INTRODUZIONE
I presenti Indirizzi che vengono riproposti come uno degli elaborati
fondamentali del P.T.C., sono già stati approvati dal Consiglio
Provinciale con delibera n. 76 del 21.7.97 in conformità ai contenuti ed
alle procedure prefigurate dal documento regionale "Linee guida in materia
urbanistica" (delib. G.R. n. 1287 del 19.5.97).
Rispetto alla versione già approvata sono state apportate modifiche
correttive e specificazioni in coerenza con i suggerimenti e le sollecitazioni
espresse in particolare in sede di V Commissione Consigliare durante gli
incontri di esame e valutazione dei contenuti del P.T.C.
Inoltre le osservazioni formalmente trasmesse all'Amministrazione Provinciale
da parte di istituzioni, professionisti, (Corpo Forestale dello Stato, Comitato
Interprofessionale, Dott. Giovanni Forlani, Vice Presidente dell'Ordine dei
Dottori Agronomi e Forestali della Provincia di Pesaro e Urbino) sono state
attentamente valutate ed in parte recepite.
Si ribadisce che l'obiettivo fondamentale del presente documento di indirizzi
è quello di proporre chiari criteri di riferimento tecnico-metodologico
per la redazione dei P.R.G. e per la definizione di prime regole normative per
la disciplina degli interventi di trasformazione del territorio.
Il significato profondo di tali indirizzi, che l'esperienza congiunta degli
"attori" dovrà nel tempo contribuire ad arricchire e a precisare meglio,
sta comunque nel fatto che essi possono costituire la base di partenza per il
formarsi di una "coscienza urbanistica del territorio e delle sue ragioni"
più matura e diffusa, così come si è riusciti, nel tempo,
a crearla nei confronti dei Beni Culturali ed in particolare dei Centri
Storici.
A corredo del "Documento di indirizzi in materia di pianificazione
urbanistica", sono allegati i seguenti elaborati:
4.1 - "Scenari di riferimento per il dimensionamento dei Piani"
4.2 - "Conseguenze dell'edificazione sulla risorsa suolo": riflessioni ed
appunti
4.3 - "Analisi e valutazione delle risorse botanico-vegetazionali negli
strumenti di pianificazione territoriale: riflessioni, indirizzi e
procedure".
Tali allegati, che debbono essere considerati come elementi generali di
riferimento metodologico, contribuiranno a meglio precisare alcune delle
tematiche affrontate nel "Documento di indirizzi", proponendo e sviluppando
analisi, metodologie e procedure a sostegno della progettazione urbanistica
comunale.
IL DIRIGENTE DEL SERVIZIO
URBANISTICA E BENI AMBIENTALI
(Arch. Roberto Biagianti)
PRESENTAZIONE
dei Proff. GIUSEPPE CAMPOS VENUTI E FEDERICO OLIVA
(tratta dal documento di indirizzi in materia di pianificazione urbanistica,
approvato dal consiglio provinciale con delib. N. 76/97 del 21.07.1997)
Gli Indirizzi per la pianificazione urbanistica sono un documento
decisivo nel percorso di costruzione del PTCP della Provincia di Pesaro e
Urbino. E non solo perché definiscono criteri per la redazione dei PRG
(e per i loro adeguamento al PPAR) e quindi anche l'orientamento che il
Servizio Urbanistica e Beni Ambientali dell'Amministrazione Provinciale intende
adottare nella loro istruttoria ai fini dell'approvazione, ma soprattutto
perché ai PRG saranno sostanzialmente affidate le scelte relative al
sistema insediativo, uno dei tre contenuti strutturali del PTCP.
Il riferimento è ancora alla proposta dell'INU che individuava appunto
come contenuti strutturali del PTCP il sistema ambientale, il sistema dei
servizi (attrezzature e infrastrutture) e il sistema insediativo.
Nel nostro lavoro di consulenza abbiamo assunto questa indicazione come
condizione di partenza, proponendo di costruire il sistema analitico in
relazione a tali contenuti, privilegiando quindi più che gli aspetti
quantitativi delle informazioni, quelli prestazionali dei sistemi territoriali
da indagare.
La scelta di garantire una impostazione strutturale per il PTCP è
riconoscibile fin dai primi documenti presentati per la consulenza, nei quali
si definisce il PTCP come incrocio di due componenti: quella programmatica e
quella ambientale. Da un lato infatti l'esigenza del nuovo livello di
pianificazione nasce soprattutto come risposta alla pressante domanda di scelte
strategiche, realmente possibili e concretamente operabili, intorno alle quali
far confluire la discussione e poi la decisione di enti e istituzioni pubbliche
e degli stessi operatori privati; esso dovra' quindi rappresentare un quadro di
riferimento certo, all'interno del quale collocare le diverse scelte specifiche
individuali e collettive. E da questo punto di vista il PTCP deve rispondere
alla sua componente programmatica. D'altro lato, invece, il PTCP dovra'
soddisfare la domanda sempre più pressante di criteri inderogabili di
carattere ambientate, che non siano stabiliti caso per caso o a
posteriori, ma che condizionino a priori con i propri contenuti
ecologici, l`intero sistema degli interventi sul territorio. Costituendo quindi
un sistema di invarianti che ne rappresenta la componente ambientale. Insomma
da una parte le scelte temporali, prioritarie, finanziabili per massimizzare
1'efficienza funzionale sul territorio e dall'altra parte le scelte atemporali,
aprioristiche, condizionanti, per garantire la qualità ambientale sul
territorio.
Il PTCP fornirà quindi la sintesi strategica dei programmi funzionali
prioritari e della qualità ecologica degli interventi, con una
strumentazione suddivisa fra norme prescrittive dirette relative alla
componente ambientale del piano e indirizzi operativi indiretti, relativi
sostanzialmente al sistema insediativo e a quello infrastrutturale. Un PTCP
"leggero" quindi, i cui unici vincoli prescrittivi, permanenti e non
indennizzabili (come ormai ha largamente sancito la giurisprudenza, anche
quella costituzionale) saranno quelli del sistema ambientale: quelli
sovraordinati, derivanti cioè da una normativa statale e regionale, come
il PPAR.
Anche il sistema dei servizi, relativo alle attrezzature puntuali (tra cui
anche il verde di rilevanza sovracomunale) e alle infrastrutture (della
mobilità innanzitutto, ma anche quelle tecnologiche, energetiche e per
lo smaltimento dei rifiuti) non costituirà quindi oggetto di
prescrizione vincolistiche e formalizzate negli elaborati progettuali del PTCP.
Esso rappresentera' un vincolo valido solamente per le scelte delle
Amministrazioni Pubbliche e per gli altri soggetti di interesse pubblico che
hanno partecipato al processo di copianificazione; una sorta quindi di
autoregola-mentazione, che non esclude, ovviamente, che questo sistema non
debba trovare una rappresentazione simbolica ed indicativa negli elaborati del
piano.
La stessa impostazione vale per il sistema insediativo. Anche per questo, il
PTCP non dovrà dettare prescrizioni vincolistiche, rappresentando nei
suoi elaborati solo scenari di proposta, regole vincolanti per le
trasformazioni di rilevanza sovracomunale e, soprattutto, indirizzi per la
pianificazione comunale. Evitando quindi, in estrema sintesi, la dilatazione a
scala territoriale del modello di piano vincolistico-attuativo tipico della
scala comunale, ed evidenziando solo le scelte programmatiche e prioritarie,
che dovranno essere tradotte concretamente nella pianificazione comunale. Una
impostazione che non esclude l'approfondimento delle problematiche relative
alle trasformazioni di rilevanza sovracomunale, con l'individuazione, ad
esempio, di specifici progetti d'area, da costruire tuttavia sempre con la
partecipazione dei Comuni interessati, in quanto riguardano scelte che, alla
fine, dovranno essere tradotte nei relativi PRG.
A differenza di quanto è stato sperimentato nelle esperienze più
note e consolidate di pianificazione provinciale, affidare le tematiche del
sistema insediativo e del rapporto con la pianificazione comunale agli
indirizzi per la pianificazione urbanistica, rappresenta un approccio
che si fonda oltre che sull'impostazione strutturale del piano, anche sul
rifiuto del modello autoritario della pianificazione d'area vasta, che tende a
imporre dall'alto (dalla Provincia ai Comuni) scelte che sono specifiche dei
Comuni. Un approccio che impone quindi la ricerca costante del dialogo e della
partecipazione tra i due livelli di governo del territorio, ma che esprime
anche una concezione del processo di piano inteso più come prassi
quotidiana che come momento eccezionale, che guarda con molta attenzione alla
gestione, cioè alla capacità dell'amministrazione pubblica di
tradurre in progetti, in concrete attuazioni, le indicazioni del piano
stesso.
