19 comma 1), si sta affermando, soprattutto quando si opera in contesti urbani complessi, il metodo dello "Zoning per tessuti strutturati e strutturanti" che in genere si articolano nei seguenti grandi insiemi:
- tessuti urbani esistenti e di completamento;
- tessuti semiurbani o residuali con presenza di parziali urbanizzazioni;
- aree di trasformazione urbana;
- aree agricole.
Tale metodo, se utilizzato in modo appropriato, può garantire una maggiore semplificazione ed essenzializzazione delle previsioni per tutti quei contesti urbani maturi che sempre più spesso si contraddistinguono per la compresenza di più funzioni fortemente integrate dove la prevalenza dell'una o dell'altra diviene l'elemento significativo di distinzione sia a livello urbanistico che architettonico.
Comunque al di là delle procedure tecnico-metodologiche che ciascun progettista riterrà opportuno percorrere, riteniamo fondamentale perseguire in ogni caso una progettazione urbanistica sufficientemente dettagliata almeno negli aspetti strutturanti le diverse previsioni; non sarà più accettata la dimensione progettuale dei "grandi retini o delle grandi campiture mute e di fatto senza norme", dove per il lettore è difficile trovare il "filo di Arianna " di un racconto urbanistico compiuto, che rimane invece solo abbozzato e quindi di fatto inespresso.
Ciò premesso enunciamo di seguito alcuni principi guida che devono contrassegnare la dimensione progettuale degli strumenti urbanistici generali riferita alle specificità proprie dei diversi contesti sopra citati.
1) Relativamente delle zone e/o contesti di valore storico-architettonico si deve purtroppo constatare che nei nostri territori esistono ancora piccoli centri o nuclei di particolare valore testimoniale che dagli strumenti urbanistici vigenti sono classificati o come "zone agricole" o ancor peggio, come "zone di completamento".
Riteniamo che le zone, i contesti ed in generale tutti i beni di valore storico-architettonico-testimoniale debbano essere invece chiaramente individuati, analizzati e disciplinati con norme ed usi appropriati al loro livello di qualità.
Si deve inoltre tendere a superare anche la logica angusta che vuol limitare le discipline delle salvaguardie solo alle emergenze "rilevanti" non prendendo in considerazione fenomeni interessanti quali l'edilizia seriale di borgo, l'edilizia borghese primi del 900, i quartieri a villini con giardino anni `30-'40, l'edilizia popolare di pregio...ecc.
La tutela dei beni o dei contesti, dovrà comunque estendersi, così come prescrive il PPAR, anche agli ambiti che li comprendono soprattutto in quei casi dove il rapporto fra bene ed ambiente circostante assume una dimensione simbiotica.
Si ritiene infine indispensabile una attenta regolamentazione delle categorie di intervento tenendo presente a riguardo che la stessa manutenzione straordinaria, poichè consente modifiche e sostituzioni di parti anche strutturali, andrà adeguatamente normata e calibrata caso per caso, onde evitare lo snaturamento degli obbiettivi di recupero del patrimonio architettonico e storico-culturale; la stessa considerazione vale anche per la ristrutturazione che dovrà essere opportunamente calibrata e disciplinata in base alle diverse caratteristiche dei vari contesti considerati.
2) Per le zone e i contesti esistenti di non particolare valore storico-architettonico in genere definiti di completamento perché già saturi o in via di progressiva saturazione, dovranno essere verificate ed individuate tutte le necessità di riqualificazione urbana ed ambientale che possano comprendere sia semplici interventi di arredo urbano che veri e proprie interventi organici di ristrutturazione urbanistica per recuperare o riconvertire contesti degradati e/o dismessi. Da non sottovalutare per tali aree, spesso contrassegnate da una accessibilità estremamente difficoltosa, l'importanza ed il ruolo che può esercitare la messa a regime di un sistema funzionale di piste ciclabili; la L.R. 34/92 ne prevede l'obbligo di definizione già a livello di PRG dei Comuni con più di diecimila abitanti; riteniamo che tale indirizzo debba riguardare indistintamente tutti i contesti urbani del nostro territorio, non solo come scelta culturale, ma anche per il rilievo urbanistico che spesso anche la più piccola ciclabile può assumere per il proprio centro di riferimento permettendo di superare e penetrare barriere e quindi creare relazioni urbane altrimenti impossibili.
Si pensi per esempio alla miriade dei nostri piccoli centri di fondovalle dove in genere la parte vecchia e storica del centro è separata dalla nuova da un corso d'acqua; in molti casi sarebbe sufficiente una passerella collegata ad una pista ciclabile per mettere in relazione osmotica i due organismi urbani fortemente complementari, ma di fatto in parte estranei perchè separati dalla presenza del fiume.
Particolare attenzione inoltre dovrà essere posta a tutte quelle aree residuali semi urbanizzate per le quali, pur salvaguardando l'intervento edilizio diretto, possono essere obbligatoriamente predisposti planivolumetrici di orientamento di iniziativa pubblica, al fine di garantire un "completamento" razionale e finalizzato.
A tal proposito è da puntualizzare che quello che le analisi urbanistiche devono evidenziare rispetto allo stato di fatto è la distinzione tra la città consolidata (o le parti urbane consolidate se ci si riferisce ai piccoli Comuni) e la città da trasformare (o le aree di trasformazione urbanistica), cioè la differenziazione tra tutto ciò che deve essere tutelato, recuperato o completato (con interventi minimi) e ciò che comporta invece interventi di demolizione completa e completa ricostruzione o vera e propria nuova edificazione di espansione.
3) Le necessità di individuare nuove aree, andranno comunque soddisfatte ricercando localizzazioni limitrofe se non contigue a quelle esistenti già strutturate e dotate dei servizi sia primari che secondari.
Tali operazioni comunque non possono prescindere da una analisi puntuale e compiuta dello stato di attuazione dello strumento urbanistico vigente, che evidenzi fra l'altro tutti gli obiettivi conseguiti pienamente, quelli conseguiti solo parzialmente e quelli invece mancati, cercando di conseguenza di capirne i limiti sia quelli di impostazione sia quelli dovuti al mutamento di situazioni socio-economiche non previste,..... o semplicemente al mutare del "bisogno complessivo di urbanistica" espresso dalla comunità locale.
E' comunque bene ribadire a tal proposito che tutti i bisogni urbanistici sono legittimi quando questi non contrastano con l'interesse generale di perseguire una organizzazione urbana razionale e rispettosa delle risorse primarie per la vita dell'uomo attraverso un progetto che nel suo sviluppo deve salvaguardare una sua coerenza complessiva rispetto a tali principi fondamentali.
Ciò torna a confermare la necessità di evitare rigorosamente schemi di progettazione generici, e/o contraddittori e pertanto non compiuti in termini di coerenza delle previsioni complessive.
Dato l'intenso sviluppo che hanno tuttora nel nostro territorio le aree produttive a prevalente destinazione industriale e/o artigianale e considerato l'impatto che tali insediamenti in genere hanno sul paesaggio e l'ambiente per dimensioni e tipologie proprie dei manufatti, qualora si rendano indispensabili nuove previsioni, si ritiene obbligatoria la loro localizzazione su terreni pianeggianti o semipianeggianti onde evitare sbancamenti che altrimenti assumerebbero dimensioni non sopportabili sia dal punto di vista paesaggistico che idrogeologico.
Inoltre, sempre per le aree produttive con destinazione industriale ed artigianale si ritiene necessario ammettere la possibilità di inserire la residenza solo per le zone destinate ad artigianato di servizio in ragione di un appartamento max di 120 mq circa.
Sono inoltre da favorire per le aree artigianali in genere le tipologie a schiera per un più razionale uso della superficie territoriale disponibile.
Oltre alle attività produttive classiche dal punto di vista urbanistico (industriali, commerciali, direzionali, turistiche...) esistono un insieme di attività "speciali" che in genere o in parte non sono prioritariamente o solamente regolate con regimi autorizzativi o concessori urbanistici; ci si riferisce ad esempio alle attività estrattive e di frantoio, alle industrie nocive, alle autodemolizioni e deposito di materiali, alle discariche.
Per tali attività, data la loro specificità, che spesso rende difficile la loro programmazione quindi una loro previsione a priori in sede di PRG, riteniamo ammissibile il ricorso delle procedure di varianti "ad hoc" nel momento stesso in cui si presenta il problema o nel momento in cui la scelta diviene matura e chiara nei suoi contorni; in tal modo sarà possibile anche mettere a regime una scelta localizzativa e normativa urbanistica appropriata, misurata sulla natura ed i caratteri dell'intervento, altrimenti di difficile definizione a priori.
4) Considerazioni particolari necessitano per le Zone e i contesti destinati ad attrezzature comuni ed i servizi pubblici giacché rivestono un ruolo fondamentale per una razionale organizzazione degli aggregati urbani e per un funzionale rapporto di questi con il territorio.
In tali zone o contesti, che nell'accezione delle zone omogenee di cui al D.M. 1444/68 sono qualificate con la lettera F e contribuiscono a garantire gli standards minimi inderogabili, spesso i P.R.G. dei nostri comuni impropriamente prevedono l'inserimento di attività o interventi che pur rivestendo un interesse generale (Alberghi, Banche, Supermercati....), non possono in nessun caso concorrere alla formazione degli standards di Piano.
In tutte quelle zone o contesti destinati a standards, non sono pertanto ammissibili opere o interventi che, anche se di interesse pubblico e generale, sono di fatto funzionali ad attività terziarie o direzionali o produttive o turistico ricettive.
Riflettendo sempre su questo problema, si evidenzia anche che la L.R. 34/92 impone di fatto l'obiettivo di conseguire a livello di PRG un rapporto minimo di standards pari a 21 mq/ab (art.21 comma 4) che per quei Comuni che ospitano attrezzature per l'istruzione superiore nonchè attrezzature sanitarie ed ospedaliere di carattere socracomunale, ai sensi dell'art. 4 punto 5 del D.M. 1444/68, detto rapporto minimo deve assurgere quanto meno al valore di 23,5 mq/ab.
Date le caratteristiche proprie della totalità dei nostri piccoli centri si propone una riduzione della soglia minima sopra detta a 15 mq/ab in quei Comuni per i quali la popolazione prevista dagli strumenti urbanistici non superi i 5.000 abitanti insediabili calcolati facendo riferimento al rapporto fissato dalle L.R. 34/92 di 120mc/ab.
Si sottolinea infine che gli interventi e le opere di iniziativa privata di medesima tipologia funzionale propria degli standards (scuole, attrezzature sportive, aree per il tempo libero, ...) possono concorrere alla formazione delle quote di standard attraverso convenzioni che salvaguardino in modo adeguato l'interesse pubblico.

5) Le zone agricole, come precisato al punto 2 dell'art. 1 della L.R. n. 13/90, "sono quelle aree destinate esclusivamente all'esercizio dell'attività dirette alla coltivazione dei fondi, alla selvicoltura, all'allevamento del bestiame ed alle altre attività produttive connesse, ivi compreso l'agriturismo".
In tal senso la legge regionale n. 13/90 ha senza dubbio operato un notevole salto di qualità tecnico-culturale nell'ambito della disciplina urbanistica del territorio agricolo.
Ciò risulta tanto più vero se si considera che tale legge interviene come provvedimento complementare all'emanazione del Piano Paesistico Ambientale Regionale, che all'art. 64 comma 1 lettera A prevede, come primo strumento integrativo al P.P.A.R. per il conseguimento degli obbiettivi di tutela e valorizzazione da esso sanciti, "Le norme edilizie per il territorio agricolo".
Questi primi 8 anni di applicazione della legge, se da un lato hanno permesso di consolidare modalità di intervento nel territorio agricolo più mature e rigorose che nel passato, dall'altro hanno permesso di evidenziare aspetti poco chiari, carenze e contraddizioni della legge stessa.
Non a caso la Regione stessa sta da tempo lavorando a proposte di modifiche ed integrazioni della L.R. 13/90, su cui però al momento non ci è stata data la possibilità di sviluppare un confronto di merito.
Quindi di seguito ci soffermiamo a focalizzare alcuni punti ed aspetti della normativa vigente che, a nostro avviso, vanno opportunamente precisati onde facilitare comportamenti operativi più chiari e pertanto più incisivi.
Nello specifico relativamente:
- Agli insediamenti per industrie nocive, non si condividono le posizioni di chi sostiene che in assenza di specifiche previsioni degli strumenti urbanistici per gli insediamenti in oggetto, gli interventi relativi possano essere consentiti in modo generalizzato nel complesso delle zone agricole.
Riteniamo invece che i PRG debbano contenere precise previsioni di zonizzazione; qualora rimanga difficile operare a priori scelte localizzative in grado di soddisfare le multiformi esigenze e particolarità del settore, si suggerisce di prevedere in sede di PRG la possibilità di procedere, per tutti quei casi e quelle situazioni difficilmente programmabili, tramite varianti parziali con allegata verifica di compatibilità ambientale che ne dimostri l'ammissibilità.
- Al censimento di fabbricati rurali previsto dall'art. 15 della L.R. 13/90, ma la cui effettuazione è stata fondamentalmente disattesa dalla quasi totalità dei Comuni, nonostante il limite temporale di un anno fissato dalla legge.
Al di là del merito delle finalità complessive di detto censimento, ci preme evidenziare in questa sede che "l'elenco degli edifici nelle zone agricole che rivestono valore storico e architettonico" di cui al punto 2) dell'articolo in questione, ci sembra un surrogato incompleto ed imperfetto del "Censimento dei beni architettonici extraurbani" che i Comuni devono effettuare con la redazione del loro P.R.G. in adeguamento al P.P.A.R, ai sensi dell'art. 15 punto 3 e dell'art. 40 ultimo e penultimo comma di quest'ultimo.
Si precisa pertanto che in sede di redazione dei P.R.G., si ritiene fondamentale il solo censimento di cui al P.P.A.R. formulato secondo le schede di minima predisposte dalla Provincia e trasmesse ai Comuni con circolare Prot. n. 20895 del 22.10.1992.
Fatte queste brevi precisazioni sulla Legge Regionale di disciplina degli interventi in zone agricole, ricordiamo che l'obbiettivo fondamentale della disciplina urbanistica per tale contesto, deve essere quello di salvaguardarne i caratteri strutturali da utilizzi impropri e/o contrastanti con le sue vocazioni naturali, in quanto risorsa economica fondamentale e non riproducibile, oltrechè giacimento di cultura e civiltà.
La pianificazione urbanistica di qualsiasi livello, pur all'interno dei suoi limiti, dovrà porsi sempre di più il compito di prefigurare scelte di organizzazione territoriale che tendano a limitare allo stretto necessario le trasformazioni dei suoli agricoli in suoli urbani, trasformazioni che comunque e sempre dovranno essere effettuate nel modo più razionale possibile (ad esempio concentrare gli interventi di trasformazione ed evitare la proliferazione spontanea e disordinata degli stessi), tendendo a salvaguardare le aree più fertili e già adeguatamente infrastrutturate per un loro utilizzo agrario intensivo (ad esempio aree irrigue)
La rilevanza e ricchezza delle indagini da compiere in sede di PRG (geologia, idrogeologia, clivometria, risorse botanico-vegetazionali) oltre a permettere la individuazione delle aree soggette ai vari tipi di "rischio" (geologico, idrogeologico, sismico...) devono essere anche finalizzate a definire gli usi ottimali dei suoli o quanto meno a definire ed impedire gli usi ed i comportamenti impropri dal punto di vista ambientale (per esempio divieto di arature profonde su pendenze superiori al 20% o divieto di aratura anche superficiale di terreni contermini alle aree calanchive..).
Tali scenari fanno automaticamente pensare alle potenzialità di intervento, anche a livello urbanistico, di vecchie leggi, ancora fondamentali per un corretto uso del suolo, quali quelle inerenti la Bonifica ed il vincolo idrogeologico ("l'utilizzazione dei terreni e la eventuale loro trasformazione, la qualità delle colture, il governo dei boschi e dei pascoli sono assoggettati, per effetto del vincolo, alle limitazioni stabilite dalle leggi in materia" - art. 866 C.C.), nonché a leggi importanti più recenti, con cui ancora l'urbanistica non ha trovato i modi, le forme e gli strumenti adatti per opportunamente relazionarsi, si citano per tutte la L. 183/89 sull' "uso del suolo" e la L. 236/88 per la "tutela delle risorse idriche".
N.B. Per una riflessione più compiuta sul problema del rapporto tra territorio agricolo e naturale ed edificazione si rimanda all'allegato -"Conseguenze dell'edificazione sulla risorsa suolo: riflessioni ed appunti".

RIEPILOGO INFORMATIVO STATISTICO ART. 35 COMMA 2 L.R. 34/92



3.3 GLI ELABORATI CARTOGRAFICI DI P.R.G.
Prendendo spunto dai contenuti dell'art. 16 della L.R. 34/92, relativo agli elaborati costitutivi e caratterizzanti il PRG, si ritiene opportuno formulare qui di seguito, al fine di conseguire una maggior comprensione del problema, una proposta di articolazione degli stessi (elaborati), secondo uno schema logico che risulti funzionale e coerente con il procedimento metodologico schematicamente illustrato al precedente paragrafo 2.5:
Premesso che gli elaborati tecnici fondamentali di PRG si distinguono in:
1 - Cartografia
2 - Relazioni
3 - Norme di Attuazione
In merito alla cartografia si formulano le seguenti considerazioni evidenziando che gli elaborati relativi, nel complesso processo di redazione di un PRG in adeguamento al PPAR, vanno a nostro avviso distinti secondo le diverse operazioni e fasi operative che sono necessarie per giungere alla definizione compiuta e corretta dal progetto finale.
a) Il primo aspetto da precisare è quello relativo alla cartografia di base; questa sarà fondamentalmente costituita dalle carte regionali 1/10000 1/2000 disponibili nelle seguenti versioni:
- carta di base derivata 1/10.000
- carta uso del suolo 1/10.000
- carta tecnica 1/2000
Qualora i Comuni intendano prevedere per alcune aree la progettazione di dettaglio di cui all'art. 15 punto 4 della LR 34/92, andrà costruita, possibilmente attraverso rilievi planimetrici, anche una cartografia di base, in scala 1/500, limitatamente alle aree interessate;
b) Una delle prime elaborazioni fondamentali da assolvere in sede di redazione del nuovo PRG è quella relativa alla trasposizione dei vincoli provvisori di PPAR sulla carta regionale 1/10000 riferita a tutto il territorio comunale sulla quale andranno riportate le previsioni dello strumento urbanistico vigente (PdF/PRG) in modo da avere una visione simultanea del sistema dei vincoli provvisori e del complesso delle previsioni urbanistiche vigenti nonchè delle loro eventuali sovrapposizioni.
Per l'operazione di restituzione dello strumento urbanistico vigente al 10.000 si propone di accorpare e ricondurre le varie previsioni in esso contenute all'interno dello schema semplificato di legenda tipo allegata in appendice al presente paragrafo. Dopo tale operazione andrà effettuata come momento ulteriore di verifica, la trasposizione dei vincoli provvisori sulle basi cartografiche del Piano Urbanistico Vigente in scala 1/2000 in modo da poter valutare con più precisione le interferenze esistenti fra i due Piani (P.P.A.R. e P.d.F. o P.R.G.);
c) Le analisi relative volte a definire le caratteristiche quantitative e qualitative delle risorse paesistico ambientali del territorio comunale secondo i tre sottosistemi tematici di PPAR, implicano tutta una serie di elaborazioni cartografiche dalla cui lettura e valutazione interdisciplinare discenderà il progetto delle tutele.
Dette analisi per l'intero territorio comunale saranno rappresentate su carta in scala 1/10.000, mentre per le sole aree di possibile interesse urbanistico dovranno essere effettuate "zoommate" analitiche alla scala 1/2000; il complesso delle cartografie analitiche sopra dette sono di seguito così ennunciate:
Cartografie sottostistema geologico-geomorfologico:
- carta geologica e sezioni geologiche
- carta idrogeologica
- carta litotecnica
- carta clivometrica
- carta geomorfologica (con riferimenti specifici alle categorie costitutive di cui agli artt. 28; 29; 30; 31 e 32 del PPAR)
- carta pericolosità
geologica (circolare regionale n. 14 del 28.8.1990)
- carta del rischio
idrogeologico ( " " " " )
- carta della peri-
colosità sismica ( " " " " e
" " n. 15 " )
Cartografie sottosistema Botanico-Vegetazionale:
- carta botanico-vegetazionale (con riferimenti specifici alle categorie costitutive di PPAR di cui agli artt. 33; 34; 35; 36; 37) per la cui realizzazione si può fare riferimento anche alla carta regionale uso del suolo in scala 1/10.000 adeguatamente aggiornata
Sottosistema Storico-Culturale:
- carta dei beni storico-culturali extraurbani (con specifici riferimenti alle categorie costituiva di PPAR di cui agli artt. 38; 39; 40 e 41).
Il progetto delle tutele:
- cartografia di sintesi delle tutele:
le valutazioni interdisciplinari relative ai sottosistemi territoriali e la sovrapposizione delle aree e degli ambiti di tutela proposti per ciascuno di essi, porterà a definire oltre a eventuali unita' di paesaggio l'ipotesi di progetto delle tutele di PPAR.
A livello cartografico l'ipotesi di progetto, sarebbe opportuno che fosse riassunta in una carta in cui siano sintetizzati i vari ambiti di tutela di base previsti, secondo il principio che l'ambito con il livello di tutela più forte prevale sugli altri. Avremo così una carta dove il territorio comunale sarà distinto fra le parti sottoposte ad un qualche livello di tutela (tutela integrale, orientata, specifica ...) e quelle invece libere da tutele.
Per le zone sottoposte a tutela, la carta in questione evidenzierà quindi solo il tipo di tutela più forte presente nell'area considerata; per sapere quanti e quali tipi di tutele sussistono nella zona considerata basterà esaminare l'insieme delle cartografie relative ai diversi sottosistemi territoriali.
d) le analisi relative allo stato di fatto della infrastrutturazione urbana ed antropica del territorio e dei contesti urbani e alla definizione delle ipotesi progettuali urbanistico-territoriali dovranno essere confortate da cartografie che rappresentino adeguamente:
- le infrastrutture viarie, ferroviarie ed aeroportuali
- l'edificato
- i servizi a rete (carte fognarie, idrica, metanodotti, elettrodotti...)
- le attrezzature e servizi pubblici e/o di uso pubblico principali (istruzione, sanità, impianti sportivi, strutture religiose, teatri, cinema, discariche ...)
- il verde urbano
- le cave e frantoi
- i vincoli (idrogeologico R.D.L. 3267/23; beni paesistico ambientali L. 1089/39; L. 1497/39; L. 431/85)
- lo stato di attuazione dello strumento urbanistico vigente
- le scelte di PTC e PIT
- le sintesi delle previsioni urbanistiche significative dell'area elementare di riferimento intercomunale
- il progetto urbanistico-territoriale con evidenziate, tramite opportuni riferimenti le eventuali interferenze con il sistema degli ambiti di tutela del PPAR provvisori e/o definitivi, per le quali si prefigura, sulla base di precise motivazioni, la prevalenza delle ragioni dell'urbanistica su quelle della salvaguardia.
Una considerazione particolare merita la "cartografia" di cui al penultimo punto dell'elenco di cui sopra (sintesi dei Piani Comunali...). Essa si riferisce alla costruzione sintetica delle previsioni degli strumenti urbanistici vigenti in scala 1/10.000, secondo la legenda tipo di seguito allegata, dei Comuni ricompresi nell'area elementare di riferimento intercomunale di appartenenza del Comune interessato.
La sintesi così costruita permetterà di avere un quadro di riferimento complessivo dello stato delle previsioni vigenti nei comuni contermini in modo tale da poter così opportunamente calibrare le scelte di Piano di tipica rilevanza intercomunale quali la viabilità, le aree industriali ed i servizi superiori, parchi territoriali ....
I Comuni, per la costruzione di tale elaborazione cartografica potranno contare sulla collaborazione degli Uffici Urbanistici della Provincia; comunque dall'emanazione dei seguenti indirizzi ciascun Comune in sede di PRG in adeguamento o in sede di variante parziale dovrà allegare come elaborato fondamentale, la sintesi al 10.000 dello strumento urbanistico vigente e di quello adottato secondo le tipologie di rappresentazione codificate dalla legenda allegata.

SINTESI DELLE PREVISIONI URBANISTICHE COMUNALI VIGENTI


3.4 PROPOSTA DI IMPIANTO DI RELAZIONE GENERALE TIPO PER I P.R.G.
Nell'ambito della presente proposta di indirizzi si ritiene importante suggerire uno schema tipo della Relazione Generale illustrativa dei contenuti analitici e progettuali del PRG.
Ciò al duplice fine sia di omogeneizzare per quanto possibile il procedimento descrittivo dei complessi problemi propri degli strumenti urbanistici generali comunali, sia per fissare un pacchetto minimo di dati ed informazioni che ciascun PRG dovrebbe inderogabilmente riportare secondo impostazioni e logiche prefissate.
Il seguente schema di riferimento evidenzia i punti salienti degli aspetti analitici e di quelli progettuali su cui la relazione illustrativa generale dovrebbe soffermarsi, per rendere esplicite le motivazioni delle scelte formulate e per rendere comprensibili la logica e la coerenza delle stesse anche nel rapporto con i Piani e gli indirizzi redatti a scala provinciale e regionale.
Ovviamente lo schema di riferimento proposto non esclude assolutamente la possibilità di seguire e sviluppare schemi più articolati ed originali; la proposta formulata ha solo il significato di suggerire uno schema di riferimento di minima, onde evitare che vengano trasmessi alla Provincia PRG pressochè privi di un elaborato così fondamentale per la miglior comprensione delle "mille ragioni ed i mille problemi di un Piano".
Oltre alla Relazione Generale illustrativa di cui di seguito si suggerisce l'impostazione descrittiva, evidenziamo che sono comunque da considerarsi elaborati fondamentali di PRG, anche le relazioni relative alle analisi dei tre sottosistemi tematici di PPAR (geologico-geomorfologico, botanico-vegetazionale e storico-culturale) sulle quali in questa sede non si ritiene necessario soffermarsi.
INDICE DI RELAZIONE GENERALE ILLUSTRATIVA TIPO
1 Il rapporto con la pianificazione di area vasta
1.1 I criteri di adeguamento al P.P.A.R.
1.2 Le previsioni dei piani di area vasta sia generali che settoriali
2 L'inquadramento ambientale, socio-economico, territoriale
2.1 L'area elementare di riferimento
2.2 Le caratteristiche paesistico-ambientali
2.3 Le caratteristiche socio-economiche
2.4 L'organizzazione urbana ed infrastrutturale
3 Le caratteristiche e lo stato di attuazione del P.R.G. vigente

4 Le scelte significative del nuovo piano
4.1 L'adeguamento al P.P.A.R.
4.2 Il progetto urbanistico
4.3 Il dimensionamento e le sue motivazioni
5 Il bilancio ambientale
6 Il bilancio delle spese e delle risorse
Come esplicitazione sintetica dei contenuti che dovrebbero caratterizzare ciascuno dei paragrafi sopra indicati, enunciamo quanto segue:
1.1 I criteri di adeguamento al P.P.A.R.
Dovranno essere esplicitati i criteri metodologici seguiti per adeguare il PRG al PPAR, soffermandosi in particolare a descrivere, i passaggi dalla trasposizione provvisoria dei vincoli a quella definitiva attraverso le analisi settoriali codificate (geologico-geomorfologiche, botanico- vegetazionali, storico-culturali) e relazionare su come queste ultime condizionano e determinano il progetto di adeguamento, sia a livello di ambiti che di specifiche norme di tutela. In questo contesto dovrà essere inoltre precisato come si è inteso operare rispetto a quelle scelte di P.P.A.R. che hanno una dimensione ed una ricaduta sovracomunale.
1.2 Le previsioni dei piani di area vasta sia generali che settoriali
Dovranno essere evidenziate tutte le scelte formulate dalla pianificazione di area vasta, aventi una ricaduta sia vincolante che programmatica sul territorio comunale e come queste vengano recepite o reinterpretate a livello del progetto di P.R.G..
2.1 L'area elementare di riferimento
Come premessa all'inquadramento paesistico-ambientale, socio-economico ed infrastrutturale, che nei punti successivi sarà affrontato a livello comunale, dovranno essere descritti in modo sintetico, gli aspetti salienti del territorio di riferimento intercomunale e le scelte urbanistiche di rilevanza sovracomunale (viabilità, aree industriali, servizi ed attrezzature, emergenze paesistico-ambientali ecc.) degli strumenti urbanistici dei comuni appartenenti all'area elementare di riferimento; a tal fine preziosa risulterà essere la sintesi delle previsioni degli strumenti urbanistici vigenti di cui nel paragrafo precedente viene proposta specifica legenda tipo.
2.2 Le caratteristiche paesistico-ambientali
Ci si dovrà soffermare ad evidenziare in modo sintetico le peculiarità del territorio comunale sotto gli aspetti geologici e geomorfologici, botanico-vegetazionali e storico-culturali, così come dai riscontri delle analisi settoriali effettuate.
2.3 Le caratteristiche socio-economiche
L'analisi socio-economica dovrà essere finalizzata ad individuare ed esporre le caratteristiche strutturali e tendenziali della popolazione e delle attività economiche.
Andrà inoltre relazionato sullo stato e l'evoluzione dell'attività edilizia; a tal proposito potrà costituire valido punto di riferimento l'analisi socio-economica della realtà provinciale effettuata per il PTC dai Proff. Paolo Leon e Riccardo Mazzoni.
2.4 L'organizzazione urbana e infrastrutturale
Dovrà essere certificato lo stato di fatto relativo alla viabilità, ai servizi a rete, alle attrezzature pubbliche ed ai servizi sociali, nonchè i livelli di funzionalità propri dei contesti urbani esistenti.
3 Le caratteristiche e lo stato di attuazione del P.R.G. vigente
Della strumentazione urbanistica vigente dovranno essere esplicitamente descritti i presupposti che l'hanno ispirata, gli obiettivi conseguiti e non e in ultima istanza, lo stato di attuazione.
4.1 L'adeguamento al P.P.A.R.
Dovrà essere ben evidenziato il rapporto in termini qualitativi e quantitativi, tra vincoli provvisori dettati dal P.P.A.R. e vincoli definitivi proposti dal P.R.G. adeguato.
4.2 Il progetto urbanistico
In via prioritaria dovranno essere evidenziati, qualora sussistano, i punti di interferenza fra ambiti provvisori di tutela di P.P.A.R. e scelte del progetto urbanistico, specificando punto per punto, le motivazioni che hanno portato a far prevalere le ragioni urbanistiche su quelle paesistiche. Successivamente ci si dovrà soffermare a descrivere le scelte urbanistiche progettuali portanti del sistema complessivamente definito, esplicitando tra l'altro, le ragioni del dimensionamento e verificando il rispetto degli standard di legge. Dovranno essere inoltre descritti i principi ispiratori e l'impostazione dell'impianto normativo proposto, evidenziando i livelli di compatibilità e le eventuali integrazioni e modifiche apportate all'impianto normativo tipo formulato dalla Provincia e successivamente illustrato.
4.3 Il dimensionamento e le sue motivazioni
Le previsioni di P.R.G. che determinano il suo dimensionamento quantitativo nei principali settori di intervento (residenza, produttivo secondario, direzionale...) dovranno essere ragionevolmente motivate ed il più possibile coerenti con i trend di sviluppo socio-demografico in atto e quelli dell'attività edilizia propria degli anni precedenti.
Le previsioni del primo P.R.G. in adeguamento al PPAR dovranno essere dimensionate su proiezioni decennali, così come le sue successive varianti Generali.
5 Il bilancio ambientale
Per ciascuno dei sottosistemi tematici individuati dal P.P.A.R. e complessivamente per il territorio comunale, dovrà essere evidenziato il bilancio ambientale derivante dalla visione d'insieme delle singole tutele proposte in sede di adeguamento. Tale bilancio andrà verificato anche quantitativamente, secondo le voci codificate nella scheda di sintesi alla presente allegata e dovrà risultare quanto meno equivalente a quello proprio della trasposizione provvisoria dei vincoli di PPAR (vedasi la scheda tipo allegata in appendice al paragrafo 2.6).
6 Il bilancio delle spese e delle risorse
Per dare una dimensione concreta e realistica ai contenuti programmatici degli strumenti urbanistici generali, ciascun P.R.G., ai sensi dell'art. 15 della L.R. 34/92 dovrà indicare le previsioni di massima delle risorse occorrenti per l'attuazione degli interventi pubblici individuati compresi gli espropri, nonchè le relative possibili fonti finanziarie di riferimento.
Tale opportunità e necessità è stata recentemente sancita dal provvedimento di riforma del sistema finanziario-contabile di cui al D.Lgs n. 77/95, dove fra l'altro all'art. 12 si afferma che la relazione previsionale e programmatica di bilancio dovrà fornire adeguati elementi che dimostrino la coerenza con le previsioni degli strumenti urbanistici.

3.5 PROPOSTA IMPIANTO NORMATIVO TIPO PER I P.R.G.
La proposizione di un impianto normativo tipo per i P.R.G. comunali costituisce uno dei punti più significativi ed importanti nella redazione del presente P.T.C..
Attraverso di esso infatti si sostanziano la gran parte degli indirizzi tecnico-metodologici che fanno assumere al detto Piano il significato ed il ruolo fondamentale di strumento urbanistico che in primo luogo deve coordinare, sia sotto l'aspetto dei contenuti che dei metodi, l'attività urbanistica dei Comuni.
L'impegno per la definizione di un modello di riferimento tipo per la redazione delle N.T.A. dei PRG, assume al momento una particolare attualità perché, nell'esercizio delle funzioni in materia urbanistica attribuite dalla Regione alle Province, si constata regolarmente che i Comuni nella redazione dei propri strumenti urbanistici fanno fatica a recepire ed introdurre correttamente ed in modo appropriato le novità sostanziali introdotte da strumenti o provvedimenti legislativi recenti quali ad esempio il Piano Paesistico Regionale, la L.R. urbanistica n. 34/92, la L. 142/90, la L.241/90 ecc..
In sostanza, per la Regione Marche, occorre ripensare complessivamente l'impostazione degli impianti normativi degli strumenti urbanistici comunali, alla luce dell'evoluzione culturale e di metodo, al fine di fare evolvere l'impostazione tradizionale ancora spesso limitata solo agli aspetti urbanistici codificati dalla legge n. 765 del 1967 e dai relativi decreti applicativi del 1968.
Oltre a quanto sopra espresso, la definizione di un impianto normativo tipo risulta operazione fondamentale anche per la semplice, ma mai conseguita, omogeneizzazione dei linguaggi di rappresentazione dei vari progetti di PRG attraverso la codifica di legende omogenee di riferimento .
Nello specifico lo scheletro dell'impianto tipo proposto si articola per Titoli e Capi; successivamente all'adozione del PTC si arriverà a definire anche una stesura tipo per singoli articoli che ovviamente i Comuni potranno adattare, in sede di redazione dei propri PRG, alle specifiche situazioni ed esigenze locali.
Tre sono i principi ispiratori cui ci siamo riferiti per la definizione di detta operazione:
1) Assumere il PPAR e di conseguenza il problema della tutela e la valorizzazione delle risorse paesistiche e ambientali come questione prioritaria e fondante della progettazione urbanistica;
2) concepire l'urbanistica come momento di disciplina, regolamentazione e di rappresentazione di tutte le destinazioni d'uso significative esistenti e programmate, onde poterne verificare costantemente le compatibilità e le sostenibilità relazionali.
3) tendere ad attivare tutte le forme di gestione ed attuazione che ormai il complesso delle leggi e delle norme vigenti hanno messo in campo, in modo da mettere in grado le Amministrazioni Locali di procedere secondo le procedure e gli strumenti che riterranno più opportuni per le varie e diverse situazioni che sostanziano i contenuti e le scelte dei P.R.G.
Ovviamente, come già esplicitato in altre parti del presente documento di indirizzi, non è assolutamente esclusa, ma anzi auspicata la possibilità di perseguire percorsi diversi purchè siano comunque caratterizzati da chiarezza espressiva, facilità di lettura e coerenza logica, sia nell'impostazione che nell'articolazione dei contenuti normativi.
PROPOSTA DI INDICE DI IMPIANTO NORMATIVO TIPO PER TITOLI E CAPI
TITOLO I - PREVISIONI DEL PRG
Capo I - Generalità
Capo II - Destinazioni d'uso
TITOLO II - SISTEMA PAESISTICO-AMBIENTALE: ADEGUAMENTO AL P.P.A.R.
Capo I - Sottosistema geologico, geomorfologico e idrogeologico
Capo II - Sottosistema botanico-vegetazionale
Capo III - Sottosistema storico-culturale
Capo IV - Sottosistemi territoriali
Capo V - Parchi, Riserve e Oasi naturali
Capo VI - Le aree da risanare, recuperare o riqualificare.
TITOLO III - - SISTEMA URBANISTICO: I TESSUTI URBANI E URBANIZZABILI
Capo I - Le infrastrutture per l'accessibilità urbano-territoriale
Capo II - Zone pubbliche e di interesse generale (standards di PRG)
Capo III - Tessuti esistenti e di completamento
Capo IV - Aree di trasformazione
Capo V - Vincoli speciali
TITOLO IV - IL TERRITORIO AGRICOLO
Capo I - Zone agricole normali
Capo II - Zone agricole speciali
TITOLO V - ATTUAZIONE DEL P.R.G.
Capo I - Programmi di attuazione
Capo II - Modalità di attuazione
Capo III - Classificazione degli interventi, delle opere e delle attività
TITOLO VI - - NORME TRANSITORIE E FINALI
Capo I - Norme finali
Capo II - Norme transitorie
Dallo schema di riferimento generale sopra riportato, che successivamente all'approvazione del P.T.C., come già detto potrà essere proposto solo con funzione indicativa, anche nella sua articolazione per "sottocapi" ed "articoli", emergono immediatamente alcune novità sostanziali rispetto agli impianti tradizionali che ancora contrassegnano la quasi generalità degli strumenti urbanistici comunali della nostra realtà provinciale.
Alcune di tali novità possono essere indicate:
1. nell'importanza primaria che viene riconosciuta al complesso normativo relativo al Sistema Paesistico - Ambientale. In particolare esso oltre a disciplinare l'insieme delle aree e dei beni da salvaguardare, tutelare o risanare, recuperare e riqualificare per le loro specifiche caratteristiche, dovranno normare adeguatamente e rigorosamente tutti i contesti soggetti a varie forme di rischio geologico, rischio geomorfologico, rischio idrogeologico e rischio sismico come già indicato in altre parti del presente documento nonché nelle schede dell'"Atlante della Matrice Ambientale".
2. nel rilievo che viene riconosciuto ai cosiddetti "vincoli speciali" tanto che ad essi ed alla loro disciplina è dedicato uno specifico Capo. Tali vincoli si riferiscono a strutture ed impianti che in genere sono assoggettati a norme di sicurezza da leggi speciali e settoriali che quasi mai vengono tradotte o reinterpretate anche in norme di rispetto o di tutela per finalità di carattere urbanistico. Ci si riferisce per esempio ad impianti e strutture tipo i metanodotti - gasdotti e acquedotti extraurbani, agli elettrodotti ed alle centrali elettriche, agli impianti di smaltimento e riciclaggio dei rifiuti, nonché a quelli di deposito, rifornimento e distribuzione degli olii minerali, dei prodotti petroliferi, ecc...
L'urbanistica rispetto a tali strutture o impianti deve porsi il problema delle compatibilità relazionali e di conseguenza mettere in atto tutte quelle misure idonee ad evitare improprie interferenze o inopportune vicinanze.
3. nell'articolazione del TITOLO V che pur nella sua schematicità, prefigura una complessità nuova e più articolata sia rispetto alla tradizionale strumentazione attuativa dei P.R.G., sia rispetto alle tradizionali classificazioni degli interventi. Infatti relativamente al primo aspetto riteniamo che i P.R.G. debbano:
- recuperare e sviluppare una "dimensione programmatica attuativa" alla luce sia dei nuovi strumenti introdotti da recenti importanti leggi quali gli "accordi di programma", i "programmi integrati di intervento", i "programmi di recupero urbano", ecc., sia della esigenza sempre più matura di permettere alle amministrazioni locali la possibilità di definire ed attivare azioni programmatiche attuative di legislatura.
- mettere in campo tutte le variegate modalità attuative che ormai di fatto affiancano a pieno titolo la tradizionale strumentazione attuativa dei Piani urbanistici preventivi, nonché del regime concessorio ed autorizzativo.
Ci si riferisce per esempio ai Piani di Recupero o Riqualificazione Ambientale, ai Piani di Coltivazione delle Attività Estrattive, ai Piani di Sviluppo Aziendale Agricoli..., per continuare con le procedure attuative della Verifica di Impatto Ambientale o della Compatibilità Ambientale e giungere sino alla Conferenza dei Servizi o della Dichiarazione di Inizio di Attività.
Per quanto riguarda il secondo aspetto, in coerenza con quanto sopra espresso, evidenziamo che i P.R.G. non dovrebbero limitarsi a proporre la classica classificazione degli interventi edilizi (manutenzione ordinaria, straordinaria, ristrutturazione,...), ma dovrebbero proporre una classificazione più generale sia degli interventi che delle opere e delle attività di trasformazione attivabili sul territorio, distinguendole secondo classi di rilevanza (ad es. rilevante, significativa, normale, non significativa trasformazione) e definendo di conseguenza le possibili modalità e procedure d'attuazione più proprie.