Anche questo approccio sperimenta un aspetto, assai rilevante, dell'ipotesi di
riforma dell'INU, quello relativo alle procedure di approvazione degli
strumenti della pianificazione; aspetto per il quale viene ribadito il
riferimento al principio, già affermato dalla legge 142/90, per cui
l'entrata in vigore degli strumenti di pianificazione ai vari livelli non deve
essere subordinato ad un atto di approvazione da parte di un soggetto
istituzionalmente sovraordinato, ma solamente all'accertamento della loro
conformità rispetto alle determinazioni assunte da tali soggetti
relativamente agli oggetti della pianificazione rientranti nella competenza di
questi ultimi. Si tratta, in sostanza, della generalizzazione al sistema della
pianificazione del principio di sussidiarietà, per il quale
debbono competere ad ogni livello di piano i contenuti e ad ogni livello di
governo le funzioni che rispondono direttamente agli interessi dei cittadini
amministrati.
Sono questi i motivi per cui gli indirizzi per la pianificazione
urbanistica predisposti dal Servizio Urbanistica e Beni Ambientati
dell'Amministrazione Provinciale rappresentano un momento decisivo nel percorso
del PTCP; sia per quanto riguarda l'adesione (e quindi la costruzione del
consenso) dei Comuni al piano territoriale; sia per l'affermazione della
utilità complessiva dello stesso piano, che non rappresenterà un
ulteriore sistema di vincoli e di procedure, ma che, al contrario,
garantirà maggiore operatività e flessibilità al livello
operativo della pianificazione, quello comunale, rappresentando un quadro di
certezza e di riferimento per tutti gli operatori e per tutte te
amministrazioni pubbliche.
Gli indirizzi sperimentano dunque un approccio dichiaratamente collegato
con la proposta di riforma dell'INU e con le norme generali della legge 142/90,
per garantirne una verifica della prima e una concreta applicazione della
seconda. Da essi emerge un modello applicativo semplice, praticabile ed
equilibrato, fatto di prescrizioni operative o di semplici indicazioni, tale
però da incidere effettivamente sulla pianificazione operativa dei
Comuni.
1. L'EVOLUZIONE DEL "FARE" URBANISTICA
1.1 PREMESSA
Nei seguenti paragrafi ci si sofferma su alcuni dei temi al centro dell'attuale
dibattito culturale relativi sia alle novità tecnico-metodologiche
prospettate da alcuni strumenti urbanistici generali di recente formazione, sia
a quella stessa produzione legislativa nazionale e regionale, anticipatrice di
procedure e metodi nuovi ed originali.
Si è ritenuto utile inserire tali spunti di riflessione per spostare lo
sguardo su questioni che porteranno certamente nel prossimo futuro a modifiche
dei tradizionali comportamenti procedurali e amministrativi, insieme a
sostanziali revisioni degli aspetti tecnico-normativi relativamente al
complesso degli strumenti urbanistici generali e attuativi.
Auspichiamo comunque che eventuali "modifiche" o "revisioni", qualora
proposte, nascano veramente da una maturazione e da uno sviluppo della nostra
cultura urbanistica regionale, che, grazie soprattutto al PPAR prima ed alla
L.R. 34/92 poi, incomincia ad avere una sua non banale specificità ed
originalità che per molti aspetti andrà preservata ed
esaltata, evitando di sposare acriticamente le "nuove indicazioni
metodologico-operative" che derivano da esperienze e storie regionali molto
spesso diverse dalla nostra, come ad esempio quelle della Regione Toscana, i
cui riscontri potranno comunque fornirci per il prossimo futuro spunti di
evoluzione interessanti forse in parte perseguibili anche per il nostro
contesto regionale.
Ciò non deve distogliere comunque dal seguire con estrema attenzione
quanto a livello nazionale sta maturando, grazie anche all'impegno incisivo
profuso dall'INU in questi ultimi anni in materia di riforma
urbanistica.
Tra i contenuti più rilevanti dell'evoluzione disciplinare più
recente, vi è senza dubbio quello relativo alla problematica attuativa
che rappresenta un nodo centrale dell'urbanistica comunale, dato che coinvolge
le problematiche del regime giuridico degli immobili e quindi dell'esproprio
per pubblica utilità, prendendo atto dell'inadeguatezza dell'attuale
modello attuativo previsto dalla legge 1150/42 e via via trasformato dalle
modifiche apportate nel corso dei quasi cinquant'anni di gestione della
legge.
Su tale nodo e sulle possibili soluzioni si è sviluppato il dibattito
politico e disciplinare più significativo, a partire dall'ipotesi di
riforma urbanistica presentata dall'INU al suo XXI Congresso (Bologna Novembre
1995), dibattito che è recentemente approdato in Parlamento con la
presentazione di diversi progetti di riforma urbanistica, uno dei quali
esplicitamente orientato a risolvere la problematica attuativa attraverso la
soluzione perequativa.
1.2 ECOLOGIA E URBANISTICA
La cultura urbanistica più avanzata tende ormai a qualificare gli
strumenti urbanistici come occasioni attraverso le quali disciplinare in prima
istanza un corretto uso del suolo e delle sue risorse, prefigurando ipotesi
progettuali urbanistico-territoriali volte alla tutela, salvaguardia e
valorizzazione dell'insieme delle risorse sia paesistiche che ambientali.
Rispetto a come nel passato è stato concepito il modo di approcciarsi
all'urbanistica si tratta di una vera e propria rivoluzione copernicana, non
solo dal punto di vista politico-culturale e tecnico-metodologico, ma anche, e
questo forse è l'aspetto più significativo e meno considerato,
dal punto di vista giuridico.
Infatti in tale ottica gli strumenti urbanistici non possono essere
più considerati solo come occasioni per sostanziare con adeguate
soluzioni tecniche il diritto soggettivo ad edificare, ma, al contrario,
diventano in via prioritaria occasioni per sostanziare la tutela di diritti ben
più pregnanti, quali quelli all'Ambiente ed alla Salute.
Con l'approvazione del P.P.A.R. e l'obbligo ai Comuni di adeguarvisi a livello
di PRG, sono stati compiuti nelle Marche significativi passi in avanti in tale
direzione.
Infatti così come concepito dal Piano Paesistico Ambientale Regionale e
dalla L.R. 34/92, il nuovo P.R.G. si configura come strumento di definizione
progettuale sia delle tutele e delle valorizzazioni delle risorse
paesistico-ambientali, sia delle scelte urbanistiche compatibili con dette
risorse.
Gli strumenti urbanistici sia generali che attuativi predisposti ai vari
livelli devono pertanto:
- porre estrema attenzione all'esito delle scelte di piano relativamente al
consumo di suolo, considerato quest'ultimo per troppo tempo come una
"variabile indipendente", quasi irrilevante. Una corretta lettura
interdisciplinare del territorio non può non comportare una sempre
maggiore attenzione all' "uso del suolo" non ancora urbanizzato;
- concepire il proprio progetto alla luce dei principi ecologici
contenuti nella più recente produzione legislativa (dalla L. 431/85 alla
L. 349/86, dalla L. 183/89 alla L.36/94, dalla legge sull'inquinamento acustico
n. 497/95 al recente Decreto del 12.04.1996 sulla VIA, sino al recentissimo
decreto l.vo Ronchi n. 22/97 sulla gestione e smaltimento rifiuti) che si
ispirano alla ecosostenibilità dello sviluppo, ossia ad una
compatibilità tra l'esercizio sul territorio dell'insieme delle
attività antropiche e l'uso delle risorse fisico-naturali che ne
costituiscono la struttura portante;
- inserire nella progettazione urbanistica norme, regole e criteri di
carattere ambientale, che rendano sempre più compenetrante e
qualitativamente soddisfacente il rapporto fra la natura, le sue
risorse e l'architettura.
1.3 LA SOSTENIBILITA' DELLE NUOVE TRASFORMAZIONI URBANISTICHE
Il recente decreto sulla VIA del 12.4.96, che discende dalla lontana direttiva
CEE del 1985, sottopone finalmente alla disciplina della VIA anche i progetti
per le opere di cui al ben noto "Allegato II" della direttiva medesima.
E' questo senza dubbio un risultato positivo che però non risolve la
contraddizione di fondo che è insita in tale procedura; cioè
quella di intervenire a valle della scelta e non a monte come strumento
preventivo volto a filtrare e verificare la bontà della stessa nella sua
fase di maturazione a livello urbanistico.
Attivare procedure tipo VIA per le scelte urbanistiche da compiere è un
passaggio obbligato di cui ci si deve far carico sia in sede di redazione
degli strumenti urbanistici sia nella fase istruttoria degli stessi per la loro
approvazione definitiva.
Su tale terreno gli Uffici con il contributo dei consulenti, stanno
lavorando per codificare in via sperimentale un metodo volto ad inserire nei
PRG e soprattutto nella fase istruttoria il concetto della sostenibilità
delle nuove trasformazioni urbanistiche proposte, onde salvaguardare un
corretto equilibrio ecologico.