3.6 PRIMI CRITERI PER IL DIMENSIONAMENTO DEI P.R.G.
Una pianificazione urbanistica costruita tutta dal lato dell'offerta non rappresenta una risposta adeguata all'insoddisfazione - spesso giustificata - verso il contributo offerto alla pianificazione urbanistica dalle analisi di sfondo economico-sociale e dalle valutazioni dei fabbisogni di tipo tradizionale.
La constatazione della sostanziale perdita di efficacia delle politiche abitative, se da un lato mette in luce come esistano dei livelli di disagio per così dire "frizionali", sostanzialmente non modificabili attraverso i semplici riflessi dello sviluppo economico o urbanistico delle città, dall'altro richiede un rafforzamento piuttosto che l'abbandono degli strumenti disponibili a livello locale per il sostegno, l'orientamento o in alcuni casi il controllo delle tendenze "spontanee" che si verificano sul mercato.
La minore centralità delle politiche abitative può infatti giustificarsi per la maggiore rilevanza che altri aspetti hanno assunto nella pianificazione, ma non con la minore pregnanza del tema.
Anche nella provincia di Pesaro e Urbino comincia ad emergere come la stagnazione demografica e l'evoluzione economica delle città, tendano ad aumentare anziché ridurre la complessità dei problemi che i pianificatori si trovano ad affrontare.
Più in generale la maggiore diversificazione degli stili di vita e dei modelli familiari porta ad un ulteriore segmentazione del mercato a cui - soprattutto nelle aree urbane di maggiori dimensioni - si aggiunge la tradizionale spinta proveniente dall'offerta (nei termini della localizzazione e tempi di trasporto come delle caratteristiche sociali, ambientali o di servizio delle diverse aree).
Il moltiplicarsi delle domande e la progressiva segmentazione del mercato abitativo, devono quindi aumentare anziché ridurre l'importanza da assegnare alla pianificazione urbanistica ad un tema apparentemente consolidato come quello della domanda di spazi per abitazioni.
Le stesse ragioni "politiche" di tale impegno non sono affatto venute meno, considerata l'importanza che le questioni poste continuano ad assumere in termini: sociali, per rappresentare uno dei fattori più gravi che caratterizzano i fenomeni di esclusione sociale; economici, per le gravi conseguenze in termini distributivi legati all'evoluzione del sistema delle rendite urbane; ambientali, per i rischi di spreco del territorio e le gravi esternalità prodotte dal sistema della mobilità urbana.
Un discorso non dissimile può essere fatto per la domanda di spazi per le attività produttive, che anzi risulta ancor meno riconducibile ad un riferimento di tipo standard. In questo caso, non solo infatti è necessario considerare i numerosi elementi che a livello locale possono influenzare lo sviluppo dei diversi settori economici, ma il riferimento territoriale dovrà essere ampliato per tener conto delle tendenze che si manifestano addirittura sul piano nazionale e internazionale.
Nonostante i limiti e la complessità sopra esposti, la pianificazione urbanistica, soprattutto a livello comunale, non può, come detto, prescindere da una precisa conoscenza della realtà interessata, sia dal punto di vista demografico e insediativo che economico e produttivo.
I presenti indirizzi propongono alcuni criteri di riflessione generale da cui i Comuni in sede di redazione dei propri PRG non potranno prescindere per determinare i rispettivi dimensionamenti complessivi, secondo ipotesi credibili ed attendibili sia rispetto alle dinamiche di sviluppo in corso sia alle diverse domande presenti (a tal proposito si propone come allegato l'interessante contributo del Prof. Paolo Leon e del Prof. Riccardo Mazzoni redatto per conto dell'Amministrazione Provinciale all'interno dell'incarico generale per "L'inquadramento socio-economico della realtà provinciale").
In estrema sintesi si dovrà pertanto:
a) dimensionare il proprio strumento urbanistico prendendo a riferimento una sua validità temporale non superiore ai 10 anni;
b) ipotizzare un dimensionamento complessivo per la residenza sulla base di valutazioni relative alla:
. prevedibile evoluzione della popolazione residente in funzione delle sue dinamiche e caratteristiche strutturali (struttura per età e relativi livelli di fecondità e mortalità);
. prevedibile evoluzione dei nuclei familiari in relazione all'invecchiamento della popolazione stessa ed allo sviluppo tendenziale del numero medio dei componenti in base ai nuovi stili di vita;
. prevedibile evoluzione dei processi di immigrazione ed emigrazione sulla base delle dinamiche tendenziali in atto;
. possibilità di soddisfare credibilmente parte del fabbisogno abitativo attraverso il recupero di patrimonio edilizio esistente abbandonato e/o sottoutilizzato oppure attraverso interventi di riqualificazione o ristrutturazione urbana implicanti carichi insediativi superiori a quelli preesistenti;
. prevedibile andamento del mercato immobiliare e quindi della domanda solvibile, nonché al finanziamento plausibile di edilizia residenziale pubblica;
c) ipotizzare un dimensionamento complessivo per le attività produttive coerente:
. con le dinamiche occupazionali in atto (attivi e addetti nei vari settori di attività)
. con l'attività edificatoria per nuovi (e/o ampliamenti) edifici produttivi verificatesi nell'ultimo decennio;
. con la situazione che contraddistingue lo stato di fatto e di progetto dei Comuni appartenenti all'ambito dell'unità elementare di riferimento intercomunale nella quale è ricompreso il singolo comune interessato, facendo comunque riferimento anche alle dinamiche di sviluppo prefigurate e prefigurabili sia a livello provinciale sia a livello di zone omogenee dal punto di vista socio-economico così come individuate dalla ricerca Leon-Mazzoni.
. per il turismo, data la sua specificità, riteniamo che il problema del dimensionamento si risolva puntando essenzialmente da un lato alla riqualificazione complessiva dell'offerta esistente nella fascia costiera, dall'altro allo sviluppo nell'entroterra di una rete di puntuali e qualificate iniziative strettamente legate alle potenzialità proprie delle risorse culturali ed ambientali del nostro territorio.
3.7 LE AREE ELEMENTARI DI RIFERIMENTO
Nell'ambito dei presenti indirizzi generali ed in conformità agli obiettivi del P.T.C., si ritiene opportuno formulare una proposta suddivisione del territorio provinciale in ambiti elementari di riferimento intercomunale per il coordinamento urbanistico relativamente a quelle scelte che per dimensione e natura non si esauriscono all'interno del singolo territorio comunale (ad esempio la viabilità intercomunale, le aree produttive, i centri direzionali, i supermercati, i servizi sociali e gli impianti sportivi significativi....) e che nello stesso tempo non assurgono a dimensione di rilievo provinciale.
Tale proposta di suddivisione del territorio provinciale in ambiti intercomunali prevede l'aggregazione dei Comuni in 22 unità minime di riferimento così come di seguito evidenziato.
A tale definizione si è giunti attraverso una analisi territoriale dei caratteri morfologici (bacini e microbacini idrografici), dell'assetto amministrativo (Comune, Comunità Montana, Associazione Intercomunale, Distretto scolastico, Distretto sanitario ed altre aggregazioni intercomunali per la gestione dei servizi) nonché dell'organizzazione funzionale e socio-economica dei vari ambiti territoriali (viabilità aree produttive, ruoli funzionali dell'armatura urbana, consistenza demografica...)
Tale proposta di suddivisione del territorio provinciale, ha, come già detto, una funzione essenzialmente strumentale che si pone come obbiettivo principale la verifica e possibilmente l'autocoordinamento dei processi di pianificazione urbanistica comunali, nella fase di definizione soprattutto per quelle scelte (viabilità intercomunale, aree produttive, servizi pubblici o di uso pubblico significativi....) che non possono esaurirsi all'interno di ambiti comunali, di ridotte o ridottissime dimensioni.
Nella proposta formulata vengono individuate, come unità minime, anche alcune realtà intercomunali che risultano mantenere una modesta consistenza demografica; ciò si è reso necessario per la specificità della collocazione geografica di tali ambiti territoriali; ci è sembrato corretto infatti riconoscere una certa autonomia funzionale sovracomunale a tali contesti nonostante le loro non adeguate economie di scala e nonostante le significative relazioni che li legano comunque ad altre aree elementari più forti.
Si è scelto altresì di non aggregare ad altri Comuni i territori di Pesaro e Fano pur sapendo chiaramente che con le aree elementari con essi confinanti debba svilupparsi un indispensabile confronto in merito alle rispettive scelte di sviluppo urbanistico, data la forte interrelazione che dette città hanno ormai con il loro immediato entroterra.
Inoltre alcuni territori comunali che potremmo definire "cerniera", pur risultando ricompresi in un'area elementare, sono strettamente interrelati anche con altre aree elementari confinanti e pertanto, per questi casi, la verifica ed il confronto preventivo sopraccennato dovrà svilupparsi su più fronti onde valorizzare a pieno questo loro specifico ruolo.
La suddivisione del territorio della Provincia in "unità minime (o elementari) di riferimento intercomunali" costituisce una delle scelte più significative del PTC. Con essa di fatto si tende a stimolare e incentivare alcune semplici ed informali procedure operative volte ad avviare il confronto fra i Comuni su problemi urbanistici di comune interesse.
Tale ipotesi di lavoro oltre che corretta dal punto di vista tecnico-funzionale, ci sembra anche estremamente attuale perché perfettamente in sintonia con quei principi di "sussidiarietà", "cooperazione" e "coopia-nificazione" che ormai si stanno imponendo nella nuova cultura amministrativa, con ricadute significative anche sulle problematiche dell'Urbanistica e della Pianificazione in generale, come del resto stanno a dimostrare le diverse ipotesi di riforma urbanistica da più parti sollecitate e proposte.
In tale ottica le Unità Elementari intercomunali proposte diventano una buona occasione per esaltare da un lato l'autonomia reale dei Comuni valorizzandone le capacità di governo e dall'altro per favorire una sana dialettica sempre più sganciata dal "particulare" degli individualismi istituzionali.


4. INDIRIZZI PER LA DISCIPLINA DEGLI INTERVENTI DI TRASFORMAZIONE DEL TERRITORIO
Al fine di contribuire a definire a livello di PRG norme, regole e comportamenti sempre più coerenti ed appropriati rispetto al problema del rapporto fra trasformazioni urbanistiche ed edilizie e il territorio che li ricomprende, riportiamo qui di seguito alcune riflessioni di carattere tecnico-operativo, maturate dai nostri uffici in questi primi anni di gestione delle funzioni delegate e/o attribuiteci dalla Regione in materia urbanistica.
Le indicazioni proposte costituiscono un contributo per la definizione di norme generali da ridefinire a livello dei P.R.G. adattandole ovviamente alla specificità delle varie situazioni.
4.1 GLI INTERVENTI NELLE ZONE AGRICOLE
4.1.1 Le nuove costruzioni
In generale in tutto il territorio comunale ed in particolare nelle zone paesisticamente vincolate i progetti di nuovi interventi dovrebbero essere preceduti da un attento esame della morfologia del luogo e dei caratteri architettonici degli edifici esistenti che costituiscono elementi consolidati del paesaggio.
Le nuove costruzioni dovranno porsi in rapporto di aderenza ed assonanza con le forme strutturali del paesaggio, con l'andamento del terreno e le caratteristiche tipologiche ed architettoniche degli edifici storici (aventi destinazioni d'uso identiche o similari), presenti in zona.
Volume e composizione architettonica dei costruendi manufatti dovranno quindi assecondare la morfologia dei suoli evitando di porsi in contrasto con questa .
In zone di rilevante valore paesaggistico dovrà essere valutata anche la assonanza dell'opera rispetto alle dimensioni degli edifici e alle caratteristiche degli elementi del paesaggio circostante; in tal senso si suggeriscono le seguenti indicazioni operative per la progettazione:
- Volumi: nelle abitazioni sono di norma da preferire volumi semplici, definiti, privi di sporgenze o rientranze ingiustificate, con coperture a falde inclinate rivestite in laterizio, senza scale esterne o terrazzi a sbalzo in cemento armato.
Le eventuali scale esterne dovrebbero essere di norma in muratura con disegno lineare, addossate alle pareti ed integrate nel corpo del fabbricato, secondo gli schemi dell'edilizia tradizionale marchigiana.
La possibilità di realizzare logge e porticati dovrebbe essere subordinata alla valutazione positiva da parte della C.E.C. che dovrà valutarne la congruità con l'edificio in cui sono inseriti e con le caratteristiche dell'edilizia rurale del luogo .
- Ubicazione: i nuovi manufatti, di qualsiasi tipo, dovrebbero di norma essere localizzati in posizioni ed a quote di limitata percezione visiva che comportino il minimo di interferenza con visuali di particolare pregio paesistico e con gli elementi architettonico-ambientali di maggior valore.
In tal senso, così come prescrive il PPAR, dovranno essere evitati interventi edilizi nei crinali specificatamente tutelati.
- Inserimento sul lotto e mitigazione dell'impatto visuale: il raccordo del manufatto con il terreno adiacente, ove necessario, potrà avvenire con riporti di terreno e/o compensazioni, curando che la condizione di rilascio di eventuali sbancamenti e scarpate sia armonizzata con l'andamento orografico del terreno circostante.
In nessun caso le pendenze massime ammissibili delle pareti di rilascio delle scarpate dovrebbero essere superiori a 30 gradi.
Eventuali muri di contenimento o di sostegno potranno essere realizzati in pietrame, oppure se in cemento adeguatamente rivestiti (mattoni/pietra) o tinteggiati, non dovrebbero avere comunque un'altezza libera superiore a 2 metri; dovrà inoltre essere realizzata un'idonea schermatura a valle con elementi arborei ed arbustivi.
L'impatto visivo dell'opera potrà essere ridotto per mezzo di siepi, arbusti e/o piante di alto fusto da prevedersi puntualmente nel progetto edilizio.
Per il consolidamento superficiale dei suoli, le gradonature e le opere di contenimento del terreno, le opere di difesa spondale, quando le condizioni statiche e l'assetto dei luoghi lo consentono, è auspicabile fare ricorso ad alcune tecniche dell'ingegneria naturalistica ormai affermatesi come:
- rivestimenti vegetativi con stuoie biodegradabili, con stuoie in materiale sintetico, con rete
metallica, e loro combinazioni ;
- gradonate vive con talee e/o piantine di latifoglie radicate;
- cordonate, graticciate e viminate vive con talee ;
- grate e palizzate in legname con talee e/o piantine radicate ;
- fascinate, rulli e traverse vive per interventi di difesa spondale ;
- terre armate e terre rinforzate verdi.
4.1.2 Interventi di ampliamento, ristrutturazione, manutenzione straordinaria, restauro e risanamento conservativo.
Nel caso di ampliamenti e/o ristrutturazioni di volumi esistenti, questi dovranno tendere ad essere fisicamente e formalmente congruenti con l'aspetto del fabbricato preesistente che comunque dovrà rimanere l'elemento preminente del complesso; si dovranno quindi evitare tanto ampliamenti che assumano il carattere della superfetazione quanto ampliamenti che sovrastino la volumetria esistente.
Sono in ogni caso da limitare balconi di nuova formazione e da escludere portoni e serramenti con materiali incongrui (plastica o metallo), intonaci plastici, tinteggiature con colorazioni scelte nella gamma dei colori freddi e segnatamente di colore bianco come pure i basamenti e le zoccolature di materiali diversi da quelli originari del resto delle pareti esterne.
Sono altresì da evitare modifiche delle coperture mediante inserimento di shed ed abbaini di dimensioni e tipo non tradizionali, le tettoie in plastica o in derivati chimici .
Solo nei casi in cui non si alterino le caratteristiche originarie e non si nascondano elementi architettonici di pregio di edifici e manufatti aventi valore storico architettonico, o comunque rappresentino esempi significativi delle tipologie edilizie rurali tipiche della Regione Marche (v.di Circolare Regionale n. 6 del 12/08/92), ovvero, nelle costruzioni più recenti, a condizione che non si verifichino contrasti con le tipologie tradizionali del luogo, potranno essere proposte logge e/o porticati esterni ispirati a modelli tradizionali e realizzati con materiali propri della tradizione costruttiva rurale; anche in questo caso, come per le nuove costruzioni, la possibilità di realizzare logge e porticati potrebbe essere subordinata alla valutazione positiva da parte della C.E.C. che dovrà valutarne la congruità con l'edificio in cui sono inseriti e con le caratteristiche dell'edilizia rurale del luogo.
Nel caso gli interventi riguardino edifici aventi valore storico architettonico, o comunque rappresentino esempi significativi delle tipologie edilizie rurali tipiche della Regione Marche, le categorie di intervento ammissibili saranno, di norma, la manutenzione straordinaria, il restauro e il risanamento conservativo. Qualora gli strumenti urbanistici vigenti ammettano la ristrutturazione e/o l'ampliamento, oltre agli accorgimenti generali sopra ricordati dovrebbero inoltre essere osservate le seguenti indicazioni:
- mantenimento della struttura tipologica e dell'assetto plano-volumetrico originario;
- mantenimento e/o ripristino dei fronti esterni con particolare riferimento alle bucature (portali e finestre) che rivestono carattere di identificazione storico-tipologico.
Anche questi tipi di intervento, dovrebbero essere agganciati ad opere di rinverdimento tramite messa a dimora di arbusti e piante di alto fusto nell'area di pertinenza qualora non adeguatamente presenti.
4.1.3 Colore e finiture degli edifici extra -urbani
- Colori: in tutto il territorio in generale ed in particolare nelle zone paesisticamente vincolate è opportuno ispirarsi al colore delle terre, delle rocce o degli edifici antichi presenti sul posto evitando tanto cromatismi esasperati e stridenti quanto il ricorso al colore bianco che in genere è estraneo alla tradizione costruttiva del territorio rurale marchigiano.
Le tinte base, prodotte con colori naturali composti da terre a base di calce con aggiunta di pigmenti vegetali o minerali, potrebbero oscillare in genere dal giallo, giallo-ocra, dei mattoni albasi al rosa, rosso, grigio-rosso, dei mattoni ferrioli e loro miscugli.
L'uso del grigio nelle sue sfumature più calde è consigliabile in contesti ove prevalgono pareti rocciose di tale colore, o risulta dominante la presenza di edifici in pietra a faccia vista.
Lungo la fascia costiera nelle parti ove è dominante la presenza del mare, dell'arenile, non nelle zone quindi ove la campagna giunge fino a pochi metri dalla battigia, la gamma delle tinte che possono essere utilmente impiegate si allarga ai colori pastello derivati dall'azzurro, dal verde, dal grigio e loro miscugli (acquamarina, indaco etc.).
A titolo esemplificativo, come supporto di base, in calce alla presente si allega una tavolozza delle principali tinte suggerite come riferimento.
- Finiture: sono da privilegiare :
- struttura muraria a vista, anche con mattoni a macchina preferibilmente di provenienza da fornaci marchigiane, malta dei giunti a raso, oppure finitura ad intonaco fratazzato con esclusione della colletta, tinteggiaura a calce;
- manti di copertura in laterizio di colorazione naturale (coppi e tegole tipo "olandesi" o "portoghesi");
- grondaie, pluviali e discendenti in rame o in lamiera o p.v.c. verniciati;
- cornicioni (da mantenere comunque entro dimensioni contenute) in pietra o legno, in cotto o in muratura intonacata, da preferirsi quindi agli elementi e mensole prefabbricate in cemento;
- serramenti e portoni in legno, nella sua colorazione naturale o verniciato, (in sub-ordine in metallo verniciato a caldo) nei modelli tradizionali (scuroni o persiane) con esclusione degli avvolgibili in genere, degli infissi in alluminio anodizzato a vista; i portoni in metallo e vetro ed i portelloni in lamiera per garage ed annessi, dovrebbero essere tinteggiati con colorazioni in armonia con il resto della struttura;
- parapetti in muratura o in ferro di disegno semplice, escluso, di norma, il cemento armato a vista, gli elementi prefabbricati, i tipi misti metallo-vetro e simili;
Sono in genere da escludere:
- elementi tipici e materiali di uso corrente nella edilizia urbana (alluminio anodizzato, lastre in policarbonato, pensiline ed elementi prefabbricati in c.a., intonaci plastici etc.).
- gli intonaci al plastico, i trattamenti "a buccia d'arancia", "graffiato" a "spruzzo";
- i rivestimenti ceramici o in listelli di laterizio ;
- i balconi esterni a sbalzo, in quanto incongrui rispetto alla tradizione costruttiva in zona agricola.
4.1.4 Costruzioni accessorie
I manufatti accessori alla conduzione agricola dei fondi (depositi, magazzini, locali per attrezzi, etc.) dovrebbero tenere conto delle caratteristiche costruttive e volumetriche tipiche delle varie aree (in pratica dovrebbero essere usati materiali, colori e finiture analoghi a quelli del fabbricato principale al quale dovranno essere rapportate) e andranno localizzati nelle posizioni più opportune rispetto alle visuali principali e si dovranno quindi evitare collocazioni casuali rispetto al contesto insediativo ed al quadro ambientale locale.
In linea di massima dovrà essere evitata la costruzione di nuovi edifici lontano dai fabbricati esistenti, mentre va perseguita una edificazione accorpata .
4.1.5 Serre
Una particolare disciplina dovrà riguardare le serre che possono costituire per il paesaggio un elemento estetico decisamente negativo ove non situate in posizioni basse e riparate; la loro ubicazione dovrà quindi essere adeguata alle caratteristiche del suolo, evitando di posizionarle in luoghi ove siano necessari sbancamenti o in prossimità di dossi e crinali.
I materiali utilizzati dovranno essere tali da riflettere il meno possibile la luce solare e, possibilmente, leggermente colorati in verde nei limiti consentiti dalla necessità dell'illuminazione interna.
I percorsi interni principali e secondari, gli spazi di manovra ed in generale tutte le aree marginali, di risulta o scarsamente utilizzate nell'attività produttiva dovranno essere oggetto di piantumazioni stabili, arboree ed arbustive, preferibilmente con l'inserimento di essenze appartenenti alla vegetazione spontanea .
Tutt'intorno ad esse, anche in modo discontinuo, ad una distanza tale da non produrre zone d'ombra nocive alle coltivazioni protette, è opportuno che vengano sistemati filari di alberi o di siepi di altezza adeguata.
4.1.6 Recinzioni
Le recinzioni dovranno ispirarsi nel disegno e nella tipologia ai modelli tradizionali più in uso nella zona evitando tipi od elementi prefabbricati con caratteristiche prettamente urbane. In zona agricola le recinzioni dovrebbero essere ammesse solo se realizzate in rete metallica plastificata verde, in legno o in muratura tradizionale tipica dei luoghi. Alle recinzioni in muratura di altezza inferiore al metro dovrà essere sempre associata la messa a dimora di siepi sempre verdi e/o di essenze arboree d'alto fusto autoctone .
4.1.7 Elementi del paesaggio agrario
Strade bianche, fossi, filari ed alberate, recinzioni, edicole e tabernacoli, fonti, lavatoi ecc., sono considerati elementi strutturanti il territorio rurale, dovranno pertanto essere studiate ed impartite apposite prescrizioni relativamente alle quali qui di seguito si forniscono alcune indicazioni:
- strade rurali bianche: qualora non sia possibile mantenerle nelle caratteristiche originarie si deve prevedere l'uso del conglomerato bituminoso, eseguito con mescole ed inerti che ne garantiscono una tonalità di adeguata integrazione ambientale.
- fossi e corsi d'acqua: dovrà essere curato il mantenimento dell'ampiezza e dell'andamento degli alvei senza opere di colmata;
- filari e alberate lungo le strade comunali ed i corsi d'acqua: dovrebbe esserne curato il mantenimento e l'incremento secondo specifici programmi di intervento che prevedano anche la sostituzione di quelle piante che si fossero seccate.
Nel caso di piantumazioni di nuovo impianto lungo le strade, la fascia alberata dovrà essere collocata alle distanze dal confine stradale previste dal nuovo Codice della Strada .
In particolare è opportuno prevedere che i filari arborei lungo i confini di proprietà ed i percorsi di accesso agli insediamenti isolati vengano salvaguardati e potenziati;
- siepi: le siepi, insieme ai cespugliati ed alle macchie di campo, oltre ad essere utili (proteggono dagli smottamenti su terrazzi e ciglioni, frenano l'erosione, costituiscono luogo di rifugio per molte specie animali), svolgono anche una importante funzione di decoro e quelle esistenti sono opportunamente protette da specifica legge regionale (L.R. n. 7/85).
E' opportuno comunque, principalmente sui terreni in pendenza, che venga incrementata la realizzazione di siepi miste lungo i confini, lungo i percorsi ed a separazione di colture diverse, in particolare sostituendo o avvicinando alle recinzioni metalliche esistenti siepi vive.
- muri in pietra: altro elemento caratteristico del paesaggio rurale, specie nelle zone di montagna, è costituito da muri di limitazione e/o di contenimento in pietra non squadrata posti lungo terrazzamenti, confini di proprietà e strade vicinali. Occorre cercare di salvaguardarne il carattere imponendone la manutenzione con materiali e tecniche tradizionali. Qualora fosse tecnicamente inevitabile il ricorso al cemento armato questo dovrà essere rivestito con la stessa pietra tipica dei luoghi.
- edicole, fonti, lavatoi, croci, grotte: dovranno essere censiti e conservati come luoghi legati alle tradizioni popolari e come tali costituiscono elementi significativi del territorio. Detti manufatti dovranno pertanto essere soggetti solo ad interventi di restauro conservativo mentre l'ambito immediatamente circostante, per un raggio adeguato, dovrebbe essere sottoposto ad un regime tutela integrale. Eventuali recinzioni delle proprietà dovranno preservarne gli usi civili e quindi l'accesso.
Quando ci si trovi in presenza di interventi in aziende agricole speciali (colture biologiche, agriturismi inclusi nel paesaggio agrario storico) nel riordino fondiario si dovrebbe cercare di mantenere qualche esempio delle tipiche coltivazioni tradizionali. Si dovrà tendere ad evitare il livellamento di terrazzi in terra o in muratura, specie a gradoni successivi con colture arboree, i ciglioni antifrana con sostegni erbosi, le scoline etc..
4.1.8 Serbatoi di gas per uso domestico.
Fatte salve le norme tecniche vigenti che ne regolano l'installazione ed il corretto funzionamento, nella messa in opera di serbatoi di gas per uso domestico, (sottoposta nelle zone tutelate paesisticamente, a regime di autorizzazione edilizia comunale, con le modalità di cui all'art. 8 e 9 del D.L. 24 Settembre 1996 n. 495), si dovrà privilegiare in primo luogo, il ricorso al tipo interrato (detto "Tubero"), in subordine, la scelta di siti poco visibili e soluzioni progettuali di schermatura vegetale e mimetizzazione tramite tinteggiatura del manufatto con colori intonati all'ambiente.
4.2 INTERVENTI NEI TESSUTI CONSOLIDATI O DA TRASFORMARE
4.2.1 Norme comuni agli interventi nelle zone urbane.
Nelle zone di nuova urbanizzazione, siano esse destinate alla residenza, all'uso produttivo o a servizi generali, in sede di progettazione e/o approvazione dei relativi piani urbanistici, dovranno essere previste specifiche norme concernenti le percentuali massime ammissibili di impermeabilizzazione dei suoli, le superfici da destinare a verde, il tipo e la quantità di essenze vegetali da mettere a dimora, l'arredo urbano.
In particolare sarebbe opportuno che nei casi di realizzazione di nuove aree di espansione o trasformazione, si prevedesse la costruzione di cisterne condominiali di raccolta di acqua piovana per surrogare da usi impropri le scarse risorse idropotabili disponibili.
A titolo indicativo, nei seguenti paragrafi, si suggeriscono alcuni parametri numerici, suddivisi secondo il tipo di zona, che dovrebbero poi essere adattati alle varie situazioni locali .
4.2.2 Zone urbane residenziali di completamento
Nelle aree urbanizzate le nuove costruzioni singole dovrebbero di norma adeguarsi al tessuto edilizio circostante, per quanto riguarda le altezze, le tipologie edilizie, gli assi di orientamento e gli allineamenti.
Volume e composizione architettonica dei costruendi manufatti dovranno assecondare la morfologia dei suoli evitando di porsi in contrasto con questa (in luoghi caratterizzati dalla prevalenza di superfici e piani orizzontali si eviteranno forme a sviluppo prevalentemente verticale, in luoghi orograficamente "mossi", sono da evitare corpi di fabbrica monolitici, con ampie superfici continue, a favore di soluzioni che prevedono volumi articolati, gradonati etc).
All'infuori dei centri abitati costieri e delle nuove conurbazioni fondovallive, e salvo situazioni particolari oggetto di progettazione comprensiva di previsioni planovolumetriche, in tutti gli altri centri abitati sono in genere da escludersi le coperture piane.
Dovrà essere valutata con estrema attenzione da parte della C.E.C. l'opportunità dell'impiego di materiali diversi in superfici ristrette (più materiali o colori usati nella stessa facciata o nella stessa porzione di fabbricato) come pure l'uso di lasciare singoli elementi di cemento a faccia vista (ad esempio travi, cordoli, cornicioni).
Va preferita l'adozione di forme architettoniche e materiali tipici della zona per quanto riguarda le murature, i serramenti, gli infissi, i colori ed i tipi di intonaci e paramenti esterni.
Nei terreni in pendenza è importante minimizzare gli scavi ed i riporti.
La pubblicità commerciale dovrà essere vietata nei luoghi e sui manufatti tutelati e limitata nel loro immediato intorno.
Parte integrante di ogni progetto edilizio deve comunque essere sia il rilevamento puntuale della vegetazione esistente sia la previsione dettagliata delle sistemazioni degli spazi aperti, delle recinzioni e del verde che dovrebbe comunque essere sempre presente secondo quantità adeguate alle aree di pertinenza.
Come principali criteri ispiratori di queste sistemazioni si possono indicare i seguenti suggerimenti:
- nei parchi e giardini privati dovranno essere limitati tutti gli interventi che comportano una eccessiva impermeabilizzazione del suolo ( in genere nelle superfici libere di pertinenza non dovrebbe essere superato un indice di impermeabilizzazione pari al 50% );
- dovranno essere preferite le recinzioni integrate da siepi vive;
- nelle parti del lotto o nei lotti privi di idonee alberature dovranno essere poste a dimora, all'atto della costruzione ed in forma definitiva, nuove alberature di alto fusto, nella misura ad esempio di una pianta ogni 150 metri quadrati di superficie di lotto non coperta (sarebbe opportuno aggiungere anche delle specie arbustive nella misura di 2 gruppi ogni 150 metri di superficie di lotto non coperta).
- le essenze arboree ed arbustive dovranno essere scelte tra le specie autoctone tradizionali per almeno l'80%;
- dovrà essere perseguita la progressiva sostituzione delle conifere e delle latifoglie esotiche esistenti, quando queste siano prevalenti.
Per quanto concerne arredo urbano e colorazione dei manufatti è opportuno che i Comuni si dotino di un apposito piano.
4.2.3 Zone urbane residenziali di espansione
Nelle nuove lottizzazioni residenziali, per evitare un eccessivo consumo di suolo, le volumetrie dovrebbero essere tendenzialmente accorpate, preferendo, qualora compatibili con i principi insediativi del luogo, tipologie edilizie a schiera o in linea, preferibilmente con andamento parallelo alle curve di livello.
E' opportuno che venga richiesto di orientare la linea di colmo del tetto (in genere disposta parallelamente al lato più lungo) secondo la direzione prevalente nei fabbricati circostanti o secondo l'andamento delle curve di livello, come pure è preferibile che i nuovi fabbricati risultino allineati ed orientati secondo precisi assi di riferimento a seconda della morfologia e delle componenti paesaggistiche del luogo.
Di regola le strade di lottizzazione dovranno essere contenute al massimo come sviluppo e come dimensioni. Sono da preferire schemi con una sola strada principale ad anello o a pettine stabilendo una chiara e leggibile gerarchia funzionale.
E' importante che l'arredo urbano ( alberature, recinzioni, pavimentazioni, illuminazione, etc.) sia progettato e realizzato contestualmente agli edifici impiegando essenze e materiali tipici di ciascuna zona ed evitando l'inserimento di elementi estranei ai diversi contesti locali.
Si sottolinea in particolare l'importanza del verde, sia pubblico che privato, (alberi, siepi, aiuole), sia per valorizzare gli edifici ed armonizzarli nel paesaggio, sia per motivi di carattere igienico-sanitario.
Indice di Impermeabilizzazione: In generale per aumentare il percolamento profondo, dovunque non è indispensabile, andranno evitate le opere di pavimentazione con materiali impermeabili e quanto meno essere eseguite con coperture filtranti.
E' opportuno comunque che i piani particolareggiati di attuazione delle nuove zone di espansione prevedano un indice massimo di impermeabilizzazione delle superfici fondiarie libere, rapportato alla natura dei terreni e delle falde.
Tale indice è ipotizzabile intorno al 50% dell'area di intervento.
Verde privato di pertinenza degli edifici: Per quanto riguarda l'impianto del verde all'interno dei singoli lotti edificabili valgono gli stessi suggerimenti illustrati per le aree edificabili in zona di completamento:
- nei parchi e giardini privati dovranno essere limitati tutti gli interventi che comportano una eccessiva impermeabilizzazione del suolo;
- dovranno essere preferite le recinzioni integrate da siepi vive;
- nelle parti del lotto o nei lotti privi di idonee alberature dovranno essere poste a dimora, all'atto della costruzione ed in forma definitiva, nuove alberature di alto fusto.
Verde pubblico di zona e di viabilità: In sede di predisposizione dei piani attuativi il verde pubblico dovrà essere sottoposto ad apposita progettazione e computato come opera di urbanizzazione e come tale oggetto di precisi riferimenti convenzionali riguardanti tempi e modi di esecuzione, idonee garanzie anche fideiussorie riguardanti l'attecchimento delle essenze vegetali.
Particolare importanza ai fini paesistico e ambientali assume la messa a dimora di piante di alto fusto autoctone lungo almeno uno dei lati della viabilità di lottizzazione realizzata.
Tali piante come del resto tutte quelle prescritte nelle varie situazioni da norme o regolamenti dovrebbero avere un diametro min. di cm 10 impalcate ad un'altezza di almeno mt. 1,50 dal suolo.
Parcheggi: La superficie dei parcheggi dovrà in genere essere semipermeabile (a titolo indicativo quando questi superino la superficie di 1500 mq dovrà essere permeabile una quota non inferiore al 40% della loro superficie totale).
Il loro margine deve essere segnato con impianti vegetazionali (siepi, o filari di piante di alto fusto).
Nei parcheggi a piazza l'alberatura dovrà essere sempre presente, avere un impianto regolare, i percorsi pedonali dovranno distinguersi dagli spazi di sosta.
Le specie arboree da utilizzare nei parcheggi di norma devono rispondere alle seguenti caratteristiche:
- specie caducifoglie con elevata capacità di ombreggiamento durante il periodo estivo possibilità di
soleggiamento del suolo durante il periodo invernale;
- specie con apparato radicale contenuto e profondo;
- specie caratterizzate dalla assenza di fruttificazione ed esudati.
Si ritiene idonea la quantità di 1 pianta ogni 25 metri quadrati di superficie così come indicato anche al 5°comma dell'art. 62 del Regolamento n 23 del 14.9.89 (Regolamento Edilizio Tipo).
4.2.4 Zone urbane produttive
Nelle zone destinate ad insediamenti produttivi, considerato il tipo di impatto che questi hanno sul paesaggio, sembra opportuno che vengano adottati ulteriori accorgimenti concernenti le aree libere, in particolare, in aggiunta alle dotazioni di verde pubblico previste dagli standard ministeriali, così come integrate dall'art. 21 della L.R. 5 Agosto 1992 n.34 e sue successive modifiche, dovranno essere previste e disciplinate dagli strumenti urbanistici attuativi altre superfici ancorché private da adibire a verde:
- al margine delle aree produttive, se necessario anche all'interno dei lotti quando questi assumono dimensioni considerevoli, dovrà essere prevista la creazione di una barriera discontinua di verde, visiva e frangirumore, per separare e connettere gli insediamenti con l'ambiente circostante;
- la profondità di detta cortina verde, differenziata in funzione del carattere delle aree separate, potrà oscillare da un minimo di 5/10 metri (sufficiente all'impianto di un solo filare di alberi di alto fusto) a 25 metri ed oltre necessari per consentire la messa a dimora di due filari di piante con arbusti al piede.
Verde pubblico di zona e di viabilità: Si ritiene che possano valere i medesimi suggerimenti indicate per il verde nelle aree residenziali, con la specificazione che nelle aree produttive il verde di viabilità dovrebbe essere previsto per entrambi i lati almeno per gli assi principali.
Verde privato di pertinenza dei singoli opifici: Richiamata la opportunità di mitigare l'impatto visivo degli insediamenti produttivi, specie se prossimi a zone paesisticamente sensibili o addirittura ricadenti in aree vincolate ai sensi della L.1497/39, in sede di redazione del P.R.G. devono essere impartite precise prescrizioni riguardanti le superfici verdi all'interno dei lotti, i colori ed i materiali da impiegare nelle finiture dei manufatti, lo studio degli elementi di arredo urbano.
A titolo indicativo per quanto concerne l'impianto vegetazionale si possono suggerire i seguenti parametri:
- all'interno di ogni lotto, quando la sua dimensione lo consenta, nella porzione di superficie non impermeabilizzata, dovranno essere messe a dimora almeno 10 piante d'alto fusto di essenze vegetali autoctone ogni 500 metri quadrati di superficie nel lotto;
- lungo i confini laterali dei singoli lotti, dovrà essere impiantata una siepe di arbusti sempreverdi impalcati a 30 cm circa da terra con una distanza interfilare di 70 cm. circa.
Finiture e colorazione: I manufatti se intonacati dovranno essere tinteggiati con i colori delle terre e delle pietre naturali, escludendo quindi il bianco ed i colori freddi in genere; se invece soggetti ad altro tipo di trattamento superficiale dovranno essere impiegate graniglie o altri materiali sempre del colore delle terre e delle rocce locali. A titolo esemplificativo, come supporto di base, in calce alla presente si allega una tavolozza delle principali tinte da utilizzare.
Indice di impermeabilizzazione: Tenuto conto delle considerevoli dimensioni delle superfici che sono interessate da questo tipo di insediamenti, la opportunità di contenere la impermeabilizzazione dei suoli assume maggiore importanza.
I piani particolareggiati di attuazione delle nuove zone di espansione dovranno quindi prevedere un indice massimo di impermeabilizzazione delle superfici fondiarie libere, rapportato alla natura dei terreni e delle falde.
Nelle zone produttive detto indice non dovrebbe essere superiore al 75% della superficie fondiaria libera, in dette aree può essere consentito il ricorso a pavimentazioni di tipo permeabile (betonelle autobloccanti e simili).
4.3 VIABILITA'
La progettazione di nuovi assi stradali, che costituiscono opera di rilevante trasformazione del territorio ai sensi e per gli effetti dell'art. 45 delle NTA-PPAR, merita una trattazione specifica, comprensiva di indicazioni concernenti interventi di ingegneria naturalistica, corridoi ecologici etc., e sarà oggetto di successivo specifico approfondimento.
Si coglie tuttavia l'occasione per ricordare il contenuto della Circolare Regionale n. 3 del 10 marzo 1981 concernente:
1) Progettazione del verde nelle nuove strade (scelta e tipologia dell'impianto del verde stradale, aree o piazzole da realizzare ai lati delle strade, scarpate da cespugliare),
2) Manutenzione del verde stradale esistente (documentazioni e procedure per abbattimento di alberature, progetto di risistemazione a verde),
3) Potature e manutenzione delle alberature stradali (modalità di esecuzione per piante protette e piante non protette, ripulitura scarpate).
Si sottolinea comunque l'esigenza che nei capitolati d'appalto delle opere viarie siano sempre previsti i costi inerenti agli interventi per la realizzazione dell' "arredo verde" così come da progetto.
A conclusione di queste schematiche riflessioni ci preme evidenziare che vengano comunque introdotte a livello di strumenti urbanistici norme che non consentano di dichiarare gli interventi autorizzati o concessi, ultimati, ai sensi dell'art. 45 del R.E.T. regionale, sino a quando le sistemazioni esterne di arredo e finitura previste dal progetto approvato non siano state ultimate.
In particolare per il verde si suggerisce ai Comuni di cautelarsi stabilendo un termine per l'ultimazione delle opere di piantumazione, nonché idonee garanzie per l'attecchimento delle essenze vegetali messe a dimora.

TAVOLA DEI COLORI









ALLEGATO N. 4.1
"Scenari di riferimento per
il dimensionamento dei Piani."
PIANO TERRITORIALE DI
COORDINAMENTO DELLA
PROVINCIA DI PESARO E URBINO
Scenari di riferimento per il
dimensionamento dei piani


Roma, febbraio 1997


La responsabilità scientifica delle diverse parti della presente ricerca, frutto di un lavoro comune dei consulenti incaricati per le analisi socio-economiche, deve essere così attribuita:
- per le analisi di scenario e la domanda di spazi per abitazioni: prof. Paolo Leon, professore di Economia Pubblica presso la III Università di Roma e Amministratore Delegato della Società CLES (Centro di Ricerche e Studi sui Problemi del Lavoro, dell'Economia e dello Sviluppo);
- per l'analisi della domanda di spazi per le attività produttive: prof. Riccardo Mazzoni, professore di Economia Politica presso l'Università di Ancona.
INDICE
1. Premessa 66
2. I risultati delle analisi di scenario sulla domanda di spazio per le abitazioni 66
2.1. Gli scenari di crescita della popolazione e dei nuclei familiari 67
2.2. Mercato del lavoro e flussi migratori 70
2.3. I fenomeni di mobilità sistematica 73
2.4. Le tendenze localizzative delle famiglie e la domanda di abitazioni 76
3. La stima dei fabbisogni di superficie delle attività extragricole 79
3.1. Introduzione 79
3.2. La mobilità territoriale delle imprese 79
3.3. Lo schema di riferimento 80
3.4. La stima dei fabbisogni 81
1. PREMESSA

Le analisi socioeconomiche condotte nell'ambito del PTC di Pesaro e Urbino, oltre ad una ricostruzione dello "stato di fatto", forniscono ai comuni un preciso punto di riferimento attraverso la costruzione di scenari aggregati di crescita della popolazione, delle famiglie, della forza lavoro e degli occupati nei diversi settori produttivi. A partire da tali analisi, con questa nota si intende contribuire ad orientare le decisioni relative al dimensionamento dei piani regolatori comunali, fornendo a tale scopo alcune indicazioni quantitative circa le tendenze manifestate dalla domanda verso i diversi usi del territorio. Si tratta naturalmente di indicazioni di massima, che non potranno essere applicate "meccanicamente" nelle singole realtà comunali:
* in primo luogo perché, soprattutto nel caso dei centri di maggiori dimensioni, il dimensionamento dei piani richiede comunque un'analisi delle caratteristiche specifiche del comune considerato, l'identificazione dei prevedibili scenari di crescita, dei fabbisogni di spazi espressi dalle imprese locali e degli obiettivi di natura socioeconomica e ambientale assunti dai responsabili della pianificazione;
* in secondo luogo perché, sia nel caso delle abitazioni che delle attività produttive, le stime sono comunque state elaborate ad una scala sovracomunale, ovvero di ambiti territoriali a forte integrazione spaziale, senza entrare nel merito di valutazioni che, come si è detto, possono essere espresse solo a partire da una più approfondita conoscenza delle singole realtà comunali.
Se gli scenari elaborati non devono pertanto essere assunti come rigide prescrizioni, ciò nondimeno essi rappresentano un preciso punto di riferimento per la verifica delle scelte di piano operate attraverso i PRG comunali. I tre sistemi coinvolti (abitativo, produttivo e della mobilità), assumono normalmente dimensioni che travalicano i confini comunali, integrandosi con i comuni limitrofi e abbracciando in alcuni casi buona parte del territorio provinciale. Le previsioni relative ai processi localizzativi esogeni di attività produttive o agli afflussi migratori dal punto di vista demografico, dovranno pertanto essere compatibili con le corrispondenti previsioni effettuate degli altri comuni appartenenti al medesimo ambito territoriale come a livello provinciale aggregato. Spetta infatti proprio alla Provincia, nella sua funzione di coordinamento urbanistico, evitare quella rincorsa concorrenziale nell'offerta di spazi che spesso si verifica tra i comuni, con il conseguente spreco di risorse e compromissione del grado di adattabilità del territorio che il sovradimensionamento complessivo dei piani comporta.
2. I RISULTATI DELLE ANALISI DI SCENARIO SULLA DOMANDA DI SPAZIO
PER LE ABITAZIONI

Gli studi preparatori condotti per il nuovo Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale di Pesaro e Urbino, hanno mostrato la sostanziale tenuta del modello di crescita "diffusa" che storicamente caratterizza la provincia. Guardando alla realtà provinciale nel suo insieme, le dinamiche strutturali rilevate negli ultimi decenni evidenziano una notevole stabilità dei processi evolutivi della popolazione (destinati peraltro a riprodursi anche nel prossimo futuro), un andamento del mercato del lavoro che è riuscito nel suo complesso ad evitare i gravi squilibri verificatisi in altre parti del Paese, e soprattutto una forte capacità dell'apparato industriale nel valorizzare il patrimonio di risorse umane e imprenditoriali accumulato nel corso del tempo nelle diverse realtà locali.
Ad un'analisi più approfondita dal punto di vista territoriale, questi stessi fenomeni presentano però una maggiore complessità, mostrando l'emergere di nuove disparità sia dal punto di vista territoriale che nella struttura socio-economica, legate al peso delle classi d'età, alla struttura delle famiglie, alle nuove tendenze localizzative delle imprese, come alla diversa collocazione sul mercato del lavoro della popolazione. Anche attraverso i soli dati censuari riferiti al decennio 1981-91, si osservano numerosi elementi di differenziazione tra i diversi sistemi locali:
a. se nel complesso della provincia si registra una crescita - sia pur contenuta - della popolazione residente, dal punto di vista territoriale le dinamiche demografiche hanno generalmente indebolito le aree interne a favore della fascia costiera, con incrementi significativi nel solo sistema territoriale che ruota intorno alla città di Fano;
b. il progressivo invecchiamento della popolazione che si verifica nella provincia come nel resto del Paese, risulta anche in questo caso più marcato nelle aree interne, dove il minore afflusso migratorio e la bassa natalità, tendono a concentrare una popolazione più anziana oltre che con minori livelli di istruzione e grado di partecipazione al mercato del lavoro;
c. al di là del dualismo tra fascia costiera e aree interne, sono spesso i centri minori localizzati in prossimità dei poli urbani principali a presentare le dinamiche demografiche più accentuate, determinate essenzialmente da rilevanti flussi migratori in entrata;
d. considerando l'evoluzione degli occupati, si evidenza ancora una volta come l'area costiera presenti nel suo insieme una crescita più sostenuta, a cui non sempre corrispondono però mercati locali del lavoro in migliori condizioni strutturali: minori squilibri sul mercato del lavoro si riscontrano infatti in aree intermedie come quella di Urbino, o anche dell'interno, come nel caso dei sistemi locali dell'Alta Val Marecchia o del Montefeltro;
e. se si guarda infine al solo settore industriale, la particolare struttura produttiva di tipo distrettuale che caratterizza diffusamente la provincia di Pesaro e Urbino, sembra essere stata fino ad oggi in grado di competere più efficacemente con i principali poli di attrazione di quanto non sia avvenuto in termini demografico-insediativi: un alto grado di partecipazione della popolazione al settore secondario - superiore al 45% della forza lavoro - caratterizza tutt'ora numerosi piccoli e medi centri distribuiti in tutte le diverse aree della provincia.
2.1. Gli scenari di crescita della popolazione e dei nuclei familiari
Come già anticipato, nell'ambito delle analisi socioeconomiche svolte per il PTC di Pesaro e Urbino, sono state formulate delle stime previsive della popolazione sia a livello aggregato che per ambito territoriale (graff. 2.1 e 2.2). In particolare sono stati elaborati due scenari previsivi - costruiti in modo tale da offrire dei valori minimi e massimi di previsione - allo scopo di fornire un punto di riferimento non rigido ma al tempo stesso quantitativamente definito per la pianificazione comunale. Nella prima delle due ipotesi, che rappresenta lo scenario tendenziale e in questo senso più "probabile", si è assunto che la fecondità continui a mostrare un'evoluzione moderatamente decrescente e la componente migratoria si mantenga sui livelli registrati negli ultimi anni. Nel secondo scenario si è invece costruita un'ipotesi "massima" di crescita della popolazione, assumendo che i tassi di natalità si stabilizzino sugli attuali livelli anziché ridursi, mentre si registri un ulteriore incremento dei flussi migratori.
1 Cfr. Provincia di Pesaro e Urbino Analisi socio-economiche per il PTC della Provincia di Pesaro e Urbino.


In un secondo momento, gli scenari costruiti relativamente alle principali grandezze demografiche ed economiche che caratterizzano il sistema provinciale, sono stati ricomposti e finalizzati ad una valutazione dei fenomeni di riequilibrio (o squilibrio) territoriale che sembrano destinati a caratterizzare la provincia nel prossimo futuro. A tale scopo, accanto al sistema demografico-insediativo ed al sistema della localizzazione produttiva, è stato da ultimo integrato nello schema degli scenari il sistema della mobilità, che rappresenta - assieme al sistema delle rendite - il punto di raccordo e di equilibrio tra i due precedenti.
La popolazione
Per quanto riguarda la popolazione, i risultati ottenuti mostrano come:
- nel primo scenario (scenario tendenziale) la popolazione complessiva della provincia tende a crescere leggermente fino al 2001 per poi mostrare una contrazione nel decennio successivo, quando la componente migratoria non sarà più in grado di compensare il peggioramento del saldo naturale conseguente all'invecchiamento della popolazione; nel complesso del periodo la popolazione rimane praticamente stabile passando dagli attuali 335.979 ai 335.919 abitanti nel 2011;
- nel secondo scenario (scenario "massimo"), viceversa, grazie all'accentuarsi dei flussi migratori, la popolazione continua a crescere per tutto il periodo considerato, raggiungendo nel 2011 i 352.451 abitanti, con un incremento di quasi il 5% rispetto alla situazione attuale.
Come già riscontrato per il passato decennio, le dinamiche demografiche appaiono anche per il futuro fortemente diversificate per i singoli ambiti. Nel primo scenario si assiste ad un'ulteriore spopolamento delle aree interne, con la contemporanea crescita dell'area di Fano-Mondolfo, mentre l'ambito territoriale di Pesaro rimane sostanzialmente stabile. Nel secondo scenario invece la popolazione continua a crescere in tutte le aree costiere, mentre tende a stabilizzarsi nelle aree interne, con le uniche eccezioni delle aree di Cagli e Pergola che vedono proseguire il proprio processo di declino demografico.
Le previsioni per classi d'età mettono in luce come elemento determinante, in entrambi gli scenari, il consistente incremento della classe centrale d'età della popolazione e delle classi anziane, mentre le classi d'età giovanili si contraggono sensibilmente in tutti gli ambiti territoriali considerati. Nonostante la sostanziale stabilità della popolazione nella media provinciale, si accentuerebbero fortemente nel prossimo futuro tutti i fenomeni di ricomposizione interna della struttura demografica in particolare per ciò che riguarda l'invecchiamento della popolazione. I livelli più elevati di età media, indice di vecchiaia e indice di dipendenza demografica, saranno raggiunti come prevedibile nelle aree interne, dove i scarsi flussi migratori in entrata non sono sufficienti a contrastare il processo naturale di invecchiamento.
I nuclei familiari
Pur risentendo della scarsa dinamica della popolazione prevista per il prossimo futuro, i nuclei familiari continuano a crescere in misura significativa in entrambi gli scenari demografici considerati (graff. 2.3 e 2.4). Il processo di invecchiamento della popolazione, infatti, tenderà anche nel prossimo futuro a favorire la frammentazione dei nuclei familiari, con un'ulteriore contrazione della dimensione media delle famiglie. Più in particolare si può osservare come:
- nel primo scenario, nonostante la popolazione rimanga sostanzialmente stabile, si registra una crescita del numero di famiglie del 7,8%, queste passano, infatti, dalle attuali 116.431 unità a 125.558 unità nel 2006. A livello di ambito territoriale soltanto le aree di Cagli e Pergola registrano una contrazione del numero dei nuclei familiari. Viceversa sia nell'area di Fano-Mondolfo che di Urbino si registra un incremento superiore al 10%;
- nel secondo scenario i nuclei familiari crescono in media provinciale del 10,6%, raggiungendo nel 2006 le 128.770 unità. In questo secondo caso le famiglie tenderebbero a crescere nell'area di Fano-Mondolfo di oltre il 20%, mentre un incremento superiore al 10% si registrerebbe anche nell'area di Pesaro. Anche in questo caso, invece, sia Pergola che Cagli, presenterebbero una diminuzione del numero delle famiglie, anche se più contenuta rispetto allo scenario precedente.
La trasformazione della struttura per età della popolazione non mancherà di ripercuotersi anche sul peso assunto dalle diverse tipologie familiari. In entrambi gli scenari, infatti, tenderà a ridursi il peso dei nuclei con capofamiglia giovani (giovane solo, coppie giovani, e coppie giovani con figlie), mentre nello stesso tempo la quota delle famiglie composte da anziani solo cresceranno dal 10,7% all'11,8%.


2.2. Mercato del lavoro e flussi migratori
Come si è visto, gli scenari di crescita territoriale prefigurati nell'ambito delle analisi svolte nei precedenti rapporti di ricerca, mostrano un'accentuazione degli squilibri esistenti sul mercato del lavoro fra i differenti ambiti territoriali, e soprattutto tra l'area pesarese e il resto della provincia. La presenza di una situazione di relativa scarsità di offerta di lavoro nell'area di Pesaro, con una spinta "naturale" verso la riduzione del tasso di disoccupazione, tenderà ad intensificare piuttosto che ridurre nel futuro la capacità attrattiva del capoluogo. Viceversa, nelle aree interne e in parte nella stessa area di Fano-Mondolfo, la crescita del tasso di disoccupazione su valori consistentemente superiori al valore medio provinciale, è alla lunga incompatibile con l'equilibrio socioeconomico interno di quegli stessi ambiti territoriali. Una situazione che potrebbe pertanto tendere a generare dei flussi migratori aggiuntivi tra le differenti aree, modificando in parte le dinamiche tendenziali manifestatesi nel corso degli anni '80. Si tenga presente che l'elevata flessibilità del mercato del lavoro caratteristica di tali aree potrebbe favorire ulteriormente un simile fenomeno.
A partire da queste considerazioni, si è pertanto costruita un'ulteriore simulazione al fine di verificare quali dovrebbero essere i flussi migratori aggiuntivi intraprovinciali necessari per ottenere al 2006 una situazione di maggiore equilibrio all'interno dei diversi mercati locali del lavoro. Si è quindi assunto che il tasso di disoccupazione dell'area di Pesaro non possa calare al di sotto del 5% - valore che può essere considerato frizionale - pur mantenendo a livello provinciale il tasso di disoccupazione costante all'8,1%. Con riferimento al primo scenario di proiezione demografica, una simile ipotesi porterebbe nell'area di Pesaro un flusso aggiuntivo in entrata di offerta di lavoro di circa 2.100 unità (graf. 2.5). È inoltre presumibile che a tali flussi di forza lavoro saranno associati - almeno in parte - anche spostamenti dei nuclei familiari di appartenenza. Assumendo di mantenere invariato il rapporto complessivo tra le forze di lavoro e la popolazione residente, in quest'ipotesi i flussi migratori aggiuntivi ammonterebbero nell'area di Pesaro ad oltre 4.000 unità entro il 2006. Naturalmente questo implicherebbe un flusso in uscita dagli altri ambiti di pari entità, relativamente più rilevante in quegli ambiti che presentano attualmente e in prospettiva un maggiore grado di squilibrio sul mercato del lavoro. La stima dei flussi migratori aggiuntivi è stata ottenuta quindi tenendo conto del peso assunto nelle diverse aree considerate dal tasso di disoccupazione.



Come si può vedere dalla tabella 2.1, che riporta i risultati della simulazione, l'attrazione esercitata dall'area di Pesaro riguarda tutti gli ambiti territoriali, con l'unica eccezione di Cagli dove il tasso di disoccupazione risulta già nel 2006 inferiore alla media provinciale. È interessante notare come sotto questa particolare ipotesi oltre un terzo del movimento complessivo dovrebbe provenire dall'area di Fano-Mondolfo (855 in termini di forze di lavoro e di 1.638 in termini di popolazione), che pertanto dovrebbe registrare nel prossimo futuro un rallentamento del processo di crescita, con una riduzione dei ritmi in entrata registrati durante l'ultimo decennio. In questo nuovo scenario gli squilibri esistenti sul mercato del lavoro tra i differenti ambiti territoriali tenderebbero ad attenuarsi, anche se rispetto alla situazione attuale il tasso di disoccupazione risulterebbe più elevato in quasi tutte le aree interne.
Tab. 2.1 - Flussi migratori aggiuntivi e nuovi tassi di disoccupazione al 2006. Ipotesi di "riequilibrio spontaneo"
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Flussi di offerta Tasso di Flussi migratori
di lavoro disoccupazione aggiuntivi
______________________________________________________________________________________________
Novafeltria-Pennabilli -169 10,1% -324
Saccocorvano-Piandimeleto -173 9,7% -332
Sant'Angelo in Vado-Urbania -176 10,7% -338
Cagli 0 5,2% 0
Pergola -83 8,4% -160
Fossombrone -428 11,1% -819
Urbino -225 9,5% -431
Fano-Mondolfo -855 10,7% -1638
Pesaro 2110 5,0% 4042
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Si è infine costruito un ultimo scenario per evidenziare quali dovrebbero essere i flussi migratori aggiuntivi - in termini di "valore di rovesciamento" - necessari per riequilibrare il mercato del lavoro tra tutti gli ambiti territoriali al tasso di disoccupazione medio della provincia (tab. 2.2 e graf. 2.6). In questo caso i flussi in entrata aggiuntivi nell'area di Pesaro dovrebbero ammontare a circa 3.900 unità in termini di forza lavoro e di oltre 7.400 unità in termini di popolazione nel 2006, mentre anche l'area di Cagli registrerebbe un incremento del saldo migratorio, seppure molto contenuto. Tutti gli altri ambiti presenterebbero minori flussi migratori rispetto all'evoluzione tendenziale.
Tab. 2.2 - Flussi migratori aggiuntivi e nuovi tassi di disoccupazione al 2006. Ipotesi di "riequilibrio massimo"
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Flussi di offerta Tasso di Flussi migratori
di lavoro disoccupazione aggiuntivi
______________________________________________________________________________________________
Novafeltria-Pennabilli -314 8,1% -602
Saccocorvano-Piandimeleto -304 8,1% -582
Sant'Angelo in Vado-Urbania -325 8,1% -683
Cagli 228 8,1% 437
Pergola -98 8,1% -188
Fossombrone -869 8,1% -1665
Urbino -412 8,1% -789
Fano-Mondolfo -1805 8,1% -3458
Pesaro 3899 8,1% 7469
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Ancora una volta quasi il 40% dei flussi migratori aggiuntivi dell'area di Pesaro proverrebbero dall'area di Fano-Mondolfo (3.458 unità), ma consistenti risulterebbero anche i flussi provenienti da Fossombrone (oltre 1.600 abitanti) e, relativamente alla popolazione, anche da Sant'Angelo in Vado-Urbania, Sassocorvaro-Piandimeleto e Novafeltria-Pennabilli.
Nella tabella 2.3 si è riportata la popolazione dei differenti ambiti territoriali al 2006 operando una scomposizione tra i fattori legati alla crescita tendenziale della popolazione e i fattori, viceversa, legati agli squilibri che presumibilmente si verranno a creare sul mercato del lavoro. Nell'ipotesi più realistica, che si verifichi soltanto un riequilibrio parziale dei mercati del lavoro, si assisterebbe ad un ulteriore accelerazione del declino delle aree interne che, con l'unica eccezione di Cagli, presenterebbero un saldo demografico ancora più negativo, mentre si registrerebbe un riequilibrio tra le due aree costiere. Più in particolare si può osservare come (graf. 2.7):
- l'area di Fano-Mondolfo rimane l'area con il più elevato tasso di crescita, ma il differenziale di crescita tra le due aree tende a riequilibrarsi: in assenza di vincoli localizzativi, l'area di Pesaro, mentre risultava sostanzialmente costante nello scenario demografico tendenziale, presenta adesso una crescita sostenuta della popolazione;
- l'area di Urbino mantiene un saldo demografico positivo pur se ancora più contenuto che nel solo scenario demografico tendenziale;
- Fossombrone e le aree interne di Sant'Angelo in Vado, Sassocorvaro-Piandimeleto e Novafeltria-Pennabilli peggiorano sensibilmente il proprio saldo demografico, pur presentando ancora un declino della popolazione meno accentuato delle aree di Pergola e Cagli;

- le due aree infine che già presentavano il declino demografico più accentuato, Cagli e Pergola, presentano infatti un saldo demografico sostanzialmente costante.
Nel secondo scenario (tab. 2.4) - riportato solo a titolo esemplificativo - tutti i fenomeni sopra evidenziati si manifesterebbero naturalmente con maggiore incisività, accentrando ulteriormente il declino delle aree interne.
Chiaramente i flussi migratori identificati nei due scenari non implicano necessariamente un effettivo cambiamento di residenza da parte di un corrispondente ammontare di popolazione. L'importanza del fenomeno non sarebbe però diminuita, in quanto tale pressione potrebbe comunque tradursi in un incremento dei flussi di pendolarismo tra le differenti aree e il comune capoluogo. L'equilibrio tra le due componenti sarà in parte determinato dalla condizione che verrà a crearsi nei differenti mercati abitativi locali: tanto maggiore rimarrà, ad esempio, nell'area di Pesaro il valore degli immobili relativamente al resto della provincia, tanto maggiore sarà il flusso di pendolarismo rispetto ai reali flussi migratori aggiuntivi.
2.3. I fenomeni di mobilità sistematica
È possibile a questo punto introdurre nelle analisi di scenario fino a questo momento condotte, una valutazione della possibile influenza che le modificazioni previste potranno esercitare sugli attuali flussi di pendolarismo. La domanda di mobilità scaturisce, infatti, dall'imperfetto matching quali/quantitativo fra dinamica delle localizzazioni residenziali e dinamica di localizzazione delle attività economiche, in quanto i due processi non necessariamente devono risultare esattamente paralleli e coerenti dal punto di vista microterritoriale. Come abbiamo visto, nel prossimo decennio molte attività produttive resteranno selettivamente concentrate proprio sui poli maggiori (ad esempio le attività direzionali, come la maggior parte delle attività terziarie e commerciali di elevato livello gerarchico), stimolando una crescita della domanda di lavoro soprattutto lungo l'area costiera anche nell'ipotesi di tenuta del sistema produttivo industriale nelle aree interne.
Già dal confronto dei dati del censimento 1991 con i dati del 1981, si possono, comunque, cogliere alcune tendenze significative per quanto concerne la mobilità pendolare (tab. 2.5). Innanzitutto, la domanda di mobilità è aumentata in modo rilevante per motivi di lavoro (+10%), mentre si è contratta la mobilità per motivi di studio (-7,8%). In secondo luogo, si è assistito ad un aumento della complessità dei movimenti pendolari: si è registrato un calo della mobilità all'interno dello stesso comune di residenza (-2,3% per gli spostamenti per lavoro e -18,3% per gli spostamenti per motivi di studio), mentre è cresciuta in misura molto significativa la mobilità tra i diversi comuni della provincia e la mobilità con i comuni esterni alla provincia. Infine, aumentano fortemente i flussi di pendolarismo dai comuni della provincia verso il comune capoluogo (+59,2% per gli spostamenti per motivi di lavoro e del 37,8% gli spostamenti per motivi di studio).
L'espansione della domanda di mobilità intercomunale ha così condotto ad una riduzione del tasso di autocontenimento della popolazione attiva locale a livello dei singoli comuni, ossia della capacità di fornire una occupazione ai lavoratori residenti all'interno del comune, allargando i bacini di mobilità.
Tab. 2.5 - Provincia di Pesaro e Urbino: spostamenti per motivi di studio e di lavoro 1981-1991
______________________________________________________________________________________________
1981 1991 Var. % ______________________________________________________________________________________________
Spostamenti per motivi di lavoro
Stesso Comune di residenza 73427 71729 -2.3% di cui nel Comune capoluogo 25928 25369 -2.2%
Altro Comune della stessa provincia 19606 28809 46.9% di cui nel Comune capoluogo 3580 5699 59.2%
Altri Comuni esterni alla Provincia 3475 5652 62.6%
Totale 96508 106190 10.0%
Spostamenti per motivi di studio
Stesso Comune di residenza 51754 42279 -18.3% di cui nel Comune capoluogo 17106 13018 -23.9%
Altro Comune della stessa provincia 7774 11764 51.3% di cui nel Comune capoluogo 1874 2583 37.8%
Altri Comuni esterni alla Provincia 1484 2220 49.6%
Totale 61012 56263 -7.8% ______________________________________________________________________________________________
Un'analisi ulteriore degli spostamenti sistematici della popolazione è stata condotta su base comunale, sempre attraverso i dati offerti dall'ultimo censimento della popolazione, distinguendo i flussi per ciascuna modalità di trasporto utilizzato (treno, auto, moto e così via) e riaggregando i dati in modo tale da evidenziare esclusivamente i flussi che intervengono complessivamente tra i diversi ambiti territoriali (tab. 2.6).
Per cercare di prefigurare l'influenza che gli scenari di crescita elaborati nell'ambito del piano potranno esercitare anche sulla parte sistematica della mobilità provinciale, è opportuno scomporre i flussi nelle diverse componenti soprattutto motivazionali. In generale è infatti possibile classificare i fenomeni di mobilità della popolazione sulla base dei principali fattori che concorrono a determinarlo. Un primo tipo di suddivisione può essere operata con riferimento alle motivazioni prevalenti, rappresentate dal lavoro, dallo studio e da motivazioni più o meno riconducibili al tempo libero (acquisti, svago, attività sociali e così via). Le prime due componenti costituiscono, come già ricordato, la parte "sistematica" della mobilità, ovvero il fenomeno del pendolarismo in senso stretto a cui si riferiscono le elaborazioni presentate. La stessa domanda di mobilità per ragioni di lavoro può essere a sua volta scomposta in due diverse componenti: la prima, di tipo frizionale, riferibile ad una domanda sostanzialmente strutturale e difficilmente eliminabile, in quanto generata dal sistema delle rendite gravanti nelle diverse aree; la seconda, di tipo dinamico, interpretabile come diretta conseguenza dell'evoluzione seguita dal sistema delle localizzazioni e dalla non coincidenza tra luoghi di lavoro e luoghi di residenza.
Per quanto riguarda i flussi di pendolarismo per ragioni di lavoro si possono quindi evidenziare due differenti componenti: la prima legata più direttamente all'evoluzione tendenziale della popolazione e del mercato del lavoro; la seconda legata ai possibili fenomeni di riequilibrio che si manifesteranno nei singoli mercati locali del lavoro, al fine di contenere la crescita dei divari nei tassi di disoccupazione. Come si può vedere dalla tabella 2.7 nell'ipotesi di evoluzione tendenziale, sia dell'offerta che della domanda di lavoro, i flussi aggiuntivi di pendolarismo - in questo caso approssimati dalla differenza tra il numero degli addetti e il numero degli occupati - risulterebbero nel complesso estremamente contenuti, con la parziale eccezione dei due ambiti costieri. Naturalmente, come si è già accennato, la scarsa rilevanza del pendolarismo tra i differenti ambiti deriva proprio dalle modalità con cui l'aggregazione territoriale è stata costruita.
Di più difficile quantificazione risulta, invece, la stima dei flussi di pendolarismo che si rendono necessari al fine di riequilibrare i differenti mercati locali del lavoro. A partire dagli scenari svolti nel paragrafo precedente, si può infatti assumere che, nell'ipotesi estrema in cui non siano possibili ulteriori modificazioni nella localizzazione delle residenze rispetto a quanto evidenziato dall'evoluzione tendenziale - e che quindi il riequilibrio spontaneo non possa avvenire mediante l'accentuazione dei flussi migratori - i flussi aggiuntivi di pendolarismo "potenziali" risulterebbero pari ai flussi di offerta di lavoro che si rendono necessari per riequilibrare i tassi di disoccupazione tra le differenti aree.


In questo caso in tutti gli ambiti territoriali, con la unica eccezione di Cagli, si manifesterebbe un aumento della componente di mobilità per motivi di lavoro. Naturalmente, mentre in tutti agli ambiti territoriali si registrerebbe un incremento del saldo in uscita degli spostamenti pendolari, nell'area del comune capoluogo più che raddoppierebbero, rispetto alla situazione attuale, il numero degli spostamenti sistematici in entrata: questi infatti passerebbero dalle oltre 1.000 alle oltre 5.000 unità nel 2006.
Tab. 2.7 - Flussi di pendolarismo "potenziale": variazioni del saldo (uscita-entrata)
______________________________________________________________________________________________ Saldo Variazioni Con riequilibrio Totale
al 1991 tendenziali spontaneo variazioni ______________________________________________________________________________________________
Novafeltria-Pennabilli 681 -13 324 311 Sassocorvaro-Piandimeleto 347 0 332 332
Sant'Angelo in Vado- Urbania 255 0 338 338 Cagli 763 -15 0 -15
Pergola 588 -8 160 152
Fossombrone 1182 -20 819 799
Urbino -142 -8 431 423
Fano-Mondolfo 2975 87 1638 1725
Pesaro -1042 -207 -4042 -4249

Totale 5607 -183 0 -183 ______________________________________________________________________________________________
In questo caso, si assisterebbe ad una crescente intensificazione e complessificazione dei flussi pendolari, che non potranno che esercitare rilevanti effetti anche sul territorio. La complessificazione dei flussi può, infatti, avvenire solo grazie al ricorso prevalente e crescente al mezzo privato, creando, in condizioni di espansione necessariamente assai lenta della rete, effetti di congestione e di inquinamento assai gravi. L'intensificazione dei flussi, conseguente alla segmentazione crescente del mercato del lavoro e all'allargarsi dei bacini di ricerca di lavoro, potrà quindi creare situazioni difficilmente sostenibili proprio nelle aree a maggiore densità demografica, rendendo inefficace ogni politica dei trasporti pubblici realizzata ex-post.
Come si è detto, sia quest'ultimo scenario, come d'altra parte anche lo scenario presentato nel paragrafo precedente, risultano due situazioni estreme in cui il processo di riequilibrio dei mercati del lavoro tra le diverse aree avviene, in un caso, interamente mediante una modificazione della localizzazione abitativa degli occupati, nell'altro caso, mediante l'aumento della mobilità sistematica tra gli ambiti considerati. Probabilmente la situazione reale si situerà in una situazione intermedia tra le due ipotesi identificate. L'effettivo punto di equilibrio dipenderà da una serie di fattori che tendono ad influenzare le scelte residenziali della popolazione.
Se esiste, infatti, un "centro" che esercita un'attrazione in quanto sede dei posti di lavoro (in questo caso l'area costiera di Fano-Mondolfo e Pesaro), oltre che maggiori occasioni di ricreazione e cultura, è chiaro che la domanda residenziale si indirizzerà verso quelle localizzazioni che consentono un più facile e rapido accesso a queste "esternalità". Tuttavia, la maggiore propensione verso le localizzazioni centrali genera in conseguenza un maggiore prezzo delle aree relative, e dunque un preciso trade-off per il singolo individuo fra il prezzo del suolo e la distanza. In termini generali, la decisione del singolo individuo, o del nucleo familiare, per ottimizzare la sua posizione dipende essenzialmente da due fattori: il valore delle rendite e i costi di trasporto.
In un modello semplificato, l'individuo (o meglio il nucleo familiare) sceglierà pertanto di localizzarsi a quella distanza dal centro che gli consentirà di eguagliare il vantaggio marginale dato dal risparmio sul costo delle aree, con il costo marginale di un ulteriore spostamento verso l'esterno (il costo di trasporto); oppure, procedendo in senso logicamente e geograficamente inverso, essi sceglieranno quella distanza in cui il vantaggio marginale di una localizzazione più centrale in termini di accessibilità eguaglierà il maggior costo del suolo.
Naturalmente, la pianificazione urbanistica, al fine di favorire un migliore utilizzo del territorio, può influire su entrambi i fattori. Da un lato, infatti, può incidere, attraverso le destinazioni d'uso, sulla struttura dei costi; dall'altro, attraverso la realizzazione di interventi infrastrutturali, può favorire un miglioramento dell'accessibilità. Questo significa che il meccanismo che lega l'analisi della domanda di abitazioni alle scelte di piano è di tipo bidirezionale: la domanda di abitazioni influenza le scelte di piano modificando sulla base dei fabbisogni le destinazioni d'uso; le quali, a loro volta, influenzeranno la domanda di spazi modificando le condizioni di offerta sul mercato.
2.4. Le tendenze localizzative delle famiglie e la domanda di abitazioni
Per una corretta programmazione del territorio diventa a questo punto fondamentale fornire anche una quantificazione dei fabbisogni abitativi aggiuntivi che si verranno a creare nel prossimo futuro nei diversi ambiti territoriali e nei differenti scenari evolutivi che sono stati prefigurati. Affinché questo sia possibile è tuttavia indispensabile per prima cosa pervenire ad una stima dell'evoluzione dei nuclei familiari nelle due diverse ipotesi analizzate, in quanto sono proprio queste ad esprimere le decisioni di domanda per abitazioni.

Come si è visto le previsioni dei nuclei familiari vengono ottenute a partire dalla stima dell'ammontare della popolazione e della sua ripartizione per classe d'età. Nello scenario con riequilibrio si è assunto che i flussi migratori aggiuntivi abbiano la stessa struttura per classe d'età di quelli registrati nel recente passato. Chiaramente, nell'ipotesi di riequilibrio spontaneo si assisterebbe ad una maggiore crescita dei nuclei familiari nell'ambito pesarese e contemporaneamente una minore crescita dei nuclei familiari in tutti gli ambiti interni e nell'area di Fano-Mondolfo. Come si può vedere dalla tabella 2.8 il numero di famiglie crescerebbe a Pesaro dell'11,6% anziché dell'8,9%, mentre a Fano-Mondolfo del 13,2% contro il 14,8%.
Tab. 2.8 - Previsione dei nuclei familiari al 2006
______________________________________________________________________________________________ 1991 Tendenziale Con riequilibrio
______________________________________________________________________________________________
Novafeltria-Pennabilli 6 136 6 333 6 240
Sassocorvaro-Piandimeleto 6 936 7 159 7 063
Sant'Angelo in Vado-Urbania 4 481 4 686 4 594
Cagli 7 461 7 183 7 183
Pergola 5 448 5 255 5 208
Fossombrone 10 972 11 624 11 404
Urbino 9 098 10 020 9 900
Fano-Mondolfo 26 054 29 923 29 483
Pesaro 39 844 43 373 44 481

Totale 116 430 125 556 125 556
______________________________________________________________________________________________
Per le ragioni diffusamente illustrate nel primo capitolo del presente rapporto, il passaggio dalla previsione dei nuclei familiari alla domanda di abitazioni non è stato effettuato attraverso la semplice appicazione di un sistema di "standard", quanto attraverso una stima del potenziale di domanda che effettivamente le famiglie tenderanno ad esprimere nel futuro.
I risultati delle regressioni sono riportati nella tabella seguente e mostrano come la dinamica della domanda di abitazioni tenderà a ridursi nel prossimo futuro: a fronte di una crescita del 15,5% del numero di stanze delle abitazioni occupate tra il 1981 e il 1991, nei prossimi quindici anni la pressione della domanda dovrebbe portare nel complesso ad una crescita dell'offerta per un ulteriore 6,8% (pari a circa 38 mila stanze) (tab. 2.9).
Tab. 2.9 - Crescita della domanda di abitazioni
______________________________________________________________________________________________ Scenario tendenziale Scenario con riequilibrio var. ass. var. % var. ass. var. %
______________________________________________________________________________________________
Novafeltria-Pennabilli 1 147 4.0% 947 3.3%
Sassocorvaro-Piandimeleto 1 375 4.3% 1 185 3.7%
Sant'Angelo in Vado-Urbania 1 060 5.1% 895 4.3%
Cagli 203 0.6% 204 0.6%
Pergola 281 1.1% 179 0.7%
Fossombrone 3 087 5.7% 2 603 4.8%
Urbino 3 361 7.5% 3 096 6.9%
Fano-Mondolfo 12 639 10.0% 11 769 9.3%
Pesaro 14 675 7.8% 16 952 9.0%

Totale 37 829 6.8% 37 829 6.8
______________________________________________________________________________________________
Naturalmente, anche in questo caso, la domanda tenderà a manifestarsi in misura differenziata nei diversi ambiti territoriali considerati. Per quanto riguarda lo scenario tendenziale si può infatti osservare come (graf. 2.8):
- negli ambiti territoriali di Cagli e Pergola, dove si assiste ad una contrazione dei nuclei familiari, il fabbisogno abitativo rimane sostanzialmente stabile sui livelli attuali;
- in tutte le altre aree interne il fabbisogno aggiuntivo rimane contenuto, registrando una crescita compresa tra il 4 e il 6 per cento;
- nell'area di Urbino si assiste ad una crescita della domanda nel periodo considerato del 7,5%, pari a circa 3.300 stanze;
- nell'area di Pesaro la domanda aggiuntiva risulta di circa 14.700 stanze, pari ad una crescita di quasi l'8%;
- infine, nell'area di Fano-Mondolfo si assisterebbe alla crescita più sostenuta, con un incremento dei fabbisogni abitativi di circa il 10%.
Nell'ipotesi, viceversa, che si verifichi il processo di riequilibrio, e quindi che tendano a crescere i flussi migratori in entrata nell'area pesarese, i fabbisogni abitativi nel comune capoluogo tenderebbero a crescere in misura superiore (graf. 2.9). In questa situazione si può infatti osservare come:
- la crescita del fabbisogno abitativo risulterebbe praticamente analoga lungo tutta l'area costiera (+9,0% nell'area pesarese e +9,3% nell'area di Fano-Mondolfo);
- rispetto allo scenario precedente la domanda di abitazioni risulterebbe superiore di oltre 2.200 stanze nell'area di Pesaro, mentre si registrerebbe una contrazione dei fabbisogni nell'ambito di Fano di quasi 900 stanze;
- in tutte le aree interne i fabbisogni mostrerebbero una minore crescita compresa tra lo 0,5 e l'1 per cento.
Come già indicato precedentemente, tuttavia, sia la dinamica demografica che il miglioramento delle condizioni economiche porteranno nel prossimo futuro ad una progressiva segmentazione del mercato abitativo, ed al conseguente moltiplicarsi e diversificarsi delle domande. Si tenga presente che i fabbisogni aggiuntivi che sono stati identificati non tengono conto di un possibile diverso uso del patrimonio abitativo esistente. In tal caso sarebbe, infatti, possibile limitare il fabbisogno aggiuntivo, facendo ricorso, per esempio, al patrimonio abitativo attualmente non utilizzato, o in alternativa ristrutturando il patrimonio abitativo esistente al fine di renderlo maggiormente rispondente alle esigenze che emergeranno nel prossimo decennio.


L'incremento del numero di famiglie composte da anziani soli, congiuntamente alla contrazione dei nuclei familiari di maggiori dimensioni, con la conseguente riduzione della dimensione media delle famiglie, potranno infatti limitare la domanda di abitazioni con un elevato numero di stanze, mentre, viceversa, potrebbe continuare a crescere la domanda di abitazioni di minori dimensioni. Nello stesso tempo, tuttavia, l'incremento dei livelli di reddito potrebbe stimolare un avvicinamento graduale delle aspirazioni verso modelli abitativi di livello superiore, esercitando una crescente pressione su particolari segmenti della domanda di abitazioni. È quindi evidente che, soprattutto nell'ambito della pianificazione urbanistica comunale, particolare attenzione dovrà essere posta non solo alla stima della quantità di abitazioni domandate ma anche alle caratteristiche qualitative delle stesse.
3. LA STIMA DEI FABBISOGNI DI SUPERFICIE DELLE ATTIVITà EXTRAGRICOLE
3.1. Introduzione
Prevedere la quantità di superficie che presumibilmente sarà richiesta dalle attività economiche è un'impresa che presenta non poche difficoltà. Così differenziati e variabili sono i bisogni delle imprese che è impossibile anticiparne con precisione l'evoluzione anche nel breve e medio periodo. Se non è facile trovare un metodo di calcolo che dia certezza nei risultati, non per questo sarebbe giustificato rinunciare totalmente ad un tentativo di stima. Le difficoltà che si incontrano devono piuttosto mettere all'erta i destinatari dei risultati così che essi attribuiscano alle cifre solo il valore di previsioni di larga massima dell'ordine di grandezza dei fenomeni coinvolti. Stime, pertanto, da utilizzare con grandissima cautela e da sottoporre a continua critica ogniqualvolta se ne presenti l'opportunità o la necessità.
Tra i diversi approcci disponibili, si è optato per uno capace di tener conto:
a. degli schemi teorici prevalentemente utilizzati nella ricerca economica applicata in contesti diversi dal nostro, ma sufficientemente flessibili da poter essere adattati al caso specifico del P.T.C. della Provincia di Pesaro e Urbino;
b. dell'opportunità di arrivare a previsioni comunque significative, da fornire tuttavia per grossi aggregati in grado di "mediare" tra le tante peculiarità che si sarebbero dovute esaminare nel caso di valutazioni basate su un livello maggiore di disaggregazione sia settoriale che spaziale;
c. della tipologia e qualità dei dati a disposizione;
d. della necessità di raccordare la logica del metodo a quella seguita nell'ambito degli studi socio-economici condotti per il P.T.C., complessivamente ed in particolare al modello di crescita aggregato utilizzato per le stime relative all'economia provinciale;
e. dei risultati ottenuti da coloro che hanno studiato le motivazioni che sottostanno alla domanda di superficie, brevemente riassunte nel paragrafo che segue.
3.2. La mobilità territoriale delle imprese
Gli studi sulla mobilità spaziale delle imprese distinguono generalmente tra movimenti relativi e movimenti assoluti. I primi sorgono quando si verificano le condizioni per differenti tassi di crescita tra aree geografiche diverse. Si pensi ad esempio ai processi di ridistribuzione territoriale delle attività produttive avvenuti durante gli anni '70 e, in parte, '80 a vantaggio delle regioni dell'Italia centrale e nord orientale. Le cause di questi movimenti sono diverse e su quelle che hanno agito in Italia ci si è già soffermati nella parte introduttiva del rapporto sulla situazione economica e sociale della Provincia. I movimenti assoluti sono invece quelli che modificano l'organizzazione spaziale delle imprese attive in una data area. Per interpretarli correttamente non è necessario, almeno in prima istanza, conoscere quanto accade in altre parti del territorio.
I processi di mobilità "assoluta" delle imprese possono essere ricondotti alle seguenti modalità:
- insediamento di nuove unità senza variazioni di funzioni aziendali in unità esistenti;
- insediamento di nuove unità per effetto di trasferimento parziale di funzioni aziendali da altre unità preesistenti;
- apertura di nuove unità per trasferimento totale di attività preesistenti;
- trasferimenti parziali di funzioni aziendali tra unità preesistenti;
- accorpamento di unità aziendali;
- chiusura di aziende senza trasferimento di funzioni in altre unità esistenti.
In uno studio come questo, interessato alla domanda di spazio delle attività produttive, comunque essa si manifesti, alle modalità precedenti occorre aggiungere quelle riguardanti gli ampliamenti e riduzioni di superfici occupate dalle imprese nel sito originario.
Numerose ricerche condotte in Italia e all'estero mostrano una notevole omogeneità di comportamento rispetto all'attività di rilocalizzazione delle imprese (mobilità assoluta). Prevale sempre la propensione alla mobilità sulla base di fattori di spinta rispetto a fattori di attrazione. Si tratta in altri termini di una mobilità che nasce da esigenze riconducibili prevalentemente a prospettive di sviluppo o di ristrutturazione dell'impresa. I fattori di spinta derivanti dalla modificazione del contesto ambientale in cui l'impresa opera, e ancor più l'attrazione esercitata da possibili localizzazioni alternative, hanno un peso piuttosto limitato. I movimenti di cui si parla solo in minima parte sono riconducibili a più tradizionali fattori di localizzazione quali: la disponibilità di aree, il sistema di infrastrutture e di trasporti, le relazioni con i mercati di approvvigionamento o di sbocco. Come si è già avuto modo di rilevare sopra, l'offerta di localizzazioni alternative è di per sè scarsamente influente sulle decisioni di mobilità aziendale.
Il prevalere di fattori di spinta rispetto a quelli di attrazione implica la ricerca di una destinazione quanto più possibile vicina all'origine dello spostamento. Le imprese in mobilità sono dunque imprese generalmente in forte espansione, mentre risulta meno frequente uno sviluppo fondato sull'innovazione dei prodotti e qualificato dal potenziamento dei servizi. Alla mobilità sono complessivamente associati incrementi (in ordine decrescente) degli spazi occupati, della capacità produttiva e anche dell'occupazione. Statisticamente significativa è anche la correlazione positiva tra incrementi della capacità produttiva, e di addetti, e l'incremento delle superfici coperte. Senza dubbio l'esigenza di sostenere la propria competitività attraverso il potenziamento dei livelli tecnologici dell'impresa risulta un fattore esplicativo importante della mobilità spaziale delle imprese. Meno rilevante è la connessione tra la mobilità e l'adeguamento agli standard del comparto. Le esigenze di spazio riguardano sia le superfici coperte sia le superfici scoperte, spesso già sacrificate nella localizzazione originaria. In altri termini la rilocalizzazione consente alle imprese di recuperare una situazione di forte sottodimensionamento degli spazi.
Le osservazioni fatte in precedenza aiutano a comprendere che la quantità di superficie desiderata dalle imprese può essere ricondotta a tre motivazioni principali. La prima sorge in connessione alla necessità di adeguare la superficie disponibile ai processi di crescita-sviluppo in cui le imprese sono coinvolte. È questa la situazione tipica che attiva forme di mobilità definita in precedenza relativa ma anche diverse forme di mobilità assoluta. Una seconda motivazione legata a processi di razionalizzazione della produzione. Si pensi ad esempio alla domanda di maggiore superficie scoperta che nasce dalla necessità di rendere più efficiente lo stoccaggio della merce; oppure alla crescita della domanda di superficie coperta dovuta alla necessità di introdurre innovazioni di processo. Una terza componente è legata a processi di rilocalizzazione dovuti alla necessità di risolvere problemi ambientali, oppure alla opportunità di connettersi meglio a modalità di trasporto più efficienti di quelle usate in precedenza e così via. Questa componente, mentre attiva una domanda di nuovi spazi, rende disponibile per altri le superfici occupate in precedenza e successivamente abbandonate.
Diversi dunque sono i motivi che spingono le imprese a muoversi nello spazio, e al tempo stesso ad esprimere una domanda di superficie. Le imprese in mobilità, tuttavia, sono sempre imprese in espansione, a volte in forte espansione, all'interno di un quadro economico generale che suscita aspettative sul futuro relativamente ottimistiche. Questa circostanza è molto importante perché ricondurre le varie forme di mobilità, qualunque ne sia la motivazione, ad un unico prevalente fattore causale (la crescita della produzione) agevola di molto il compito di chi deve elaborare uno schema logico per fare previsioni circa la domanda futura di spazio.
3.3. Lo schema di riferimento
Per realizzare beni e servizi da vendere sul mercato le imprese usano vari fattori produttivi tra cui il terreno. La quantità desiderata di terreno, cioè il fabbisogno, può essere considerata dipendente dal livello di produzione che si prevede mediamente per il futuro. Naturalmente le imprese tendono a equilibrare i costi derivanti dall'uso delle superfici dai benefici che ne traggono. A parità di ogni altra circostanza, più bassi sono i costi da sostenere per il terreno maggiore sarà la quantità che ne verrà richiesta. Cosicché anche il costo dei servizi resi dal terreno influisce sulla domanda espressa dal mercato nei suoi confronto. In simboli si può scrivere:
S* = f(Y; Cs) (1)
dove S* indica la superficie desiderata (fabbisogno), Y è un indice dell'attività produttiva e Cs il costo dei servizi resi dal terreno.
Il costo dei servizi del terreno dipende a sua volta dal tasso di interesse effettivo, se l'acquisto è finanziato con fondi presi a prestito, oppure dal tasso di interesse figurativo se l'acquisto è finanziato con risorse interne all'impresa. Il tasso di interesse rilevante è quello reale ottenuto come differenza tra il tasso di interesse nominale e il tasso di inflazione. In simboli:
Cs = g(i-p) (2)
dove Cs ha il significato noto, i indica il tasso di interesse nominale e p indica il tasso di inflazione.
Quando la relazione (2) è utilizzata per studiare la spesa per investimenti in impianti e macchinari, nella parentesi compare un altro argomento, d, che rappresenta la misura dell'ammortamento. Nel nostro caso siamo di fronte ad un fattore produttivo, il terreno, che non subisce logorio fisico né economico cosicché d può essere pensato pari a 0. In ogni istante del tempo le imprese avranno una superficie effettiva S diversa da quella desiderata S*. Inoltre, più grande sarà quella differenza maggiore sarà la domanda di superficie. In generale si può fare l'ipotesi che in ciascun periodo solo una frazione z del divario suddetto verrà colmata. Se S-1 è la quantità di superficie esistente alla fine di un periodo, il divario tra il fabbisogno e la superficie effettiva è indicato da (S*-S-1).
Le imprese programmano di aggiungere allo stock di superficie esistente alla fine dell'ultimo periodo, S-1 una frazione z del divario S*-S-1, in modo che la quantità effettiva di superficie esistente alla fine del periodo corrente, S, sarà tale che:
S = S-1 + z(S* - S-1) (3)
In questa formulazione z appare come un parametro che indica quanta parte della differenza tra il fabbisogno e la disponibilità viene coperta in ogni intervallo di tempo. In pratica misura la velocità con cui viene ridotto il divario tra le due quantità. Con opportune ipotesi è possibile semplificare ulteriormente la logica contenute in (3). Poiché l'obiettivo di questa parte del lavoro è di fare previsioni sull'ammontare di superficie che presumibilmente sarà domandata nei prossimi 15 anni, nel periodo cioè 1991-2006, è ragionevole ipotizzare che entro tale orizzonte temporale le imprese riusciranno a colmare gran parte della differenza che verrà ad originarsi tra fabbisogno e disponibilità di superficie, sempreché ovviamente non sorgano vincoli insuperabili dal lato dell'offerta di superfici. Con z prossimo ad 1 la quantità di superficie desiderata al 2006 (S*), pertanto, tenderà a coincidere con quella effettivamente esistente a quella data (S) così come suggerito dalla (3).
Si supponga inoltre che il costo dei servizi del terreno influisca poco sul fabbisogno S* cosicché esso, come appare dalla (1), viene fatto dipendere prevalentemente da Y. Si supponga infine che la quantità di superficie desiderata per unità di prodotto sia pari a s cosicché:
S* - sY (4)
Sostituendo l'equazione (4) nella (3), ponendo z=1, e notando che S-1=S*-1 si ottiene:
S-S-1 = s(Y-Y-1) (5)
È questa l'espressione che cercavamo. Essa afferma che la differenza tra la quantità di superficie domandata nel 2006, pari a S, e quella esistente nel 1991, pari a S-1, è una proporzione s della differenza tra il livello dell'attività produttiva previsto per il 2006, indicato da Y, e quello realizzato nel 1991, cioè Y-1. Nel nostro caso, considerate le difficoltà di reperimento di dati sistematici sulla produzione al livello provinciale e sub-provinciale, si è preferito utilizzare quale proxy dell'attività produttiva la dinamica prevista dell'occupazione settoriale.
3.4. La stima dei fabbisogni
L'approccio che stiamo seguendo è stato elaborato in origine per spiegare la domanda di beni di investimento espressa, in particolare, dalle imprese industriali. In tale contesto i dati utilizzati per stimare il parametro s delle varie equazioni si riferiscono usualmente ad intervalli di tempo brevi, solitamente annuali, e numerosi. Nel nostro caso i dati a disposizione riguardano due soli anni, il 1981 e il 1991, per di più molto distanti tra loro. In tale circostanza le usuali tecniche econometriche non hanno la possibilità di fornire stime significative di s. È stato quindi necessario attribuire ad s il valore che si colloca lunga la linea di trend, assegnando al futuro lo stesso dinamismo che il fenomeno ha mostrato nel passato. In questo quadro un'avvertenza deve essere fatta con riguardo ai servizi non destinabili alla vendita (il terziario pubblico). La misura complessiva della superficie coperta attribuita a questo settore nel censimento del 1981 sembra troppo distante da quella del 1991 per poter spiegare la differenza come conseguenza delle scelte fatte dall'operatore pubblico. Più verosimilmente c'è da pensare ad una sottostima del dato del 1981 che impedisce di utilizzare la misura di s di quell'anno per individuare il valore di trend. Per ovviare a tale inconveniente si è deciso di utilizzare per il 2006 il valore di s rilevato nel 1991, pari a 48,3 mq per addetto. Decisi i valori di s, per giungere alla stima dei fabbisogni di superficie era necessaria preliminarmente una previsione sul livello di y del 2006. A questo scopo ci si è avvalsi delle stime definite dal CLES nell'ambito degli scenari di crescita aggregata. Ad essa si rimanda per gli approfondimenti del caso.
Stimati s ed y, attraverso la (1) e la (5) si è avuta a questo punto la possibilità di calcolare la quantità di superficie coperta desiderata al 2006 dai vari macrosettori. Sottraendo ad essa la quantità di superficie esistente nel 1991 si è giunti infine alla stima della quantità di superficie che dovrebbe essere resa disponibile durante l'intervallo temporale 1991-2006 per la Provincia nel suo complesso. Questo dato aggregato è stato poi ripartito tra i 9 ambiti territoriali in proporzione al livello di occupazione previsto dal modello CLES per il 2006 con riferimento alle ipotesi di scenario datate di maggiore (ci si riferisce in particolare alla previsione ottenuta supponendo una dinamica demografica contraddistinta da fecondità decrescente e con componente migratoria costante). Con riguardo al fabbisogno di superficie scoperta è sufficiente dire che la sua stima è stata fatta ipotizzando che essa mantenga nel 2006 lo stesso rapporto mostrato con la superficie coperta nel 1991.
I risultati dei calcoli condotti sono riassunti nella tab. 1 la quale mostra come nei 15 anni compresi tra il 2006 e il 1991 sarebbe necessario un incremento di superficie pari a circa il 30% dello stock di superficie coperta complessivamente esistente nel 1991. In pratica una percentuale di crescita poco inferiore a quella registratasi nel decennio 1981-1991. Per quanto riguarda le superfici scoperte, la quantità aggiuntiva di terreno che dovrebbe essere resa disponibile tende ad essere molto vicina, in valore assoluto, a quella stimata per le superfici coperte. Nella tabella è indicata anche una ipotesi di ripartizione delle superfici aggiuntive tra i vari ambiti territoriali. Il metodo utilizzato nelle previsioni, che collega il fabbisogno di superficie al livello dell'attività produttiva, spiega la forte concentrazione delle superfici aggiuntive nelle aree più vicine alla costa, che sono anche quelle prevedibilmente a maggiore sviluppo. L'ipotesi di ripartizione presuppone una politica delle localizzazioni produttive "neutrale". Una politica, in altri termini, non intenzionata ad influire sulle dinamiche di mercato. L'applicazione di criteri e politiche urbanistiche, potranno naturalmente portare a rivedere i criteri di ripartizione impliciti nella tab. 3.1.
Tab. 3.1 - Stima della domanda di superficie delle attività extragricole nell'ipotesi che la domanda di superficie coperta per unità di prodotto sia pari al valore tendenziale. Periodo 1991-2006
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Industria Terziario Terziario Totale
privato pubblico
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SUPERFICIE COPERTA