Per conseguire tale obiettivo si è ritenuto di dover individuare e
definire l'insieme dei parametri che concorrono a determinare una valutazione
complessiva sulle trasformazioni proposte nello strumento urbanistico.
Di seguito, al fine di chiarire meglio quanto sopra enunciato, proponiamo il
complesso dei parametri al momento individuati e le prime riflessioni sul
significato che a ciascuno di essi intendiamo attribuire:
Benefici dell'intervento: con questa definizione si intendono i
vantaggi socioeconomici che l'intervento proposto apporta al contesto
territoriale nel quale si inserisce. I vantaggi economici a cui ci si riferisce
sono il valore complessivo dell'investimento che si crea e le
opportunità di lavoro collegate alla sua realizzazione, mentre, sul
piano sociale, i benefici sono legati alla risoluzione di rilevanti problemi
per la collettività (scuole, servizi assistenziali, parchi, ecc.) o
all'occupazione permanente indotta.
Dimensionamento: per dimensionamento si intendono gli elementi
classici che qualificano una trasformazione urbanistica, estensione dell'area,
volumetrie, addetti o abitanti insediabili a seguito della trasformazione, i
dati sull'area andranno definiti in termini relativi (in rapporto alle
quantità messe in campo complessivamente dal PRG) e assoluti.
Localizzazione e accessibilita': con il termine localizzazione si
deve intendere il posizionamento dell'area in rapporto ai centri abitati, al
territorio comunale e a quello dei Comuni e centri vicini in relazione alla
sua consistenza e destinazione urbanistica. L'accessibilità è di
fatto un parametro complementare alla localizzazione che rappresenta la
facilità nel raggiungere l'area in relazione alle distanze e alle
caratteristiche delle strade e dei percorsi che ne garantiscono la
fruibilità.
Prevalente destinazione urbanistica e d'uso (precedente
all'adozione): il significato è evidente ed immediato, si tratta di
descrivere l'uso e la precedente destinazione urbanistica per poter effettuare
un confronto con quella prevista in progetto e valutarne le motivazioni.
Impatto dell'intervento sul sistema della mobilita': in relazione
alla consistenza e alla destinazione urbanistica dell'area oggetto di
trasformazione si possono creare delle situazione difficili per la
mobilità, si tratta quindi di valutare e di descrivere il carico che
l'intervento determina sulle infrastrutture di mobilità principali e le
eventuali soluzioni predisposte per ovviare ai possibili inconvenienti.
Struttura geomorfologica, vincolo idrogeologico: con strutture
geomorfologiche (artt. 28-32 delle N.T.A. del P.P.A.R) si intendono le
emergenze geologiche, geomorfologiche ed idrogeologiche, i corsi d'acqua, i
crinali, i versanti acclivi e i litorali marini che vengono individuati nel
territorio compresi i loro ambiti di tutela. Si intendono soggetti a vincolo
idrogeologico (R.D.L. n.3267 del 1923) tutti i terreni che, a seguito di
interventi non idonei, possono subire denudazioni, perdere stabilità o
turbare il regime delle acque arrecando danno pubblico. Le aree oggetto di
vincolo idrogeologico possono essere sottoposte a limitazioni nelle loro
utilizzazioni. Le strutture geomorfologiche ed il vincolo idrogeologico
concorreranno insieme a qualificare la vocazione all'edificabilità di
ciascuna area di trasformazione urbanistica.
Pericolosita' geologiche: le zone caratterizzate da
pericolosità geologiche più elevata sono quelle esondabili, in
frana, calanchive, soggette a significativo movimento lento della copertura e
quelle nelle loro immediate vicinanze , nonché le zone a
vulnerabilità dell'acquifero.
Inoltre devono essere valutate le zone potenzialmente franose caratterizzate da
caratteristiche lito-tecniche, di acclività e di giacitura simili a
quelle palesemente franose.
Bilancio idrico e impermeabilizzazione dei suoli: i piani
regolatori nell'introdurre nuove previsioni insediative devono valutare in
maniera adeguata la sostenibilità delle previsioni in relazione
all'impermeabilizzazione del suolo provocata, all'aumento del fabbisogno
idrico, allo smaltimento delle acque al fine di valutare se siano compatibili
con le infrastrutture in essere o in progetto, (fogne e depuratori) che con la
portata di magra dei ricettori finali, permettono così un sufficiente
livello di diluizione e di qualità delle acque e un corretto smaltimento
delle stesse.
Patrimonio botanico vegetazionale: le numerose componenti del
paesaggio vegetale della regione Marche costituiscono caratteristiche peculiari
nell'ambito del territorio regionale, la pianificazione promuove una tutela
attiva di esse quando assumono un valore sia da un punto di vista scientifico
(per la loro esclusività o rarità), sia da un punto di vista
ecologico, economico e della difesa del suolo. Per categorie del patrimonio
botanico vegetazionale si devono intendere quelle ricomprese al capo III del
PPAR, in particolare: le aree floristiche, le foreste demaniali regionali e i
boschi, i pascoli, le zone umide e gli elementi diffusi del paesaggio
agrario.
Conseguenze sul territorio: riguarda la possibilità che si
verifichino modificazioni ambientali relative alla qualità di aria,
acqua, suolo sottosuolo e componenti biotiche animali e vegetali ad eccezione
di quelle inquadrabili nelle categorie botanico-vegetazionali del PPAR.
Infrastrutturazione agricola: si tratta di quelle infrastrutture
stratificatesi nel tempo realizzate con investimenti pubblici e privati che
rendono le aree particolarmente idonee all'attività agricola; in
particolare ci si riferisce a strade di servizio (poderali, interpoderali,
ecc.) canali di scolo, sistemi irrigui, abitazioni agricole, silos, fienili,
magazzini ecc. ad impianti arborei (uliveti, vigneti ecc.) e serre la cui
presenza rappresenta un valore rilevante anche sul piano economico.
Patrimonio storico culturale e l. 1089/39: "L'intero territorio
delle Marche è bene storico culturale, essendo stato costruito per
intero dall'uomo attraverso i secoli nelle sue componenti morfologiche,
vegetazionali, insediative ed infrastrutturali; tali elementi rappresentano
singolarmente considerati e nel loro insieme, un bene in quanto sono
espressione oggettive di memoria storica" (art.15, comma 1, delle NTA del
PPAR). E' evidente che esistono luoghi dove l'insieme di questi beni è
più denso e significativo (e di conseguenza il patrimonio da tutelare
assume maggior valore ) mentre in altre zone le trasformazioni urbanistiche,
meglio se volte al recupero di aree compromesse comportano un minor impatto.
Gli elementi del patrimonio storico culturale sono quelli definiti dal capo IV
del PPAR e precisamente: paesaggio agrario di interesse storico ambientale,
centri e nuclei storici, edifici e manufatti storici, zone archeologiche e
strade consolari, luoghi di memoria storica, punti panoramici e strade
panoramiche. Inoltre la L.1089/39 tutela le cose immobili e mobili, che
presentano un interesse artistico, storico ed etnografico.
Stato dell'area in rapporto al paesaggio - l. 1497/39 e l.
431/85: con questa locuzione si intende quella sintesi di elementi
morfologici (emergenze geologiche, idrografia, altimetria e clivometria del
terreno, considerati singolarmente ed in combinazione tra loro), biologici
(copertura vegetazionale del suolo, colture aree boscate e zone aride),
antropici (emergenze architettoniche, centri e nuclei abitati, manufatti di
valore storico architettonico, ma anche discariche e zone industriali), che
concorrono a definire ed a rendere identificabile un paesaggio od un luogo. E'
implicito che il valore (positivo o negativo), di ciascuno di questi elementi
non deve essere valutato in assoluto, ma in relazione al contesto in cui si
trova che può accrescerne o limitarne il pregio o la negatività.
Le leggi 1497/39 e 431/85, sono leggi fondamentali per la protezione delle
bellezze naturali: la seconda individua categorie di beni e loro ambiti (fiumi,
coste, boschi, ecc.), mentre la prima, oltre a ciò, stabilisce anche le
modalità per esercitare la prevenzione e la tutela.
Impatto visivo: con impatto visivo si deve intendere la
visibilità da particolari punti (strade, abitati ecc.) o da luoghi di
frequentazione facilmente accessibili, delle trasformazioni da introdurre, i
cui caratteri possono essere esaltati o mitigati dalla morfologia del terreno o
dalla presenza di elementi come alberature, siepi, rilevati, ecc. che creano
interferenze significative con l'intervento.
Altri vincoli: ci si riferisce a tutte le situazioni che per
motivazioni e condizioni diverse da quelle sopra elencate, possono costituire
dei limiti agli interventi e alla trasformabilità delle aree come ad
esempio le aree di rispetto cimiteriale, le fasce di rispetto di metanodotti,
degli acquedotti ecc.