Novafeltria Pennab. 29.124 50.043 -1.305 77.862
Sassocorvaro - Piand. 34.825 64.609 -1.885 97.550
Sant'Ang. in V. - Urb. 32.572 42.719 -1.063 74.229
Cagli 27.410 55.894 -1.015 82.290
Pergola 29.792 40.337 -1.740 68.389
Fossombrone 80.393 96.998 -3.818 173.573
Urbino 64.141 92.114 2.658 158.913
Fano- Mondolfo 166.627 352.429 13.821 532.878
Pesaro 355.788 601.210 34.746 991.745
Totale 820.672 1.396.354 40.401 2.257.427
SUPERFICIE SCOPERTA


Novafeltria Pennab. 23.494 52.515 -3.700 72.309
Sassocorvaro - Piand. 28.094 67.801 -5.345 90.550
Sant'Ang. in V. - Urb. 26.276 44.830 -3.015 68.091
Cagli 22.112 58.656 -2.878 77.889
Pergola 24.034 42.329 -4.934 61.429
Fossombrone 64.854 101.790 -10.827 155.816
Urbino 51.743 96.664 7.538 155.945
Fano- Mondolfo 134.420 369.839 39.198 543.456
Pesaro 287.019 630.909 98.542 1.016.469
Totale 662.046 1.465.332 114.577 2.241.955
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NOTE


 1 Cfr. Provincia di Pesaro e Urbino, Analisi socio-economiche per il PTC della Provincia di Pesaro e Urbino: scenari evolutivi, febbraio 1996.
 2 Si tenga presente che la semplice considerazione dei saldi (ovvero della differenza tra flussi in uscita e flussi in entrata) non considera l'entità degli eventuali squilibri di tipo "qualitativo" e quindi degli incrementi nel livello assoluto dei flussi sia in entra che in uscita.
 3 Le analisi condotte su un panel relativo alle principali città del centro-nord hanno portato alla stima delle seguenti equazioni:
PABzit = 0,46REDit + 9,339FAMit + DRTit
OABit = 1702PABit / ICCit + DRTit + DRTit
dove
PAB = prezzo delle abitazioni
RED = reddito
FAM = numero di famiglie
ICC = costi di costruzioni
OAB = offerta di nuove abitazioni
 4 La tipologia di motivazioni ricordata nel testo è usata estensivamente nei lavori del CLES.
 5 È questa un'ipotesi ragionevole in considerazione anche del basso tasso di interesse reale che nei prossimi anni, a seguito del progetto di unione monetaria, prevarrà probabilmente nel nostro Paese.
 6 Nel settore dell'istruzione, in particolare, le unità locali che nel 1981 hanno dichiarato la superficie coperta sono solo 62. Secondo lo stesso censimento ben 691 di esse non hanno dichiarato superficie. Nel 1991 le unità locali che hanno dichiarato superficie coperta sono state 537 contro 85 che non l'hanno dichiarata. Il risultato è che a fronte di circa 9.000 mq di superficie che appaiono nel 1981 ce ne sono 478.000 nel 1991. Una differenza che a fatica si riesce ad immaginare dipendente dall'evoluzione naturale della domanda di superficie.
ALLEGATO N. 4.2
CONSEGUENZE DELL'EDIFICAZIONE SULLA RISORSA SUOLO
(Redazione : Dott. Vincenzo Tiberi - Uff. Uso del Suolo)


Premessa ed ipotesi
L'esperienza del lavoro d'ufficio fa sorgere la necessità di confrontarsi con le conseguenze dell'edificazione dei suoli, considerato che l'edificazione rappresenta ,nella pratica, una condizione permanente e irreversibile dell'uso dei suoli .
Si tratta, in altre parole, di imprimere un cambiamento stabile e non dinamico della porzione di suolo coinvolta direttamente .
Per questa caratteristica (irreversibilità) è appropriato parlare di riduzione, perdita o consumo di suolo e non di sostenibilità che invece si impiega a fronte di cambiamenti in qualche modo dinamici.
Sostenibilità è infatti la capacità di un sistema di sostenere processi produttivi con un ritmo di consumo di risorse uguale o inferiore a quello del loro rinnovamento.
Si parla ,talvolta, di consumo volendo enfatizzare il fatto che l'attuale fase di sviluppo urbano non è correlata con le dinamiche demografiche tendenti allo zero ed è poco correlata con lo sviluppo economico anch'esso con trend prossimo allo zero, ma è funzione principalmente del reddito disponibile.
Ciò significa che l'aspirazione al benessere e alla qualità della vita , a fronte dei complessi problemi posti dalla civiltà industriale, porta come conseguenza una estensione degli utilizzi pubblici e privati di suolo.
Premesso, altresì, che i suoli "produttivi" costituiscono una risorsa intrinsecamente preziosa , in quanto limitata e non rinnovabile in tempi non confrontabili con la vita di un uomo, si ritiene opportuno valutare l'impatto ambientale causato dall'edificazione dei suoli e dalla conseguente riduzione degli ecosistemi agricoli ed ecosistemi naturali (ora presenti in misura davvero ridotta).
Rischi dell'urbanizzazione
L'urbanizzazione dei suoli provoca effetti diretti ed indiretti :
Non si prendono in considerazione gli effetti indiretti conseguenti cioè allo sviluppo urbano (inquinamento dell'aria e delle falde acquifere , effetto-serra, buco dell'ozono, eutrofizzazione, salinizzazione dei suoli,ecc..);
Gli effetti diretti dovuti alla urbanizzazione che in gran parte è cementificazione, invece, seppure brevemente, si analizzano con particolare riferimento ai rischi derivanti dalla contrazione degli ecosistemi agricoli.
Tali rischi vengono di seguito elencati:
1) Diffuse e generalizzate condizioni di impermeabilizzazione artificiale sono tali da provocare una alterazione del regime idrico , che si manifesta in termini probabilistici, sia con una diminuzione della quantità totale delle precipitazioni , sia con aumento di eventi calamitosi di tipo alluvionale.
Ciò signifca che dobbiamo abituarci, man mano che si estendono le superfici urbanizzate, a convivere con le alluvioni e con la siccità.
E' altresì prevedibile una sensibile riduzione delle precipitazioni in tutta l'area nord del Mediterraneo.
2) La perdita di suolo agricolo comporta una diminuzione del volume delle produzioni o delle potenzialità di produzione di biomassa il cui risultato è facilmente rilevabile (*).
3) L''estensione "del suolo è di per se una risorsa preziosa perchè costituisce l'unica possibilità pratica di applicare su una significativa scala teritoriale i metodi dell'agricoltura estensiva , che consentono di produrre a costi competitivi, di ridurre i pericoli dell'inquinamento e del dissesto idro-geologico , di salvaguardare la fertilità agronomica dei suoli. Consente all'impresa agricola , variando opportunamente il grado di intensificazione o di estensivazione colturale , un tipo di gestione più duttile ed elastica in rapporto alle situazioni di mercato e alle politiche ambientali (*) (**).
4) L'edificazione è tra i fattori che concorrono alla "desertificazione" in quanto causa di riduzione della fertilità naturale e dello spopolamento delle zone marginali.
L'abbandono delle terre conseguente alla costalizzazione della popolazione ed alla decadenza della produttività delle aree meno avvantaggiate comporta la mancata manutenzione di importanti opere di sistemazione idraulica con dissesti di interi fronti collinari e perdita di suolo ( *** ) .
Bisogna , in proposito, considerare che le rive del Mediterraneo sono le aree che hanno visto nascere l'agricoltura e le sue pratiche sono diventate da millenni parte integrante dell'ambiente sia fisico che culturale.
A causa di questa lunga simbiosi con l'uomo , nell'area che ci riguarda , l'ambiente e' diventato dipendente dal disturbo antropico e quindi dal cambiamento (equilibrio dinamico) degli agroecosistemi tanto da poter parlare di " resilienza " (capacita' di sopravvivere mediante l'incorporazione del cambiamento).
5) Decremento della fissazione di anidride carbonica .
Ciò in conseguenza di un decremento della superficie vegetale capace di intercettare l'energia luminosa per la fotosintesi . Processo che impiega appunto anidride carbonica presente nell'aria.
6) Aumento dell'albedo.
Albedo è la parte di energia radiante del sole che perviene alla superficie terrestre e che viene riflessa nell'atmosfera senza essere intercettata da piante terreno e acqua.
7) Distruzione della sostanza organica del suolo.
Quest'ultimo fattore è il più importante indicatore della destrtificazione in quanto è legato alla fertilità generale (mantenimento della struttura e della capacità idrica dei suoli) dovuta anche a reinterri, sterri ,incendi, aperture di cave, erosione, ecc..
8) Concorrenza per l'acqua
Fra gli aspetti principali dell'impatto dell'urbanizzazione sulla desertificazione c'è la crescente domanda di acque per uso idropotabile che pone gravissimi problemi di approvvigionamento idrico per l'agricoltura ed il mantenimento della fertilità dei suoli.
La dinamica della popolazione rivierasca fa si che la domanda di acqua per uso domestico , in concorrenza con gli altri usi, renda prioritario il problema degli approvvigionamenti.
A questo punto occorrerebbero politiche di restrizione e ottimizzazione degli impieghi per fornire una ragionevole speranza di sviluppo.
Conclusione
Dopo aver posto l'accento sulla natura della stabilita' irreversibile dell'urbanizzazione e rilevata, in antitesi, la peculiarita' del cambiamento (equilibrio dinamico) degli agroecosistemi per arrivare alla formulazione di concetto di " resilienza " ( capacita' di sopravvivere mediante l'incorporazione del cambiamento) quale dimostrazione della sostenibilita' ambientale dell'agricoltura.
Per esemplificare e rendere più efficacemente delle definizioni l'idea dell'enorme gradino che bisogna superare passando da un suolo impiegato per attività agricola ad un suolo impiegato per attività edilizia, è possibile istaurare un paragone:
- Tra i due sunnominati processi vi sarebbe la differenza che si fa in Fisica tra l'energia di posizione e l'energia cinetica ( la seconda eguaglia la prima solo se a quest'ultima si aggiunge l'azione di forze non conservative quali l'atrito e la dispersione di calore per imperfezioni). Un suolo non costruito ha una certa energia di configurazione ( potenziale ) che , irreversibilmente , perde una volta che ha assunto la configurazione dell'edificato .
Spetta alla pianificazione territoriale stabilire la ragionevole quantità nel rispetto di tutte le esigenze ragionevolmente prevedibili.
Per i motivi esposti le analisi propedeutiche alla redazione del PRG con specifico riferimento a quelle botanico-vegetazionale assumono rilievo, pertinenza ed efficacia pratica al fine di contribuire alla individuazione della più logica pianificazione urbanistica se ed in quanto si cimentano con la problematica , ovviamente diversa da Comune a Comune, della conservazione dei suoli agricoli in generale e di quelli dotati e versatili per l'agricoltura in particolare.
E' altresì opportuno usare anche una discontinuità nel linguaggio tecnico comunemente impiegato per definire l'impatto ambientale del processo agricolo e l'impatto ambientale del processo edilizio.
NOTE

(*) Per comprendere il rilievo che assumono le questioni poste nei precedenti punti 2 e 3 occorre gettare uno sguardo agli orientamenti produttivi delle imprese agricole
La conoscenza di questo fattore nella pianificazione territoriale è cardinale sia rispetto all'analisi storico-culturale in quanto cerca di comprendere l'evoluzione strutturale di un settore produttivo che occupa fisicamente una gran parte di superficie territoriale sia rispetto all'evoluzione della popolazione agricola che ha modellato mediante la capitalizzazione del proprio lavoro il paesaggio incorporando in esso innumerevoli migliorie ( sistemazioni idrauliche, alberate, ecc...).
Non corrispondono affatto alla realtà le previsioni di non necessità, non convenienza dell'agricoltura frequentemente impiegate nelle relazioni dei PRG solamente allo scopo di rendere meno problematiche le trasformazioni urbanistiche.
E' da prevedere invece, per gli scopi che ci riguardano, che l'agricoltura tenderà ancora ad ottenere forti produzioni per ettaro in conseguenza di un abbondante uso di mezzi tecnici e di sempre più raffinate soluzioni tecniche ed organizzative.
Sul fronte dell'aggiornamento dei mezzi tecnici deve , infatti, considerarsi l'impiego imminente delle cosidente " supersementi" e " super-razze" prodotte negli Stati Uniti a seguito di massicci programmi di ricerche e sperimantazione nel campo dell'ingegneria genetica e biologia molecolare.
Si può stimare che dall'impiego in campo dei "supersementi" ( piante capaci di sfruttare al meglio l'energia del processo fotosintetico ) si otterrebero rese unitarie, a parità delle altre condizioni, superiori di circa il 15% rispetto alle varietà comunemente oggi impiegate.
La costituzione di varietà dotate di superiore efficienza fotosintetica avviene mediante il trasporto delle caratteristiche di specie di origine tropicale (mais, sorgo, canna da zucchero) aventi un limite di saturazione luminosa molto più alto della media (praticamente in esse non si hanno,alle nostre latitudini, i fenomeni di fotorespirazione che comportano perdite di energia prodotta con la fotosintesi) ad esempio sul grano.
In dette specie, infatti il processo fotosintetico avviene secondo uno schema diverso da quello Calvin. Nel classico ciclo di Calvin la carbossilazione è fatta su composti fosforilati a tre atomi di carbonio ( C3) ed è catalizzata da un enzima fondamentale , la RuDP-carbossilasi (ribulosio 1-5-difosfato carbossilasi), la quale in eccesso di luce da luogo a intensa decarbossilazione , per cui l'eccesso di fotoni disfà ciò che era stato costruito da altri fotoni.
Nelle specie (ora varietà migliorate) ad alta efficienza fotosintetica la fotosintesi si svolge secondo lo schema di Hatch e SlacK o degli acidi decarbossilici a quattro atomi di carbonio ( C4 : acido malico , acido aspartico) con una reazione in cui la carbossilazione avviene sull'acido fosfoenolpiruvico sotto il controllo dell'enzima PEP-carbossilasi (fosfoenolpiruvato carbossilasi). In questo schema non si hanno fenomeni di decarbossilazione fotodipendenti , come nel caso precedente, quindi la pianta da luogo ad un'assimilazione netta molto elevata anche nei giorni di fortissima radiazione globale (estate).
Altro fenomeno , di importanza ancora maggiore per gli scopi che ci riguardano, è che sulla scarsa terra disponibile per una moderna agricoltura preme non già l'esuberanza di braccia, ma quella di capacità o volontà imprenditoriali e anche di capitali che desiderano investirsi nella terra. (vedasi vicenda quote latte)
E dunque probabile che nel prossimo futuro il settore agricolo si incammini (almeno nelle zone migliori) verso un orientamento ESTENSIVO quanto al rapporto frà unità lavorative e superficie coltivata ed INTENSIVO quanto al livello di produzione per unità di superficie.
Ciò si riallaccia con la tendenza alla specializzazione degli ordinamenti aziendali , rilevata da molte realzioni di analisi prodotte per la redazione dei PRG , infatti, il tipo di intensità prevista è più facile da ottenere in aziende specializzate .
(**) CNR - progettofinalizzato IPRA: Interazione e competizione dei sistemi urbani con l'agricoltura per l'uso della risorsa suolo (1988).
(***) Internationl Conference on Mediterranean desertification Creta 1996.
"La desertificazione e la degradazione del territorio in aree aride, semiaride e subumide dovuta principalmente a fattori climatici ed all'impatto sfavorevole dell'uomo.
ALLEGATO N. 4.3
"ANALISI E VALUTAZIONE DELLE RISORSE BOTANICO-VEGETAZIONALI NEGLI STRUMENTI DI PIANIFICAZIONE TERRITORIALE: RIFLESSIONI, INDIRIZZI E PROCEDURE".
Redazione: Dott. Carlo Urbinati - Ricercatore presso il Dipartimento Territorio e Sistemi AgroForestali.
Università degli Studi di Padova.


PREMESSA
Nel 1992 un gruppo di lavoro, coordinato dall'Istituto di Geodinamica e Sedimentologia dell'Università degli Studi di Urbino su incarico dell'Amministrazione Provinciale di Pesaro e Urbino, curò la realizzazione di un progetto pilota relativo ad un Sistema Informativo Territoriale. In tale ambito mi venne richiesto di definire una metodologia per la redazione di indagini botanico-vegetazionali, non ancora regolate da specifiche disposizioni. Gli obiettivi di tale lavoro erano a) la ricerca di un linguaggio comune nel settore botanico-vegetazionale, b) la definizione di alcuni criteri nella determinazione delle valenze attribuibili alle risorse agro-forestali presenti nel territorio provinciale.
Indirizzi e metodi proposti in quella sede furono, in seguito, anche impiegati nelle specifiche indagini svolte su alcuni comuni della Provincia. Dopo 4 anni, il dibattito ancora vivace sulla pianificazione territoriale, le scadenze prossima della redazione del PTC e la predisposizione di linee guida, da parte della Regione Marche, per la redazione dei PRG in adeguamento ai PPAR, ripropongono l'attualità di quel documento. Pertanto, dopo opportuna revisione, il metodo proposto è stato integrato e collocato in un contenitore più ampio, nella speranza di fornire un ulteriore contributo alle complesse tematiche della pianificazione eco-sostenibile del territorio.
Fa piacere comunque riscontrare che taluni indirizzi e procedure formulate nel documento del 1993, risultino oggi presenti nelle linee guida predisposte recentemente dalla Regione Marche (DGR 1287/97).
Con il presente lavoro si è voluto richiamare l'attenzione di amministratori e tecnici sull'urgenza di una revisione degli indirizzi e delle Norme Tecniche del PPAR relative al settore botanico-vegetazionale, o quanto meno la loro precisa definizione. Troppe sono le interpretazioni soggettive, di tecnici e funzionari, circa le interazioni fra PRG, PPAR e Normative vigenti in materia forestale ed ambientale.
Da documenti e osservazioni, per esempio, emerge abbastanza chiaramente l'intenzione di convogliare la gestione delle risorse agro-forestali, e naturali in genere, negli strumenti urbanistici comunali. Ciò sarebbe, al momento attuale, un gravissimo errore poichè, nonostante il maggiore interfacciamento che si sta realizzando fra sistemi urbani, agrari e forestali, il sovradimensionamento delle funzioni del PRG condurrebbe all'inefficienza gestionale, anche per l'assenza quasi sistematica, nelle amministrazioni comunali, di specifiche competenze in questi settori. Pianificazione, normazione e gestione di territori delle risorse agro-forestali e naturalistiche devono essere regolate da specifici strumenti che, seppure revisionabili nella forma e nei contenuti, mantengano la loro valenza sovra-comunale.
La gestione delle risorse botanico-vegetazionali e paesaggistiche non può infatti limitarsi alla definizione di prescrizioni di tutela e valorizzazione delle aree sensibili; essa si può attuare solo mantenendo le popolazioni locali nelle aree collinari e montane, creando loro nuove opportunità occupazionali, soprattutto nel settore primario.
Se è vero, infatti, che lo sviluppo tecnologico negli ultimi decenni ha aumentato l'impatto ambientale delle attività del settore primario, queste sono ancora in grado, se adeguatamente gestite, di produrre notevoli benefici sia ai singoli imprenditori sia all'intera collettività. Si pensi infatti alla conservazione dell'assetto idrogeologico in aree collinari e montane, la manutenzione della viabilità minore, la cura del verde territoriale, attività che le amministrazioni pubbliche raramente sono in grado di garantire.
Tali condizioni sono determinanti nel contribuire alla costruzione di una valenza ricreativa del paesaggio, oltre a quella tradizionale strettamente estetica e storico-culturale, che si realizza soprattutto in presenza di particolari scenari, segnati da siepi e boschi. Il paesaggio, alla stregua di un bene disponibile in quantità limitate, assume pertanto il carattere di risorsa e come tale acquista valore economico.
L'analisi botanico-vegetazionale prevista nell'adeguamento dei PRG al PPAR, soprattutto in relazione agli elementi diffusi del paesaggio agrario, diventa un'importante strumento cognitivo per localizzare gli ambiti di maggiore potenzialità paesistico-ambientale e definire appropriati interventi di recupero o valorizzazione.
Il lavoro si articola in 3 sezioni 7 capitoli: la prima sezione contiene due capitoli, nel primo si fa cenno all'importanza di una pianificazione eco-sostenibile del territorio con riferimento ad alcuni principi contenuti nel PTCP, nel secondo viene tracciato un breve profilo storico del paesaggio vegetale provinciale.
Nella seconda sezione il terzo capitolo introduce al concetto di valenza della vegetazione quale indicatore ambientale ed alla necessità di una sua adeguata rappresentazione cartografica; il quarto riassume le caratteristiche del sottosistema botanico-vegetazionale del PPAR. Questi costituiscono un'importante premessa al quinto capitolo che illustra dettagliatamente il metodo di indagine e costituisce la parte fondamentale del lavoro.
Nella terza sezione il sesto ed il settimo capitolo affrontano due temi fortemente connessi alla pianifcazione sostenibile del territorio: uno dedicato ai dinamismi strutturali e funzionali della vegetazione in relazione ai cambiamenti d'uso territoriale e la necessità di monitorarne gli effetti, l'altro tratta la problematica del verde urbano, naturale completamento di un percorso di riqualificazione territoriale, con la presentazione di un metodo specifico di indagine.
1 PIANIFICAZIONE ECOLOGICA DEL TERRITORIO E P.T.C.P.

La pianficazione e la gestione del territorio non possono essere attività elettive di pochi, ma devono costituire l'espressione di un processo sinergico in cui si integrano le specifiche competenze ed esperienze delle diverse professionalità che operano sul territorio e le reali esigenze delle popolazioni che in esso vivono e producono. Le conseguenze di interventi caotici, incoerenti e troppo spesso improvvisati, trovano testimonianza diffusa nel nostro paese. L'assenza di un disegno pianificatorio eco-sostenibile non ha consentito di saldare presente e passato ed anzi ha spesso favorito il prevalere di spinte consumistiche.
La pianificazione ecologica secondo STEINER (1995) può considerarsi come "l'uso delle informazioni biofisiche e socioculturali per evidenziare le opportunità ed i limiti da considerare nell'assunzione di decisioni sull'uso del territorio". McHARG (1981) sosteneva che "la pianificazione ecologica è in grado di definire le migliori aree per un potenziale uso del territorio, al punto di convergenza di tutti o di gran parte dei fattori giudicati propizi e in assenza di tutte o di gran parte delle condizioni più pregiudizievoli per quel dato uso".
Nella presentazione del Documento di indirizzi per la pianificazione urbanistica nell'ambito Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale sono contenuti alcuni importanti principi che fanno ben sperare al decollo della pianificazione eco-sostenibile anche nel nostro territorio. Il paesaggio è l'interfaccia fra processi ambientali e processi sociali, pertanto la pianificazione del paesaggio deve considerare equivalenti i pesi delle due componenti.
Nel documento con l'annuncio di una "vera e propria rivoluzione copernicana" in questo settore, si fa più volte riferimento alla priorità del sistema ambientale, cui si devono adattare il sistema insediativo e quello dei servizi. Gli strumenti urbanistici sono stati ridefiniti strumenti per disciplinare l'uso del suolo e delle sue risorse, ispirandosi ai principi ecologici contenuti nella più recente produzione legislativa ed all'ecosostenibilità dello sviluppo. L'equilibrio ecologico e la capacità portante dei sistemi sono indicati come sistemi di calibrazione e controllo degli interventi.
Infine viene proposto di inserire nella progettazione urbanistica norme, regole e criteri di carattere ambientale per rendere funzionale il rapporto fra risorse naturali e architettura.
Sono dichiarazioni estremamente significative delle quali i professionisti del settore ambientale devono prendere atto. Esse vanno intese come un riconoscimento, tardivo, ma completo di una attività scientifico-culturale che da anni è stata sostenuta da parte di alcune categorie professionali. Ciò può significare anche il preludio ad una effettiva dinamica multidisciplinare nella pianificazione territoriale, che in passato ha visto prevalere alcune professionalità a scapito di altre. Non a caso il raggiungimento degli obiettivi a carattere ecologico (equilibri, valutazioni di capacità portante degli ecosistemi, ecc.) presume l'intervento di specifiche competenze non inquadrabili in quelle dell'urbanista.
Sempre di più le risorse naturali risultano interconnesse ad altri sistemi territoriali, come quelli agrari e periurbani; il territorio è diventato più "fluido" e si afferma la plurifunzionalità degli spazi e pertanto anche le soluzioni programmatiche e operative devono essere configurate interdisciplinarmente. Per esempio sistemi agrari e forestali, pure mantenendo spesso una vocazione produttiva hanno integrato in questi ultimi anni una funzione culturale e ricreativa, che interessa trasversalmente i diversi strati sociali, che non può essere ignorata. Pertanto è opportuno definire indirizzi programmatici e interventi gestionali che ne garantiscano globalmente un corretto utilizzo.
Il territorio della provincia di Pesaro e Urbino è caratterizzato da due scenari paesaggistici: costiero-collinare e altocollinare-montano, ambedue fortemente, ma diversamente antropizzati da attività più che millenarie.
Il primo è penalizzato da una urbanizzazione disordinata, dalla eccessiva presenza di infrastrutture industriali, e dalla prevalenza di tipologie colturali estensive. Mancano poi sistemi vegetazionali di transizione, collegamento e "camouflage" fra l'urbanizzato ed il rurale e spazi verdi urbani e periurbani nei centri collinari.
Il secondo, più ricco in risorse botanico-vegetazionali e caratterizzato da un'elevata quota di superfici in abbandono colturale, ha però subito il pesante impatto di una esasperata politica di sviluppo del sistema stradale indotta da una sindrome dell'isolamento non sempre giustificabile. Molti interventi realizzati nel corso dei decenni sono risultati inadeguati e a volte devastanti per gli effetti diretti e indiretti riscontrati.
Vi è quindi l'esigenza di non lasciare in eredità alle generazioni future processi involutivi che rischierebbero di rendere difficilmente reversibile il processo di degrado delle risorse paesistico-ambientali del nostro territorio.
Ci sembra quindi opportuno indicare alcuni principi generali da considerare nella formulazione di nuovi indirizzi pianificatori:
un nuovo concetto di tutela, intesa non come vincolo alla trasformazione e quindi un peso (economico e sociale), ma come garanzia di riproduzione e diversificazione delle risorse disponibili;
una dimensione dinamica degli ambiti di attuazione degli interventi in relazione ai flussi delle popolazioni (spostamenti per lavoro, studio, turismo, tempo libero);
l'attribuzione di un valore economico al paesaggio2 
l'interazione (informazione e discussione) con le popolazioni locali per meglio capire le esigenze specifiche delle diverse realtà territoriali.
l'utilizzo razionale degli spazi secondo le reali vocazioni;
il ruolo privilegiato delle attività del settore primario a garanzia di un'effettiva salvaguardia ambientale, intesa come miglioramento della qualità della vita.
2 EVOLUZIONE DEL PAESAGGIO VEGETAZIO-NALE PESARESE
La provincia di Pesaro e Urbino ha una superficie territoriale di circa 290.000 ha, dei quali circa 228.000 sono collinari e circa 62.000 montani. Della superficie collinare 160.000 ha sono ubicati nella fascia interna e 68.000 nella fascia litoranea (RINALDI, 1986). Una superficie di 235.000 pari al 81% di quella territoriale è occupata da aziende agro-silvo-pastorali, più o meno attive.
L'area collinare
L'elemento caratterizzante la condizione di degrado del paesaggio vegetazionale della collina è l'assenza del bosco, che costituisce infatti solo il 14% della superficie collinare. Se poi si considera la sola collina litoranea, sommando le superfici boscate dei comuni non compresi nelle Comunità montane, si scopre una drammatica realtà di poco più di 1000 ha corrispondente a circa 1.5%, in cui rientrano rimboschimenti di conifere, pioppeti e solo in minima parte relitti boscati o boscaglie.
Pare invece che all'inizio del XV secolo, superata la crisi economico-demografica del Trecento, il bosco nelle aree collinari fosse ancora una componente territoriale prevalente, potendo offrire legname (da opera e combustibile), frutti selvatici, selvaggina ed aree per il pascolo del bestiame. Il bosco collinare occupava presumibilmente più del 50% del territorio, mentre agricoltura e pascolo il 45% (i seminativi cerealicoli superavano da soli il 25%). Le condizioni dei boschi nel secoli successivi al XV non dovevano però essere eccezionali considerando la prevalente forma di governo a ceduo e soprattutto il diffuso pascolamento che in essi avveniva per i maggiori redditi che tale attività garantiva. Il successivo incremento demografico e la politica cerealicola del Ducato di Urbino crearono una maggiore spinta al disboscamento in tutto il territorio. Il paesaggio assunse così caratteri sempre più marcatamente agrari.
Nel periodo di transizione fra il XVIII ed il XIX secolo si verificarono le ultime significative utilizzazioni boschive del territorio collinare, in seguito alla vendita all'asta dei beni comunali e dei beni ecclesiastici. BELLENGHI nel suo libro "Sui boschi delle Marche e dell'Umbria" (1831) descrive i rischi del disboscamento intensivo a favore della cerealicoltura e a nulla valsero i reiterati scontri che alcuni botanici perpetuarono con i politici dell'epoca. Nel 1847, anno della stesura definitiva del Catasto Gregoriano, il territorio provinciale aveva una prevalente destinazione agricola (con l'uso delle alberate di acero e olmo campestre nei seminativi) ed una ridottissima destinazione silvo-pastorale. L'inchiesta sull'agricoltura, eseguita da Jacini nel 1877, evidenziò che la situazione non era migliorata dopo l'unità d'Italia. Infatti risultarono aumentate le superfici a seminativo nudo e arborato e diminuite ulteriormente quelle a bosco e a pascolo (MINISTERO AGRICOLTURA E FORESTE, 1976).
Fino alla metà di questo secolo, la tipologia colturale a basso impatto ambientale e la struttura parcellizzata delle proprietà rurali hanno consentito all'agricoltura di svolgere, in parte, una funzione di controllo ambientale. Dal secondo dopoguerra, i grandi cambiamenti di politica agraria, il conseguente abbandono delle zone rurali marginali, il rapido sviluppo industriale contribuirono a stravolgere definitivamente la struttura dei sistemi rurali della collina.
La fisionomia del paesaggio agrario venne modificata sensibilmente dalla meccanizzazione e da una serie di significative modificazioni nelle tecniche colturali; la funzionalità è stata poi alterata dal prepotente ingresso della chimica che ha spesso accelerato i processi di degrado ambientale, particolarmente percepibili nella progressiva instabilità dei suoli. L'eliminazione di specie ad elevato apporto organico (leguminose), l'introduzione di specie "voraci" (graminacee), l'abbattimento delle alberature campestri, le lavorazioni profonde in terreni in forte pendenza, la rottura dei drenaggi, l'assenza di gestione delle acque superficiali intensificarono, infatti, i processi regressivi responsabili della formazione di calanchi.
La vegetazione forestale potenziale della zona collinare è quella del piano basale, orizzonte delle latifoglie eliofile un tempo diffuse in tutta la fascia costiero-collinare. I querceti erano le formazioni più tipiche suddivisibili in tre tipi principali (BRILLI-CATTARINI, 1977):
querceti igrofili, con farnia (Quercus robur), frassino ossifillo (Fraxinus oxycarpa), carpino bianco (Carpinus betulus), salici (Salix spp.), pioppi (Populus spp.) e ontani (Alnus spp.), localizzati in zone planiziali, fondovalli primari e loro diramazioni secondarie, impluvi, in terreni profondi, sciolti e con falda superficiale;
querceti mesofili, con roverella (Quercus pubescens), cerro (Quercus cerris), carpino bianco e carpino nero (Ostrya carpinifolia), in zone collinari ad esposizioni prevalenti nord, nord-est in terreni anche argillosi;
querceti xerofili, con roverella e/o rovere meridionale (Quercus dalechampii) con carpino nero, acero campestre (Acer campestre) e orniello (Fraxinus ornus), in zone collinari esposte prevalentemente a sud, sud-ovest in terreni xerici di natura marnoso-calcarea.
L'assetto attuale della vegetazione risulta fortemente modificato nei suoi caratteri compositivi, fisionomici e funzionali. I querceti igrofili, per esempio, appartengono ormai irrimediabilmente al passato (l'ultimo lembo in provincia di Pesaro e Urbino è stato distrutto alla fine del secolo scorso). Le formazioni ripariali sono oggi fortemente degradate a causa delle grandi modificazioni nelle tecniche colturali e dell'abuso del calcestruzzo. Invece "nel primo dopoguerra i fiumi della provincia scorrevano in tunnel di verde. Vi erano difese vive di sponda, utilizzate con turni regolari e rinnovate, riducendo gli effetti delle morbide" (RINALDI, 1986). L'eliminazione indiscriminata della vegetazione di sponda, il prelievo degli inerti, l'alterazione dei profili longitudinali, e l'impiego di tecniche meramente ingegneristiche nelle sistemazioni di alvei ed argini, hanno determinato la quasi completa canalizzazione, e conseguente "banalizzazione" del sistema fluviale collinare.
Le rarissime formazioni residue sono vere e proprie "isole di rifugio", alcune delle quali tutelate dalla legge regionale come Aree Floristiche Protette. Esse sono localizzate lungo brevissimi tratti di corsi d'acqua (foce del Metauro, Badia del Foglia), su pendii ripidi al riparo dai mezzi meccanici o in parchi di ville o altri edifici monumentali (Bosco di San Nicola, Villa Severini, Beato Sante, Villa Imperiale, ecc.).
Questi ultimi ospitano a volte anche interessanti formazioni, prevalentemente antropogene, con fisionomia simile a quella di boschi d'alto fusto, e presenza di individui anche secolari di pino domestico (Pinus pinea), pino d'Aleppo (Pinus halepensis) o pino marittimo (Pinus pinaster). Ad essi si associano leccio (Quercus ilex), cipresso comune (Cupressus sempervirens), tasso (Taxus baccata) cedro dell'Atlante (Cedrus atlantica), cedro dell'Himalaya (Cedrus deodara), magnolia (Magnolia sp.) alaterno (Rhamnus alaternus), alloro (Laurus nobilis), laurotino (Viburnum tinus), bosso (Buxus sempervirens) (Urbinati, 1991).
Il paesaggio collinare è prevalentemente agrario dominato da una tipologia colturale a seminativi, spesso arricchita da formazioni lineari costituite da alberature, siepi ed alberi isolati, con struttura e composizione variabili secondo la funzione svolta (frangivento, confine poderale, arredo stradale, consolidamento di piccoli pendii o scarpatelle, ecc.). Queste strutture, seguendo gli elementi fisiografici o infrastrutturali, creano, a tratti, interessanti sistemi reticolari che fungono da vettori biologici e da catalizzatori della valenza paesaggistica.
La recente crisi dell'agricoltura ed alcune azioni di politica agraria hanno avviato parziali trasformazioni del paesaggio rurale, anche nella fascia litoranea. L'abbandono colturale ha generato processi di ricolonizzazione naturale da parte della vegetazione erbacea. Poiché i processi di successione ecologica che conducono alla ricostituzione naturale del bosco sono estremamente lunghi (anche secolari), queste aree diventano ambiti ideali per effettuare rimboschimenti polifunzionali (produttivi, ricreativi, ecc.). Benché tali formazioni si configurino spesso come elementi temporanei del quadro paesaggistico, possono comunque svolgere, in aggiunta a quella economica, una discreta funzione ecologica ed estetica.
I pochi rimboschimenti fatti in passato in area collinare raramente hanno dato risultati soddisfacenti in termini di produzione, per l'impiego di specie arboree inadeguate a tale scopo (pino nero, cipressi, abete greco, cedri). La tendenza attuale è di utilizzare maggiormente latifoglie (noce, ciliegio, aceri, frassini) in formazioni miste, ormai ampiamente sperimentate nell'arboricoltura da legno.
Questi popolamenti, a prevalente funzione produttiva, pure senza risolvere adeguatamente il problema della rinaturalizzazione dell'ambiente collinare, contribuiscono all'aumento di funzionalità nella difesa idrogeologica e di valenza paesaggistica. La disponibilità nei vivai di tali specie e la competenza dei tecnici del settore saranno fondamentali nelle fasi di progettazione, impianto e gestione di tali formazioni.
L'area montana
Il bosco è una componente ecologica fondamentale degli ambienti di montagna. Sebbene la superficie forestale costituisca ancora una discreta percentuale del territorio montano provinciale (circa il 50%), gli effetti della millenaria pressione antropica, particolarmente pesanti rispetto a molte zone alpine, a causa della facile accessibilità della montagna appenninica, hanno generato, nelle cenosi forestali, assetti spesso precari sia in termini di naturalità sia di stabilità ambientale.
Uno studio sulla storia forestale del gruppo del Monte Catria evidenzia come dall'alto medioevo ad oggi, dai Signori della montagna di origine franca e longobarda alle Comunanze e Università Agrarie, fra enfiteusi collettiva e proprietà diretta, la pressione antropica sia stata esercitata senza soluzione di continuità (SALBITANO, 1989). Non è errato considerare, però, che le vicende storiche che maggiormente hanno determinato la trasformazione del paesaggio forestale appenninico, siano state quelle degli ultimi 500 anni, caratterizzate da frequenti variazioni dell'assetto delle proprietà territoriali.
Di tale trasformazione si possono distinguere due aspetti primari: uno relativo a quantità e distribuzione della superficie forestale ed uno relativo alla qualità delle cenosi boscate.
Il disboscamento in montagna, diversamente dalla collina, è legato alla reperibilità di terreni per il pascolo, attività prevalente in termini di reddito, per queste zone. L'utilizzo estensivo, con taglio e abbruciamento, anche dei boschi sommitali, avvenuto presumibilmente nell'alto medioevo, è spiegabile con la necessità di reperire terreni idonei al pascolo, che nelle zone a minore altitudine era reso difficoltoso dalla presenza di coltivi e dalle condizioni climatiche troppo xeriche che non consentivano adeguate rese di foraggio. Il clima estivo più umido e fresco delle cime appenniniche costituiva invece una garanzia per le necessità alimentari del bestiame.
La superficie forestale si abbassò progressivamente nel corso dei secoli; nell'800 tutti gli "antichi municipi" dell'Italia centrale furono ridisegnati causandone un ulteriore riduzione (ANSELMI, 1989). All'inizio del `900 la copertura forestale raggiunse i minimi storici e la conseguente disastrosa situazione idrogeologica, diffusa in gran parte del territorio nazionale indurrà Serpieri, economista e politico agrario, a predisporre una delle leggi più significative mai promulgate nel settore agro-forestale, (R.D.L. 3267/1923 Riordinamento e riforma della legislazione in materia di boschi e terreni montani) nota per avere istituito il vincolo idrogeologico ed ancora largamente applicata, a dimostrazione della sua elevata valenza ambientale.
La presenza di forme di proprietà collettiva, in alcuni territori, come per esempio quella citata del Monte Catria, ha consentito la conservazione di ampi comprensori boscati. In tempi più recenti un analogo effetto lo ha avuto l'istituzione del vincolo militare (1956) in una delle più belle ed importanti cerrete dell'Italia centrale sottraendola ad interventi di frammentazione e distruzione. Questa si estende per circa 2400 ettari (prevalentemente in territorio pesarese) ora inseriti nel costituendo parco naturale del Sasso Simone e Sasso Simoncello, compreso fra le province di Pesaro e Urbino ed Arezzo nei Comuni di Carpegna, Pian di Meleto, Pennabilli e Sestino.
La fortissima antropizzazione delle foreste, avvenuta senza soluzione di continuità negli ultimi sette secoli, ha inevitabilmente generato un notevole degrado nella struttura e nella funzionalità dei suoli e dei soprassuoli forestali.
In montagna ancor più che in collina, la foresta costituiva la risorsa economica principale, in un ambito territoriale che non offriva fonti alternative di reddito. Per secoli l'uomo vi ha attinto materie prime per la sua sussistenza e per le sue attività lavorative (legname, prodotti del bosco non legnosi, pascolo, selvaggina). Molto diffuso era l'utilizzo dei ranchi boschivi, cioè piccole superfici boscate, assegnate per usi civici ai singoli cittadini e destinate, nell'ambito del ciclo stabilito (generalmente 9 anni) alla fornitura di vari assortimenti legnosi (fascine, paleria, legna da ardere) ed al pascolo, differenziato (bovini, suini, ovini) secondo i ritmi di accrescimento del bosco.
Le fustaie vennero progressivamente trasformate in cedui, caratterizzati da particolari forme di trattamento finalizzate agli usi specifici (scapezzatura, ceduazione alta, mozziconatura, frasca). Il loro assetto originario, anche a causa del pesante pascolamento esercitato, venne modificato profondamente. Ne fornisce un esempio il Cardinale di Urbino, abate commendatario del monastero dei Monaci di Fonte Avellana, che nel 1570, quando i loro beni vennero ceduti al Collegio Germanico Ungarico di Roma, manifestò la sua disapprovazione per come "quei monaci degenerati, con improvvidi affitti, avessero contribuito alla devastazione dei boschi del Catria, sua passione e suo vanto" (SALBITANO, l.c.).
Il bosco appenninico paga ancora oggi i danni subiti in passato, ma non sarebbe corretto attribuire solo alla storia ed alle necessità dei nostri avi il degrado che caratterizza gran parte dei soprassuoli forestali del territorio provinciale. Responsabilità vanno ricercate anche nell'assenza di specifiche strategie programmatiche, a livello politico e tecnico.
Nelle Marche, il problema della gestione forestale non è mai stato affrontato in modo globale e conforme alle trasformazioni socioeconomiche della comunità, all'evoluzione giuridica in materia forestale e delle tecniche selvicolturali. Ciò non ha consentito che il patrimonio forestale regionale acquisisse quella valenza, ecologica ed economica, che potrebbe meritarsi, con vantaggi per l'intera comunità. Tale condizione, come in un meccanismo di retroazione, è alimentata da un sistema culturale e di tradizioni che da sempre ha considerato il bosco poco più che una coltura agraria, portatrice di redditi e benefici immediati o a brevissimo termine. L'incapacità di assegnare al sistema forestale un più ampio orizzonte, ha pertanto impedito anche la costituzione di strutture e organismi specifici per l'implementazione di un'efficace politica gestionale e di sviluppo di questa fondamentale risorsa.
3 LA VEGETAZIONE E LA SUA RAPPRESENTAZIONE COME INDICATORE AMBIENTALE
La copertura vegetale di un territorio può essere descritta secondo diverse modalità in funzione della fisionomia, della composizione floristica e della funzionalità ecologica.
Il termine paesaggio vegetale si riferisce alla fisionomia, all'aspetto esteriore della copertura, differenziabile in formazioni boscate, arbustive ed erbacee. La vegetazione è un sistema biologico costituito dall'insieme di individui biotici autotrofi interagenti con il biospazio (epigeo ed ipogeo) che essi occupano. E' un sistema dinamico e resiliente, capace quindi di adattamenti strutturali e funzionali in relazione alle diverse condizioni ambientali. Nella descrizione vegetazionale di un'area le diverse formazioni sono distinte secondo i loro caratteri ecologici, come ad esempio, boschi di latifoglie decidue, di latifoglie persistenti, di aghifoglie; prati umidi, prati aridi, ecc..
La flora è invece l'insieme delle entità vegetali (specie, sottospecie, ecc.) che vivono in un'area geograficamente ed ecologicamente ben definita. Si può parlare quindi di flora d'Italia, flora delle Marche, flora del Monte Catria, ecc., cioè dell'insieme di specie vegetali presenti nell'area in esame.
Flora, vegetazione e conseguentemente il paesaggio vegetale sono sistemi che mutano nel tempo e nello spazio, in relazione al divenire dei fattori ambientali, sia naturali sia antropogeni. L'azione irrispettosa dell'uomo può, in qualsiasi momento, interrompere processi evolutivi molto complessi, distruggendo il risultato anche di millennarie trasformazioni e adattamenti delle piante all'ambiente naturale.
Il dinamismo vegetazionale si esplica:
* in termini quantitativi, intendendo la capacità degli organismi vegetali di conquistare gli ambienti più diversi;
* in termini qualitativi, intendendo la loro capacità di modificare, negli spazi occupati, la propria struttura e funzionalità, e di evolversi verso forme sempre più in sintonia con l'ambiente.
La vegetazione può inoltre essere considerata nel suo assetto attuale od in quello potenziale:
* vegetazione attuale, è l'insieme delle formazioni realmente esistenti in un determinato territorio, come risultato di un'antropizzazione più o meno intensa. Ha un valore informativo e storico in quanto fornisce l'immagine di un preciso momento.
* vegetazione potenziale, è una copertura vegetale che si costituirebbe nel medesimo territorio, in condizioni di assoluta naturalità, senza interventi antropici né rilevanti modificazioni di tipo climatico.
La differenza fra attuale e potenziale, può consentire la stima del livello di degrado raggiunto dalla vegetazione di un territorio. Il riferimento alla vegetazione potenziale è quindi utile per programmare, dove possibile, gli interventi necessari per ripristinare condizioni di naturalità e per ottimizzare la funzionalità degli ecosistemi vegetali.
Le formazioni vegetali hanno una efficienza ecologica variabile nel tempo, secondo la loro tipologia e le condizioni vegetative. Le normali dinamiche ecologico-funzionali che caratterizzano le formazioni vegetali spesso determinano condizioni favorevoli all'uomo ed alle sue attività. In estrema sintesi si possono ricordare:
* produzione di ossigeno e di biomassa
immobilizazione di anidride carbonica
* mitigazioni microclimatiche
* interazioni con organismi viventi (creazione di nicchie ecologiche)
* difesa idrogeologica.
produzione di beni economici
* produzione di servizi diversi (ricreativi, estetici, socio-culturali)
La diversità tipologica della copertura vegetazionale assume quindi un elevato significato informativo nel processo conoscitivo di una qualsiasi realtà territoriale, e si propone quale efficace strumento di valutazione della sensitività ambientale ed indicatore di eventuali perturbazioni determinate dal pregresso uso del suolo.
Sorge quindi il problema della scelta di un criterio di rappresentazione che deve essere adeguato alle caratteristiche territoriali ed agli obiettivi dell'indagine in corso.
3.1 LA RAPPRESENTAZIONE CARTOGRAFICA DELLA VEGETAZIONE
La rappresentazione sintetica più efficace di uno studio della copertura vegetale di un territorio è una carta della vegetazione.
In termini generali, la validità di un sistema descrittivo dipende soprattutto dai parametri che vengono impiegati, per cui quanto più questi interessano fattori intrinseci ai popolamenti vegetali (sociabilità, abbondanza, frequenza delle diverse specie), tanto migliore risulterà l'informazione ecologica che possono fornire (FERRARI, 1989). Tale sistema fa riferimento alle discipline geobotaniche e si fonda sull'uso di metodi fitosociologici (es. Braun Blanquet) che prevedono appunto l'effettuazione di rilievi in cui, a partire dalla definizione delle specie e dalla determinazione dei parametri sopra citati, attraverso procedimenti di classificazione, anche computerizzabili, si giunge alla formazione di unità vegetazionali corrispondenti a fitocenosi simili per composizione floristica e per caratteri. Si procede poi ad operazioni di ordinamento, cioè alla localizzazione dei tipi vegetazionali nell'ambito di un sistema gerarchico (associazioni, alleanze, ordini, classi).
A partire dalla metodologia fitosociologica, con l'intento di consentirne l'applicazione alle procedure pianificatorie, alcuni autori hanno proposto l'uso della "Sinfitosociologia" o fitosociologia del paesaggio (GEHU, 1980).
Tale metodo introduce alcuni criteri innovativi che sono:
* il riferimento ad un contesto territoriale che si riduce ad unità spaziali omogenee, per la stessa potenzialità vegetazionale, oppure per caratteri geomorfologici o paesaggistici;
* la definizione di nuove unità vegetazionali non più riferibili all'associazione, bensì ad un complesso di associazioni (geo-syntaxa).
Tale applicazione risulta interessante perché consente di utilizzare le metodologie fitosociologiche (solitamente impiegate in studi territoriali fino a scala 1:10.000) anche in analisi paesaggistiche a scala inferiore (1:50.000 ed 1:100.000).
Un altro sistema di rappresentazione può essere di tipo fisionomico-strutturale ed utilizzare fattori relativi alla morfologia, struttura spaziale e/o dominanza specifica delle fitocenosi (REGIONE EMILIA ROMAGNA, C.N.R., 1981). In questo caso, una volta individuate le comunità vegetali, si tratta di inserirle in categorie vegetazionali molto ampie (praterie, arbusteti, boschi radi, boschi densi, ecc.) e, con rilievi sommari, definirne le componenti floristiche principali (es. querceti di roverella, arbusteti a ginestra e biancospino, praterie a falasco, ecc.).
In considerazione di quanto sopra ricordato due possono considerarsi i tipi principali di carta vegetazionale che vengono solitamente prodotti e che riflettono le metodologie precedentemente segnalate:
carte fitosociologiche, in un range di scala fra 1:50.000 e 1:1.000.
carte fisionomico-strutturali, realizzate solitamente a scala fra 1:200.000 e 1:10.000;
Vi sono poi carte della vegetazione di dettaglio che possono contenere informazioni derivanti dai rilievi fitosociologici e/o da censimenti specifici con mappatura dei singoli individui arborei (scala 1:4.000 - 1:400). Queste sono utilizzate ad esempio nell'analisi di settore per la valutazione di impatto ambientale, progetti di recupero o di valorizzazione ambientale, ecc.
Tali carte in generale costituiscono la rappresentazione estensiva od intensiva della vegetazione, dalle quali per induzione o per mezzo di rilievi supplementari è possibile ottenere anche carte derivate che illustrano caratteri funzionali delle formazioni esistenti.
Fra queste si ricordano:
carte dell'antropizzazione o della naturalità, cioè una stima dell'influsso antropico sull'assetto globale della vegetazione;
carte della potenzialità, a lungo termine e a breve termine, che possono illustrare il possibile dinamismo della vegetazione in assenza di gravi fattori di perturbazione;
carte della produttività, ottenibili con opportuni campionamenti sulla consistenza delle cenosi di interesse economico (boschi, pascoli, prato-pascoli, prati falciati);
carte degli habitat faunistici, un sorta di carta della distribuzione potenziale delle comunità animali presenti in un determinato territorio.
carte della vegetazione storica, ovvero ricostruzioni di assetti pregressi sulla base di materiale bibliografico, cartografico ed iconografico.
Le trasformazioni dei dati di base prevedono ovviamente una buona conoscenza dei sistemi vegetazionali e dei significati ecologici delle singole specie od associazioni. Vi sono infatti parametri di natura biologica, relativi sia alle unità di vegetazione sia all'intera fitocenosi, che devono essere considerati per giungere alla codificazione di un range qualitativo all'interno del quale inserire le varie categorie vegetazionali.
In considerazione della scala richiesta per gli elaborati di settore dei PRG (almeno 1:10.000) le carte fitosociologiche, qualitativamente più fini delle altre, costituirebbero sicuramente un'importante strumento di analisi territoriale, ma forse anche un lusso che molte amministrazioni non potrebbero permettersi. E' noto che i costi ed i tempi di realizzazione possano renderne la stesura poco proponibile, anche in considerazione della ridotta disponibilità finanziaria destinata ad analisi botanico-vegetazionali. E' quindi impensabile che i 67 comuni della Provincia di Pesaro, o addirittura gli oltre 200 delle Marche si dotino, in tempi brevi, di questa documentazione.
In questo lavoro viene proposto l'uso di carte fisionomico-strutturali della vegetazione che meglio si adattano alle esigenze dei PRG e la cui realizzazione si basa comunque, in modo sostanziale, anche su indagini di campo. Tale sistema di rappresentazione, benché produca informazioni meno dettagliate in termini strettamente botanici, è da considerare più pratico nel contesto urbanistico-territoriale soprattutto se si considera che gli interventi più significativi avvengono a carico degli elementi diffusi del paesaggio agrario dove più problematica appare la definizione delle associazioni floristiche.
Tale scelta costituisce comunque la soglia minima ammissibile, non precludendo pertanto l'impiego di metodologie fitosociologiche.
Secondo le disposizioni della L.R. n.34/1992 fra gli elaborati del PRG è prevista (art. 16, punto 2c):
"...una cartografia tecnica almeno in scala 1: 10.000 indicante le attitudini delle unità del terreno in relazione al patrimonio botanico-vegetazionale, all'assetto geologico, geomorfologico ed idrogeologico, nonché ai processi geodinamici in atto, distinta in: carta botanico-vegetazionale; carta geologica; carta geomorfologica, carta idrogeologica".
Nella DGR 1287/97 vengono invece proposti come elaborati; una carta della copertura vegetale (caratterizzata dalle individuazione delle categorie costitutive del patrimonio botanico-vegetazionale) ed una carta degli elementi diffusi del paesaggio agrario, ambedue in scala non inferiore a 1:10.000.
4 LE RISORSE BOTANICO-VEGETAZIONALI NEL P.P.A.R. MARCHE
Il PPAR considera il patrimonio botanico-vegetazionale regionale elemento costitutivo fondamentale del paesaggio delle Marche, non solo in termini strutturali ma anche e soprattutto in termini ecologico-ambientali.
Questo è solo uno dei caratteri innovativi della L. 431/1985 (Legge "Galasso") rispetto alla legge sulle Bellezze Naturali 1497/1939, e che induce alla tutela, alla valorizzazione e ad un uso ecocompatibile del patrimonio ambientale.
Il PPAR considera la risorsa botanico-vegetazionale composta da sistemi estensivi, spesso di origine naturale, ma fortemente degradati e da elementi diffusi tipici del paesaggio agrario, prevalentemente antropogeni. Esso individua le seguenti componenti del paesaggio vegetale della regione:
specie floristiche
associazioni vegetali
foreste e aree pascolive
alberi monumentali
ambienti di interesse biologico-naturalistico
* elementi e zone del paesaggio agrario.
Il PPAR, nelle tavole 4 e 5, localizza le aree di maggiore rilevanza vegetazionale, per le quali vengono anche forniti, nelle N.T.A., orientamenti e disposizioni per la tutela. Queste sono tavole interattive che contengono informazioni di sintesi ed esprimono una valenza dei sistemi vegetazionali regionali, ma il percorso logico che ha condotto alla loro realizzazione non è del tutto lineare.
Va infatti considerata dapprima la Tav.5, (Valutazione qualitativa del sottosistema botanico-vegetazionale) dalla quale si passa alla Tav.4 (Sottosistemi tematici ed elementi costitutivi del sottosistema botanico-vegetazionale).
Nella Tav.5, derivata dalla Carta Integrata della Vegetazione delle Marche (Regione Marche, non pubblicata), sono definite le aree, suddivise su base tipologica e dimensionale, che ospitano ancora una vegetazione naturale. Sono stati individuati due livelli qualitativi, in funzione dei seguenti parametri:
biodiversità
estensione e stato di conservazione
rappresentatività a livello regionale e nazionale
valenza e funzionalità, non solo ecologica
rarità
normative esistenti.
Il primo livello annovera:
- aree di altissimo valore vegetazionale, che comprendono:
* complessi oroidrografici con boschi e pascoli interclusi (19 aree, di cui 6 nella provincia di PS, delimitate in base al limite inferiore del bosco);
* complessi costieri [2 aree (1 nella provincia)];
* aree di interesse floristico e vegetazionale di piccole dimensioni [29 aree (9) che possono coincidere con alcune delle aree floristiche protette con la 52/74 e/o ricadere in ambiti già individuati nei tipi precedenti];
* ambienti umidi [8 aree (1) con presenza temporanea o permanente di acqua];
* ambienti delle gole calcaree [11 aree (3)].
Al secondo livello appartengono invece:
- aree di alto valore vegetazionale, che comprendono:
* boschi e pascoli esclusi dalle categorie precedenti per ridotta estensione o rappresentatività (lembi boscati della zona collinare ed alto-collinare);
* vegetazione ripariale dei corsi d'acqua.
Nella Tav. 4 sono riportate le aree territoriali qualitativamente differenziate in funzione della presenza di:
specie vegetali endemiche, rare od in via di estinzione
associazioni vegetali relitte o ridotte
ambienti con ecosistemi integri e serie vegetazionali complete
ambienti poco comuni o rari (torbiere, paludi, gole calcaree, piani carsici, ecc.).
Tali aree costituiscono le aree di interesse botanico-vegetazionale, suddivise in tre categorie:
- Aree BA, di eccezionale interesse, che posseggono tutti o gran parte dei caratteri sopra elencati; sono le emergenze botanico-vegetazionali propriamente dette (86 nella regione e 28 nella provincia9 ) riportate nella tavola 4, nell'Elenco Beni naturali del Piano e in una specifica pubblicazione (REGIONE MARCHE, 1992);
- Aree BB, di grande interesse, caratterizzate almeno da uno dei caratteri suddetti, coincidono con le aree di altissimo valore vegetazionale nella tav.5 e sono oggetto di una specifica pubblicazione (REGIONE MARCHE, 1996). Sono caratterizzate dalla presenza di associazioni vegetali di grande interesse, interessano ambiti territoriali piuttosto vasti e quindi sono maggiormente condizionati da fenomeni di antropizzazione. Sono 27 aree nella Regione e 7 nella provincia di Pesaro e Urbino10 
- Aree BC, di notevole interesse: comprendono boschi in genere e vegetazione ripariale e coincidono con le aree ad alto valore vegetazionale della tav.5. Si tratta prevalentemente di aree boscate, non molto estese, a distribuzione frammentata e ad elevata antropizzazione (si trovano quasi esclusivamente nel piano collinare), ma con associazioni vegetali di interesse botanico (REGIONE MARCHE, 1996). Nella provincia di Pesaro e Urbino sono concentrate nell'Alta Valle del Marecchia a nord di Pennabilli; area fra Urbino e Sassocorvaro, area fra Macerata Feltria e Monte Cerignone; il gruppo delle Cesane, l'Alta Valle del Metauro, il gruppo del Monte Acuto, l'area fra Pergola e Acqualagna.
Le due pubblicazioni sulle emergenze botanico-vegetazionali regionali, con allegate cartografie, (REGIONE MARCHE, 1992 e 1996) vanno a precisare e ad integrare le informazioni delle Tavv. 4 e 5 del PPAR. Ciò soddisfa quanto riportato dagli art. 14 e 64 (punto h) delle NTA, che prevedevano una riperimetrazione delle emergenze botanico-vegetazionali, sulla base di ricerche più approfondite e una restituzione cartografica di maggiore dettaglio (Carta Topografica Derivata 1:10.000). Tali integrazioni "...non costituiscono variante formale al PPAR e quindi non modificano in alcun modo la vigente normativa di tutela, né gli ambiti territoriali della sua applicazione".
Per ogni area BA viene riportata una scheda con le seguenti informazioni: denominazione, comune, provincia, superficie, sezioni dell'ortofotocarta, tavoletta IGM, aree floristiche incluse, tipologia ambientale, flora e vegetazione, uso del territorio, bibliografia specifica.
Per le aree BB la descrizione è più sintetica e comprende: numero dell'area, denominazione, riferimento alla CTD, comune/provincia di appartenenza, caratteristiche geografiche, vegetazione, utilizzazione del territorio, riferimenti bibliografici.
4.1 Le categorie costitutive del paesaggio vegetale
Di seguito viene descritta sia la tipologia vegetazionale secondo il PPAR (categorie riportate negli artt. 33-37 N.T.A.) con alcune precisazioni relative allo scenario territoriale provinciale.
- Aree floristiche (Art. 33 N.T.A., elenco allegato A)
Sono aree caratterizzate dalla presenza di specie della flora regionale meritevoli di particolare tutela; esse comprendono:
* le aree individuate dapprima dalla L.R n. 52/74 (che chiameremo Aree floristiche propriamente dette11 ) e delimitate su tavolette IGMI in scala 1:25.000 con D.G.R.M. n.18317 del 4.7.1979, successivamente modificato con D.G.R.M. n. 4186 del 7.12.81; la perimetrazione e la descrizione di tali aree sono riportate su apposite schede (REGIONE MARCHE, 1981). Con decreto del P.G.R. n.73 del 24.3.1997 il Servizio Tutela e Risanamento Ambientale ha proceduto alla riperimetrazione di tali aree, con accorpamento di alcune di esse (da 154 a 103), restituita su Carta Topografica Derivata (scala 1:10.000). Per le aree della Provincia di Pesaro e Urbino è stata eseguita una semplice trasposizione di scala senza effettiva verifica perimetrale sul campo12 .
* altre aree, non delimitate secondo la L.R n.52/74, ma indicate nella Tav. 4 del Piano (Sottosistemi tematici ed elementi costitutivi del sottosistema botanico-vegetazionale) e nell'elenco allegato A come aree BA (Emergenze botanico-vegetazionali di eccezionale interesse, EBV). La loro perimetrazione e restituzione, in scala 1:10.000, è stata predisposta e pubblicata a cura della Regione Marche (REGIONE MARCHE, 1992).
In sostanza la Tav.4, limitatamente alla provincia di Pesaro e Urbino, individua 28 aree floristiche alcune delle quali coincidono con quelle propriamente dette, altre sono invece ambiti più vasti che ne possono comprendere anche più di una. Per esempio l'area floristica n.26 individuata dal P.P.A.R si estende per una vasta superficie relativa al complesso orografico del Monte Catria e Monte Acuto, in cui sono contenute 11 aree floristiche propriamente dette (L.R.52/74).
Per evitare confusione è opportuno precisare che il PPAR ha fatto proprie tutte le aree floristiche delimitate con i suddetti DD.PP.GG.RR., anche se non c'è sempre coincidenza fra il perimetro di queste con quello delle EBV.
- Foreste demaniali regionali e Boschi (Art. 34 N.T.A., tavv. 5 e 14 ed elenco allegato A del PPAR)
In questa categoria il PPAR inserisce le aree boscate così come delimitate dai vincoli idrogeologici (R.D. 3267/1923, nota come Legge Serpieri o Legge forestale) con chiaro riferimento ad estesi comprensori forestali dei principali complessi orografici: Gruppo Monte Catria e Monte Acuto, Serre del Burano, Gruppo Monte Nerone e Monte Petrano, Gruppo Monte Paganuccio, Alpe della Luna, Gruppo Monte Carpegna e Monti Simone e Simoncello.
La suddetta affermazione contenuta nel PPAR non è precisa in quanto la legge 3267 " (...) sottopone a vincolo per scopi idrogeologici i terreni di qualsiasi natura e destinazione (...)". In provincia di Pesaro e Urbino infatti su 222.714 ha coperti dal vincolo idrogeologico solo 57.574 risultano boscati (FERMANELLI, 1989, dati relativi al 1985), mentre vi sono superfici boscate non sottoposte a tale vincolo.
Non viene invece fornita alcuna definizione di bosco che ci sembra condizione preliminare su cui fondare una tipologia vegetazionale e conseguentemente la formulazione di indirizzi di tutela. A questo proposito si rimanda al successivo capitolo 4.2, nel quale sono riportate alcune considerazioni generate dall'uso differenziato che di tale termine si fa nel testo del P.P.A.R. e che può dare adito a dubbi e incertezze interpretative.
Nella tav. 5 (Valutazione qualitativa del sottosistema botanico-vegetazionale) le foreste demaniali e i boschi sono inseriti fra le aree di altissimo valore vegetazionale, cui si aggiungono alcuni relitti forestali di notevole interesse floristico e vegetazionale (e che in alcuni casi coincidono con le aree floristiche protette propriamente dette): Selve di San Nicola, Selva di Montevecchio, Selva Severini, Montebello di Urbino, Fontanelle, Boschi della Selva Grossa e Bosco del Beato Sante. Nella stessa tavola sono comprese, fra le zone di alto valore vegetazionale, superfici boscate (ed altre aree con vegetazione naturale) che per estensione e/o caratteri botanici non sono stati inseriti nelle categorie precedenti.
Nella tav. 14, in scala 1:25.000, sono riportate le perimetrazioni relative alle proprietà demaniali (aree forestali e praterie), che nella provincia di Pesaro e Urbino sono: Carpegna, Le Cesane, Furlo, Monte Montiego, Monte Vicino sul Candigliano, Bocca Seriola, Monte Petrano, Monte Catria per un totale di circa 8.700 ettari, di cui circa 7.500 ha (85% circa) è costituito da superfici boscate (naturali, rimboschimenti, incolti produttivi, tartufaie)(REGIONE MARCHE,1991).
- Pascoli (art.35 N.T.A., Tav.5)
Con tale termine il P.P.A.R., senza alcuna differenziazione tipologica, raggruppa pascoli primari e secondari (d'alta quota, cioè sopra i 1800 m s.l.m., non presenti nel territorio provinciale, pascoli montani, prato-pascoli, prati umidi, palustri e torbosi13 ). Alcune di queste formazioni rientrano, unitamente ai boschi, in due categorie della tav. 5, ma senza una specifica distinzione cartografica fra i due tipi. Oltre 1100 ha di prato-pascoli sono compresi nei tenimenti demaniali sopracitati di cui costituiscono circa il 13%.
- Zone umide (Art.36 N.T.A. Tav. 5 ed elenco allegato A del PPAR)
Secondo il P.P.A.R. sono siti caratterizzati dalla presenza temporanea o permanente d'acqua (laghi salmastri costieri, sorgenti, laghetti carsici temporanei, paludi e prati umidi, torbiere, laghetti alto-appenninici) e da una flora molto specializzata e rara. Tali ecosistemi sono spesso in condizioni di elevato degrado e rischiano la completa scomparsa. La loro individuazione è riportata nella tav. 5, da cui risulta che nella provincia di Pesaro e Urbino solo l'Oasi faunistica della Badia (comune di Montecalvo in Foglia) rientra in tale categoria.
- Elementi diffusi del paesaggio agrario
Tale categoria, secondo l'Art. 37 delle N.T.A. comprende:
Querce isolate, querce a gruppi sparsi e le altre specie protette dalla legislazione regionale (art. 1 L.R. n.8/87), alberature stradali, alberature poderali, siepi stradali e poderali, vegetazione ripariale, macchie e boschi residui
Nella prima versione della relazione illustrativa del Piano (Regione Marche, 1989, pg. 41) l'elenco risultava più ampio con alberi secolari di qualunque specie, parchi e giardini annessi a ville, chiese, castelli e abbazie, anche con presenza di specie esotiche, forme colturali antiche ed in via di scomparsa.
4.2 La definizione di bosco
La definizione di bosco e la determinazione della relativa nozione sono aspetti non regolati dalla normativa statale bensì da quella regionale. L'impiego dei termini bosco o foresta, inoltre, appare intercambiabile in campo legislativo ma non in quello scientifico, dove solitamente la seconda ha estensione maggiore del primo. Appare evidente la necessità di fare chiarezza nel testo del PPARM, poichè si fa riferimento a ben quattro diversi tipi di bosco, non specificamente definiti ed in parte etimologicamente sovrapponibili:
- foreste demaniali regionali
- boschi sensu R.D 3267/1923
- boschi sensu L.R. 7/85
- macchie e boschi residui
In primo luogo deve essere considerata l'evoluzione "culturale" del significato di bosco come risorsa, che da bene quasi privato, con prevalente funzione produttiva, nel corso del XX secolo, ha assunto dapprima una valenza pubblica a prevalente funzione idrogeologica, per poi differenziarsi anche come risorsa polifunzionale con forte carattere ambientale (naturalistico, ricreativo, scientifico, ecc.). Questa evoluzione tecnico-culturale non ha trovato una efficace risposta in campo normativo, caratterizzato da una pericolosa sovrapposizione di disposizioni vecchie e nuove, locali e nazionali, che non consente una razionale e moderna gestione (tutela e produzione) delle risorse forestali del paese. Da qui la necessità di una legge-quadro che ricomponga omogeneamente la materia (NOVARESE, 1992) con l'obiettivo di garantire tutela dell'ambiente e necessità di sviluppo economico-sociale.
Nel frattempo la conflittualità protrattasi fra produttivisti e naturalisti, che seppur con obiettivi e modalità differenti dovrebbero ambedue perseguire la sostenibilità del bosco, ha favorito l'azione distruttiva di speculatori nei settori dell'edilizia e del turismo, ai danni di alcune fra le migliori risorse forestali italiane.
La L.431/1985 all'art.1 comma g) considera come sottoposti a vincolo paesaggistico "i territori coperti da foreste e boschi, ancorchè percorsi o danneggiati dal fuoco, e quelli sottoposti al vincolo di rimboschimento". Nella suddetta legge mancano riferimenti al significato di bosco ed infatti le definizioni riportate hanno determinato notevoli difficoltà interpretative, non ancora univocamente chiarite.
Con il richiamo al vincolo idrogeologico il PPAR Marche evidenzia la preponderante localizzazione dei boschi nelle aree montane ed alto-collinari, dove sono situati in larghissima misura i terreni sottoposti al vincolo suddetto. Molto modesta è infatti la percentuale di superifici boscate vincolate in pianura, dove scarsissime sono le possibilità di alterazione dell'assetto idrogeologico, che costituisce il presupposto fondamentale per l'applicazione della legge. In questi terreni la trasformazione del bosco in altro tipo di coltura e quella dei terreni saldi in terreni soggetti a periodica lavorazione sono subordinate.
E' intuibile che con il termine bosco, gli estensori del P.P.A.R. abbiano voluto indicare in primis, aree di notevole estensione caratterizzate da una copertura vegetale di tipo forestale ben definita (ceduo o alto fusto) od eventualmente superfici di ridotte dimensioni, ma sempre con un soprassuolo ben caratterizzato in senso forestale e botanico (ad esempio con struttura definita e/o composizione specifica di un certo interesse). Con il termine bosco residuo e macchia vengono invece identificate quelle formazioni di piccole dimensioni e di scarsa valenza strutturale e floristica.
Si tratta pertanto di una interpretazione fondata su caratteri qualitativi soggettivi che può considerarsi distonica con la definizione ufficiale di bosco, adottata nella legislazione regionale, che fa riferimento a caratteristiche di ordine biologico e dimensionale. Infatti la L.R. n.7/1985 modificata dalla L.R. n.8/1987 "Disposizioni per la salvaguardia della flora marchigiana" all'art.5 riporta che: "Per bosco si intende una superficie di terreno non inferiore a mq. 5000 in cui sono presenti piante forestali legnose arboree o arbustive, determinanti a maturità un'area di insidenza (proiezione sul terreno delle chiome delle piante) di almeno il 50% della superficie".
Tale definizione riprende quasi integralmente quella fornita dall' ISTAT, che a seguito degli aggettivi "arboree o arbustive" specifica "a qualsiasi stadio di sviluppo". Secondo l' I.F.N. (Inventario Forestale Nazionale) la soglia dimensionale viene abbassata a 2000 mq. mantenendo invariate le altre condizioni. Altre leggi forestali regionali (es. L.R. Veneto 12/1978, e L.R. Liguria 22/1984) omettono il limite dimensionale; l'Ordinanza antincendi Regione Sardegna, 27.3.1986), considerata una delle più avanzate interpretazioni del concetto in esame, e che nel contenzioso ha costituito giurisprudenza di merito prevalente, propone una dettagliata definizione di bosco (MAGLIA, SANTOLOCI, 1993). Sono da considerarsi boschi, qualsiasi estensione pubblica o privata, caratterizzata da terreni sui quali esista o comunque venga a costituirsi, per via naturale o artificiale, un popolamento di specie legnose arboree o arbustive, a qualsiasi stato di sviluppo si trovino, dalle quali si possano trarre, come principale utilità, prodotti comunemente ritenuti forestali, anche se non legnosi, nonché benefici di natura ambientale riferibili particolarmente alla protezione del suolo ed al miglioramento della qualità della vita. Sono altresì da considerarsi boschi appezzamenti di terreno pertinenti ad un complesso boscato che, per cause naturali o artificiali, siano rimasti temporaneamente privi di copertura forestale e nei quali il soprassuolo sia in attesa o in corso di rinnovazione o di ricostituzione. (....) sono assimilabili ai boschi alcuni ecosistemi arborei artificiali quali: i castagneti da frutto, le pinete di pino domestico, le sugherete anche se associate ad altre colture, e, in genere, le piantagioni di specie arboree a rapido accrescimento, gli arboreti, le vegetazioni dunali litoranee e le pertinenze idrauliche golenali d'acqua".
Nella fase di inquadramento fisionomico-strutturale delle cenosi vegetazionali, si è fatto riferimento alla definizione di bosco data dalla L.R n.7/85, differenziando poi, in fase di valutazione, la tipologia vincolistica in relazione alla specifica valenza delle formazioni individuate.
4.3 Finalità generali dell'analisi delle risorse botanico-vegetazionali
Gli obiettivi perseguiti sono quelli citati dall'art. 13, sinetizzabili in a) protezione e conservazione della diversità biologica esistente sul territorio regionale; b) mantenimento dell'attuale assetto vegetazionale in ambito collinare-montano, già peraltro degradato; c) conservazione degli elementi del paesaggio storico-culturale; ripristino e valorizzazione del patrimonio vegetazionale per un migliore equilibrio ecologico e idrogeologico dei sistemi territoriali.
Sulla base della preliminare zonizzazione delle aree di maggiore interesse botanico vegetazionale il Piano assegna i due tipi tutela (integrale ed orientata), con relative prescrizioni, permanenti e provvisorie che gli strumenti urbanistici generali dovranno poi verificare ed integrare sulla base delle specifiche analisi e valutazioni; ma di tutto ciò si parlerà in dettaglio nei successivi capitoli.
Non è superfluo sottolineare la necessità di affidare le analisi del settore botanico-vegetazionale a specifiche figure professionali che possano garantire elevata competenza in materia. Il compito del coordinatore botanico-vegetazionale infatti non si esaurisce nell'analisi della tipologia vegetazionale e relativo allestimento di cartografia tematica, bensì si caratterizza soprattutto nell'interpretazione delle diverse situazioni ambientali, nella valutazione delle attitudini funzionali delle differenti formazioni e nella capacità di far relazionare attività produttive con risorse naturali.
Infine l'ottimizzazione dei risultati è conseguibile solo se l'opera dei tecnici di settore viene adeguatamente integrata con quelle dei professionisti preposti alle indagini in altri sottosistemi tematici del Piano.
5 PROPOSTA METODOLOGICA PER LA REDAZIONE DI INDAGINI BOTANICO-VEGETA-ZIONALI NEGLI ADEGUAMENTI DEI PRG AL PPAR MARCHE
La Giunta regionale delle Marche, in adempimento alle disposizioni della Legge 8.8.1985 n.431 e della L.R. 8.6.1987 n.26, nella seduta del 13.7.1987, ha adottato il Piano Paesistico Ambientale Regionale (PPAR), "strumento di base per imporre, coordinare ed orientare l'assunzione della nuova problematica paesaggistico-ambientale nella gestione e pianificazione territoriale, che introduce il fondamentale criterio della compatibilità tra lo stato del paesaggio e delle risorse ambientali e le dinamiche dello sviluppo".
Successivamente, dopo un lungo iter legislativo durato circa due anni, sono state predisposte le Norme Tecniche di Attuazione (NTA), sistema di riferimento per tecnici ed amministratori nel processo di adeguamento degli strumenti urbanistici alle nuove disposizioni di legge.
Le disposizioni in esse contenute non sono sempre di lineare interpretazione, riducendosi spesso ad indirizzi procedurali generici, che non consentono un approccio operativo efficace ed omogeneo.
Dapprima la L.R.34/92 (Norme in materia urbanistica, paesaggistica e di assetto del territorio) ha contribuito, sulla base del PPAR, a ridisegnare un sistema di pianificazione del territorio, ma certamente non ha consentito di risolvere i problemi specifici relativi alle metodologie operative da adottare nei diversi settori d'indagine.
Poi, dopo 5 anni, la recentissima DGR 1287/9714 , costituisce uno strumento di riferimento, senza valore vincolante, aperto alla sperimentazione applicativa.
Limitatamente al sottosistema geologico-geomorfologico, la Regione Marche aveva provveduto all'emanazione di due specifiche circolari (n.14 e 15 del 22.8.1990) che indicano i criteri e le modalità operative in fase di rilevamento con una specifica simbologia da utilizzare nella restituzione cartografica.
Per il sottosistema botanico-vegetazionale non esistono, invece, altri riferimenti procedurali, se si esclude un documento interpretativo delle NTA, a cura del Servizio Ambiente della Regione Marche e del Coordinamento regionale del Corpo Forestale dello Stato, iniziato e mai terminato nel 1989.
Sono ormai relativamente numerose le indagini botanico-vegetazionali a corredo dei P.R.G. nei comuni del territorio provinciale dal 1993 ad oggi, ma l'Ufficio Uso del Suolo dell'amministrazione provinciale e la Commissione Provinciale per il Territorio hanno evidenziato una notevole diversità procedurale ed una carente struttura analitica e normativa. L'assenza di direttive specifiche e, troppo spesso, un ridotto apprezzamento delle tematiche ambientali, da parte di progettisti ed alcuni amministratori, hanno sicuramente condizionato il contenuto di tali indagini, la cui importanza è invece fondamentale per una efficace gestione delle risorse territoriali.
Pertanto, gli obiettivi primari di questo lavoro erano e rimangono i seguenti:
proporre all'attenzione dei tecnici del settore un percorso metodologico da seguire nella redazione di indagini botanico-vegetazionali, allo scopo di agevolare la loro opera e quella dei tecnici dell'amministrazione provinciale, ente preposto alla supervisione tecnica ed al controllo delle operazioni e degli elaborati relativi all'adeguamento degli strumenti urbanistici generali al PPAR;
fornire uno strumento pratico e sufficientemente preciso per la definizione quali-quantitativa della vegetazione del territorio provinciale;
rendere meno arbitrarie le procedure di valutazione del risorse botanico-vegetazionali indipendentemente dalla variabilità tipologica esistente sul territorio provinciale.
Il presente lavoro, pure senza prefigurare indirizzi vincolanti, costituisce un tentativo di razionalizzare le procedure d'indagine, interpretando, anche criticamente, le direttive delle N.T.A. ed ampliandone talvolta gli orizzonti applicativi.
La sua realizzazione è derivata dall'esperienza maturata durante la redazione di indagini botanico-vegetazionali svolte in alcuni comuni della Provincia di Pesaro e Urbino. Le indicazioni in esso contenute sono applicabili, con eventuali adattamenti, a tutto il territorio provinciale, anche se generate da un campione di quattro comuni (Gabicce Mare, Gradara, Colbordolo e Apecchio), appositamente selezionato dalla Amministrazione provinciale r rappresentativo di un ipotetico gradiente ambiente, della costa all'Appennino, caratterizzato da diversi scenari paesaggistici, ambientali e socioeconomici.
Grazie al PPAR, si sono cretate le condizioni, legisltive e operative, per potere analizzare integralmente, e con buon livello di dettaglio, i caratteri vegetazionali e paesistico-ambientali dei sginoli territori comunali. Per ottimizzare tale favorevole contingenza é stato proposto un metodo che consentisse un potenziamento quali-quantitativo nella raccolta delle informazioni botanico-vegetazionali, rispetto a quanto previsto dalle indicazioni del PPAR, utile alla definizione di una immagine il più possibile realistica e funzionale dell'assetto vegetazionale provinciale.
Nonostante l'impiego sempre più diffuso di immagini telerilevate, anche da satellite ed il continuo miglioramento dei risultati ottenibili con analisi e interpretazioni cartografiche e aerofotogrammetriche, che costituiscono un supporto fondamentale nell'analisi territoriale, la specificità ed il livello di scala richiesti, prevedono il rilevamento diretto in campo. Esso costituisce, talvolta, il solo modo per garantire un'accurata individuazione compositiva delle cenosi, una stima del loro stato di conservazione ed un'efficace valutazione della loro funzionalità.
Nel sistema di indagine botanico-vegetazionale proposto si possono delineare 3 fasi fondamentali caratterizzate da diversi momenti operative (Fig.1):
1) documentazione: acquisizione di tutte le informazioni, indirette (cartografica e bibliografica) e dirette (indagini in campo), necessarie alla definizione dell'assetto attuale della vegetazione nel territorio in esame;
2) catalogazione: predisposizione di un sistema di ordinamento multicriteriale di tutti gli elementi vegetazionali inventariati mediante uno specifico censimento e riportati nella cartografia tematica (Carta della copertura vegetale);
3) valutazione e proposta: insieme di procedure che in base allo stato di fatto, alle conoscenze specifiche acquisite ed all'assetto vincolistico provvisorio stabilito dal Piano, consente di giungere alla definizione cartografica degli ambiti di tutela definitiva del sottosistema (Carta degli ambiti di tutela e valorizzazione botanico-vegetazionale), alla codificazione di tutte le misure necessarie per consentire, secondo i casi, il loro uso sostenibile, la conservazione, il recupero e la valorizzazione (Prescrizioni permanenti da inserire nelle N.T.A.).