Esenzioni: Si tratta dei casi previsti dall'art. 60 delle NTA in
cui non operano i vincoli di PPAR.
Risulta evidente che i parametri sopra descritti introducendo nuove condizioni
creano un quadro diverso alla pianificazione comunale rispetto alle valutazioni
e alle metodologie fino ad oggi seguite nell'individuazione delle aree da
sottoporre a trasformazione urbanistica.
Studiare e valutare in maniera approfondita, nei termini sopra accennati,
l'opportunità delle scelte ed i loro eventuali effetti complessivi sul
territorio, significa cominciare a porsi il problema della sostenibilità
ecologica (rapporto con la capacità portante degli ecosistemi) del
singolo intervento e più in generale dell'intero PRG.
In questa fase, in cui riteniamo che queste nuove ipotesi di lavoro debbano
essere sperimentate per valutarne la fattibilità e la bontà, non
si ritiene opportuno introdurre o indicare nuove procedure di verifica in
aggiunta a quelle già previste dalle attuali normative, demandando
invece ai Comuni la possibilità di percorrere procedure di valutazione,
verifica e progettazione più mature di quelle che conformemente alle
norme vigenti, il presente documento propone.
1.4 LA PROGETTAZIONE DI DETTAGLIO IN SEDE DI P.R.G.
Nella redazione dei PRG un aspetto importante da tener ben presente è
quello relativo al fatto che la L.R. 34/92 consente l'opportunità di
inserire, già in tale sede previsioni operative per parti significative
del contesto urbano-territoriale attribuendo ai PRG le possibilità di
intervento proprie degli strumenti attuativi.
Il quarto comma dell'art. 15 della L.R. 34/92 introduce infatti un "modus
operandi" innovativo, che ha il suo riferimento "culturale" nelle più
recenti e qualificate esperienze di pianificazione urbanistica.
Già in sede di strumentazione urbanistica generale, è quindi
possibile inserire previsioni di dettaglio proprie della strumentazione
urbanistica particolareggiata, in tutte quelle situazioni, per le quali
ciò sia ritenuto opportuno dai progettisti, o per la delicatezza dei
contesti, o per l'importanza strategica che questi possono rivestire
all'interno del progetto generale di Piano.
A seguito della approvazione del PRG su tali zone si potrà poi procedere
anche al rilascio di singole concessioni, consentendo interventi edilizi
diretti, eliminando così i tempi della procedura di approvazione dello
strumento attuativo (pubblicazione, deposito, osservazioni, controdeduzioni,
approvazione definitiva), facendoli di fatto coincidere con quelli della
procedura di approvazione del PRG.
E' evidente che nei casi in cui sia previsto l'intervento privato o
pubblico-privato deve essere contestualmente prodotta una bozza di convenzione
come parte integrante degli elaborati di Piano.
Quanto ai contenuti della "progettazione urbanistica di dettaglio" si ritiene
che questa debba consentire una chiara lettura dell'assetto planovolumetrico e
tipologico finale della zona oggetto di intervento, non solo in termini
distributivi (differenziazione degli spazi in rapporto alle diverse
destinazioni d'uso, pubbliche e non, e alle loro specifiche articolazioni
spaziali), ma anche in termini formali, ossia di preventivo controllo della
futura configurazione della "struttura urbana" finale.
La possibilità di utilizzare a livello di PRG tale soluzione
operativa risulta molto opportuna anche nei casi di zone interessate da ambiti
provvisori di tutela di PPAR sulle quali in sede di adeguamento si ritenessero
ammissibili, secondo precisate motivazioni, interventi urbanistico-edilizi. In
tal caso il "disegno dettagliato" diventa occasione di verifica e controllo
dell'appropriato inserimento degli interventi previsti nel contesto paesistico
e ambientale interessato.
Inoltre l'uso appropriato di tale possibilità di intervento può
ridurre l'abuso del ricorso alle Varianti Parziali tramite strumenti
urbanistici attuativi redatti all'insegna delle mutevoli "legittime esigenze"
dei proprietari dell'ultima ora; parallelamente può stimolare i
progettisti a maturare meglio e definire con maggior compiutezza quelle scelte
di Piano ritenute strategiche per il conseguimento degli obiettivi generali
desiderati.
1.5 LA PIANIFICAZIONE CONDIVISA O "COPIANIFICAZIONE"
Il termine "copianificazione" ricorre sempre più spesso nel dibattito in
corso e mette in luce l'obsolescenza del modello della pianificazione a cascata
e dei relativi controlli a valle.
"Copianificazione" non significa assenza di controlli, ma nuove forme di
controllo e di verifica (da sperimentare) che dovrebbero presupporre:
- modalità di relazione fra gli enti ed, a loro volta, fra enti
ed utenza (in cui vanno ricompresi gli stessi progettisti dei piani) basate
sulla collaborazione;
- partecipazione progressiva alla impostazione del "progetto di piano"
che consenta agli Enti coinvolti di "condividere", in una logica di dialogante
processualità, la complessa definizione dei metodi, degli obiettivi e
degli strumenti;
- messa a punto di sistemi informativi territoriali che consentano ad
istituzioni ed enti di dialogare "in tempo reale", scambiandosi dati e
consentendo un effettivo "feed-back" della propria attività;
- produzione di strumentazione di area vasta (di livello regionale e
provinciale) che consenta di individuare il "sistema delle coerenze", quale
riferimento per la pianificazione comunale.
Il concetto di "copianificazione" sopra accennato dovrà comunque
favorire, o quantomeno salvaguardare lo sviluppo di un sano rapporto dialettico
fra Enti, che se pur non più gerarchicamente distinti in Enti
sovraordinati ed Enti sottordinati, hanno ed avranno comunque ruoli e compiti
distinti, ma complementari nel conseguimento di obiettivi comuni, fra i quali
sono ormai da ascrivere a pieno titolo sia l'esigenza della tutela e
valorizzazione delle risorse ambientali, sia la necessità di uno
sviluppo urbanistico razionale misurato più sui bisogni reali delle
Comunità che su quelli legati agli interessi della rendita
fondiaria.
Originali forme di coopianificazione potrebbero essere attivate nella nostra
realtà provinciale, spingendo la collaborazione fattiva già
esistente fra Comuni e Provincia anche nella sperimentazione di momenti
collaborativi nelle fasi di definizione delle scelte dei rispettivi Piani.
Tali prospettive non possono comunque prescindere da chiare adesioni di
volontà politica e con l'adozione di questo primo P.T.C. esse possono
contare su di un punto di riferimento certo.
Nel frattempo sarebbe già un significativo risultato riuscire ad avviare
procedure coordinate di verifica dei Piani da parte di tutti gli Enti che hanno
competenze settoriali specifiche sul territorio onde evitare la procedura
vigente dei "pareri" e dei "nulla osta" a cascata che spesso si traducono in
veti "a posteriori" o quanto meno in lungaggini burocratiche non più
giustificabili.
1.6 NUOVI STRUMENTI DI GESTIONE
Nel sistema amministrativo sta progressivamente emergendo un diffuso fenomeno
di crisi del modello autoritativo di intervento della P.A. che si
manifesta nella crescente consapevolezza dell'inadeguatezza, rispetto alla
complessità dei processi di sviluppo socio-economico in cui è
chiamata ad operare la P.A., dei rigidi schemi procedimentali di tipo
unilaterale per la determinazione del contenuto dell'azione amministrativa. La
complessità dei problemi e dei conflitti di interessi da risolvere,
impone con sempre maggiore frequenza il ricorso a soluzioni che siano il frutto
di procedimenti decisionali concertati e concordati con i principali soggetti
pubblici e privati coinvolti dall'azione amministrativa e in grado di
concorrere positivamente con le proprie risorse al raggiungimento degli
obiettivi che questa si propone.
Il progressivo ampliamento della sfera dell' "amministrazione per
accordi" a scapito dell' "amministrare per provvedimenti," oltre che nella
prassi, ha avuto un rilevante e fondamentale riconoscimento nel diritto
positivo e in particolare: innanzitutto nell'art.11 della L.241/90 che ammette
la possibilità per la P.A. di concludere "senza pregiudizio dei diritti
dei terzi, e in ogni caso nel perseguimento del pubblico interesse, accordi con
gli interessati al fine di determinare il contenuto discrezionale del
provvedimento finale (c.d. accordi procedimentali integrativi del
provvedimento) ovvero, nei casi previsti dalla legge, in sostituzione di questo
(c.d. accordi sostitutivi del provvedimento); nell'art.14 della L.241/90 che ha
normato la conferenza dei servizi, istituto che ha per scopo, obbedendo
ad esigenze di semplificazione e accelerazione dell'azione amministrativa, di
assicurare un unico momento procedimentale per acquisire contestualmente da
parte di tutti i portatori dei diversi interessi pubblici coinvolti nel
procedimento gli elementi istruttori utili per l'adozione di un provvedimento
amministrativo concordato; ancora nel successivo art.15 che ha previsto in via
generale per le amministrazioni pubbliche la facoltà di "concludere tra
loro accordi per disciplinare lo svolgimento in collaborazione di
attività di interesse comune"; infine nell'art.27 della L.142/90 che
disciplina una specie degli accordi organizzativi di cui all'art.15 della
L.241/90, l'accordo di programma, vale a dire uno strumento consensuale
"per la definizione e l'attuazione di opere, di interventi o di programmi di
intervento che richiedono, per la loro completa realizzazione, l'azione
integrata e coordinata di comuni, di province e regioni, di amministrazioni
statali e di altri soggetti pubblici ...per assicurare il coordinamento delle
azioni e per determinare i tempi, le modalità, il finanziamento ed ogni
altro connesso adempimento".