I risultati di tale processo operativo sono sintetizzabili in una relazione tecnica e nelle due carte tematiche necessarie alle operazioni di adeguamento al PPAR (scala minima 1:10.000):
1 Carta della copertura vegetale comunale
2 Carta degli ambiti di tutela e di valorizzazione delle risorse botanico-vegetazionali.
La prima riporta i risultati dell'analisi fisionomico-strutturale e costituisce la rappresentazione dei tipi vegetazionali presenti sul territorio in esame. Si intendono escluse tutte le tipologie colturali agrarie, la cui analisi e relativa restituzione dovrebbe essere specificamente concordata con il progettista e l'amministrazione comunale15 . Analogamente possono essere previste altre tipologie cartografiche come la carta attuale del verde urbano (scala 1:500 - 1:2000).
Si dovrà inoltre valutare, in funzione della complessità territoriale, l'opportunità di restituire separatamente la distribuzione dei sistemi estensivi e degli elementi diffusi del paesaggio agrario. Nei comuni costieri e collinari, caratterizzati da assetti vegetazionali spesso semplificati dalla preponderante destinazione agraria, può infatti essere sufficiente un'unica carta, mentre nei comuni alto-collinari e montani, con sistemi vegetazionali maggiormente diversificati, è preferibile la predisposizione di due carte separate per alleggerirne la lettura e l'interpretazione.
La seconda è una carta di sintesi, che dopo le opportune verifiche perimetrali e valutazioni qualitative, individua fra le aree della carta precedente, quelle caratterizzate da una valenza botanica-vegetazionale e quindi da tutelare o valorizzare in termini paesistico ambientali.
Il metodo di analisi proposto ha reso necessaria, a scala comunale, la definizione di un sistema tipologico delle risorse botanico-vegetazionale presenti. Le categorie costitutive del patrimonio botanico-vegetazionale proposte da PPAR (Aree floristiche, Foreste demaniali regionali e boschi, Pascoli, Zone umide ed Elementi diffusi del paesaggio agrario) non possono essere considerate in tutto e per tutto elementi compositivi di una tipologia vegetazionale. Sono inadeguate per una precisa caratterizzazione dell'assetto vegetazionale regionale, mentre appare più idonea la loro configurazione quali contenitori a valenza funzionale, cioè predisposti alla definizione di un livello di tutela. Coesistono infatti unità a carattere fisionomico, come boschi e pascoli, unità a carattere "amministrativo", come le aree floristiche, che tipologicamente possono peraltro contenere le unità precedenti, ed unità a carattere funzionale come gli elementi diffusi del paesaggio agrario.
Adattando tipologie e classificazioni già esistenti in bibliografia (IFN, ISTAT, ecc.) è stato predisposto un sistema tipologico atto a descrivere adeguatamente il mosaico vegetazionale della Provincia di Pesaro e Urbino. Esso è costituito da alcune classi (vedi sotto) definite sulla base di criteri fisionomico-strutturali, dimensionali e compositivi (Fig.2). Tale suddivisione risulta di notevole utilità per l'individuazione di ambiti e prescrizioni di tutela specifici nelle diverse realtà territoriali. Per evitare dubbi o confusioni interpretative la tipologia viene utilizzata in fase di analisi, mentre nella fase di definizione dei sistemi di tutela si recuperano le categorie costitutive previste dal PPAR. I due sistemi non sono quindi antitetici, ma si integrano efficacemente.
Il sistema proposto individua le seguenti classi:
- macrocategorie, in base a generici caratteri dimensionali suddividono il patrimonio vegetazionale in :
sistemi vegetazionali estensivi, che comprendono formazioni arboree arbustive,(di superficie superiore ai 5000 m2, secondo quanto stabilito dalla L.R. n.8/87), erbacee e ambienti acquatici;
elementi diffusi del paesaggio agrario, l'insieme di piccole formazioni residue (se trattasi di ambiti boscati devono essere di superficie inferiore ai 5000 m2), siepi, alberate e alberi isolati, di origine spesso antropica, interposti o complementari a colture e infrastrutture rurali.
categorie, caratterizzano fisionomicamente le formazioni. La macrocategoria dei sistemi vegetazionali estensivi comprende: cenosi arboree naturaliformi, cenosi arboree antropogene, cenosi erbacee/arbustive, cenosi acquatiche; in quella degli elementi diffusi del paesaggio agrario: formazioni areali, formazioni lineari, elementi puntuali (vedi oltre).
tipi, specificano ulteriormente la fisionomia delle categorie botanico-vegetazionali e costituiscono la soglia minima di descrizione tipologica del paesaggio per le indagini in oggetto (vedi oltre).
sottotipi, indicano il carattere compositivo delle diverse formazioni o elementi e contribuiscono significativamente ad innalzare il contenuto informativo nella tipologia vegetazionale; la loro definizione si effettua solo con rilevamenti diretti sul campo (v. cap. 5.1.2).
5.1 FASE DI DOCUMENTAZIONE
La prima fase dell'indagine conoscitiva sulla vegetazione è quella di documentazione che consta di tre momenti operativi:
analisi del materiale cartografico, aereofoto-grammetrico e bibliografico, che consente la preliminare individuazione dei tipi vegetazionali, la loro mappatura e assegnazione di un codice di riconoscimento (vedi oltre);
analisi di campagna, in cui avviene la verifica delle informazioni quali-quantitative ottenute con l'analisi preliminare e l'integrazione di ulteriori dati desumibili con specifici sopralluoghi;
sintesi delle informazioni, che consente di procedere alla restituzione definitiva alla Carta della copertura vegetale.
5.1.1 Analisi cartografica e aereofotogrammetrica
La raccolta e la consultazione del materiale cartografico e aerofotogrammetrico disponibile presso gli uffici tecnici comunali, dell'amministrazione provinciale, l'Ufficio Cartografico della Regione Marche od altri enti è un'operazione preliminare, ma fondamentale in ogni indagine territoriale.
Un documento cartografico di primaria importanza, peraltro non sempre disponibile, in questa fase operativa, presso le amministrazioni comunali è la trasposizione "(...) su carta tecnica regionale delle previsioni del Piano relativo al territorio interessato, in cui si individua anche "l'appartenenza alle categorie costitutive del paesaggio e gli ambiti di tutela provvisori dei vincoli del PPAR" (art. 61 NTA) (Vedi la voce Carta provvisoria degli ambiti di tutela in Fig. 1).
Numerosi possono essere gli altri documenti utili alla individuazione di un assetto preliminare del sistema botanico-vegetazionale; di questi ne viene proposta una congrua lista, ma per informazioni più dettagliate in proposito si rimanda alla consultazione dei cataloghi di cartografia regionale (UFFICIO CARTOGRAFICO REGIONALE 1988,1992,1995).
- CARTOGRAFIA REGIONALE
- Cartografia di base
* Carta Topografica d'Italia, serie storica16 , tavolette IGMI in scala 1:25.000 e 1:50.000
* Carta topografica aggiornata, Base IGMI17 , scala 1:25.000 e 1:100.000
* Carta Regionale in scala 1:200.000, derivata dai tipi IGMI
* Carta Regionale18 , in scala 1:100.000
* Ortofotocarta19 , scala 1:10.000 (e riduzione in scala 1:25.000):
- Sezioni dell'Ortofotocarta (ripresa 1977-1979), copertura totale
- Sezioni dell'Ortofotocarta (aggiornamenti 1984-1985), copertura parziale
- Sezioni dell'Ortofotocarta (aggiornamenti 1988-1989), copertura parziale.
* Cartografia aerofotogrammetrica numerica scala 1:2.00020 
- Cartografia tematica
* Carta dei bacini idrografici, scala 1:200.00021  e 1:50.00022 
* Carta della viabilità, scala 1:50.00023 
* Carta dell'uso attuale del suolo24 , scala 1:10.000, copertura totale
* Carta Topografica Derivata25 , scala 1:10.000, copertura totale
* Carta della vegetazione attuale delle Marche26 , scala 1:300.000
* Carta della vegetazione dei fogli Fabriano, Pergola e Cagli27 , scala 1:50.000
* Carta delle emergenze botanico-vegetazionali (aree BA e BB), scala 1:100.000
* Perimetrazione delle emergenze botanico-vegetazionali (aree BA e BB) su Carta Topografica Derivata, scala 1:10.000
- Cartografia del P.P.A.R.
di interesse botanico-vegetazionale sono:
(scala 1:100.000)
* Tavv. n. 4 - Elementi costituitivi del sistema botanico vegetazionale e sottosistemi territoriali
* Tavv. n .5 - Valutazione qualitativa del sistema botanico vegetazionale (aree BA,BB,BC)
* Tavv. n.11 - Parchi e riserve naturali regionali
(scala 1:50.000)
* Cartografia di sintesi28 
(scala 1:25.000)
* Tavv. n.14 - Foreste demaniali
- FOTOGRAFIE AEREE REGIONALI
* "Volo GAI IGMI", 1955
- Fotogrammi in B/N (23x23 cm), scala media 1:31.000, copertura totale
* "Volo Marche", 1977-78-79 e 1983-84
- Fotogrammi in B/N (23x23 cm), scala media 1:37.000, copertura totale
* "Volo Italia", 1988-89
- Fotogrammi in B/N (23x23 cm) e diapositive, scala media 1:25.000, copertura totale
* Volo sui comuni con meno di 10.000 abitanti29 , 1988-89-90 e successivi
- Fotogrammi in B/N (23x23 cm), scala 1:8.000, copertura parziale (nella provincia di Pesaro e Urbino sono interessati tutti i comuni ad eccezione di Fano, Fossombrone, Pesaro, Urbino).
* Volo IGMI, 1991, scala media 1:36.000, copertura totale
- FOTOGRAFIE AEREE ALTRI ENTI
* Provincia di Pesaro e Urbino, scala 1:10.000, colori, anno 1973, copertura totale
* IGMI scala 1:30.000 pancromatico B/N, anno 1985 copertura totale
* Consorzio Schedario Oleicolo (AIMA), scala 1:16.000, pancromatico B/N, anno 1987, copertura totale.
Il materiale sopra elencato, compatibilmente con la sua reperibilità e disponibilità, risulta di notevole utilità per un inquadramento generale circa la distribuzione vegetazionale nel territorio. Il limite principale della cartografia di base è la mancanza di frequenti aggiornamenti pertanto, se da un lato si può presumere che l'estensione delle superfici boscate non si modifichino significativamente nell'arco di pochi anni, dall'altro la dinamica successionale in pascoli e coltivi abbandonati può dare luogo, anche nel breve termine, a cambiamenti della copertura del suolo.
Minore è l'affidabilità che tali carte offrono per la individuazione degli elementi diffusi del paesaggio agrario, dove la trasformazione fondiaria e lo sviluppo urbanistico e rurale possono, anche in tempi brevissimi, modificare la loro distribuzione sul territorio. E' quindi sempre opportuno consultare il materiale aerofotogrammetrico più aggiornato per eventuali verifiche ed integrazioni.


5.1.2 Classificazione preliminare delle risorse botanico-vegetazionali.
Sulla base della tipologia vegetazionale (attuale e proposta) e del materiale cartografico disponibile, è possibile procedere ad una tipizzazione preliminare della copertura vegetale. Questa operazione consente di ottenere una immagine dell'assetto vegetazionale del territorio in esame e l'individuazione delle aree più complesse e ricche di elementi, agevolando ed orientando i successivi rilevamenti di campagna (vedi oltre).
Direttamente sull'ortofotocarta o sulle corrispondenti sezioni della carta dell'uso attuale del suolo o della carta topografica derivata, si possono evidenziare le diverse "classi" delle risorse botanico-vegetazionali, differenziate con opportuna simbologia o retinatura, ed assegnare loro un codice provvisorio di catalogazione (vedi oltre).
Di seguito viene descritta la rivisitazione delle categorie costitutive del paesaggio vegetale sulla base del sistema di classificazione proposto (macrocategorie, categorie, tipi e sottotipi) (Fig.2)
La categoria PPAR delle Aree floristiche non trova una specifica corrispondenza nella tipologia proposta in questo lavoro, in quanto quasi tutte presentano caratteri vegetazionali riferibili a formazioni prevalentemente boscate o erbacee/arbustive e quindi di pertinenza di altre classi tipologiche.
Per la notevole variabilità tipologica (naturale e artificiale) esistente nell'ambito della categoria PPAR delle Foreste demaniali e Boschi se ne propone la divisione in due categorie:
* Cenosi arboree naturaliformi (Tab. 5.1)
Boschi e boscaglie di superficie superiore ai 5.000 m2, di origine naturale o spontaneizzati, ma a prevalente composizione di specie autoctone, in cui si possano riconoscere i caratteri distintivi della associazioni vegetali riportate. In base alla loro origine sono stati distinti in formazioni zonali, riferibili alle condizioni climatico-ambientali dei tre settori altitudinali riscontrabili nella provincia (basso-collinare, alto-collinare, appenninico) e formazioni azonali, dove l'evoluzione è maggiormente condizionata da fattori specifici (geomorfologici, edafici, ecc.) (di ripa e di zone rupestri) ;
Relativamente alla definizione dei sottotipi caratterizzata dal tipo fisionomico e dall'unità fitosociologica (alleanza e associazione) si è fatto riferimento prevalentemente all'inquadramento tipologico della vegetazione boschiva della provincia di Pesaro e Urbino predisposto da UBALDI (1988, 1997).
L'elenco, per quanto dettagliato non è ovviamente esaustivo, pertanto è possibile l'inserimento di ulteriori classi diverse da quelle riportate.
* Cenosi arboree antropogene (Tab.5.2)
Formazioni con una superficie superiore ai 5.000 m2 di origine artificiale e spontaneizzati (diffusione naturale di specie alloctone). La categoria comprende tre tipi:
- formazioni di aghifoglie, ovvero i rimboschimenti puri di conifere, prevalentemente con funzione di protezione dall'erosione e dal dissesto idrogeologico;
- formazioni di latifoglie, che comprendono a) impianti puri e misti di latifoglie con funzione produttiva (arboricoltura da legno; castagneti da frutto, noceti, ecc.), di protezione e turistico-ricreativa; b) le formazioni derivate dalla spontanea diffusione di specie non locali (es. Robinia pseudoacacia);
- formazioni miste, comprendono a) formazioni dei tipi precedenti ma in composizione mista b) i vivai forestali.
Nell'ultimo decennio sono stati attivati strumenti legislativi per l'incentivazione di interventi di imboschimento e rimboschimento, attraverso finanziamenti di tipo comunitario o statale (es. P.I.M., Set-aside, ecc.). Sono ormai alcune migliaia (URBINATI, 1997), nella Provincia di Pesaro e Urbino, gli ettari ora boscati in terreni prevalentemente privati, ma che per l'estrema frammentazione dei singoli interventi, sfuggono facilmente anche alla fotointerpretazione. La loro individuazione sul territorio è possibile per mezzo della specifica cartografia reperibile presso gli enti che curano tali operazioni: il Consorzio di Bonifica della Valle del Foglia, Metauro e Cesano ed il Coordinamento Provinciale del Corpo Forestale dello Stato. Sono disponibili i dati relativi alla perimetrazione delle aree imboschite, su tavolette IGMI al 25.000, ed alle caratteristiche di impianto (anno, breve inquadramento stazionale, specie arboree o arbustive utilizzate).
I Pascoli, nelle differenti facies, rientrano nella categoria delle:
- Cenosi erbacee/arbustive (Tab. 5.3)
articolata in quattro tipi principali:
* Formazioni litoranee e collinari,
* Formazioni alto-collinari e montane
* Formazioni ripariali;
* Formazioni rupestri.
I primi due tipi si possono suddividere in:
praterie: formazioni erbacee e suffruticose di origine secondaria e collegate alle attività pastorali ed agricole attuali o pregresse (Brometi, Xerobrometi, Brachipodieti, Cinosureti, Agropiro-dactileti,) (UBALDI,1997). Vanno inclusi in questa classe pascoli e seminativi arborati abbandonati.
arbusteti: soprassuoli con netta prevalenza di arbusti (piante legnose di altezza variabile da 1 a 4-5 m, policormiche, con ramificazione persistente che parte dalla base e che prevale sui fusti e nei quali non si prevede, a maturità, una copertura delle chiome superiore al 50% (cespuglieti radi e bassi di specie xerofile o faggio, ginestreti , ginepreti, ecc.) (M.A.F., 1983).

Praterie e arbusteti sono frequentemente interessati da processi dinamici che ne rendono variabile la struttura, la composizione e la potenzialità funzionale. La loro definizione tipologica può risultare difficoltosa, si suggerisce pertanto la loro suddivisione in funzione delle loro possibilità evolutive in formazioni:
- stabili, quando l'azione limitante di uno o più fattori impedisce l'evoluzione verso strutture più complesse (es. vegetazione dei calanchi, aree percorse da frequenti incendi, pascolamento, segagione, ecc.);
- in evoluzione, ovvero formazioni transitorie, in grado di evolversi naturalmente, con relativa rapidità, verso soprassuoli con migliore composizione e portamento (superfici in abbandono colturale o percorse da incendio episodico, ecc.).
La dinamica evolutiva di queste ultime formazioni può essere più efficacemente stabilita con analisi di dettaglio, la cui esecuzione può fornire interessanti informazioni in chiave territoriale, poiché possono costituire ambiti di ricolonizzazione del bosco. La loro individuazione può essere importante ai fini della delimitazione di ambiti di tutela annessa, soprattutto se sono contigui a formazioni boscate, potendosi configurare come zone di rispetto. Una trattazione più esaustiva dei processi dinamici della vegetazione in terreni abbandonati è riportata nel capitolo .
- Formazioni ripariali, sono le cenosi, erbacee ed arbustive, che occupano ambienti di alveo e che sono soggette a più o meno frequenti esondazioni, tipiche di tutti i corsi d'acqua del pesarese (es. Poligoneti, saliceti arbustivi a Salix purpurea, S.eleagnos e S. triandra).
- Formazioni rupestri, sono infine le cenosi vegetazionali caratteristiche delle pareti e gole calcaree, tipiche anche in alcune zone della Provincia. Si tratta di vegetazione tendenzialmente erbacea con distribuzione a piccoli nuclei (Campanula tanfanii, Saxifraga spp., e la endemica Moehringia papulosa)
La categoria delle Zone umide nella classificazione proposta assume il nome di
- Cenosi acquatiche (Tab. 5.4)
in cui si possono individuare:
zone umide naturali, corrispondenti alle aree descritte dal PPAR
zone umide antropogene, tutte quelle aree, escluse quelle ripariali, caratterizzate dalla presenza di specie vegetali igrofile (stagni, paludi, laghi e laghetti, ecc.).
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Tipi e Sottotipi della Categoria: Cenosi arboree naturaliformi (B)
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Formazioni zonali
Formazioni del settore basso-collinare (a)
1 Boschi termofili della collina litorale e sub-litorale (Lauro-Quercion pubescentis)
a) Querceti caldi di roverella, carpino nero, acero campestre (e alloro) (Asparago-ostryetum)
Formazioni del settore alto-collinare (b)
2 Boschi xerofili della collina interna (Cytiso-Quercion pubescentis)
a)Querceti aridi di roverella con falasco e ginepro comune su suoli marnoso-arenacei o marnoso-argillosi (Peucedano-Quercetum pubescentis)
3 Boschi xero-mesofili della collina interna (Laburno-Ostryon)
a) Ostrio-querceti(roverella) termofili con cerro dei flysch marnoso-arenacei (Aceri(obtusati)-Quercetum cerris serratuletosum)
b) Ostrio-querceti con orniello, acero minore e scotano dei calcari mesozoici (Aceri(obtusati)-Quercetum cerris serratuletosum var. Cotinus coggyria)
Formazioni del settore appenninico (c)
4 Boschi meso-xerofili basso-montani (Laburno-Ostryon)
a)Ostrio-cerreti con acero napoletano e orniello su flysch marnoso-arenacei e marnoso-calcarei (Aceri(obtusati)-Quercetum cerris )
b) Faggeta termofila su flysch marnoso-arenacei e substrati calcareo-arenacei (Polysticho (setiferi)-Fagetum)
c) Ostrio-querceto (roverella e cerro) mesofilo con orniello e acero napoletano (Aceri(obtusati)-Quercetum cerris serratuletosum var. Melica uniflora) dei calcari mesozoici
d) Castagneti di suoli arenacei acidificati (Erythronio-Quercion petraeae)
5 Boschi mesofili basso-montani e montani (Laburno-Ostryon gr. a Geranium nodosum e Fagion)
a) Cerreto-carpineti e faggete con carpino e cerro di suoli freschi e umificati (Centaureo-Carpinetum)
b) Faggeta termofila con frassino maggiore ed aceri (montano, napoletano e campestre) su suoli freschi (Fraxino-Aceretum obtusati)
c) Faggeta mista con tiglio comune e talvolta acero riccio su flysch calcareo-marnoso (Staphyleo-Fagetum)
d) Faggete pure, con acero montano sporadico (Cardamino-Fagetum)
Formazioni zonali
Formazioni delle aree rupestri (d)
6 Boschi misti di caducifoglie e sclerofille sempreverdi (Quercion-ilicis)
a) Leccete mesofile con carpino nero e acero napoletano su detriti calcarei grossolani (Cephalantero-Quercetum ilicis)
b) Ostrio-leccete mesofile dei suoli rocciosi (calcari mesozoici) (Aceri(obtusati)-Quercetum cerris serratuletosum var. Melica uniflora)
Formazioni delle zone ripariali (e)
7 Boschi igrofili dei tratti fluviali di pianura e basso collinari (Populion albae)
8 Boschi igrofili dei tratti fluviali alto-collinari e montane (Alno-Ulmion)
9 Boschi igrofili pionieri (Salicion albae).
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Tab. 5.1
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Tipi e Sottotipi relativi alla categoria Cenosi arboree antropogene (R)
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Formazioni di aghifoglie (f)
1 Rimboschimenti a prevalenza di pino nero (Pinus nigra)
2 Rimboschimenti a p. di pini mediterranei (P. pinaster, pinea, halepensis)
3 Rimboschimenti a conifere miste
Formazioni di latifoglie (g)
4 Pioppeti
5 Impianti per arboricoltura da legno (noce, ciliegio, frassini, aceri, ecc.)
6 Robinieti (da impianto o spontaneizzati)
7 Rimboschimenti di latifoglie miste (querce, carpini, aceri, ecc.)
Formazioni miste di aghifoglie e latifoglie (h)
8 Rimboschimenti misti di conifere e latifoglie
9 Vivai forestali
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Tab. 5.2
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Tipi e Sottotipi relativi alla categoria Cenosi erbacee/arbustive (E)
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Formazioni collinari (fino a 700 m slm) (i)
1 Praterie
a stabili
b in evoluzione
2 Arbusteti
a stabili
b in evoluzione

Formazioni alto-collinari e montane (700-1800 m slm) (j)
3 Praterie
a stabili
b in evoluzione
4 Arbusteti
a stabili
b in evoluzione
Formazioni rupestri (k)
Formazioni ripariali (l)
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Tab. 5.3
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Tipi e Sottotipi relativi alla categoria Cenosi acquatiche (H)
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Formazioni di zone umide naturali (m)
Formazioni di zone umide antropogene (n)
1 Vegetazione di laghi e laghetti
2 Vegetazione di pozze e stagni
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Tab. 5.4
La categoria degli Elementi diffusi del paesaggio agrario del PPAR nella presente classificazione diventa una macrocategoria, ma conserva la medesima denominazione di
- Elementi diffusi del paesaggio agrario
E' costituita da tre categorie, con relativi tipi e sottotipi (Tab. 5.5):
Formazioni areali
Formazioni lineari
Elementi puntuali
Formazioni areali
Boschi residui
in base alla definizione di bosco della L.R. 7/85, cui si è fatto riferimento in questa sede (vedi cap. 4.2) ed altre indicazioni bibliografiche (M.A.F., 1983; SOLTNER, 1991; DEL FAVERO, 1994) si intendono aree di superficie inferiore a 5000 mq coperte da alberi o polloni, con o senza arbusti, le cui chiome a maturità devono esercitare una copertura di almeno il 50% ed avere una distribuzione spaziale aggregata, ovvero non in una sola direzione. Essi vengono suddivise in due sottotipi secondo la composizione prevalente di specie autoctone o specie alloctone (acacia, ailanto, acero negundo, Brussonetia, ecc.)
Arbusteti residui
aree di superficie inferiore a 5000 mq a copertura prevalentemente arbustiva nelle quali non si prevede che la loro area d'insidenza a maturità superi il 50% della superficie.
Le "macchie" del PPAR, con il presente metodo, sono classificabili, in base alle loro caratteristiche dimensionali, come Arbusteti (vedi Cenosi erbacee/arbustive) o Arbusteti residui.
Parchi e giardini di edifici monumentali extra urbani
formazioni a dimensione arborea annesse a chiese, ville, abbazie, di interesse storico e architettonico. In essi è frequente la presenza di specie arboree estranee alla flora locale, che possono essere tutelate.
Parchi urbani e periurbani
sono aree a verde attrezzato con funzione ricreativa e con evidenti assetti fisionomici assimilabili a quelli di strutture arboreo-arbustive. Si tratta anche di aree paranaturali dismesse (lungo fiumi, scarpate stradali e recuperate (vedi Novafeltria, Montecalvo in Foglia, ecc.). Sono quindi da escludere da questo tipo i giardinetti, le aiuole e le alberate urbane (queste possono rientrare nella categoria delle formazioni lineari; si veda il capitolo dedicato alle problematiche del verde urbano).
Formazioni lineari
Costituiscono frequentemente oggetto di contenzioso in merito al loro eventuale assoggettamento alle normative forestali. Non vi sono infatti, nella legislazione regionale, disposizioni che consentano un'effettiva discriminazione fra formazioni boscate e lineari.
Secondo l'ISTAT, cui fa riferimento la normativa regionale per la definizione di bosco, fra le superfici forestali vanno compresi anche "le formazioni di piante in filari, la cui larghezza, misurata dal colletto delle piante più esterne, non sia inferiore a 10 m ed abbiano uno sviluppo in lunghezza tale da raggiungere una superficie di almeno mezzo ettaro".
L'I.F.N.I. considera invece come superficie forestale anche le fasce arborate aventi una superficie di almeno 2000 mq ed una larghezza non inferiore ai 20 m sul piano orizzontale.
Il PPAR definisce siepe qualunque formazione arbustiva ed arboreo-arbustiva di flora autoctona e naturalizzata composta da uno o più filari.
Una definizione di formazione lineare formulata per una classificazione francese (SOLTNER, 1991) ed è stata ripresa per il paesaggio agrario della pianura padano-veneta (DEL FAVERO, 1994) e potrebbe essere applicata anche nel contesto territoriale pesarese. Essa propone di considerare una formazione lineare come
l'insieme di piante legnose a disposizione lineare aventi larghezza inferiore a 20 m e lunghezza minima superiore a 5 m nelle strutture arbustive (siepi) e 30 m nelle strutture arboree (misurate ambedue dal colletto delle piante più esterne) e senza interruzione della copertura delle chiome superiore al 20% della lunghezza minima30 .
Al di sotto di tali soglie le strutture saranno assimilabili, secondo i casi, a piante isolate o residui di formazioni lineari .
Al di sopra di tali soglie, in considerazione della superificie (> o < di 5000 mq) e dell'area di insidenza (> o < del 50%) le formazioni in oggetto potranno afferire alle categorie di bosco, bosco residuo, arbusteto, arbusteto residuo.
Seguendo in parte la nomenclatura del Piano le formazioni lineari sono state suddivise in funzione della loro ubicazione nei seguenti tipi:
formazioni stradali: ubicate a fianco delle strade statali, provinciali, comunali e vicinali e poderali;
formazioni poderali: poste ai confini dei poderi, a supporto di colture (es. filari vitati), di pertinenza delle aie e delle case coloniche, lungo le scarpate o in altri ambiti non sottoposti a coltura;
formazioni ripariali: insistenti su aree di sponda o di alveo, pertinenti a fossi, rii, torrenti, fiumi, laghetti e stagni, o comunque su aree interessate a più o meno frequenti esondazioni.
Le formazioni lineari, indipendentemente dal loro tipo, sono poi suddivisibili in funzione del portamento prevalente in:
- siepi, se formate in prevalenza da arbusti vivi (o da alberi sottoposti a ceduazione)
- alberate31  se composte in prevalenza da alberi.
Le siepi possono essere a loro volta distinte nei sottotipi
- arbustive, se composte da soli arbusti (o alberi a portamento arbustivo),
- con alberi, se composte fino al 30% da specie arboree
- residue se la soluzione di continuità della formazione è superiore al 20% della lunghezza della siepe.

Una caratterizzazione di maggior dettaglio, considerando anche la loro altezza, le modalità di potatura e la funzione, le siepi possono essre ulteriormente suddivise in:
- a sviluppo controllato: altezza solitamente inferiore a 2 m, potature frequenti sui tre lati, funzione delimitativa e ornamentale; tipiche nei giardini delle zone urbane, ma non infrequenti intorno alle abitazioni rurali (es. agazzino, prugnolo, biancospino, lauroceraso, ecc.);
- a sviluppo libero: altezza fino a 4-5 m, potature diradate (anche a cadenza pluriennale), funzione delimitativa e protettiva, antierosiva e visiva (su pendii, scarpate, ecc.; es. siepi a tamerice, a Paliurus spinachristi, ad olmo campestre, ad acero campestre, ecc.);
Le alberate, a loro volta, sono state suddivise nei sottotipi:
- pure, se formate da soli alberi e
- con arbusti, se la composizione è arboreo-arbustiva; in tal caso gli alberi contigui devono avere i bordi delle chiome ad una distanza inferiore ai 6 m.;
- residue (v. sopra) se la soluzione di continuità della formazione è superiore al 20% della lunghezza della formazione.
Anche in questo caso si é operata una ulteriore distinzione in base ad uno dei parametri più significativi, anche ai fini della discriminazione con le formazioni boscate, ovvero la larghezza32 , Le alberate sono quindi state suddivise in :
- filare: larghezza inferiore a 4 m;
- striscia alberata: larghezza fra 4-10 m;
- fascia alberata: larghezza fra 10-20 m.
Un discorso particolare merita la vegetazione ripariale, termine molto generico, che il PPAR include nella categoria degli Elementi diffusi del Paesaggio agrario. E' sembrato opportuno inserire le diverse formazioni ripariali in classi appropriate, secondo i loro caratteri strutturali e compositivi. Infatti tali cenosi si ritrovano fra le Cenosi arboree naturaliformi (B e 7/8/9), le Cenosi arboree antropogene (R g 4), le Cenosi erbacee/arbustive (E i2, l), ed anche fra le Formazioni lineari (L u 4/5/6). La Deliberazione della G.R. 3712/9433 , infatti al punto 7 specifica che le formazioni ripariali forestali (fra cui anche soprassuoli misti, costituiti da soggetti impiantati artificialmente, frammisti a specie ripariali spontanee) sono assoggettabili alle stesse disposizioni, differenziate, vigenti per boschi cedui e ad altofusto.
La discriminazione fra formazioni ripariali boscate e non, cui la normativa regionale non fa alcun riferimento, rientra nel più ampio contesto fra bosco e formazioni lineari, di cui si già detto.
Elementi puntuali
Relativamente a quest'ultima categoria, fatte salve tutte le disposizioni della L.R 7/85 e 8/87, sono stati distinti due tipi:
Piante secolari
individui arborei (e arbustivi) con età minima stimabile intorno ai 100 anni di qualunque specie autoctona o alloctona; la stima può avvenire sulla base di informazioni storiche, del censimento degli alberi secolari eseguito dal Corpo Forestale dello Stato sulle querce di alcuni comuni della provincia34 . E' opportuno ricordare che secondo la L.R . 8/87 (art. 4) sono da considerarsi secolari gli alberi con età valutabile superiore ai 75 anni35 .

Piante monumentali o di particolare pregio
individui arborei (e arbustivi), di qualunque età o specie, aventi caratteri di monumentalità (dimensioni eccezionali, portamento particolare) o di notevole pregio (valenza botanica, naturalistica, paesaggistica, storico-culturale, ecc.).
Oltre alle querce secolari ed alle specie protette dalla L.R. 8/87 si propone quindi di censire, se dotate di adeguate caratteristiche, anche individui di specie insolite, esotiche o tipiche delle colture pregresse come il gelso (Morus alba e Morus nigra), od anche specie e varietà fruttifere in disuso come caki (Dyospirus caki), melograno (Punicum granatum), nespoli (Maespilus germanica ed Eryobotria japonica), cotogno (Cydonia oblonga), azzeruolo (Crategus azareolus), ecc..
L'individuazione preliminare degli elementi diffusi del paesaggio agrario si può effettuare sull'ortofotocarta utilizzando anche recenti foto aeree. E' imprescindibile il rilevamento di campagna, che assume carattere di necessità per la valutazione dei caratteri strutturali e funzionali dei diversi elementi.
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Tipi e Sottotipi relativi alla categoria Formazioni areali (A)

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Boschi residui (o) 1 a prevalenza di specie autoctone
Arbusteti (p) 2 a prevalenza di specie alloctone
Parchi e giardini di edifici monumentali (q)
Parchi urbani e periurbani (r)
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Tab. 5.5
______________________________________________________________________________________________
Tipi e Sottotipi relativi alla categoria Formazioni lineari (L)

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1 Siepi arbustive a a sviluppo controllato
Formazioni stradali (s) 2 Siepi con alberi b a sviluppo libero
3 Residui di siepi

Formazioni poderali (t)

4 Alberate c filare
Formazioni ripariali (u) 5 Alberate con arbusti d striscia alberata
6 Residui di alberate e fascia alberata
______________________________________________________________________________________________
Tab 5.6
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Tipi e Sottotipi relativi alla categoria Elementi puntuali (P)

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Piante secolari (v) 1 isolati
Piante monumentali e/o di particolare pregio (w) 2 a piccoli gruppi
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Tab. 5.7
5.1.3 Analisi di campagna
Le indagini di campagna, come già ricordato, costituiscono uno dei momenti fondamentali dell'analisi della vegetazione perchè permettono di verificare, quantitativamente e qualitativamente, i dati derivanti dalle indicazioni del Piano e quelli raccolti nella fase precedente, di integrare opportunamente le informazioni relative alle singole aree individuate e di rilevare la presenza di elementi o sistemi elusi nella fase preliminare.
Le operazioni da svolgere possono essere suddivise in due gruppi principali: a) controllo quali-quantitativo degli usi del suolo; b) verifiche e nuove acquisizioni della tipologia vegetazionale.
Al gruppo a) appartengono:
aggiornamento di evidenti variazioni dimensionali (compresa l'eventuale scomparsa) di unità vegetazionali cartografate;
individuazione delle possibili modificazioni dell'uso del suolo; (es. processi di abbandono colturale e di ricolonizzazione della vegetazione naturale arboreo-arbustiva);
rilevamento dell'eventuale scomparsa di alberi secolari.
Al gruppo b) appartengono:
verifica dell'assegnazione dei tipi effettuata nella fase di documentazione;
determinazione dei sottotipi delle unità vegetazionali (e conseguente verifica del codice di catalogazione e di assegnazione del numero progressivo relativo ad ogni unità);
valutazione circa struttura e funzionalità delle unità vegetazionali mediante alcuni specifici parametri.
5.1.4 Sintesi delle informazioni
E' l'ultima fase del processo di documentazione nel quale, a partire dalla carta preliminare (categorie e tipi) integrata con le osservazioni e verifiche effettuate nelle indagini di campo, si giunge alla realizzazione definitiva della Carta della copertura vegetale.
La ottimale restituzione dei tematismi vegetazionali sarebbe consigliabile su una base cartografica quasi "muta", solo con curve di livello, punti quotati, limiti amministrativi e toponimi.
L'utilizzo delle sezioni della carta topografica derivata (scala 1: 10.000) ha un notevole inconveniente, essendo già una carta tematica, essa è caratterizzata da numerose retinature ed elementi di vestizione, che possono rendere poco agevoli le operazioni di campitura e confusa l'interpretazione.
Il solo supporto cartaceo è ormai obsoleto, è quindi consigliabile l'impiego di una cartografia numerica, che può semplificare le operazioni poichè consente di eliminare i tematismi indesiderati.
5.2 FASE DI CATALOGAZIONE
L'insieme delle procedure comprese in questa fase si integra fortemente con quelle della fase di documentazione ed è solo per ragioni descrittive che sono state esposte separatamente.
L'obiettivo finale della catalogazione è la creazione di una sorta di catasto del patrimonio vegetazionale, strumento di grande importanza nella gestione della risorse paesistico-ambientali e che potrebbe essere facilmente aggiornato anche dalle stesse amministrazioni comunali in base agli interventi territoriali avvenuti.
E' opportuno precisare che la realizzazione di tale strumento non è richiesta dalle disposizioni del PPAR, ma in considerazione della sua utilità e dell'agevole esecuzione, esso può ritenersi un logico completamento delle operazioni di analisi vegetazionale.
Il censimento si attua mediante schede appositamente predisposte (vedi Fig. 3) corrispondenti ognuna alle singole unità vegetazionali individuate. La catalogazione consente la loro immediata identificazione, mediante un codice, anche sulla cartografia tematica.
In tale fase si possono distinguere due momenti fondamentali:
archiviazione dei dati vegetazionali
gestione dei dati acquisiti.
5.2.1 Archiviazione dei dati vegetazionali
La scheda per il censimento è suddivisa in quattro sezioni principali, la prima delle quali è dedicata alla individuazione geografica e cartografica dell'unità vegetazionale; vengono infatti riportati:
* N. scheda
* Data
* Sigla rilevatore
*  Località (il nucleo abitato più vicino)
* Quota altimetrica
* Sezione/i ortofotocarta
* Coordinate geografiche (latitudine e longitudine dell'unità censita)
Nella seconda sezione sono descritte le caratteristiche tipologiche dell'unità in esame, mediante i seguenti parametri:
* Unità inventariale: il numero progressivo delle unità vegetazionali censite e corrisponde anche al numero di scheda. Le unità possono essere:
semplice, nel caso di elementi singoli (singoli alberi di particolare valore storico o biologico) o di sistemi omogenei in senso strutturale ed ecologico, come un complesso boscato o pascolivo, una siepe o alberatura senza soluzioni di continuità, una cenosi acquatica, ecc.
composita, nel caso di superfici frammentate, ma con le medesime caratteristiche strutturali e chiaramente afferenti ad uno stesso sistema vegetazionale o ambientale, ad esempio una serie di piccoli residui boscati omogenei di uno stesso versante, gruppi di incolti intercalati a pascoli od a coltivi in una stesso ambito geomorfologico.
* Numero elementi: elementi che costituiscono l'unità composita.
* Categoria: va indicata con una lettera maiuscola, secondo il seguente schema:
______________________________________________________________________________________________
Sistemi vegetazionali estensivi Elementi diffusi del paesaggio agrario
______________________________________________________________________________________________
Cenosi arboree naturaliformi B Formazioni areali A
Cenosi arboree antropogene R Formazioni lineari L
Cenosi erbacee e arbustive E Elementi puntuali P
Cenosi acquatiche H
______________________________________________________________________________________________

Categoria e numero di unità inventariale costituiscono il codice che consente di individuare le singole unità sulla cartografia tematica (B1, A2, .....R135, ecc).
* Tipo: viene indicato con lettera minuscola;
* Sottotipo: viene indicato con un numero progressivo di una serie (da 1:a n) propria per ogni categoria. In alcuni casi (Cenosi arboree naturaliformi e Formazioni lineari) il sottotipo è caratterizzato da più forme indicate con lettera minuscola (a, b, c, ....etc.)
* Dimensioni: la superficie (in ettari) per cenosi e strutture areali e la lunghezza (in metri) per le strutture lineari. Queste informazioni sono stimabili con discreta approssimazione dalla carta del paesaggio vegetale. L'informatizzazione dei dati e delle carte, permette invece il calcolo preciso ed automatico dell'estensione delle superfici interessate.
* Ambito di Interesse Botanico-vegetazionale (AIB): viene segnalata la presenza di unità caratterizzate da particolare valenza vegetazionale individuate dal PPAR ed inserite in una delle tre specifiche categorie: aree BA, BB, BC (vedi cap. ).
Nella terza sezione della scheda vengono riportate informazioni relative ai caratteri compositivo-strutturali delle diverse formazioni. Si è ritenuto opportuno individuare alcuni parametri strutturali e funzionali, di agevole rilevamento, riferibili preferenzialmente a cenosi forestali, ma anche ad altri sistemi vegetazionali, per consentire valutazioni utili in fase interpretativa.
Nella Tab. 5.8, oltre a tipo (T) e sottotipo (ST), vengono indicati i parametri rilevabili per ogni categoria vegetazionale.
______________________________________________________________________________________________
Patrimonio botanico vegetazionale T ST C S G SV I
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Sistemi vegetazionali estensivi
Cenosi arboree naturaliformi(B) * * * * * * *
Cenosi arboree antropogene (R) * * * * * * *
Cenosi erbacee e arbustive (E) * * * * * *
Cenosi acquatiche (H) * * * * *

Elementi diffusi del paesaggio agrario
Formazioni areali (A) * * * * * * *
Formazioni lineari (L) * * * * * *
Elementi puntuali (P) * * * *
______________________________________________________________________________________________
Tab. 5.8
Sintesi delle operazioni di verifica e di nuova acquisizione tipologica, suddivise per categorie, effettuabili nelle indagini di campo.


Essi sono:
* Composizione (C): vengono indicate le specie principali che compongono le diverse formazioni; per i sistemi vegetazionali estensivi è sufficiente indicare, come soglia minima di informazione, le specie più rappresentative per ordine decrescente di abbondanza. Nelle cenosi boscate sarebbe opportuno riportare la composizione separatamente per i tre piani vegetazionali: arboreo, arbustivo ed erbaceo. Ulteriori approfondimenti, in fase di rilevamento, sono a discrezione del tecnico incaricato.
* Forma di governo (FG): parametro relativo alle sole cenosi forestali, naturaliformi e antropogene, che esprime il tipo di gestione selvicolturale in atto o pregressa. Si fa riferimento alla tipologia proposta nell'Inventario Forestale Nazionale (M.A.F.,1983) (Tab. 5.9).
Il patrimonio forestale provinciale è costituito quasi esclusivamente da cedui, se si escludono alcuni residui di boschi d'altofusto ed i rimboschimenti di conifere sparsi ovunque sul territorio alto-collinare e montano.
Alcune considerazioni sono opportune in merito ad alcuni tipi di ceduo molto diffusi nella nostra provincia: i cedui invecchiati, cioè non utilizzati per periodi superiori al loro turno e i cedui in conversione, cioè quelli interessati da interventi selvicolturali volti a trasformarli in boschi d'altofusto. I primi possono talvolta configurarsi come formazioni arbustive e quindi rientrare nella categoria delle Cenosi erbacee/arbustive, tipo arbusteti; i secondi, tendenzialmente attribuibili alle fustaie transitorie, in relazione all'intensità degli interventi selvicolturali possono essere classificati sia come cedui sia come fustaie.
______________________________________________________________________________________________
Forma di governo Tipo Descrizione
______________________________________________________________________________________________
coetanee presenza di un solo tipo strutturale
disetanee presenza di tutte le fasi di sviluppo rappresentate o aggregati di tipi strutturali
FUSTAIE articolate presenza pochi tipi strutturali
irregolari situazioni non inquadrabili nelle precedenti
transitorie presenza di evidenti tagli di conversione
______________________________________________________________________________________________

"senza" matricine assenza di matricine o presenza di < 20/ha
(semplici o a sterzo)
CEDUI matricinati presenza di 20-120 matricine/ha
composti presenza di >120 matricine/ha
______________________________________________________________________________________________
Tab.5.9
Classificazione dei boschi secondo la forma di governo (modificata da MAF, 1985)
* Struttura (S): ovvero "l'aspetto visibile che assume il popolamento come conseguenza dell'evoluzione naturale o dei trattamenti effettuati" (CAPPELLI, 1982). Alcuni autori affermano che tale parametro è valutabile preferenzialmente su basi cronologiche (formazioni coetanee o disetanee); altri sostengono invece l'opportunità di considerare la stratificazione verticale delle cenosi, concezione che si ritiene più idonea e di più ampia applicazione per le categorie ed i tipi vegetazionali presenti nel territorio provinciale.
Sono state predisposte tre categorie strutturali riconducibili a quasi tutti tipi di vegetazione presente, monostratificata, bistratificata, pluristratificata.
La povertà di fustaie nel territorio regionale determina una corrispondente assenza di variabilità strutturale, che riduce al minimo le combinazioni possibili fra FG ed S.
Strutture monostratificate sono tipiche nelle faggete o nei castagneti da frutto, dove lo strato arbustivo è praticamente assente (REGIONE MARCHE, 1992) o in impianti coetanei di pino nero mai diradati, caratterizzati da accrescimenti omogenei e dall'assenza di un piano dominato.
Strutture bistratificate sono quelle invece caratterizzate da una disomogeneità nella occupazione dello spazio verticale delle chiome e che consentono quindi l'affermazione di una vegetazione (arboreo-arbustiva) sottoposta. Presenti nelle faggete e cerrete delle Serre del Burano, dove si possono trovare anche fasi di sviluppo diverse, ma soprattutto in gran parte dei boschi cedui.
Strutture pluristratificate, teoricamente configurabili come optimum strutturale (è infatti spesso la struttura tipica di formazioni naturali stabili), ma frequentemente rappresentano situazioni critiche con notevoli irregolarità dovute a mancati od inadeguati interventi selvicolturali.

* Stato vegetativo (SV): si intende l'insieme delle condizioni fisiologiche di cenosi o di elementi vegetazionali, valutabili in funzione di:
- danni biologici (virus, funghi, insetti, ecc.)
- danni fisico-meccanici (cretti da fulmine, da gelo, potatutre, recisioni, ecc.)
- presenza di sintomi di stress o carenze trofiche o idriche (ingiallimento e filloptosi precoce, disseccamento inusuale delle branche, ecc.)
- densità delle formazioni e/o delle chiome
- concorrenza di specie invasive epigee od epifitiche
- presenza ed intensità del pascolamento.
* Interventi (I): operazioni colturali o di manutenzione consigliati per il ripristino, il recupero o la valorizzazione funzionale degli elementi in oggetto. In Tab. 5.10 per ogni intervento vengono indicate le sigle delle categorie vegetazionali potenzialmente interessate:
______________________________________________________________________________________________
Interventi consigliati Categorie
______________________________________________________________________________________________
1 Cure colturali in giovani formazioni (Sfolli, ripuliture, ecc.) B, R, A
2 Interventi di curazione (taglio piante morte o deperienti) B, R, A
3 Diradamenti B, R, A
4 Conversione all'altofusto B, A, L
5 Rinfoltimenti B, A, H, L
6 Imboschimento/rimboschimento B, R, E, A
7 Sostituzione individui deperienti o mancanti A, L, P
8 Potature, spalcature, spollonature A, L, P
9 Interventi di dendrochirurgia A, L, P
10 Eliminazione specie epifite A, L, P
11 Miglioramento condizioni edafiche E, H, L, P
12 Ricostituzione cotico erboso E
13 Riduzione carico animale E
______________________________________________________________________________________________
Tab. 5.10
Tipi di interventi consigliati per le formazioni o gli elementi vegetazionali.
La quarta sezione della scheda è riservata alla valutazione delle sole unità afferenti alla macrocategoria degli Elementi diffusi del paesaggio agrario. Per la trattazione specifica del metodo impiegato si rimanda al capitolo specifico (5.3.3).
La parte finale della scheda è riservata alle Note, in cui possono essere segnalati aspetti e situazioni particolari utili al processo di documentazione.
Il metodo proposto consente di migliorare la descrizione dell'assetto vegetazionale e di rendere meno soggettive le procedure di definizione degli ambiti e delle prescrizioni di tutela da cui dipendono gli indirizzi gestionali delle risorse botanico-vegetazionali e dell'intero territorio in esame. Ciò conferma, nuovamente, la necessità delle analisi di campo.
A tale proposito il periodo ottimale per la realizzazione delle indagini, sia in funzione della classificazione tipologica, sia della percorribilità delle strade secondarie, coincide con il periodo vegetativo delle cenosi arboree-arbustive (marzo-ottobre in pianura e collina, maggio-settembre in montagna).
5.2.2 Gestione dei dati
Le schede relative alle unità censite nei singoli comuni vengono raccolte ed i dati opportunamente archiviati, anche con un semplice data-base, che consente di ottenere informazioni sintetiche, in forma tabulare o grafica, sulle caratteristiche paesaggistiche e vegetazionali (diversità tipologica, percentuali di copertura delle varie categorie, sviluppo lineare di elementi diffusi del paesaggio agrario, ecc.) di un'intero territorio comunale ed utilizzabili come efficaci indici per la definizione di equilibrati rapporti fra le categorie d'uso del suolo.
I dati così raccolti consentono di eseguire le seguenti operazioni previste dagli artt. 33-37 delle NTA:
acquisire36  e, dopo opportuna verifica, precisare cartograficamente l'identificazione e l'estensione delle formazioni afferenti alla macrocategoria dei sistemi vegetazionali estensivi, corrispondenti alle categorie del patrimonio botanico-vegetazionale individuate dal PPAR (aree floristiche, boschi e foreste demaniali, pascoli e zone umide).

acquisire l'individuazione degli elementi diffusi del paesaggio agrario e stabilirne l'estensione. Questi ultimi non sono stati oggetto di preventive analisi e delimitazioni nella cartografia del Piano.
Ciò conduce alla redazione della prima delle due carte tematiche previste: la Carta della copertura vegetale, ovvero la carta dello stato di fatto.
Sarebbe opportuno che l'Amministrazione Provinciale promuovesse, con specifici incentivi economici o strumentali, l'impiego di Sistemi Geografici Informativi (GIS)37 , pacchetti informatici la cui applicazione è sempre più diffusa nel settore dell'analisi, pianificazione e gestione del territorio, e consente di gestire archiviare, elaborare e sovrapporre informazioni di natura diversa (grafica, numerica, testo, ecc.). Utilizzando i formati dei files compatibili con il sistema in dotazione presso l'Ufficio Cartografico, l'Amministrazione Provinciale, assemblando i dati comunali, potrebbe agevolmente dotarsi di uno strumento di enorme utilità la Carta delle Risorse botanico-vegetazionali Provinciale in scala 1:10.000.
5.3 FASI DI VALUTAZIONE E DI PROPOSTA
Terminate le operazioni di raccolta dati e di catalogazione è possibile procedere alla sintesi funzionale dell'assetto botanico-vegetazionale, alla conseguente delimitazione degli ambiti di tutela e la definizione delle relative prescrizioni sintetizzabili nella seconda carta: Carta degli ambiti di tutela delle risorse botanico-vegetazionale.
Gli assetti configurati (stato attuale e ambiti di tutela), relativi al solo sottosistema in oggetto, dovranno quindi essere integrati, a cura del coordinatore del PRG, con quelli ottenuti dalle analisi degli altri sottosistemi tematici.
Tale operazione è di fondamentale importanza e deve quindi garantire che le valutazioni ed indirizzi degli specialisti di settore vengano congruamente integrati nel progetto urbanistico-territoriale. Dall'esperienza maturata dai tecnici preposti al controllo degli adeguamenti, sembra emergere frequentemente scarsa coesione fra le diverse parti del lavoro, o in alcuni casi, incongruenza fra le indicazioni generali del PRG ed i risultati delle analisi di sottosistema.
E' quindi consigliabile consegnare al coordinatore relazioni e carte adeguatamente istruite, dopo specifici incontri interdisciplinari, per assicurare la piena comprensione dei principi seguiti nella redazione del lavoro.
5.3.1 Individuazione e delimitazione degli ambiti di tutela
L'applicazione del dispositivo di tutela è richiesta laddove sia stata individuata la presenza di aree "sensibili". I termini "sensibilità", "stabilità" e "vulnerabilità" definiscono l'attitudine al cambiamento strutturale e funzionale dei sistemi ambientali. La possibilità di compiere scelte pianificatorie anche nel rispetto degli equilibri naturali dipende infatti dalla capacità di cogliere la dimensione della stabilità (Viola et al., 1993 ).
Sarebbe limitante, e oltremodo inadeguato, ridurre la complessa operazione di pianificazione del territorio ad una mera individuazione di aree edificabili e non-edificabili. Purtroppo, in alcuni casi, questo è ciò che ancora succede e significa un mancato superamento della distorta concezione "edificazione=sviluppo" foriera di nefasti risultati presenti ovunque sul territorio regionale e nazionale.
Come accennato in premessa va superato anche il concetto di "tutela=immobilità delle risorse" e sostituito, con un'accezione più dinamica, legata alla valorizzazione delle reali vocazioni delle aree territoriali in esame.
Il concetto di tutela, nonostante, le resistenze di alcune categorie socioeconomiche, sta comunque evolvendo; se inizialmente esso esprimeva la necessità di proteggere organismi o strutture in estinzione, ora significa: a) salvaguardia di ambienti il più naturale possibile e che possono autosostenersi nel tempo; b) recupero di equilibri perduti; c) attivazione di meccanismi idonei a tale recupero.
Nel PPAR la tutela viene intesa non solo come "conservazione dei beni afferenti alle categorie del paesaggio" ma anche come complesso normativo per "la loro appropriata utilizzazione, la salvaguardia ed il recupero dell'equilibrio formale e funzionale dei luoghi circostanti" (art. 24 NTA.). Il PPAR se da un lato formula indirizzi e stabilisce prescrizioni apparentemente severe (va considerato il vuoto legislativo in materia paesistica-ambientale esistente prima della sua approvazione) consente anche di attuare trasformazioni territoriali, senza però fornire le modalità operative.
Lo strumento della tutela, secondo il PPAR, si applica in ambiti territoriali che comprendono "le categorie costitutive del paesaggio considerato ed i luoghi ad esso circostanti e complementari in termini paesistico-ambientali" (art. 25).
Si distinguono:
* ambiti di tutela provvisori, stabiliti dal Piano e definiti su basi geometriche o specifiche indicazioni cartografiche, formulate in seguito ai processi di valutazione del paesaggio vegetale;
* ambiti di tutela definitivi, la cui delimitazione "...compete agli strumenti urbanistici generali...", dopo opportuna verifica dei precedenti;
* ambiti di tutela complementari o annessi, con cui si possono articolare gli ambiti di tutela definitivi, assoggettabili a specifiche normative differenziate di tutela.
La corretta delimitazione degli ambiti di tutela botanico-vegetazionale è un presupposto fondamentale all'operazione di definizione degli ambiti di tutela paesistico-ambientale38 , che è la più importante e la più difficile del processo di adeguamento del PRG al PPAR..
Le aree vegetazionali sensibili della Regione Marche sono state parzialmente e preliminarmente individuate dal PPAR (aree BA, BB e BC) in scala 1:100.000; la loro riperimetrazione e trasposizione su CTD, limitatamente alle BA e BB, in scala 1:10.000 costituisce uno strumento di notevole ausilio per gli uffici tecnici comunali e per gli urbanisti incaricati del PRG. In realtà però, in tali ambiti (prevalentemente aree estensive con foreste e boschi, pascoli, aree floristiche, zone umide), ubicati al di fuori delle aree interessate da processi di edificazione, raramente si verificano situazioni controverse in termini urbanistici.
In queste aree le NTA (artt. 33-36) richiedono ai tecnici di eseguire, sulla base dei suddetti presupposti, le altre operazioni richieste:
verifica delle perimetrazioni,
definizione di eventuali ambiti di tutela annessi
applicazione delle prescrizioni specifiche già stabilite dal PPAR.
E' opportuno ricordare che secondo le NTA (art. 27bis), la perimetrazione definitiva degli ambiti di tutela deve compiersi seguendo il più possibile gli "elementi morfologici del luogo, sia naturali (crinali, versanti, corsi d'acqua, limiti vegetazionali) che antropici (insediamenti edilizi, emergenze architettoniche, fattori culturali, fattori visuali)...".
Difficoltà ed inesattezze sono intrinseche ad un metodo traspositivo cartografico, non risolvibili con un semplice sopralluogo di verifica sul campo. Inoltre, anche le difficoltà legate alla estrema variabilità e dinamicità dei sistemi vegetazionali e il tempo che intercorre dal momento dell'indagine alla realizzazione degli interventi previsti dal PRG, conferiscono a tale metodo di delimitazione degli ambiti di tutela una valenza puramente indicativa.
La regolamentazione dell'uso del territorio, tuttavia, non può essere eseguita con metodi imprecisi, poiché eventuali discrasie nelle destinazioni territoriali potrebbe generare importanti contenziosi fra le parti in causa.
I problemi maggiori si verificano però nelle aree di interposizione fra i sistemi urbani e agrari, dove spesso la presenza di elementi vegetazionali diffusi (formazioni areali, lineari ed elementi puntuali) assume, secondo la destinazione, carattere bivalente e talvolta idiosincratico, funzionale in un caso e di disturbo nell'altro.
E' il caso di gran parte dei comuni costieri o collinari, spesso privi di aree BA, BB, BC, ma non di ambiti comunque meritevoli di una tutela paesistico-ambientale più dinamica e adattabile di quella floristica, limitata e rigida, attualmente vigente.
In questi contesti i tecnici sono chiamati ad eseguire le seguenti operazioni:
individuazione degli elementi vegetazionali diffusi,
determinazione della loro estensione (ovvero dell'eventuale ambito di tutela),
definizione di specifiche prescrizioni per la loro conservazione e ripristino, sulla base anche delle vigenti leggi in materia (L.R. 7/85 e 8/87).
Circa le modalità con cui devono essere individuati, classificati e regolamentati tali ambiti, poco o nulla viene specificato nelle NTA. Si è ritenuto necessario però individuare alcune soluzioni transitorie.
Tali accorgimenti, fra loro integrabili, si possono così riassumere:
a) l'impiego di un dettaglio più elevato,sia nel rilevamento in campo sia nella restituzione cartografica, per le aree in cui si interpongono potenziali insediamenti ed elementi vegetazionali;
b) la definizione di specifiche disposizioni per l'esatta perimetrazione delle unità vegetazionali da tutelare e che dovrebbero assumere carattere vincolante;
c) l'applicazione di uno o più livelli di tutela diversi da quelli prescritti dal Piano (vedi sotto) per adattarsi alle diverse situazioni territoriali.
Relativamente al punto a), la maggiore definizione nell'analisi strutturale del paesaggio vegetale ottenibile mediante il metodo proposto può consentire una valutazione meno soggettiva del territorio in esame. Dopo l'individuazione degli ambiti di possibili interposizione si dovrà procedere ad una precisa definizione (anche topografica) dell'estensione degli elementi vegetazionali presenti e valutare interdisciplinarmente, dopo specifici sopralluoghi con gli altri tecnici, i possibili interventi. Entra in gioco il principio di compensazione descritto nel cap.5.3.1.
Si configurano così due livelli di dettaglio nella restituzione cartografica delle risorse vegetazionali: una copertura globale sull'intero territorio comunale (1:10.000) ed una o più "finestre" relative alle aree di "conflitto" (1:2.000 o 1:1.000).
Relativamente al punto b), anche ad integrazione delle operazioni di a), è opportuno che la perimetrazione degli elementi e delle formazioni vegetazionali non sia funzione del solo contorno fisionomico. Tale principio è sintonico con quanto stabilito dalla L.R. 7/85 (modificata con la 8/87) all'art. 7 ultimo comma: "L'area su cui insiste la proiezione della chioma delle piante abbattute senza autorizzazione non può essere utilizzata a fini edificatori". Per garantire efficacemente l'integrità di alberi o filari, la perimetrazione degli ambiti di tutela, dovrà includere anche adeguate fasce di rispetto che includano il biospazio epigeo ed ipogeo degli organismi vegetali. Dovranno quindi essere stimati sia l'area di insidenza delle chiome sia l'estensione degli apparati radicali. A tale proposito si vedano le misure proposte dall'Ass.to Urbanistica e Pianificazione territoriale (documento Gattoni-Tiberi). Va precisato che tali misure si ritengono valide in caso di edificazione o di rilevante trasformazione territoriale, ma non nelle normali pratiche agronomiche, che dovranno comunque essere rispettose dell'integrità degli apparati radicali della vegetazione presente lungo il perimetro dei terreni a coltura.
Infine per le operazioni relative al punto c) si rimanda a quanto esposto nelle pagine seguenti relative alla tipologia della tutela.
5.3.2. Definizione dei livelli di tutela
Il Piano (art.13 NTA) individua i seguenti obiettivi di tutela rispetto alle risorse botanico-vegetazionali:
* la protezione e conservazione delle specie floristiche rare, degli ambienti di interesse naturalistico e delle associazioni vegetali in esse contenute;
* la conservazione dell'ambiente montano e alto-collinare per impedirne il degrado (ecologico ed economico);
* la salvaguardia delle valenze storico-culturali ed estetiche del paesaggio vegetale regionale;
* il ripristino, consolidamento e sviluppo delle risorse botanico-vegetazionali per garantire l'equilibrio ecologico e la difesa del suolo.

Limitatamente agli ambiti di natura provvisoria i livelli di tutela proposti dal Piano sono:
- Tutela Integrale, che prevede unicamente interventi di conservazione, ripristino ed eventualmente di valorizzazione del bene o risorsa in oggetto (artt.26-27).
- Tutela Orientata, che consente azioni di trasformazione territoriale compatibili con l'assetto paesistico-ambientale del contesto (artt.26-27);
Dai risultati emersi in fase di analisi in ambiti provvisori sarà possibile procedere alla conferma dei due livelli di tutela proposti dal PPAR o alla revisione dei suddetti qualora siano stati individuate variazioni d'uso del suolo o definiti ambiti di tutela complementari o annessi.
In questo secondo caso il PPAR ammette l'impiego di livelli di Tutela Differenziata, sulla cui natura e livello vincolistico non viene data alcuna indicazione, se non che esiste la possibilità di articolarli secondo diversi gradi, nel rispetto degli obiettivi generali dell'art.26 delle NTA.
5.3.2.1 Definizione dei livelli di tutela nelle categorie costitutive del patrimonio botanico-vegetazionale
I livelli di tutela assegnati alle categorie sono stati indicati dal PPAR negli artt. 33-36 delle NTA. L'interpretazione non sempre lineare di alcune disposizioni ha determinato orientamenti specifici da parte dell'Amministrazione provinciale che trova parziale riscontro anche nella D.P.G.R. 1287/1997 (Tab. 5.11). Si ritiene doveroso ribadire l'importanza di un adeguato dispositivo prescrittivo che eventualmente integri i due livelli.
5.3.2.2 Definizione dei livelli di tutela nella categoria degli Elementi diffusi del paesaggio agrario
Le procedure suddette sono previste per tutte le categorie del PBV ad eccezione di quella degli elementi diffusi del paesaggio agrario, non essendovi delimitazioni preliminari attuate dal PPAR. Come già ricordato il compito di individuare tali elementi e di definirne le relative estensioni è di esclusiva competenza degli strumenti urbanistici generali.
Il problema, come è facilmente intuibile, non è di poco conto poichè si deve intervenire per regolamentare gli usi in quella porzione di territorio maggiormente sottoposta a pressione antropica, dove le tradizionali attività del primario hanno subito pesanti interferenze da quelle del secondario e terziario. Oggi vi sono quindi esigenze plurime, espressione di interessi provenienti da differenti categorie economico-sociali, che devono essere adeguatamente integrate e gestite:
______________________________________________________________________________________________
CATEGORIA LIVELLO DI TUTELA
______________________________________________________________________________________________

P.P.A.R. Provincia di PS D.P.G.R. 1287
______________________________________________________________________________________________

Aree floristiche Tav. 4 + All.to 1 Integrale
Integrale Integrale
L.R. 52/74+ D.P.G.R 1287
non specificata
______________________________________________________________________________________________

Foreste demaniali terreni con vincolo
regionali e Boschi idrogeologico Integrale
Integrale Prescrizioni
altri boschi permanenti
non specificato art.34 NTA
______________________________________________________________________________________________

Pascoli sopra i 1800 m slm sopra i 1800 m slm
Integrale Integrale
fra 700-1800 m fra 700-1800 m; sostanzialmente
Orientata se interclusi a boschi equiparati a Boschi
Integrale
se aperti
non specificato
______________________________________________________________________________________________
Zone umide Integrale Integrale Integrale
______________________________________________________________________________________________
Elementi diffusi del prescrizione Integrale non specificato
paesaggio agrari permanente
______________________________________________________________________________________________
Tab. 5.11
Confronto fra il livello di tutela proposto per le categorie vegetazionali da alcuni documenti ufficiali e da interpretazioni dell'amministrazione provinciale.
il mantenimento, o potenziamento, delle attività agrario-forestali anche mediante nuove tipologie imprenditoriali, per evitare un ulteriore abbandono delle aree rurali;
il ripristino, la conservazione e la valorizzazione della valenza paesistico-ambientale per il mantenimento di un efficace equilibrio ecologico e per soddisfare le crescenti esigenze ricreative delle popolazioni residenti e non;
la riorganizzazione della rete di strutture e servizi esistenti, per consentire stili di vita qualitativamente migliori a quelli possibili nei sistemi urbani.
In sintesi devono essere favorite forme di sviluppo sostenibile che garantiscano il giusto spazio e peso alle diverse realtà coinvolte strutturalmente e funzionalmente in tali sistemi territoriali.
In una versione pregressa del Piano si prevedeva di applicare a tutti gli elementi diffusi il regime di tutela orientata, ma dopo il recepimento delle osservazioni non vi è più traccia di tale indicazione. Ora tale categoria vegetazionale risulta regolamentata da una sola prescrizione di base permanente che stabilisce il divieto di distruzione o manomissione degli elementi salvo l'ordinaria manutenzione e fermo restando il disposto delle leggi di tutela floristica vigenti (7/85 e 8/87).
Nella discussione di tali problemi è emersa all'interno dell'Amministrazione provinciale, un indirizzo estremamente conservativo che vorrebbe assoggettare indistintamente tutti gli elementi diffusi del paesaggio agrario, in ambiti specificamente predisposti, alla tutela integrale (vedi allegato n.2 PTC Pesaro e Urbino "Conseguenze dell'edificazione sulle risorse suolo e vegetazione"). Tale proposta viene giustificata con l'esigenza a) di tutelare anche quelle formazioni che rimarrebbero escluse dalle già citate leggi di tutela floristica, la cui applicabilità si limita a specie autoctone o naturalizzate, e b) di scoraggiare l'edificazione in aree, che seppur degradate, hanno ancora una loro propria destinazione d'uso o specifica vocazione. Alcune trasformazioni territoriali verrebbero concesse, previa autorizzazione emessa sulla base di dettagliate e motivate richieste, ma solo se giudicate compatibili con le caratteristiche contestuali del sito.
Questa proposta appare, a giudizio di chi scrive, eccessivamente rigida e operativamente inadeguata per i seguenti motivi:
l'eterogeneità dei sistemi vegetazionali presenti nel paesaggio agrario regionale non consente di sottoporre univocamente tutti gli elementi ad un regime di tutela pesante come quello integrale; non è facile considerare equipollenti, seppure in termini vincolistici, una siepe di tamerice con una faggeta d'altofusto o, per rimanere nello stesso ambito paesaggistico, con una alberata di querce secolari.
la valenza degli elementi del paesaggio agrario può essere molto diversa da comune a comune; ciò che è un bene unico o raro in un territorio costiero può essere molto comune e diffuso in zone dell'entroterra;
l'impiego di una tutela rigida indifferenziata del PPAR oltre ad appesantire notevolemente, in termini amministrativi il sistema procedurale per la concessione di autorizzazioni per le operazioni colturali consentite, risulterebbe antitetico ad una concezione più moderna e responsabile di vincolo.
La soluzione del problema non è affatto semplice e dovrebbe prevedere una generale ridiscussione delle problematiche esistenti a livello regionale, con eventuale definizione di nuove norme e soglie e la riformulazione di obiettivi di conservazione e valorizzazione delle risorse ambientali, sulla base di una più diretta e consistente compartecipazione dei soggetti pubblici e privati che con esse maggiormente interagiscono.
Si è comunque cercato di fornire, nel breve termine, una risposta operativa (mediante un sistema di valutazione, descritto nel capitolo successivo) basata sulla determinazione, la più oggettiva possibile, della valenza degli elementi in oggetto, in relazione sia ai caratteri intrinseci degli elementi, sia alle interazioni con il contesto paesaggistico-ambientale. Ciò consente di attuare la tutela paesistica e di applicare le conseguenti prescrizioni di conservazione, ripristino ed estensione, solo sugli elementi selezionati, effettivamente meritevoli. Restano operative, ovviamente, le disposizioni delle LL.RR. 7/85, 8/87.
Sebbene l'impiego delle tutele PPAR (integrale e orientata), in questa categoria del paesaggio vegetale, non risulti interamente condivisibile, sia in termini di struttura, denominazione e sia di contenuto vincolistico, è stato comunque riproposto. Si è però proceduto ad aggiungere un livello di tutela con valenza vincolistica sensibilmente inferiore:
Tutela diffusa: si applica in ambiti di pertinenza di elementi diffusi che seppure privi, al momento dell'indagine, di una elevata valenza paesistico-ambientale, possono acquisirla se ripristinate o ricostituite anche in luoghi non identici, ma comunque annessi a quelli originari. Si fa chiaramente riferimento al principio di compensazione, ovvero la possibilità di procedere ad alcune trasformazioni territoriali vincolate da ricostituzione e miglioramento degli elementi utilizzati. L'uso di tale principio dovrebbe essere sempre e comunque condizionato a specifici e preconfigurati interventi, sulla base di progetti di massima redatti da professionisti del settore agro-forestale.
Non si tratta pertanto di una forma "tradizionale" di tutela, bensì di un'opzione d'uso del suolo controllato, associato alla promozione del ripristino di elementi tipici del paesaggio agrario. La presenza di siepi, alberature e boschi residui degradati non costituirebbe fattore vincolante per un possibile e adeguato utilizzo dei terreni, bensì il pretesto per una riqualificazione dell'ambito in oggetto.
Naturalmente saranno consentite solo le trasformazioni a basso impatto paesistico-ambientale, privilegiando le funzioni ricreative degli insediamenti previsti (parchi, giardini, piste ciclabili, impianti sportivi, campeggi, ecc.), che potranno prevedere anche idonee tipologie abitative.
Gli obiettivi principali di tale misura sono:
orientare l'edificazione nei territori agrari extraurbani e di orientare le destinazioni d'uso verso tipi e forme più consoni alle vocazioni di tali sistemi.
creare i presupposti per un modo innovativo, partecipativo e responsabile di intendere lo sviluppo urbanistico, che dovrebbe prevedere un maggiore investimento pubblico e privato nella funzione ambientale ed un conseguente aumento della redditività delle proprietà. In alcuni paesi europei l'utilizzo di finanziamenti comunitari consente ai proprietari di riqualificare in modo ecosostenibile i loro terreni, assicurandosi così il diritto ad eventuali concessioni di trasformazione parziale del territorio di loro pertinenza.
5.3.3 Un sistema per la definizione della valenza degli elementi diffusi del paesaggio agrario e del conseguente livello di tutela botanico-vegetazionale.
La D.G.R. n.1287/1997 a pg. 29 puntualizza un carattere fondamentale contenuto nell'art.37 delle NTA, e cioé la differenza fra la tutela espressa mediante le LL.RR. 7/85 e 8/87 e quella promossa dal PPAR ed in ultima fase dal PRG adeguato. Infatti le citate leggi attribuiscono ad alcune specie vegetali un valore ambientale in virtù del loro "peso botanico", mentre il PPAR attribuisce agli elementi diffusi in genere un potenziale valore nel caratterizzare il paesaggio agrario.
Non tutte le formazioni ed elementi vegetazionali presenti nei territori rurali possiedono di fatto una valenza paesistico-ambientale, indipendentemente dalla loro composizione specifica e da quanto prescritto dalle leggi 7/85 e 8/87. Ovvero vi possono essere filari o individui isolati di specie protette dalle suddette leggi, che per problemi strutturali, fisionomici o funzionali, abbiano un valore paesaggistico inferiore a quello di analoghe formazioni di specie non protette. Un caso emblematico è quello dei gelsi (Morus alba e Morus nigra) che non risultano inseriti nella lista delle specie tutelate della flora marchigiana, ma che a tutti gli effetti possono essere considerate specie caratteristiche del nostro paesaggio agrario. All'art. 15 delle NTA (Sottosistema storico-culturale) si fa riferimento alla volontà di salvaguardare le particolari tecniche colturali pregresse (folignata, alberata, oliveto a quinconce, gelseto), ma a livello prescrittivo non vi sono le garanzie per una effettiva tutela (art. 38), anche in considerazione del fatto che l'analisi storico-culturale spesso si limita al censimento degli edifici rurali.
Un caso analogo è quello dei salici (Salix spp.) spesso tagliati a capitozza per la produzione di vimini e verghe o scapezzati, altro tipico esempio di tecnica colturale storica. Nella determinazione della valenza degli elementi assume quindi importanza anche l'aspetto storico-culturale legato alla conservazione paesaggistica.
Il già citato DPGR 1287 suggerisce pertanto, in sede di adeguamento, di individuare e rappresentare cartograficamente gli elementi diffusi che si qualificano come strutturanti il paesaggio stesso o ne costituiscono elemento "costruttivo". Viene anche posto l'accento sul contenuto non vincolistico, ma propositivo del suddetto articolo 37, che consente agli strumenti urbanistici di stabilire le prescrizioni per conservazione, ripristino ed estensione degli elementi diffusi.
Si è quindi ritenuto opportuno predisporre un sistema di valutazione che, in termini relativamente oggettivi, consentisse di selezionare efficacemente gli elementi vegetazionali del paesaggio agrario da assoggettare a forme di tutela paesistica-ambientale. Tale sistema trae origine da un metodo predisposto da FRANCA (1991) da applicare su "unità di paesaggio" ed eventuali "sottocomponenti" predefinite.
Il metodo è stato riveduto, corretto ed in seguito applicato in alcuni specifici contesti territoriali (Gradara, Gabicce Mare, Novafeltria, revisione San Costanzo) poi ulteriormente adattato alla struttura del sistema proposto in questa sede. Le modifiche sostanziali riguardano a) il soggetto di valutazione che coincide con l'unità vegetazionale (inventariali) predisposta in fase di catalogazione delle risorse vegetazionali; b) l'aggiunta del valore "storico-culturale" fra parametri di valutazione. Tale scelta assume in parte carattere provocatorio per sensibilizzare le amministrazioni a svolgere compiutamente le analisi del sottosistema specifico, che invece solitamente si limitano a censimenti di edifici rurali. Sarebbe quindi opportuno associare la presenza dell'agronomo a quella dei tecnici incaricati all'analisi del patrimonio edilizio rurale.
Per ogni unità inventariale, semplice o composta vengono determinate, sulla base di 5 diverse classi, le valenze botanico-vegetazionali, paesaggistiche, funzionali e storico-culturali (vedi Fig. 3). La somma delle singole valutazioni (valore globale) fornisce al tecnico una indicazione precisa circa la definizione del livello di tutela.
Il sistema consente pertanto di discriminare fra alberature di acacie (Robinia pseudoacacia) o cipressi dell'Arizona (Cupressus arizonica) con altre di roverelle (Quercus pubescens) o aceri montani (Acer campestre), ovvero specie alloctone e di facile riproducibilità con specie autoctone e di maggior pregio paesistico, che altrimenti sarebbero risultate equivalenti secondo le attuali disposizioni.
Viceversa è possibile valorizzare siepi di specie arbustive autoctone, ma non protette, con elevato valore funzionale (es. siepe di biancospino, ginestra, prugnolo, ecc. usate per il consolidamento di scarpate o pendii).

I parametri utilizzati sono:
valore botanico-vegetazionale
valore paesaggistico
valore funzionale.
valore storico-culturale.
Il Valore botanico-vegetazionale si riferisce a: importanza floristica, data ad esempio dalla peculiarità o rarità delle specie vegetali presenti; caratteristiche vegetazionali relativamente a naturalità, dimensioni, età, struttura; riproducibilità delle strutture in quel territorio, siano esse individui arborei o arbustivi, singoli o associati o cenosi più o meno articolate.
Tale valore viene espresso mediante le seguenti classi:
eccezionale (5 punti)
per esemplari singoli od in associazione, che siano monumentali, maestosi per portamento od età, con le chiome perfettamente conformate e dimensionate, in ottime condizioni fitosanitarie. Nel caso di formazioni queste devono avere caratteristiche fisionomiche ottimali e caratteri di rarità nel territorio indagato;
elevato (4 p.)
per esemplari in cui non tutti i parametri di base risultano al massimo livello. Nel caso di formazioni valgono i medesimi criteri;
diffuso (3 p.)
riferibile prevalentemente a formazioni, con caratteri notevoli di aspetto e portamento ma frequenti sul territorio sia come specie che come tipi vegetazionali;
ordinario (2 p.)
di formazioni con qualche valenza, molto frequenti sul territorio e di facile riproducibilità;
ridotto (1 p.)
in assenza di caratteri qualitativi e di completa surrogabilità strutturale e tipologica.
Il Valore paesaggistico non è riferibile unicamente alla fruibilità visiva, ma ad una capacità di percezione più ampia; contribuiscono a definirla parametri quali: la forma, il colore, le dimensioni, il genius loci (cioè la capacità che ha un paesaggio od un suo componente di evocare sensazioni forti). Viene espresso con le seguenti classi:
eccezionale (5 p.)
irriproducibilità dell'insieme che, nel territorio, rappresenta un unicum da privilegiare e valorizzare;
elevato (4 p.)
unità ripetuta nel territorio, ma che comunque è oggetto di attenzione da parte di un osservatore, anche frettoloso;
diffuso (3 p.)
unità ben rappresentata nel territorio, ma che ne integra o caratterizza altre valenze;
*  ordinario (2 p.)
unità con caratteristiche dimensionali o tipologiche non particolarmente significative, ma comunque da segnalare;
ridotto (1 p.)
unità con limitato significato nel paesaggio o per dimensioni o per fruibilità visiva o per assenza di altre valenze intrinseche.
Il Valore funzionale è riferibile a: difesa idrogeologica (erosione superficiale, smottamenti o frane, dissesti di sponde e ripe fluviali, di scarpate o di infrastrutture); difesa ambientale (frangivento, barriera abbatti-rumore, barriera visiva, ecc.); fruibilità ricreativa (attuale o potenziale); produttività economica (diretta o indotta).
Viene espresso mediante le seguenti classi:
eccezionale (5 p.)
grandissima valenza di almeno uno degli aspetti considerati, tale da conferire all'unità carattere di bene collettivo qualificante il territorio;
elevato (4 p.)
notevole importanza degli stessi aspetti, la cui riduzione di funzionalità può determinare un grave danno collettivo;
diffuso(3 p.)
relativo ad unità che svolgono più servizi e la cui perdita di funzionalità può incidere significativamente sull'assetto territoriale o sulla collettività;
ordinario (2 p.)
di unità con ridotta valenza, la cui ulteriore diminuzione può essere affrontata con interventi di limitata entità;
ridotto (1 p.)
di unità con scarso significato la cui eventuale perdita non costituisce danno, se non in misura irrilevante.
Il Valore storico-culturale riferibile prevalentemente alla capacità di integrarsi alle componenti infrastrutturali e insediative per esprimere un immagine oggettiva di memoria storica; contribuiscono a definirlo parametri quali: la forma storica del territorio in cui è inserito (insediamento rurale, maglia poderale, ecc.) il tipo colturale (la folignata, l'alberata, l'oliveto a quinconce, il gelseto, ecc.) ed ancora il genius loci (vedi valore paesaggistico). * eccezionale (5 p.)
unità ben conservata, non riproducibile che, nel territorio interessato, rappresenta un'ambito contestuale da preservare e valorizzare;
* unità non ben conservata e non riproducibile nel territorio, che costituisce elemento da ripristinare e valorizzare;
diffuso (3 p.)
unità ben conservata e riproducibile nel territorio, ma che conferisce comunque una valenza all'ambito di riferimento;
ordinario (2 p.)
unità mal conservata e riproducibile nel territorio, ma comunque da segnalare;
* ridotto (1 p.)
unità con limitato o nullo significato per assenza di altre valenze intrinseche.
La sommatoria dei valori di questi tre parametri definisce il punteggio che individua, provvisoriamente, uno dei tre livelli di tutela previsti.
Nelle unità censite si propone l'impiego di:
- tutela integrale se vengono assegnati almeno un valore eccezionali (5); oppure se la somma dei 4 valori è >12;
- tutela orientata se la somma dei 4 valori è fra 9 e 12
- tutela diffusa se la somma dei 4 valori è fra 6 e 8
L'assegnazione del livello di tutela definitivo avviene solo dopo opportune verifiche e controlli sull'intero contesto territoriale in esame.
5.3.4 Sintesi delle informazioni
In tale fase del lavoro esistono tutti gli elementi per giungere alla realizzazione della carta degli ambiti di tutela e valorizzazione delle risorse botanico-vegetazionali, cioè la cartografia che sintetizza tutto il processo di indagine sul patrimonio vegetazionale del territorio e ne consente la relativa zonizzazione.
In base a quanto precedentemente definito ed alle prescrizioni vigenti viene proposta una gerarchia tipologica relativa ai livelli di tutela utilizzabili, che sono:
Per le Aree floristiche, Foreste e Boschi, Pascoli, Zone Umide
* Aree a Tutela Integrale I
* Aree a Tutela Orientata O
* (Aree a Tutela Differenziata DF1, DF2, ...DFn)
Per gli Elementi diffusi del Paesaggio Agrario
* Aree a Tutela Integrale I
* Aree a Tutela Orientata O
* Aree a Tutela Diffusa D
5.3.5 Definizione ed attuazione delle prescrizioni per la tutela delle categorie del paesaggio
La stesura del sistema di norme e regole che caratterizzeranno un piano regolatore e la sua implementazione è un'operazione difficile e di grande importanza e come tale dovrebbe costituire un momento di estrema sintesi e multidisciplinarità, nel quale dovrebbero confluire, opportunamente elaborate, tutte le conoscenze acquisite in fase di analisi.
Relativamente al sottosistema in oggetto, tale compito è, per i tecnici incaricati, di massima importanza e responsabilità, poichè, per la prima volta, consente di includere nelle norme di attuazione dei PRG, specifiche disposizioni di tutela per le risorse botanico-vegetazionali. Limitazioni e/o incentivi nell'utilizzo di alcune risorse vegetazionali, l'obbligo per i proprietari di mantenere, ad esempio, la funzionalità di siepi e alberature potrebbero e dovrebbero essere inserite nei regolamenti comunali, così come si pongono limiti volumetrici o di aree attrezzate e vincoli alla scelta dei colori per i fabbricati.
Se, come già accennato, per foreste, pascoli e zone umide, si tratta di una applicazione in parte automatica, vista la presenza di precise disposizioni del PPAR, nel caso degli elementi diffusi del paesaggio agrario, le valutazioni del tecnico possono influire significativamente nel processo di pianificazione territoriale.
Vi sono però una serie di condizionamenti, soprattutto di natura culturale (per es. una concezione spesso consumistica della pianificazione territoriale; uno scarso orientamento verso uno sviluppo eco-compatibile dei processi urbanizzanti; un ingiustificato minor peso, attribuito talvolta dagli amministratori, alle discipline ambientali rispetto a quelle strettamente edilizie) che non hanno consentito una vera spinta evolutiva verso una nuova dimensione della città "intra ed extra-moenia".
In un altro capitolo di questo documento () viene trattato il problema del verde urbano, fortemente associato per valenza e tipologia a quello dell'intero contesto comunale. Un'approccio globale, nell'analisi come nella progettazione, dei sistemi vegetazionali urbani, periurbani e territoriali è condizione primaria per una risoluzione di molti problemi legati ai dinamismi demologici e socio-economici.
Relativamente al settore botanico-vegetazionale, alla luce dei risultati finora prodotti, la commissione provinciale ha in alcuni casi osservato una tendenziale esiguità del relativo apparato normativo. Una delle ragioni principali che possono spiegare tale condizione, è la significativa carenza legislativa nel settore della pianificazione e gestione del territorio agrario e forestale. Le leggi cui fa riferimento il PPAR, se si esclude il R.D. 3267/1923 (Riordinamento e riforma della legislazione in materia di boschi e di terreni montani), sono esclusivamente rivolte alla tutela della flora marchigiana (L.R. 52/74; 7/85 e 8/87). Manca uno strumento organico che discrimini fra i diversi contesti vegetazionali (collinari, montani, formazioni paranaturali e antropogene) e che consenta di operare, nel rispetto degli elementi floristici di pregio, per una valorizzazione differenziata delle risorse presenti nel territorio regionale. Di fatto esiste solo una D.G.R. che sinteticamente stabilisce le modalità di utilizzazione dei boschi.
Se da un lato viene giustamente criticata la mera riproduzione, nelle NTA dei PRG, delle prescrizioni riportate dal PPAR, dall'altra non si può neppure pretendere di disegnare ex-novo, attraverso lo strumento urbanistico, un sistema normativo per la gestione effettiva di tutte le componenti vegetazionali presenti sul territorio. Vi sono aspetti molto importanti, come quello delle proprietà, che non possono essere facilmente considerati in fase di analisi con le attuali risorse finanziarie destinate ai tecnici del settore botanico-vegetazionale. Lo sforzo che si chiede ai tecnici incaricati è quindi quello di utilizzare a fondo i pochi strumenti legislativi disponibili e fornire indicazioni chiare e precise su come tutelare e valorizzare le risorse botanico-vegetazionali esistente.
E' stato anche osservato che in alcuni casi le disposizioni stabilite dai tecnici di settore non vengano recepite in pieno nella normativa generale redatta dal coordinatore del PRG. Ciò è spesso un indicatore di una insufficiente interazione multidisciplinare fra i tecnici incaricati, che va invece assolutamente incentivata. Come già detto in precedenza, dovrà anche essere responsabilità dei singoli esperti di settore assicurarsi che le loro indicazioni vengano adeguatamente recepite e riportate.
Vi è infine l'esigenza di non appesantire l'apparato normativo del P.R.G. con prescrizioni eccessivamente tecniche, non facilmente gestibili dalle amministrazioni comunali e che potrebbero vanificare l'intento pianificatorio.
E' opportuno considerare la necessità di mantenere un elevato coordinamento fra comuni con caratteri territoriali simili, come quelli montani, dove spesso la distribuzione delle risorse naturali non segue i limiti imposti dai confini amministrativi. Va infatti ricordato che fra le finalità ed i compiti delle comunità montane (artt. 6 e 7 della L.R. 12/1973) vi sono:
un razionale assetto del territorio, in funzione delle esigenze di difesa del suolo e di protezione della natura;
la valorizzazione di tutte le risorse attuali e potenziali nel quadro di una nuova economia montana integrata;
l'approntamento e l'attuazione del piano pluriennale per lo sviluppo economico-sociale (...);
l'acquisto o la presa in affitto di terreni da destinare alla formazione di boschi, prati e pascoli o riserve naturali e predispone i piani economici, per la utilizzazione dei boschi e pascoli montani (...).
5.3.5.1 Le disposizioni generali del PPAR
Il Piano stabilisce una serie di norme, le prescrizioni39 , che regolano l'uso delle aree territoriali interessate da ambiti di tutela. Si distinguono:
prescrizioni generali di base, transitorie, relative ad interi ambiti di tutela provvisoria, e differenziate in funzione del tipo di quest'ultima (orientata od integrale); costituiscono un orientamento generale e possono essere modificate in sede di adeguamento degli strumenti urbanistici generali tenendo conto delle limitazioni esistenti (artt. 27, 27 bis);
prescrizioni particolari, individuate dal Piano specificamente per aree appartenenti, per intero o parzialmente, ad alcune categorie costitutive del paesaggio; differenziate in transitorie, cioè modificabili durante la fase di adeguamento, e permanenti, in nessun caso modificabili.
Relativamente alla definizione di ambiti di tutela complementari, è consentito differenziare, sempre nei limiti previsti, la tipologia prescrittiva che avrà pertanto carattere specifico.
E' importante ricordare in tutti i casi (Art. 27 bis) che:
- eventuali modificazioni non devono discostarsi dagli obiettivi di tutela del Piano ed anzi si dovrà procedere ad un "bilancio di natura qualitativa e quantitativa, dimostrante un esito complessivamente equivalente o migliorativo degli ambiti e dei contenuti della tutela provvisoria del Piano";
- i dispositivi di leggi regionali o statali, qualora più restrittivi, mantengono la loro efficacia;
- le prescrizioni permanenti non possono essere variate sia relativamente all'ambito territoriale sia al contenuto della tutela.
5.3.5.2 Sintesi interpretativa delle disposizioni specifiche del PPAR e di altri strumenti legislativi
Si ritiene utile proporre una serie di misure protettive, sulla base delle NTA, del D.P.G.R. 1287 e delle indicazioni dell'Amministrazione Provinciale, suddivise per categoria costitutiva, e che devono trovare adeguata integrazione, in funzione dell'assetto territoriale dei singoli comuni, con le prescrizioni permanenti che costituiscono il minimo comune denominatore nella normativa dei PRG.
* Aree floristiche
Nelle aree floristiche protette delimitate dal PPAR (Tav. 4 ed elenco n.1), dalla LR 52/74 e successivi DD.PP.GG.RR. essendo EBV, si possono ritenere utili anche gli indirizzi di tutela delle Aree BA.
Si dovrà vietare:
a) il danneggiamento di tutte le specie vegetali; l'introduzione di specie vegetali estranee che possono alterare l'equilibrio naturale, nonché l'asportazione di componenti dell'ecosistema che possa determinare un'alterazione significativa della sua funzionalità e dei suoi valori naturalistici peculiari.
b) ogni nuova edificazione abitativa o produttiva; l'ampliamento degli edifici esistenti, compresi gli interventi edilizi di tipo agro-industriale adibiti alla lavorazione, conservazione, trasformazione e commercializzazione dei prodotti agricoli; silos e depositi agricoli di rilevante entità, edifici ed impianti per allevamenti zootecnici di tipo industriale; discariche e depositi di rifiuti
c) l'apertura di cave o miniere, di nuove piste o strade e l'ampliamento di quelle esistenti; l'allestimento di impianti di percorsi o di tracciati per l'attività sportiva da esercitarsi con mezzi motorizzati; l'installazione di elettrodotti, gasdotti, captazioni, acquedotti, depuratori, serbatoi, tralicci, antenne e strutture similari; la realizzazione di opere fluviali, marittime, costiere e portuali, di depositi e di stoccaggi di materiali non agricoli;
d) i movimenti di terra che alterino in modo sostanziale e/o stabilmente il profilo del terreno e l'assetto idrogeologico dell'area.
e) il transito di tutti gli automezzi nelle zone non autorizzate o al di fuori delle strade consentite, ad eccezione di quelli adibiti allo svolgimento delle normali attività agro-silvo-pastorali e di quelli destinati a funzioni o ad attività di vigilanza e soccorso;
f) l'apposizione di cartelli e di manufatti pubblicitari di qualunque natura e scopo, esclusa la segnaletica stradale e quella turistica di cui alla circolare del Ministero LL.PP. 9.2.1979 n.400;
Saranno invece consentite
1) le normali pratiche colturali, ove già esistenti, e le opere relative ai progetti di recupero ambientale e quelle di sistemazione idraulico-forestale che non generino modificazioni dei caratteri costitutivi del contesto paesistico-ambientale o della singola risorsa;
2) nelle aree floristiche costituite da boschi, le operazioni selvicolturali previste dalle disposizioni della D.G.R. 3712/1994 (comma 11);
3) la costruzione di recinzioni delle proprietà con siepi e materiali di tipo e colori tradizionali, di recinzioni temporanee a servizio delle attività agro-silvo-pastorali e di colture specializzate che richiedono la protezione da specie faunistiche particolari.
* Foreste demaniali regionali e Boschi
In boschi e foreste, in virtù dell'assoggettamento generalizzato alla tutela integrale, potrebbero valere le stesse indicazioni relative alle Aree floristiche; ma in considerazione della diversa valenza botanico-vegetazionale di tali cenosi (vedi appartenenza ad aree BA, BB e BC) ed alle caratteristiche strutturali e funzionali delle singole formazioni, si potrà graduare l'intensità delle prescrizioni, fatta salva la priorità di una gestione ecosostenibile di tali risorse.
Sono da considerare vietate:
a) la riduzione della superficie boscata, la modificazione della destinazione d'uso (da boschi ad altro), il dissodamento;
b) l'allevamento zootecnico di tipo intensivo definito da un carico massimo per ettaro superiore a 0.5 UBA (Unità Bovina Adulta) per più di 6 mesi all'anno. In boschi di elevato valore naturalistico è opportuno vietare il pascolo in tutte le sue forme e modalità.
Sono consentiti:
1) gli interventi selvicolturali regolati dalle disposizioni della D.G.R. 3712/1994, le cui modalità di richiesta e di realizzazione vengono differenziate in funzione della presenza o meno del vincolo idrogeologico (commi 1,2,3); della forma di governo (commi 4,5,6) del tipo di formazioni (commi 7,8,9) e dell'appartenenza ad aree specificamente tutelate o di particolare pregio (comma 11) e dove non in contrasto con le Prescrizioni di Massima di Polizia Forestale.
2) gli interventi di miglioramento nelle tartufaie controllate secondo quanto previsto dalla LR 34/8740 .
Facendo proprie indicazioni e disposizioni della legislazione nazionale vigente in materia di boschi (Piano Forestale Nazionale) il PPAR incentiva l'impiego di criteri naturalistici di gestione del bosco. La legislazione regionale prevede inoltre:
il divieto di taglio a raso nei boschi ad altofusto;
la diffusione naturale delle specie spontanee nei vecchi rimboschimenti di conifere;
la sostituzione di specie alloctone con le autoctone;
l'incentivazione per la conversione ad alto fusto dei boschi cedui invecchiati, dove vi siano idonee condizioni pedo-climatiche, edafiche e compositive
Per le foreste demaniali è prevista una gestione regionale unitaria che ne mantenga e valorizzi le caratteristiche.
E' opportuno ricordare che negli ambienti ripariali si applica anche la tutela integrale prevista per i corsi d'acqua come stabilito dall'art.29 delle NTA, che autorizza "lavori di pulizia fluviale (fra cui l'eliminazione della vegetazione, ad eccezione delle piantate di tipo produttivo-industriale) solo in casi di documentata grave ostruzione dell'alveo al deflusso delle acque e comunque senza alterare l'ambiente fluviale qualora vi siano insediate specie faunistiche e/o botaniche protette o di evidente valore paesaggistico".
* Pascoli
Nei pascoli sottoposti a tutela integrale (sopra i 1800 m, non presenti nella provincia di Pesaro e Urbino; afferenti ad aree floristiche, parchi e riserve naturali, o interclusi da boschi) valgono le stesse indicazioni già elencate in Aree floristiche; Nelle formazioni a tutela orientata (pascoli fra 700 e 1800 m) in considerazione della loro diversa valenza botanico-vegetazionale (vedi appartenenza ad aree BA, BB e BC), delle condizioni del cotico erboso, del suolo, della pendenza e dell'eventuale fase evolutiva delle diverse formazioni, sarà opportuno graduare l'intensità delle prescrizioni, mantenere la priorità della loro salvaguardia.
In particolare appaiono troppo generalizzate le prescrizioni permanenti stabilit dall'art. 35 delle NTA che vieta:
a) sopra i 700 m, il dissodamento ed il cambio di coltura, esclusi gli interventi di rimboschimento con criteri naturalistici, quelli volti al recupero ambientale;
b) sotto i 700 m, su versanti con pendenze superiori al 30% qualunque variazione colturale.