Anche nel settore dell'urbanistica, prima la prassi e poi il diritto positivo
hanno registrato la tendenza sempre più marcata ad avvalersi di moduli
consensuali nell'esercizio della potestà di pianificazione del
territorio e dunque a favorire una determinazione non autoritativa, ma
"contrattualizzata" delle scelte urbanistico-territoriali.
Questa tendenza che già in passato si era espressa con il riconoscimento
della possibilità di fissare in via convenzionale le previsioni
attuative delle scelte operate dagli strumenti urbanistici generali (si pensi
alle convenzioni di lottizzazione), è oggi maggiormente valorizzata
dall'introduzione di nuovi strumenti urbanistici, quali i programmi
integrati d'intervento (art.16 L.179/1992) e i programmi di recupero
urbano (art.11 L.493/1993), che prevedono un coinvolgimento diretto e
più qualificato dei privati sia in termini di iniziativa che di
finanziamento, definizione e attuazione di tali programmi, attraverso la
conclusione di accordi o schemi convenzionali con i soggetti pubblici.
In effetti rispetto ai decenni passati la pianificazione urbanistica deve oggi
misurarsi con obiettivi più complessi, che non sono più
precipuamente quelli della ricostruzione e dell'espansione, ma gli obiettivi
della riqualificazione urbana, del recupero delle periferie, della
riconversione di aree industriali dismesse, insomma della "ripianificazione" di
intere parti del tessuto urbano che richiedono un'azione integrata di soggetti
pubblici e privati. Tale integrazione, è per definizione difficilmente
realizzabile all'interno delle rigide e predeterminate maglie del modello
autoritativo di definizione dell'azione amministrativa, e postula invece il
ricorso a procedure consensuali in grado di modulare con la necessaria
duttilità i contenuti dei programmi e, in connessione, di definire
l'azione dei diversi soggetti, sia pubblici che privati, necessaria per
giungere a soddisfare gli obiettivi di politica urbanistica (rispetto ai quali
gli interessi privati collimano o per lo meno si conciliano con gli interessi
pubblici).
Il programma integrato d'intervento.
Il programma integrato d'intervento (e le sue specificazioni variamente
denominate dalle normative - vedi ad esempio il decreto del Ministro dei ll.pp.
del 21 dicembre 1994 che regolamenta in maniera dettagliata i programmi di
riqualificazione urbana -) è caratterizzato, per espresso riconoscimento
normativo (art.16 comma 1 L.179/1992; e D.M. 21.12.1994 sopra citato), da una
molteplicità di fini che sono quelli di riqualificare il tessuto
urbanistico, edilizio ed ambientale, incidendo fortemente su intere zone del
territorio comunale, sia già totalmente o parzialmente edificate sia da
destinare a nuova edificazione, attraverso la programmazione organica delle
più diverse tipologie d'intervento.
Il programma agisce con l'obiettivo della riconversione di quelle parti,
specie periferiche, del tessuto urbano ormai obsolete o degradate, al fine di
rimodellarne l'assetto e valorizzarne la funzione urbana strategica specie
rispetto al centro dell'area urbana.
Si tratta di un procedimento programmatorio che può essere attivato sia
ad iniziativa d'ufficio che di parte, e che al di là del profilo
relativo all'imputazione formale del programma (si tratta di un piano
urbanistico attuativo la cui adozione è di competenza del consiglio
comunale), ammette sia nella fase dell'elaborazione delle scelte urbanistiche
sia in quella successiva della sua realizzazione, il concorso di soggetti
pubblici e privati. Un concorso che, considerate le dimensioni e l'incidenza
degli interventi programmati nonché le risorse finanziarie necessarie,
appare quanto mai opportuno.
Su un piano più prettamente giuridico, come già sommariamente si
accennava, l'introduzione con la previsione dei programmi integrati
d'intervento di una nuova (rispetto a quella già codificata delle
convenzioni di lottizzazione) fattispecie di formulazione concordata e
consensuale di previsioni urbanistiche, segna una novità di particolare
rilievo nell'ordinamento urbanistico
Se guardiamo infatti alla sfera dei rapporti tra programmi integrati e piano
regolatore generale la cui disciplina - dopo la dichiarazione di
illegittimità costituzionale da parte della Corte Costituzionale (sent.
n.393 del 7 ottobre 1992) dei commi 3, 4, 5, 6, 7 dell'art.16 L.179/1992 -
è ora demandata ai legislatori regionali (nella Regione Marche è
ancora allo studio una proposta di legge in materia; hanno invece colmato il
vuoto normativo la Regione Emilia Romagna con gli artt.20 e 21 della legge 30
gennaio 1995, n.6, e la legge provinciale del Trentino con l'art.56 bis del
t.u. 1994 sull'ordinamento urbanistico), vediamo che per le sue
finalità e data la qualità degli interventi previsti, il
programma integrato è destinato a produrre assai frequentemente un
effetto di variante al piano regolatore generale ( tralaltro la
localizzazione del programma non incontra limiti all'interno delle zone del PRG
vigente, né necessita come invece previsto dalla L.457/1978 per il piano
di recupero una preventiva perimetrazione dell'area da parte del consiglio
comunale). Del resto l'affermarsi nell'ordinamento di piani attuativi con
forte valenza derogatoria delle previsioni generali, è la spia di una
forte e generalizzata insofferenza per la rigidità e la scarsa
dinamicità del sistema pianificatorio delineato dalla L.1150/1942,
centrato su una netta e rigida separazione tra pianificazione generale e
pianificazione attuativa che mal si concilia con la forte esigenza di un
continuo aggiornamento delle previsioni urbanistiche in connessione con la
necessità di governare dinamicamente, anche sotto il profilo urbanistico
- territoriale i sempre più accelerati processi economici e sociali che
impongono una continua "attualizzazione" dell'interesse pubblico concreto. Un
tentativo di superamento, o per lo meno di aggiornamento e correzione del
sistema delineato dalla legge urbanistica del 1942, si è configurato sia
nell'esperienza pianificatoria di alcuni Comuni come quello di Carpi, sia in
alcune proposte di riforma urbanistica (si veda quella avanzata dall'INU), in
cui si ripensa il piano regolatore generale in termini di provvedimento quadro
di indirizzo, contenente le scelte strutturali di fondo e la fissazione di
alcuni parametri fondamentali (quali, ad esempio, le destinazioni d'uso dei
comparti, le volumetrie massime e gli standard), mentre si lasciano più
margini di intervento ed autonomia alla pianificazione funzionale ed operativa
destinata a programmare e a realizzare in un modesto periodo di tempo (4 o
cinque anni) opere, previsioni ed interventi, sfruttando al meglio anche
l'interazione con i soggetti privati e dunque anche valorizzando i moduli
contrattualistici di determinazione dell'azione amministrativa. (ovviamente
come esplicitato in altre parti del presente documento, tali nuove procedure di
intervento, nonché detti nuovi modelli di progettazione urbanistica si
rilevano quanto mai attuali ed opportuni per realtà urbanistiche
complesse (nel nostro territorio, ad esempio, Pesaro e Fano), mentre per
contesti di circoscritte dimensioni come la quasi totalità dei comuni
della provincia, le problematiche accennate sembrerebbero meno rilevanti).
Sembra allora che siano complessivamente mature le condizioni per il
progressivo superamento del c.d. dogma della indisponibilità da parte
della P.A. della potestà di pianificazione urbanistica, su cui si sono
tradizionalmente attestate la prevalente dottrina e giurisprudenza per
disconoscere rilievo giuridico agli accordi tra P.A. e privati per la
definizione consensuale di previsioni urbanistiche. Sta infatti mutando la
prospettiva da cui tali posizioni muovono, ossia il principio della rigida
separazione tra pianificazione generale, caratterizzata da un attività
amministrativa ad alto tasso di discrezionalità non riducibile in schemi
negoziali, e pianificazione attuativa, caratterizzata dalla mera specificazione
ed esecuzione delle scelte primarie compiute al livello di pianificazione
superiore (solo questo secondo limitato e controllato livello, sarebbe l'ambito
in cui l'ordinamento ammetterebbe la definzione convenzionale delle previsioni
urbanistiche). Oggi invece, proprio l'introduzione dei programmi integrati
d'intervento consente per la prima volta ai privati di concordare con i
soggetti pubblici la determinazione di assetti pianificatori generali,
innovativi anche rispetto alle scelte prefigurate nel PRG e dunque il ruolo
dell'accordo, non più confinato alla sola fase attuativa, assume una
valenza e una pregnanza ben maggiori.