Si ritiene invece che relativamente ai punti precedenti potrebbe essere previsti anche interventi di rimboschimento per la difesa del suolo e, se compatibili con le caratteristiche stazionali, quelli propri dell'arboricoltura da legno. L'impatto ambientale dovuto al carico del bestiame è infatti ampiamente superiore a quello di un rimboschimento, anche a fini produttivi, adeguatamente progettato e gestito da professionisti del settore agro-forestale.
Tale proposta scaturisce dalla necessità di mantenere l'originaria destinzione produttiva, con tecniche eco-sostenibili, sulle superfici a pascolo che hanno perduto la redditività per non penalizzare eccessivamente i proprietari o gli imprenditori agricoli.
* Zone umide

Anche per questi ambienti, in virtù dell'assegnazione della tutela integrale alle zone umide, sensu PPAR, valgono le stesse disposizioni stabilite per le altre categorie.
In particolare sono vietati
a) interventi sul territorio quali apertura fossi, esecuzione di drenaggi, ed altri in grado di causare il prosciugamento e quindi la distruzione dei caratteri ecologici del sistema acquatico;
b) gli scarichi di qualsiasi materiale solido o liquido.

Per la estrema rarità e importanza di tali ecosistemi la Regione Marche dovrebbe procedere all'istituzione di uno specifico sistema di recupero e valorizzazione di questi biotopi.
* Elementi diffusi del paesaggio agrario

Il PPAR stabilisce per questa categoria come unica prescrizione permanente "il divieto di distruzione o manomissione degli elementi, salvo l'ordinaria manutenzione e fermo restando il disposto delle leggi 7/85 e 8/87".
L'insieme delle proposte operative precedentemente descritte produce modifiche sostanziali anche all'apparato normativo specifico. La definizione perimetrale degli ambiti (vedi documento "Conseguenze dell'edificazione..." dell'Amm.ne Provinciale) ed il sistema di valutazione per l'assegnazione del livello di tutela potrebbero consentire il superamento ed il miglioramento dell'azione delle vigenti leggi. Gli interventi risulterebbero ponderati secondo le diverse valenze delle risorse vegetazionali in oggetto.
Tale procedura potrebbe consentire, per esempio, il mantenimento di tradizionali tecniche colturali (capitozza, sgamollo, la ceduazione alta, la mozziconatura, ecc.) dove già esistenti e nei casi in cui risultino funzionali al mantenimento di particolari valenze storico-culturali.
Va tenuto presente che le disposizioni delle L.R. 7/85 e 8/87 rimangono operative su tutto il territorio, assoggettabili o meno ai livelli di tutela sottoesposti, mentre le disposizioni sottoelencate sono applicabili nelle aree selezionabili con il sistema descritto in questo lavoro.
Ambiti di tutela integrale
sono da considerare vietati:
a) l'abbattimento ed il danneggiamento degli elementi stessi (ivi comprese le lavorazioni profonde del terreno) l'introduzione di specie vegetali estranee che possano determinare un'alterazione significativa della struttura e funzionalità che sono loro peculiari.
b) ogni nuova edificazione abitativa o produttiva; l'ampliamento degli edifici esistenti, compresi gli interventi edilizi di tipo agro-industriale adibiti alla lavorazione, conservazione, trasformazione e commercializzazione dei prodotti agricoli; silos e depositi agricoli di rilevante entità, edifici ed impianti per allevamenti zootecnici di tipo industriale; discariche e depositi di rifiuti
c) l'apertura di cave o miniere, di nuove piste o strade; l'installazione di depuratori, serbatoi, tralicci, antenne e strutture similari;
d) i movimenti di terra che alterino in modo sostanziale e/o stabilmente il profilo del terreno e l'assetto idrogeologico dell'area.
e) l'apposizione di cartelli e di manufatti pubblicitari di qualunque natura e scopo, esclusa la segnaletica stradale e quella turistica di cui alla circolare del Ministero LL.PP. 9.2.1979 n.400;
Potrebbero essere invece consentiti, previa autorizzazione delle autorità competenti
1) l'abbattimento di piante, solo nei casi di inderogabili esigenze attinenti ad opere di pubblica utilità (elettrodotti, acquedotti, captazioni, ecc.);
2) gli interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria (sfoltimento per miglioramento sviluppo vegetativo e potatura in seguito a danni meccanici o biologici subiti); utilizzazioni particolari (capitozzatura, sgamollo, ecc.) sono consentite solo in caso di comprovato recupero di un valore storico-culturale pregresso delle unità vegetazionali interessate;
3) l'eventuale utilizzazione turnaria,ove possibile, dei boschi residui;
4) gli interventi relativi ai progetti di recupero ambientale e quelle di sistemazione idraulico-forestale che non generino modificazioni dei caratteri costitutivi della singola risorsa;
5) la costruzione di recinzioni delle proprietà con siepi e materiali di tipo e colori tradizionali, di recinzioni temporanee a servizio delle attività agro-silvo-pastorali e di colture specializzate che richiedono la protezione da specie faunistiche particolari.
Ambiti di tutela orientata:
rimangono valide le disposizioni di divieto precedenti, mentre gli interventi consentiti vengono integrati come segue:
1) l'abbattimento di piante, nei casi di:
a) inderogabili esigenze attinenti ad opere pubbliche o di pubblica utilità (elettrodotti, acquedotti, captazioni, ecc.);
b) realizzazione di opere di miglioramento e trasformazione fondiaria
c) costruzione di piccole ed idonee infrastrutture funzionali alle attività agro-silvo-pastorali;
2) gli interventi di utilizzazione particolare (capitozzatura, sgamollo, ecc.) anche in seguito a comprovata dimostrazione della loro consuetudinarietà
3) l'ampliamento di strade, piste o tracciati annessi;
L'autorizzazione viene concessa sulla base del principio di compensazione, precedententemente citato e quindi sulla base di specifici progetti sottoscritti da professionisti abilitati.
Ambiti di tutela diffusa:
sono da considerare vietati:
a) nuove edificazioni di strutture produttive, l'ampliamento di strutture edilizie di tipo agro-industriale, adibite alla lavorazione, conservazione, trasformazione e commercializzazione dei prodotti agricoli; silos e depositi agricoli di rilevante entità, edifici ed impianti per allevamenti zootecnici di tipo industriale; discariche e depositi di rifiuti;
b) l'apertura di cave o miniere;
sono consentiti:
1) l'edificazione di abitazioni a basso impatto paesistico-ambientale, vincolata all'impiego di adeguate forme e materiali ed al ripristino, ricostituzione ed estensione di elementi tipici del paesaggio agrario (formazioni areali, lineari ed elementi puntuali)
2) la realizzazione di infrastrutture turistico-ricreative e di servizio (parchi, giardini, aree a verde attrezzato, impianti sportivi all'aperto, campeggi, ecc.), vincolata al ripristino, ricostituzione ed estensione di elementi tipici del paesaggio agrario (formazioni areali, lineari ed elementi puntuali).
L'autorizzazione viene concessa sulla base del principio di compensazione, precedententemente citato e quindi sulla base di specifici progetti sottoscritti da professionisti abilitati.
5.3.6 Indirizzi per il ripristino e/o valorizzazione delle risorse botanico-vegetazionali e ambientali in genere

Nel titolo VI delle NTA sono riportate le azioni che il Piano promuove per la valorizzazione ed il recupero ambientale a livello regionale (Parchi, riserve, programmi e progetti di recupero, attività di informazione e formazione). Una specifica legge regionale L.R. 41/1988 (Interventi per la valorizzazione ed il recupero ambientale) non ha prodotto effetti significativi sia a causa dell'esiguo finanziamento ricevuto, sia a causa di un'impostazione assolutamente inadeguata in quanto priva di un quadro generale di riferimento e di una specifica strategia.
Nel titolo VII, art 64 il PPAR indica gli strumenti integrativi (normative ed elaborati) che devono consentire il conseguimento degli obiettivi di tutela e valorizzazione perseguiti dal Piano stesso. Gran parte di questi, dopo circa 8 anni risultano incompleti o non disponibili, vanificando in parte gli obiettivi predefiniti. Ciò confermerebbe l'esigenza di alcune revisioni anche nella parte degli obiettivi a breve e medio termine, anche alla luce di nuovi strumenti legislativi e programmatici che sono in corso di predisposizione a livello regionale (es. Programma di Riforestazione, Inventario e Carta Forestale, Piani di gestione nelle Zone Forestali, afferenti alle Comunità montane).
E' intuibile che tali indirizzi siano rivolti primariamente alle zone in cui le risorse forestali sono cospicue e che quindi in territori collinari della fascia costiera può essere comunque opportuno procedere all'individuazione coordinata, a livello di adeguamento del PRG, di interventi migliorativi o conservativi sulle risorse botanico-vegetazionali. La loro eventuale realizzazione può invece avvenire

Fra gli interventi cui si fa riferimento vi sono:
* in territori costiero-collinari, si suggeriscono interventi di aggregazione di residui boscati mediante rimboschimenti in radure con adeguate specie autoctone;
* rinfoltimento delle formazioni con impianti diversificati a moduli con specie arboree ed arbustive autoctone;
* ricostituzione di alberature e di siepi stradali e interpoderali dove sussistano soluzioni di continuità o condizioni di degrado o deperimento, con specie idonee alle diverse condizioni. Da evitare, in particolare, l'impiego di robinia, ailanto, conifere (Cupressacee e Taxodiacee) ed altre specie alloctone, purtroppo ancora ampiamente utilizzate.
* interventi fitosanitari volti ad eliminare individui morti o malati (es. grafiosi dell'olmo, cancro del cipresso, ecc.) con rischio di epidemie; operazioni dendrochirurgiche o di consolidamento saranno previste solo per individui arborei isolati di eccezionale valore ed in condizioni di comprovata necessità.
* miglioramento e diversificazione di struttura e composizione delle formazioni vegetali troppo semplificate;
* conversione all'altofusto, in cedui effettivamente invecchiati e dove le condizioni edafiche lo consentano;
* aumento della biodiversità vegetale e animale favorendo la diversificazione delle forme di governo nelle cenosi forestali e la diffusione delle aree ecotonali;
* operazioni colturali (ripuliture, sfolli, tramarrature, diradamenti, sarchiature, ecc.) per eliminare individui morti o deperienti e per migliorare le condizioni vegetative e di funzionalità generale del bosco;
* avviamento all'altofusto dei cedui, forma di governo che garantisce, in condizioni normali, un migliore assetto ecologico della cenosi ed una maggiore valenza paesaggistica;
* controllo ed eventualmente riduzione di specie invasive (es. Robinia pseudoacacia, Rubus spp., Sambucus nigra) o troppo abbondanti;
* miglioramento della composizione specifica con adeguati impianti in radure o dopo sfolli e diradamenti;
Investimenti con denaro pubblico in risorse e servizi ambientali, non producono sempre, nel brevissimo termine, elevati benefici finanziari, ma una serie di vantaggi non monetizzabili, fra i quali basta comunque ricordare l'effettivo miglioramento della qualità della vita, inteso come sommatoria di fattori ambientali, estetici, culturali e sociali.
Per massimizzare comunque gli effetti positivi degli interventi di valorizzazione ambientale, questi non devono essere eseguiti in modo casuale, bensì coordinati in un programma generale di riqualificazione territoriale che tenga in opportuna considerazione lo stato attuale del territorio e del sistema vegetazionale in particolare.
La definizione delle scelte progettuali dovrà considerare le caratteristiche attuali e potenziali di ogni area da riqualificare e soprattutto la possibilità di garantire la conservazione e la manutenzione degli elementi biologici e dei manufatti eventualmente ripristinati o immessi nel sistema.
La realizzazione e la gestione di tali interventi, nei comuni al di fuori delle Zone forestali, non sono configurabili direttamente nel PRG, ma dovrebbero essere coordinate in un Piano Integrato del Verde , strumento operativo, interattivo con il PRG, per una efficace gestione del verde urbano, rurale e territoriale di una comunità.
Con esso l'amministrazione comunale potrebbe provvedere a:
il coordinamento di tutti gli interventi sul verde nel territorio comunale;
l'ottimizzazione dei costi di intervento;
l'adeguata informazione anche ai privati circa i finanziamenti comunitari nel settore agro-forestale41 
la riqualificazione dell'assetto ambientale e residenziale con notevoli benefici per l'intero territorio circostante, sia dal punto di vista estetico che funzionale.
il miglioramento delle condizioni di vita non solo in ambiente urbano.
6 DINAMISMI DELLA VEGETAZIONE E CAMBIAMENTI D'USO DEL SUOLO42 
In Italia, come in altri Paesi "occidentali", è in atto, ormai da decenni, un processo di riforestazione spontanea. A dispetto di molti diversi fattori di potenziale perturbazione, negli ultimi anni esso ha determinato un aumento della copertura forestale (nel senso più ampio del termine) con una velocità che verosimilmente non ha riscontro, neppure in altre condizioni ambientali, negli ultimi due secoli.
Nel 1985, il 1° Inventario Forestale Nazionale richiamava l'attenzione sulla presenza di ampie superfici a copertura arborea ed arbustiva assolutamente inattese; pure non avendo quelle caratteristiche fisionomico-strutturali attribuite alle foreste propriamente dette, già allora esse si configuravano come una cospicua potenziale "riserva" cui la Natura attingeva per la ricostituzione di più importanti ecosistemi provvisti dei lineamenti ecologici delle foreste.
L'interesse che questi processi di spontaneo cambiamento paesaggistico hanno suscitano è testimoniato dal moltiplicarsi di studi e di indagini territoriali che direttamente e indirettamente su di essi si sono sviluppati.
Un dato che salda trasversalmente i risultati di questi diversi studi, indipendentemente dall'ampiezza delle aree osservate, riguarda la natura dei territori interessati dalla riforestazione spontanea: terreni agricoli marginali od extra marginali in collina; prati, pascoli e prato-pascoli nelle aree montane e pedemontane; aree di malga, pascoli di alta quota negli ambienti subalpini e alpini. Fanno parziale eccezione solo le aree di pianura, che mantengono salda la loro vocazione agro-industriale e urbana, e non danno quindi, ad oggi, segni percepibili, o importanti, d'essere interessate dall'ondata di colonizzazione forestale.
In montagna, tuttavia, anche i centri urbani sono stati interessati dall'avanzata del bosco. Caso emblematico, ma non certo unico, è quello di Cortina d'Ampezzo, dove l'abbandono quasi totale dell'attività zootecnica ha determinato, in meno di 30 anni, un imponente viraggio fisionomico e cromatico del paesaggio vegetale. Gli scenari, un tempo prevalentemente pastorali e quindi dominati da vaste praterie e da lariceti radi, sono oggi qualificati soprattutto dalle strutture residenziali e dal "verde interposto", plasmato alle prevalenti funzioni sceniche e paesaggistiche che quel territorio richiede. Ma anche dove cessa l'influsso del turismo residenziale, la scena è oggi improntata dalla diffusione spontanea dell'abete rosso o di altre specie pioniere, prevalentemente decidue, sugli antichi pascoli di quota e "di casa".
Non si tratta, comunque, di fenomeni legati al turismo elitario.
L'abbandono delle tradizionali attività rurali è un processo determinato da contingenze di ordine naturale, sociale, economico e amministrativo, che, pure se in tempi differenti, si sono riproposti un po' in tutte le regioni, in ogni Paese.
In assenza di particolari fattori limitanti, o di perturbazione, l'abbandono delle colture è sempre seguito dalla crescita non controllata di vegetazione spontanea, ovvero "naturale", che può indurre trasformazioni di struttura e di funzionalità ecosistemiche talmente importanti da imporre al pianificatore valutazioni non di poco conto sui futuri assetti territoriali, non sempre da intendere come fasi transitorie (Urbinati, 1996).
Nelle aree in cui si ritiene prioritario obiettivo culturale il mantenimento di una adeguata diversità ecosistemica, i dinamismi vegetazionali post-colturali possono anche modificare, nel tempo, la disponibilità e la qualità delle nicchie ecologiche, che non sempre sono più numerose in assetto prossimo-naturale rispetto a quelle offerte da "buoni" assetti rurali.
Nonostante l'importanza scientifica e, come s'è visto, sociale e territoriale, non si è fatta ancora sufficiente chiarezza intorno a questi argomenti. Intorno ad essi ruotano considerazioni circa l'economia delle aree protette e del territorio dismesso, nella sua interezza, altre circa la stabilità delle terre e la loro sicurezza, altre ancora circa l'impegno della comunità a farsi carico della manutenzione di territori che, pure se abbandonati, hanno un preciso assetto di proprietà.
La vegetazione, come è stato più volte riportato, non è una componente statica del territorio, ma una componente del paesaggio animato estremamente dinamica e con funzionalità variabile sia nello spazio sia nel tempo.
L'analisi quali-quantitativa della vegetazione è così, sin dalle origini dell'ecologia scientifica e metrica, uno degli strumenti più affidabili, se non l'unico necessario, per la valutazione della "vulnerabilità" ecologica dei sistemi territoriali e del territorio nella sua interezza. E' anche strumento d'elezione per l'individuazione delle strategie più adeguate a raggiungere obiettivi di conservazione e di valorizzazione delle risorse naturali in esso presenti.
Ciò dà conferma all'esigenza di non limitare le analisi ad una definizione "una tantum" dello stato di fatto dei sistemi biologici in un determinato momento (ad es., al momento della redazione dei piani ambientali), essendo invece fondamentale seguire i cambiamenti cronologico-spaziali degli assetti vegetazionali, e di quelli faunistici che ai primi sono funzionalmente connessi. Nel settore forestale è ormai secolare consuetudine procedere, attraverso i piani economici, o di assestamento, a verifiche decennali sulla consistenza e sui dinamismi delle provvigioni legnose. Sulla base dei dati ottenuti con questi censimenti vengono predisposti gli interventi selvicolturali. Il tecnico forestale non si limita a perseguire obiettivi di produzione legnosa, ed economica, ma pone in funzione strumenti logici che consentono di evidenziare fondamentali aspetti tipologici e distributivi delle fitocenosi di bosco.
Il monitoraggio inteso come strumento in grado di stabilire l'esistenza di cambiamenti, in atto o già avvenuti, la loro eventuale direzione e la loro entità, dovrebbe costituire momento qualificante, e non solo integrante, delle attività di gestione di ogni sistema territoriale e dei territori protetti in particolare. Esso è infatti l'unico ad essere in grado di fornire informazioni quantitative sulle dinamiche evolutive di un sistema (FERRIS KAAN & PATTERSON, 1992) e di consentire valutazioni appropriate circa la significatività delle modificazioni osservate (HELLAWELL, 1991).
La vegetazione, a differenza della fauna, si presta particolarmente bene, e con sistemi relativamente a basso costo, all'analisi diacronica del territorio. Essa è anche, direttamente ed indirettamente, un efficace indicatore delle condizioni strutturali e funzionali guadagnate dal suolo, degli assetti faunistici attuali e di quelli potenziali, nonché della pressione antropica su buona parte delle risorse territoriali (Goldsmith, 1991).
Il monitoraggio non dovrebbe tuttavia essere confuso con la ricerca, anche se, molte volte, i dati conseguenti al controllo territoriale risultano fondamentali a speculazioni scientifiche. Il primo è infatti strumento d'elezione per misurare i risultati di un'azione gestionale, e come tale mira a dati operativamente utili, ottenuti in tempi brevi e a costi accettabili (FERRIS KAAN & PATTERSON, l.c.). Ben diversi, si sa, sono gli standard a cui opera la ricerca scientifica.
Va anche osservato, a onor del vero, che le operazioni di monitoraggio si conducono con criteri e con standard di precisione e di attendibilità che variano secondo la tipologia dei sistemi e la loro complessità, ovvero con l'eterogeneità spaziale delle condizioni d'ambiente. Non sempre esse possono essere affrontate, avviate e condotte a termine dal personale in organico degli Enti interessati a questo tipo di pianificazione e di gestione territoriale.
Per stabilirne la natura e la qualità, è quindi fondamentale definire a priori gli obiettivi del monitoraggio in maniera chiara e realistica, stabilendone le compatibilità e la congruità con le disponibilità tecnica e finanziaria.
Pare sia questo un ottimo esempio di ciò che contraddistingue la sensibilità dell'ecologo applicato, e del forestale in maniera specifica, da quella sviluppata da altre figure professionali. Di conseguenza, anche la pianificazione ecologica del territorio, di cui la pianificazione ambientale è aspetto assolutamente qualificante, si contraddistingue da quella urbanistica per lo sviluppo e per l'applicazione di strumenti validi di controllo dell'ambiente fisico e biologico insieme.
La coscienza che le risorse vive de pianeta hanno estrema sensibilità nei confronti dei cambiamenti del territorio dovrebbe essere sempre di stimolo alla formazione di una cultura del rispetto, trasversale ad ogni disciplina applicata.
7 IL VERDE URBANO
Se l'analisi del patrimonio botanico-vegetazionale comunale è una fase fondamentale nelle indagini del P.R.G. in adeguamento al P.P.A.R., un censimento del verde urbano è uno strumento integrativo di grande utilità per amministratori, tecnici e cittadini per conoscere il patrimonio verde della propria città e per individuarne le linee gestionali.
Il microclima urbano è notoriamente diverso da quello delle zone coltivate o a bosco, pertanto la presenza di componenti arboree può mitigarne gli effetti spesso indesiderati. Nei grandi centri, come in quelli medio-piccoli centri la possibilità di disporre di ambiti dedicati allo svago, al tempo libero, non sarà certamente contrastata dai cittadini.
Il verde, in ambiente urbano, inteso come sistema di alberatura e formazioni arboreo-arbustive, svolge infatti importanti funzioni non solo di natura ornamentale ma anche di miglioramento ambientale. Vi sono validissimi motivi per incentivare la realizzazione di sistemi vegetazionali all'interno o in prossimità delle città:
schermatura visiva; abbattimento rumori, immobilizzazione polveri e particolati, ombreggiamento, risparmio energetico, svago e ricreazione, miglioramento paesaggistico, miglioramento della qualità della vita, aumento di naturalità, complementarità con le infrastrutture, aumento del valore dei terreni e degli immobili, ecc. (HODGE, 1995).
La qualità dei servizi offerti da una amministrazione pubblica può quindi essere valutata anche sulla capacità di rendere disponibili e gestire spazi verdi adeguati alle esigenze della popolazione.
Una legge regionale (L.R.41/96, Interventi regionali per il recupero di aree in degrado ambientale e istituzione di parchi urbani) è stata appositamente istituita per finanziare interventi volti a:"conseguire una corretta politica di gestione del territorio, con l'obiettivo del recupero ambientale di aree urbane ed extra-urbane mediante la realizzazione di parchi urbani (...), inteso come qualificazione del tessuto urbano sia in termini di efficienza della struttura che in termini di forma urbana...".
La suddetta legge considera parco urbano "il sistema urbano del verde e delle attrezzature come insieme di aree con valore ambientale e paesistico di importanza strategica per l'equilibrio ecologico delle aree urbanizzate, nonché come insieme di spazi dedicati alle attività ricreative, culturali sportive e del tempo libero o a tali fini recuperabili, funzionalmente integrati in un tessuto unitario e continuo".
Sarà pertanto opportuno prevedere la destinazione a verde (ricreativo o funzionale) di una quota della superficie totale interessata dalle nuove aree edificabili o strutture viarie previste dal P.R.G.. Si dovranno considerare tipologie diverse secondo le destinazioni delle infrastrutture attenendosi all'impiego di specie idonee. La progettazione degli interventi e l'impianto dovrebbero essere riservate a professionisti del settore agro-forestale con specifiche competenze nell'intento di ridurre l'abuso di specie poco idonee.
A titolo di esempio si riportano alcuni principi generali e le schede censuarie utilizzabili per un'indagine generale sul verde urbano. Si considerano fondamentali, almeno in fase di analisi le seguenti operazioni.
Censimento del verde pubblico urbano (con relativa schedatura)
Analisi dei risultati acquisiti
Mappatura degli elementi censiti su specifica cartografia (1:1000/1:500)
Osservazioni sulle condizioni generali del verde urbano e indirizzi generali di intervento.
Il censimento eseguibile sul verde pubblico e privato urbano prevede la schedatura di unità vegetazionali (alberature, aiuole, parchi e giardini), opportunamente definite, afferenti al tessuto urbano. Il censimento consente di analizzare quantitativamente e qualitativamente il patrimonio verde della città, evidenziando le caratteristiche botaniche delle specie presenti, il loro stato vegetativo, la loro funzionalità attuale, la necessità e la localizzazione degli interventi di tutela, conservazione e valorizzazione.
Il rilevamento degli elementi vegetazionali avviene mediante due diversi tipi di schede per differenziare i soggetti inventariali (Figg. 4 e 5):
Schede per l'analisi degli Ambiti di riferimento (AR) ovvero il tipo di spazio verde in cui si inseriscono le unità inventariali. Esso può essere un parco, un giardino, un'alberatura stradale, ecc.
Schede per l'analisi delle Unita' inventariali (UI) ovvero ciascuno degli individui arborei o arbustivi, isolati o in formazione, presenti nei diversi ambiti.
Si procederà dapprima all'identificazione e ad una sintetica analisi degli Ambiti e poi al rilevamento (analisi e misurazione) delle singole unità.
La scheda degli AR è divisa in due sezioni 1) Caratteri identificativi, 2) Caratteri funzionali.
La prima raccoglie informazioni generali (Data, Ubicazione, Tipo ambito, ovvero la caratterizzazione dello spazio verde di riferimento, ognuno espresso con specifici codici:
Parco urbano: spazio verde, piuttosto ampio, in cui sussistono sistemazioni a carattere intensivo ed estensivo
Giardino e giardinetto: piccoli spazi verdi accessibili e frequentabili come luogo di sosta, ricreazione, ecc. e dotati di alberi e o arbusti e attrezzature. Sistemazione a verde a carattere intensivo.
Alberatura: sistemi arborei o alto-arbustivi pertinenti ad assi stradali,
Verde Infrastrutturale: sistemi misti (erbacei, arbustivi, arborei di arredo o complemento ad infrastrutture (parcheggi, piazzole, complessi sportivi, ecc.)
La seconda sezione raccoglie informazioni circa: la funzione primaria dell'ambito in esame, espressa con i seguenti attributi:
ricreativa predisposta allo sport o al tempo libero
ambientale per il miglioramento delle caratteristiche ecologiche
protettiva con funzione di barriera visiva o anti-rumore
arredo con sola funzione ornamentale
L'adeguatezza ovvero la congruità dell'ambito rispetto alla funzione da svolgere secondo le seguenti classi:
buona
sufficiente
insufficiente.
Necessità interventi, ovvero il livello di urgenza degli interventi per il ripristino, la manutenzione, ecc., valutabile con le seguenti classi:
urgente
opportuna
differibile.
La Scheda delle unita' inventariali è formata da tre sezioni:
1) Caratteri identificativi
2) Caratteri vegetazionali e morfo-dendrometrici
3) Caratteri funzionali
Nella prima sono riportati informazioni identificative, circa l'ubicazione il tipo di unità che può essere:
Individuo singolo: albero (o arbusto) isolato, non appartenente a formazione lineare o areale
Gruppo: piccola formazione arborea o arbustiva composta da più individui raggruppati in modo regolare o irregolare con una o più delle seguenti caratteristiche in comune: la specie, la fisionomia, la collocazione spaziale ravvicinata.
Filare: formazione arborea o arbustiva a sviluppo lineare composta da individui disposti a distanza ravvicinata ma non necessariamente della stessa specie o dimensioni.
Nella seconda sezione vengono raccolte le seguenti informazioni Specie, Portamento:
Arboreo
Arbustivo
Prostrato
Reptante
Diametro, Altezza, Inserzione della chioma, Altezza della chioma, Espansione massima della chioma, Espansione minima della chioma, Area di insidenza della chioma:
Nella terza sezione sono raccolte valutazioni circa
Stato vegetativo, Danni (ovvero la determinazione dei sintomi di patologie o condizioni di stress incipienti o in atto sulle piante); Problemi ambientali (parametro correlato al precedente con il quale si individuano possibili cause esogene in grado di ridurre le condizioni vegetative o di determinare fitopatologie e deperimento).
Valore botanico-vegetazionale determinato dai seguenti fattori:
importanza floristica, data ad esempio dalla peculiarità o rarità delle specie vegetali presenti,
caratteristiche vegetazionali relativamente a naturalità, dimensioni, età, struttura
riproducibilità dell'elemento in quel territorio, sia che si tratti di individui arborei o arbustivi, singoli o associati o formazioni più o meno articolate.
Valore ornamentale:
definito da parametri quali: la forma, il colore, le dimensioni, il genius loci (cioè la capacità che ha un elemento del paesaggio di evocare sensazioni forti). Viene espresso con le seguenti classi:
Valore funzionale riferibile ai seguenti aspetti:
contributo alla difesa del suolo (erosione superficiale e dissesti di scarpate o di infrastrutture)
barriera schermante o antirumore
interesse storico-culturale
nicchie per fauna ed avifauna

Infine vengono proposti gli Interventi consigliati operazioni che si ritengono opportune per il ripristino degli elementi o delle unità in oggetto.

NOTE

1I risultati vennero presentati ad incontro di lavoro con annessa mostra dal titolo: "I P.R.G. in adeguamento al P.P.A.R. Marche; aspetti geologici, botanico-vegetazionali e storico-architettonici" svoltosi a Pesaro il 16 gennaio 1993.
 2Tale concezione può apparire provocatoria, soprattutto nella tradizione italiana, dove il paesaggio ha sempre avuto una valenza prevalentemente culturale ed emozionale, senza possibilità di misurazione e quantificazione. Numerose ricerche nazionali ed internazionali hanno invece dimostrato che ogni soggetto ha preferenze ben definite e misurabili in relazione al paesaggio e che il paesaggio è in grado di soddisfare concreti bisogni della popolazione: quello ricreativo e quello estetico-culturale. (Tempesta, 1997)
 3Nella provincia vi sarebbero 11.000 ha di superficie a calanchi attivi e 28.000 ha di terreni potenzialmente in frana .
 4Da ricordare l'azione della CEE, che per ridurre le eccedenze nel settore ceralicolo, sta cercando di incentivare, con specifici finanziamenti, la messa a riposo di seminativi ed il loro utilizzo alternativo, per colture particolari (es. leguminose) o la forestazione. Tale azione, nota come SET-ASIDE (Reg. CEE n.797/85 e successivi), ha avuto in Italia, nel periodo 1988-1992, complessivamente un buon successo con un ritiro di oltre 730.000 ha, cioè l'8% del totale dei seminativi. Nelle Marche sono stati messi a riposo 20.000 ha, dei quali però solo l'8% è stato imboschito. A tale proposito va ricordato che il regolamento 2080/92 che sostituisce tutti i precedenti relativi agli aiuti comunitari alle misure forestali nel settore agricolo, ha come obiettivo lo sviluppo delle attività forestali nelle aziende agricole.
 5Colonizzazione di un'area da parte di organismi viventi e/o la variazione qualitativa (composizione, struttura, ecc.) nella componente biologica di una stazione, in seguito a fattori temporali o di perturbazione naturale o antropogena.
 6Del 1536 è il primo documento ufficiale relativo ad un contratto di enfiteusi, probabilmente già in atto, fra l'eremo di Fonte Avellana ed il Comune di Frontone che acquisiva pertanto il diritto di utilizzare parte dei territori montani di proprietà dei Camaldolesi. Dopo alterne vicende nel 1894 una legge dello stato riconosce come ente autonomo, dotato di uno specifico statuto, l'Università Agraria degli Uomini originari di Frontone, cioè una società di frontonesi aventi dominio collettivo nelle montagne del Catria e dell'Acuto, che risulta proprietario di 5.096 ettari. Dal 1967 la gestione di tali territori è stata assunta dall'Azienda Speciale Consorziale del Catria costituita oltre che da quella di Frontone anche dall'Università delle 12 famiglie di Chiaserna, Università agraria della popolazione di Chiaserna e l'Università Agraria della Popolazione di Cantiano, a cui subentrava in seguito il Comune di Cantiano, per scioglimento dell'Università (MAF-Geotecneco, 1976).
 7In tale elenco appare discutibile la presenza delle prime due voci che non possono essere considerate componenti paesaggistiche, poichè sono principalmente elementi costitutivi e tipologici delle categorie successive.. Parafrasando sarebbe come definire il paesaggio urbano costituito da mattoni, cemento, case, chiese e palazzi.
 8 Per corsi d'acqua s'intende l'insieme degli elementi che formano il reticolo idrografico dei bacini imbriferi e cioè: fiumi, torrenti, sorgenti e foci, laghi artificiali, esclusi i lagoni di accumulo a servizio delle aziende agricole, i fossi intubati, i laghi di cava, nonché i canali artificiali (art. 29 NTA).
 9Monti Simone-Simoncello, Faggete del M. Carpegna, Cima del M.Carpegna, Costa dei Salti, Boschi della Selva Grossa, Alpi della Luna, Fonte degli Abeti, Fosso del Salaiolo, Colle San Bartolo, Litorale dellla Baia del Re, Selve di San Nicola, Selva di Montevecchio, Selva Severini, Bosco del Beato Sante, Montebello di Urbino, Fontanelle, Gli Scopi, Gola del Furlo, Monte Paganuccio, Gola di Gorgo a Cerbara, Valle dell'Infernaccio, Versante N-O della vetta del M.Nerone, Versante O della Montagnola, Fondarca, Serre del Burano, Monti Catria e Acuto, Litorale di sinistra della foce del Cesano, Gola della Madonna del Sasso.
 10Monte Carpegna, Sasso Simone-Sasso Simoncello, Alta Valle del Metauro, Serre del Burano, Monte Nerone, Monte Pietralata-Monte Paganuccio, pendici NO del Monte Strega.
 11 Nella provincia di Pesaro ne erano state individuate 38 per complessivi 770 ettari.
 12Vi è l'impressione che la Provincia di Pesaro sia stata considerata un'area marginale nell'esecuzione di tali indagini floristiche a giudicare anche dalla esigua superficie globale delle aree individuate rispetto a quella delle altre province,.
 13Questi ultimi tre vengono inseriti anche nella categoria Zone umide.
 14L.R. 5 agosto 1992, n. 34 (Norme in materia Urbanistica, Paesaggistica e di assetto del Territorio) - Piano paesistico ambientale Regionale - Delibera C.R. n.197 del 3.11.1989. Documento diorinetamenti agli enti locali in materia di pianificazione urbanistica - Linee guida per la redazione degli strumenti urbanistici generali comunali e per il loro adeguamento al PPAR.
 15L'analisi del paesaggio agrario potrebbe infatti essere integrata nell'analisi del sottosistema storico-colturale, che invece solitamente rimane limitata al censimento degli edifici rurali.
 16La Regione Marche dispone la serie relativa ai rilievi 1892-1895 la cui copertura territoriale non è a scala omogenea; alcune zone risultano infatti al 25.000 ed altre al 50.000.
 17 Sulla base topografica dell'IGMI, questa carta riporta gli aggiornamenti relativi alle zone urbanizzate, i servizi, gli insediamenti produttivi, le vie di comunicazione e le modificazioni morfologiche di rilevante interesse, tutti derivati dalla Carta dell'uso attuale del Suolo.
 18Contiene informazioni planimetriche circa le vie di comunicazione derivanti dalla carta della viabilità (vedi) e informazioni altimetriche con quotatura dei capoluoghi comunali.
 19E' costituita da più "layers" (strati) che si possono acquisire separatamente e che costituiscono supporti tematici complementari: ortofotopiano; curve di livello e punti quotati;limiti amministrativi e toponimi. Esiste anche un'ortofotocarta in scala 1:5.000 relativa al solo comune di Ancona.
 20Realizzata per la redazione dei Piani regolatori in adeguamento al PPAR. Sono disponibili presso gli uffici tecnici dei relativi comuni.
 21In attuazione delle norme della L.183/89 (Norme per il riassetto organizzativo e funzionale della difesa del suolo. Riporta gli ambiti dei bacini idrografici regionali, interregionali e nazionali (Tevere).
 22All'interno dei bacini principali individuati nella precedente individua i sub-bacini fino al 5° ordine, classificandoli dalla foce alla sorgente.
 23Riporta numero e sviluppo di tutte le vie di comunicazione regionali e provinciali; la viabilità comunale e vicinale, asfaltata o sterrata è riportata con tratto sottile, senza denominazione.
 24Deriva dalla interpretazione della prima edizione della ortofotocarta, con cui è perfettamente sovrapponibile. E' in atto l'aggiornamento sia grafico che numerico con l'ortofotocarta aggiornata ai voli 1988/89.
E'caratterizzata da una classificazione gerarchica a tre livelli, e che limitatamente all'uso agro-forestale comprende:
Seminativo: non irriguo, irriguo, arborato, coltura orticola; Coltura legnosa agraria e specializzata: vigneto, frutteto, oliveto, serre e vivai; Arboricoltura: pioppeto; Bosco; Pascolo, prato-pascolo; Prato permanente; Incolto: cespugliato, con alberi (lungo le strade, lungo i fossi di scolo), con rocce e detriti, misto.
 25Si configura come una sintesi parziale della ortofotocarta e della carta dell'uso attuale del suolo, sono infatti evidenziati altimetria, toponimi e limiti amministrativi, la rete idrografica primaria e secondaria ed una serie di tipi relativi alle diverse destinazioni d'uso del suolo così suddivise:
Aree urbanizzate: insediamenti residenziali; insediamenti produttivi; attrezzature infrastrutturali; cimiteri; in trasformazione; attrezzature ricreative e turistiche;
Infrastrutture di comunicazione; autostrade; superstrade; strade asfaltate; strade non asfaltate; aree ferroviarie;
Aree del sistema idrografico: laghi e bacini artificiali ; corsi d'acqua; alveo dei principali corsi d'acqua;
Altre aree: aree boscate; aree estrattive.
 26 Prodotta dall' Istituto di Botanica dell'Università di Camerino, indica le principali associazioni vegetali , suddivise in erbacee e arboree (BALLELLI, S. ET AL., 1981).
 27Carte fitosociologiche della vegetazione redatte rispettivamente nel 1976, 1982, 1990 dall'Istituto di Botanica dell'Università di Camerino.
 28 Costituisce l'insieme dei beni sottoposti a tutela della normativa del PPAR; è disponibile su carta con stampa a colori.
 29 Tale ripresa è stata utilizzata per la realizzazione di una cartografia comunale fotogrammetrica numerica in scala 1:2.000 (Prot.406 UC/2 28.5.91).
 30Ovvero la distanza fra i bordi delle chiome di due soggetti successivi non deve essere superiore ad almeno 1 m nelle formazioni arbustive e ad almeno 6 m in quelle arboree.
 31Il termine alberata (fila di alberi che si snoda lungo una strada, sentiero e sim.) è da preferire a quello di alberatura, che nella lingua italiana significa genericamente piantagione di alberi (ZINGARELLI, 1996).
 32Intesa come "distanza misurata sulla linea perpendicolare alla direzione di prevalente sviluppo della superficie...fino alla proiezione al suolo dei due punti di massimo ingombro delle chiome di margine" (M.A.F. l.c.).
 33 "Indirizzi e criteri per il taglio e l'utilizzazione dei boschi e la realizzazione delle opere connesse - sostituzione degli indirizzi adottati con la D.G.R. n.3878 PL/AGF del 16.7.91, a sua volta sostitutiva della DGR n. 8163/88".
 34Effettuato in conformità all'articolo 10 L.R. n.6/73. Sono stati redatti due elenchi differenziati: A) inventario delle piante secolari, B) inventario delle piante di particolare valore naturalistico e ambientale, che riportano il numero d'ordine, la specie, l'età stimata delle piante, lo stato vegetativo, le generalità del proprietario e l'ubicazione del fondo, ma senza alcuna cartografia allegata.
 35Sulla base di osservazioni da parte del personale del C.F.S. su fusti di piante morte o abbattute e delle caratteristiche auxometriche della specie si può stimare che roverelle con diametro di 40 cm (misurato a 1.30 m dal suolo) possono considerarsi secolari).
36Nel caso di territori montani, in cui possono risultare numerose le aree sensibili già individuate dal PPAR, è possibile realizzare una cartografia apposita, allo scopo di evitare sovrapposizioni con i tematismi della carta di risulta.
 37 Due sono i tipi principali di GIS:
- a struttura raster (es. IDRISI), che consentono una suddivisone delle superfici territoriali attraverso una griglia georiferita, ed una facilità di gestione informatica soprattutto in fase di simulazione e di modellizzazione, ma una limitata precisione nella delimitazione dei confini;
- a struttura vettoriale (es. ARCINFO), più complessi in fase applicativa e di gestione dei dati, ma sicuramente più precisi nella rappresentazione dei dati lineari.
 38 Essa si basa sull'assunzione degli ambiti di tutela provvisori e delle eventuali delimitazioni delle emergenze botanico-vegetazionali e geologico-geomorfologiche; sull'appartenenza ai sottosistemi territoriali A,B,C,D,V, e sulla valutazione dei caratteri qualitativi dell'ambito considerato in funzione delle valenze geologiche, gemorfologiche, idrogeologiche; botanico-vegetazionali; ecologiche; storico-culturali; architettonico-strutturali; estetico-panoramiche.
 39Le prescrizioni sono immediatamente vincolanti per qualsiasi soggetto pubblico o privato e prevalenti nei confronti ditutti gli strumenti di pianificazione e programmazione vigenti (art. 9 comma 3 L.R).
 40 Si intende per tartufaia controllata quella costituita su terreni dove crescono tartufi allo stato naturale, sottoposta a miglioramenti colturali e incrementata con la messa a dimora di piante idonee preventivamente micorrizate (art. 8 comma 1).
Sono considerati miglioramenti le seguenti operazioni:
a) decespugliamento o diradamento della tartufaia;
b) trasformazione in alto fusto del bosco, secondo un progetto di conversione;
c) sarchiatura annuale della tartufaia;
d) potatura delle piante simbionti;
e) pacciamatura sulle superfici delle tartufaie;
f) graticciate trasversali sulla superficie del terreno per evitare erosioni superficiali quando la pendenza è eccessiva e rinnovamento delle stesse ogni qualvolta sia necessario e comunque ogni dieci anni;
g) drenaggio e governo delle acque superficiali,
h) irrigazioni di soccorso sulla superficie delle tartufaie (art. 8 comma 3).
 41 Le statistiche provinciali denunciano una ridotta richiesta dei finanziamenti comunitari (i Regg. 2078/92 e 2080/92 "Misure forestali nel settore agricolo", il Reg. 797/85 con successive modificazioni e integrazioni, il Programma Specifico Regionale di Forestazione, Del. 212/89 e 147/93) le cui finalità sono l'utilizzazione alternativa delle terre agricole mediante l'imboschimento o il rimboschimento, il miglioramento delle superfici boschive, la creazione di parchi e boschi urbani.
I regolamenti comunitari (es. il Reg. CEE 2080/92) attraverso specifici programmi regionali, forniscono interessanti finanziamenti agli agricoltori per il ritiro dei seminativi e per i conseguenti imboschimenti (spese di impianto, manutenzione e cure colturali per 5 anni, indennizzo sui mancati redditi fino a 20 anni). Altri, meno utilizzati, come il regolamento CEE 2078/92 (Metodi di produzione agricola compatibili con la protezione del