L'unico ostacolo di diritto positivo al riconoscimento della possibilità
di "contrattualizzazione" dell'esercizio delle potestà urbanistiche,
sembra essere ormai rappresentato solo dall'art.13 della L.241/90 che
stabilisce la non applicabilità ai procedimenti di pianificazione e
programmazione delle norme del capo III e dunque, tra queste, dell'art.11 della
L.241/90 che ha riconosciuto come principio generale del procedimento
amministrativo la facoltà di stipulare accordi con gli interessati per
determinare il contenuto discrezionale dei provvedimenti. In realtà
però tale ostacolo, come ha ben dimostrato la dottrina, è solo
apparente poiché la possibilità di ricorrere all'accordo sui
provvedimenti di pianificazione si ricava dall'interno della disciplina
urbanistica, quindi "dalle particolari norme che ne regolano la formazione"
(art.13, co. 1 ult. parte).
Rimane vero tuttavia che, se da un lato il riconoscimento normativo e la
procedimentalizzazione dei moduli consensuali di esercizio della potestà
urbanistica appare positivo anche perché consente di far emergere quelle
pressioni e quegli interessi economici ed imprenditoriali che pretendendo una
partecipazione diretta alle scelte urbanistiche, in assenza di "canali
ufficiali", si esprimono spesso in forme sotterranee con un effetto distorsivo
sull'esercizio della discrezionalità amministrativa, al contempo
è essenziale che le forme e le regole di questa procedimentalizzazione
siano tali da evidenziare con nitidezza la funzionalizzazione di tale
attività consensuale all'interesse pubblico e al rispetto dei principi
costituzionali di imparzialità e buon andamento che devono sempre
ispirare l'azione della P.A.. E' lo stesso art.11 della L.241/90, del resto, a
ribadire espressamente questa esigenza di funzionalizzazione, sia nella fase
genetica dell'accordo (comma 1), sia in quella successiva (ai sensi del comma 4
l'amministrazione può sempre recedere unilateralmente dall'accordo "per
sopravvenuti motivi di pubblico interesse", salvo l'obbligo di indennizzare il
privato degli eventuali pregiudizi verificatisi in suo danno).
Il programma di recupero urbano.
Il programma di recupero urbano previsto dall'art.11 L.493/1993 e più
dettagliatamente normato in due decreti del Ministero dei LL.PP. del 1 dicembre
1994 consente, attraverso un insieme sistematico di opere, l'ammodernamento e
il completamento delle urbanizzazioni primarie e secondarie, il completamento e
l'integrazione dei complessi urbanistici esistenti, la realizzazione di
interventi di arredo urbano e di recupero del patrimonio edilizio esistente,
soprattutto al servizio del patrimonio di edilizia residenziale pubblica.
Anche questi piani urbanistici, sebbene destinati ad incidere meno
fortemente sul tessuto urbanistico rispetto ai programmi integrati
d'intervento, sono significativi della tendenza in atto ad avvalersi di moduli
consensuali di definizione delle scelte urbanistiche. I programmi di
recupero urbano possono infatti essere proposti al Comune (che stabilisce le
priorità d'intervento) da soggetti sia pubblici che privati anche
associati tra loro, sulla base di una proposta unitaria che preveda il concorso
di risorse pubbliche e private. La natura sostanzialmente pattizia
dell'istituto è poi confermata dalla facoltà di ricorrere
all'approvazione del programma di recupero urbano mediante la conclusione
dell'accordo di programma di cui all'art.27 L.142/90, con relativa
possibilità di produrre l'effetto di variante sulle previsioni degli
strumenti urbanistici vigenti.
L'accordo di programma.
Oltre alla tipologia assai variegata degli accordi con cui si disciplina un
rapporto di diritto amministrativo in cui sono coinvolti soggetti sia pubblici
sia privati, è enucleabile un'altra tipologia di accordi c.d.
organizzativi, che hanno come parti due o più soggetti pubblici, e per
oggetto la disciplina dello "svolgimento in collaborazione di attività
di interesse comune" (art.15 L.241/90).
Tra gli accordi organizzativi rientra sicuramente l'accordo di programma che
oltre ad essere previsto in singole leggi speciali di settore, è oggi
disciplinato in via generale dall'art.27 L.142/90.
Le ragioni per le quali può configurarsi un notevole successo operativo
dell'accordo di programma in campo urbanistico sono in buona parte le stesse
che si sono già evidenziate con riferimento agli altri moduli
convenzionali con alcune specificazioni: in una situazione sempre più
complessa caratterizzata dalla molteplicità degli interessi specifici e
settoriali alla cui cura sono preposte amministrazioni diverse da quelle
titolari delle funzioni di pianificazione urbanistica, si pongono crescenti e
delicati problemi di coordinamento, rispetto ai quali i diversi soggetti
pubblici possono con l'accordo di programma trovare una soluzione concordata
idonea a semplificare e snellire tutti i procedimenti che coinvolgono le
proprie attribuzioni, conseguendo, al contempo, l'effetto di accelerare
l'azione amministrativa e di definirne al meglio i contenuti. In particolare
l'accelerazione e la semplificazione rispetto agli ordinari procedimenti
urbanistici ed edilizi, è evidente nel duplice effetto di variazione
degli strumenti urbanistici comunali e di assorbimento delle concessioni
edilizie che i commi 4 e 5 dell'art.27 L.142/90 ricollegano all'accordo di
programma quando questo sia adottato con decreto del Presidente della Regione e
l'adesione del Sindaco sia ratificata dal consiglio comunale. Tali
caratteristiche fanno considerare l'accordo di programma una procedura
urbanistica di carattere generale, una nuova modalità di definizione
della disciplina urbanistica che si affianca alle tradizionali formule di
pianificazione.
In realtà la scarna disciplina legislativa, contenuta nell'art.27 della
L.142/90, non è idonea a risolvere tutti i dubbi interpretativi e le
problematiche applicative che condizionano la concreta operatività
dell'istituto. Tra le questioni più rilevanti si segnalano le
seguenti.
È innanzitutto assai controverso se agli accordi di programma possano
partecipare anche soggetti privati. Mentre la giurisprudenza tende a negare
questa partecipazione, più possibilista è la dottrina che
argomenta in senso favorevole a detta partecipazione richiamando anche alcune
leggi di settore successive alla L.142/90 che prevedono la presenza di privati
(L.493/1993 art.11, sui programmi di recupero urbano; L.104/1995 art.1, in
materia di intervento nelle aree depresse del territorio nazionale). È
evidente che la risoluzione di tale questione è decisiva per definire
l'ambito di operatività e quindi le potenzialità
dell'istituto.
È poi fondamentale che l'utilizzazione dell'accordo di programma non
comporti alcuna alterazione nell'ordinario riparto delle competenze attribuite
alle singole amministrazioni partecipanti, né al normale iter formativo
della loro volontà. A tale proposito appare necessario, in primo
luogo, che le amministrazioni interessate siano rappresentate da soggetti che
abbiano ricevuto per delega dall'organo istituzionalmente competente, i poteri
spettanti all'amministrazione rappresentata in relazione all'oggetto del
procedimento. In secondo luogo, specie con riguardo all'accordo di programma
in variante agli strumenti urbanistici è necessario assicurare che la
procedura accelerata non determini un elusione dei vincoli a contenuto
garantistico che caratterizzano gli ordinari procedimenti di approvazione degli
strumenti urbanistici. Una accettabile mediazione tra esigenze di
celerità e garanzie di pubblicità potrebbe essere rappresentata
dall'introduzione nella fase intermedia tra le trattative e la conclusione
dell'accordo, di una fase di pubblicità con il deposito del progetto di
accordo di programma (sul quale in sede di conferenza preliminare sarebbe
già stata verificata la possibilità di un consenso unanime)
corredato dalle tavole grafiche di individuazione degli ambiti territoriali
interessati dalle previsioni, e con la fissazione degli ordinari termini di
legge per la presentazione delle osservazioni, le quali verrebbero poi
esaminate e decise da tutte le amministrazioni in sede di conclusione
dell'accordo (è questo a grandi linee il modulo procedimentale
disciplinato dall'art.14 della L.R. 6/1995 dell'Emilia Romagna).
A fronte dei tanti dubbi interpretativi che ostacolano la piena
operatività dell'istituto, appare quanto mai opportuno un intervento
normativo a livello regionale che ne definisca e chiarisca meglio i contorni e
le modalità applicative.
2. L'ADEGUAMENTO DEI PRG AL PPAR
2.1 INQUADRAMENTO GENERALE
L'adeguamento del PRG al Piano Paesistico Ambientale Regionale non può
che essere considerato come una operazione unitaria che precisa le scelte di
tutela dell'ambiente naturale e le scelte di sviluppo urbanistico con esse
compatibili.
Non sono pertanto ammissibili adeguamenti intesi come elaborazioni separate e
disgiunte da quelle inerenti la pianificazione propriamente urbanistica e tanto
meno come verifica successiva alla stesura preliminare del progetto
urbanistico.
I contenuti, gli indirizzi e le prescrizioni di base del PPAR devono guidare
le previsioni urbanistiche, sia intese come individuazione di eventuali nuove
aree da trasformare sia come regolamentazione e riqualificazione di contesti
esistenti fortemente compromessi. La tutela del territorio e delle sue risorse
deve fare parte integrante della normativa di PRG, in modo da realizzare un
nuovo assetto urbano aderente alle finalità di rispetto paesaggistico e
ambientale del territorio comunale interessato.
Viene così affermata la necessità di studiare il territorio,
secondo un'ottica interdisciplinare, per decidere l'utilizzo delle sue risorse
in termini di scelte urbanistiche sufficientemente complesse, e tendere
così a superare l'angusto e ricorrente istituto delle progressive
varianti parziali (peraltro concepito dalla 1150/42 quale "eccezione" e non
quale "norma", come poi purtroppo è divenuto nella prassi quotidiana)
volte più a rincorrere le scelte particolari che quelle generali.
La logica della complessità ed interdisciplinarietà diventa al
tempo stesso metodo e contenuto del PRG, tanto più se relazionata
all'obbligatorio adeguamento dello stesso al PPAR, stabilito dall'art. 59 delle
NTA del Piano.
L'individuazione e la salvaguardia delle risorse segnalate dal PPAR ( piano
delle "tutele" e non solo piano dei "vincoli") deve diventare parte
fondamentale delle primarie scelte di PRG e non una sua "appendice"; deve
costituirne cioè la struttura portante, in un insieme complesso di
relazioni fra scelte localizzative, valutazioni differenziate sulle risorse da
salvaguardare e normative corrispondenti, da attivare in un rapporto di
reciproca congruità.
Il PPAR costituisce l'occasione per leggere e pianificare il territorio
comunale partendo anzitutto dalla sua conoscenza quale supporto fisico non
indifferenziato, ma anzi costituito da parti diverse, ognuna contraddistinta da
peculiari specificità, la cui individuazione diviene obiettivo
importante per condizionare e valutare le esigenze dello sviluppo.
Pertanto, si dovrà progressivamente passare dalla logica della
potenziale edificabilità di tutto il territorio, a quella del rispetto
prioritario del paesaggio, dell'ambiente e delle sue risorse
nonchè alla conseguente individuazione delle sue
"specificità territoriali", fino ad evidenziare, al loro interno, aree
particolarmente sensibili che, per propria natura sono da inibire (totalmente o
parzialmente) alla edificazione, oppure sulle quali la stessa dovrà
avvenire secondo precise limitazioni che il Piano dovrà regolamentare,
oppure, infine, sulle quali possono essere possibili solo usi diversi da quello
edilizio, compatibili con la natura intrinseca al territorio stesso.
Come considerazione finale di tale introduzione va comunque precisato che il
PTC sulla base anche delle esperienze acquisite in questi dieci anni di vigenza
del PPAR propone modifiche correttive e/o integrative a quest'ultimo tendenti a
renderlo sempre più aderente e funzionale alle diverse esigenze di
tutela e valorizzazione delle risorse ambientali presenti nel territorio
nonché a legittime esigenze di trasformazione urbanistica dello
stesso.
2.2 NATURA DEI VINCOLI DI PPAR
Va preliminarmente chiarito che, i vincoli di ogni PRG adeguato al PPAR
permangono come vincoli di rispetto paesistico e ambientale (nelle loro
possibili differenti graduazioni normative), sia che essi siano stati
semplicemente perimetrati come "ambiti definitivi di tutela", sia che invece
siano stati "trasformati" in vere e proprie zonizzazioni urbanistiche.
Pertanto, ad esempio, qualora alcuni ambiti (o zone di tutela) venissero
totalmente o parzialmente interessati da destinazioni pubbliche ed identificate
come zona "F" (e/o loro eventuali sottozone) di cui al DM 2.4.1968 n.1444, per
interventi comunque conformi ai contenuti delle tutele, la decadenza dopo
cinque anni del vincolo urbanistico (ai sensi della sentenza della Corte
Costituzionale n.5/1980) avrà efficacia ai soli fini della
espropriabilità delle aree, ma non per la decadenza delle norme di
tutela paesistica vigenti sulle stesse.
Va inoltre chiarito che le tutele di PPAR non sono da confondersi con il
regime vincolistico di tutela paesistica ex L.1497/39 e L.431/85, leggi che
subordinano la realizzazione degli interventi al preventivo rilascio di una
autorizzazione paesistica, e non arrivano quindi a inibire "ope legis", in
tutto o in parte, il diritto di edificare come invece avviene per il PPAR e di
conseguenza per gli strumenti urbanistici ad esso adeguati.
Trattasi di due regimi "paralleli": in caso di sovrapposizione di tutele vige
il disposto dell'art.8 comma V della L.R. 34/92, in base al quale il PPAR
condiziona il rilascio della autorizzazione prevista dall'art.7 della Legge
1497/39 ("... i contenuti del piano paesistico ambientale regionale
costituiscono direttive vincolanti per il rilascio della autorizzazione
prevista dall'art.7 della Legge 1497/39....").
2.3 VIGENZA DEL PPAR ED ESENZIONI
Premesso che il dodicesimo comma dell'art. 27 bis del PPAR prescrive
l'immediata cogenza del PPAR fino alla approvazione dello strumento urbanistico
adeguato e pertanto la sospensione del rilascio delle concessioni edilizie
qualora difformi, si fa presente che, una volta approvato il P.R.G.
in adeguamento al P.P.A.R., cesseranno di avere effetto le prescrizioni di base
da quest'ultimo stabilite poichè sostituite dalle specifiche normative e
perimetrazioni del P.R.G. adeguato; inoltre non potranno più essere
applicate le esenzioni di cui all'art.60 del P.P.A.R. se non riproposte in
sede di PRG.
Resta invece comunque ferma la vigenza del PPAR e dei suoi disposti (indirizzi
- direttive- prescrizioni di base) per eventuali future varianti, parziali o
generali, al PRG adeguato al PPAR .
L'art.60 delle NTA del PPAR opera infatti nei soli riguardi delle prescrizioni
di base del Piano Paesistico (e non invece nei riguardi di direttive ed
indirizzi) e, non agisce sulle previsioni del piano regolatore "adeguato" se
in esso non totalmente o parzialmente ricompreso.
Si tratta infatti di una norma unicamente finalizzata a gestire la fase
transitoria che, iniziata con l'approvazione del P.P.A.R., si concluderà
con l'approvazione degli strumenti urbanistici comunali adeguati.
Con l'approvazione dei P.R.G. "adeguati", tutti gli interventi e le opere
esentate dall'art.60 rientreranno nel normale regime normativo del nuovo piano
regolatore e non saranno quindi realizzabili se da questo non espressamente
previste.
Le conseguenze di una tale situazione possono essere facilmente ipotizzate: si
pensi alle opere pubbliche ed alle altre opere di pubblica utilità
citate dall'art.60 del P.P.A.R..
Ogni Comune, deciderà pertanto se provvedere o meno e come ad integrare
le N.T.A. del P.R.G. con il recepimento del citato art.60 del P.P.A.R.
A tale proposito, anche in relazione a quanto già detto, si ritiene
auspicabile che i Comuni, in sede di adeguamento, non effettuino la semplice
trascrizione dell'art.60 del P.P.A.R. , ma valutino attentamente le categorie
di opere realizzabili confrontandole con il "grado di trasformabilità
compatibile" del territorio comunale e delle sue varie parti.
Tale approfondimento è sicuramente possibile e quanto mai necessario nel
caso delle opere pubbliche o di interesse pubblico ed in particolare per le
infrastrutturazioni.
In tal senso l'individuazione, a livello di PRG di dette opere, non assume
solamente il carattere di previsione di investimento e di aumento della
dotazione, ma deve diventare anche occasione attraverso cui effettuare la
preventiva valutazione delle compatibilità paesistico-ambientali.
Si ritiene che le valutazioni prospettate vadano estese, in linea generale,
almeno a tutte le opere di cui all'art.45 del P.P.A.R. realisticamente
prevedibili all'interno del territorio comunale... .
È di conseguenza auspicabile l'individuazione delle parti del territorio
comunale nelle quali la qualità delle risorse paesistico-ambientali e la
necessità di tutelarle impongono particolari cautele che possono
arrivare anche a condizionare (fino ad inibire) la realizzazione delle
suddette opere.
Il P.R.G. assumerebbe pertanto il compito di valutare preventivamente la
capacità del territorio di "sostenere" le modificazioni di opere
rilevanti e di determinare i livelli di rischio per le risorse
ambientali.
2.4 LE VARIANTI PARZIALI
Come già detto le operazioni di adeguamento dovranno interessare il
territorio comunale nella sua interezza (primo comma dell'art. 27 bis delle
NTA del PPAR) perchè diversamente non è possibile garantire
quella visione e valutazione complessiva delle questioni paesistico -
ambientali e delle scelte territoriali ad esse correlate.
Sono espressamente fatte salve le "varianti di adeguamento parziale" adottate
dai Comuni prima del 10 febbraio 1990, così come stabilito dal secondo
comma dell'art. 27 bis delle NTA del PPAR.
Non sono quindi consentite, nelle more dell'adeguamento generale, varianti di
sorta, se non quelle previste dalla Direttiva Regionale 8/95, più casi
particolari quali varianti interessanti aree già urbanizzate o zone
vincolate per le quali può essere attestata una sostanziale
compatibilità con le finalità delle tutele preposte,
nonché quelle espressamente ammesse dal presente P.T.C. per i Comuni con
popolazione inferiore ai 1.500 ab. circa così come precisato al punto 12
delle "Regole e Criteri per la coopianificazione".
Si ricorda comunque, che i Comuni che non hanno effettuato la trasposizione
provvisoria delle tutele di PPAR estesa a tutto il territorio comunale,
potranno vedersi restituite dalla Provincia le eventuali varianti parziali
adottate, in quanto verrebbe a mancare l'inderogabile riferimento generale
rispetto al quale effettuare le opportune valutazioni di merito.
Sono comunque ammesse le varianti ex lege 1/78 (di cui alla Circolare
regionale n.12 del 31 luglio 1990), previa verifica e relativa procedura di
compatibilità paesistico - ambientale di cui all'art, 63 bis delle NTA
del PPAR.
2.5 SCHEMA METODOLOGICO PER LA COSTRUZIONE DEI PRG ADEGUATI AL PPAR
Il percorso di seguito illustrato costituisce lo schema logico di riferimento
per la redazione dei nuovi PRG adeguati al PPAR dove il Progetto
Urbanistico non può prescindere dalla definizione del Progetto
complessivo delle Tutele e delle Salvaguardie.
In tal senso, schematizzando, riteniamo che la redazione di un PRG, al momento,
debba procedere nella sua costruzione tecnico-operativa, secondo i seguenti
"passaggi evolutivi fondamentali" dei quali evidenziamo il senso ed il
significato generale:
1) Trasposizione passiva delle tutele permanenti e provvisorie individuate
dal PPAR e individuazione delle aree esenti in base all'art.60 delle NTA in
scala 1/10.000 per tutto il territorio comunale e sovrapposizione delle
previsioni dello strumento urbanistico generale vigente. Tale operazione oltre
a materializzare a scala comunale le previsioni di PPAR serve in particolare ad
evidenziare le interferenze tra le previsioni dello strumento urbanistico
vigente e gli ambiti provvisori del Piano Paesistico.
Con tale semplice operazione si avrà pertanto anche la visione
complessiva delle aree di sviluppo urbanistico che il PPAR in prima istanza ha
"congelato" rendendole inefficaci per una qualche interferenza con le
previsioni dello stesso;
2) Sviluppo delle indagini settoriali e restituzione dei risultati su
carte interessanti tutto il territorio comunale in scala almeno 1/10.000.
Tali analisi, sviluppate per i tre sottosistemi territoriali di PPAR,
(geologico, botanico-vegetazionale e storico-culturale) devono portare ad una
specificazione ed integrazione delle previsioni complessive (prescrizioni,
direttive e orientamenti) dello stesso su base comunale.
Per le aree dello strumento urbanistico vigente per le quali "l'interferenza
provvisoria" con il PPAR non venisse chiaramente confermata nella sua
dimensione e natura, dallo sviluppo delle analisi settoriali, si dovrà
procedere ad approfondimenti in scala 1/2.000 al fine di evidenziare senza
ombra di dubbio lo stato del rapporto fra i contenuti dei due strumenti
programmatici (PPAR e PRG o P. d.F.);
3) Valutazioni interdisciplinari delle analisi settoriali volte ad una
prima definizione del "Progetto complessivo delle tutele " in
adeguamento al PPAR sulla cui base misurare e calibrare la susseguente
progettazione urbanistica ed impostare poi il "Bilancio complessivo di
adeguamento".
Inoltre è questa la fase in cui verificare la possibilità di
individuazione di "Unità di paesaggio" da sottoporre a specifiche
forme di tutela, intendendo con tale definizione quei contesti nei quali,
ricorrendo con maggior frequenza la presenza di più beni e più
categorie dei vari sistemi strutturanti il P.P.A.R., le esigenze di tutela
devono assumere una dimensione specifica.
4) Definizione del Progetto Urbanistico all'interno della maglia delle
tutele così come sopra individuate e definite.
Di fatto questa fase sarà quella in cui prenderanno forma definitiva sia
il "Progetto delle tutele", sia il "Progetto urbanistico" in un
rapporto di verifica dialettica fra le ragioni dell'uno e le ragioni dell'altro
in tutte quelle situazioni in cui "l'interferenza" risulti inevitabile.
Tutti quei casi di interferenze per i quali si ritiene che ci siano motivazioni
sufficienti per far prevalere una scelta urbanistica opportunamente calibrata
su quelle di natura paesistico-ambientale, dovranno essere adeguatamente
evidenziati e circostanziatamente motivati negli elaborati definitivi di
adeguamento.
A tal proposito è opportuno che detti elaborati siano riassunti in
una cartografia di sintesi in scala 1/10.000 e 1/2.000 nella quale oltre a
rappresentare tutti gli ambiti messi a regime distinguendoli solo in base alla
natura della relativa tutela (integrale, orientata,...) sia rappresentato in
entrambe le scale sopraindicate, anche il progetto urbanistico proposto.
2.6 LE FASI OPERATIVE DELL'ADEGUAMENTO
Le fasi operative specificatamente riferite all'adeguamento dei PRG al Piano
Paesistico Ambientale Regionale sono in linea generale indicate dall'art.27 bis
NTA del PPAR stesso.
Qui di seguito, in coerenza con quanto schematicamente espresso nel paragrafo
precedente, relativamente ai "passaggi evolutivi fondamentali" di cui ai punti
1, 2 e 3, proponiamo uno schema di articolazione e successione logica del
complesso delle operazioni tecniche da compiere per sostanziare correttamente
l'adeguamento di un P.R.G. al P.P.A.R..
In estrema sintesi le fasi operative di adeguamento significative possono
essere disaggregate nelle seguenti cinque fasi:
A - Trasposizione provvisoria delle tutele individuate dal PPAR e delle
aree esenti.
B - Analisi settoriali e relativa redazione delle carte tematiche
C - Valutazioni
D - Modifica degli ambiti provvisori - Proposta di perimetrazione degli
ambiti definitivi
E - Bilancio complessivo
L'obiettivo della intera complessa operazione di "adeguamento" non
è semplicisticamente riconducibile alla sola (seppure fondamentale)
precisa definizione normativa e dimensionale degli ambiti di tutela (comma
terzo: "anche attraverso la verifica correttiva degli ambiti provvisori"), ma
deve essere considerato come effettiva revisione o nuova formulazione in
chiave paesistico - ambientale dei contenuti più propriamente
urbanistici di ogni PRG, in modo che la tutela sia ad esso intrinseca e non
a posteriori affiancata o meccanicamente sovrapposta.
Quindi, nel procedere per fasi successive (come di seguito illustrato), si
dovranno sempre tenere presenti alcuni articoli fondamentali delle NTA del PPAR
e precisamente gli artt. 8 -9, 13 - 14 e 18 - 19, riguardanti gli
"obiettivi" e gli "indirizzi generali" relativi ai tre
sottosistemi tematici fondamentali del PPAR..
Fase A): Trasposizione provvisoria e aree esenti
Tale prima fase fa riferimento a quanto stabilito dall'art. 61 del PPAR e
consiste nel riportare in appositi elaborati:
- le perimetrazioni dei Sottosistemi Territoriali;
- le perimetrazioni dei Sottosistemi Tematici e le individuazioni delle
Categorie Costitutive del Paesaggio con i relativi ambiti di tutela.
- le aree esenti ai sensi dell'art. 60
Gli ambiti di tutela delle Categorie Costitutive del paesaggio, andranno a loro
volta distinti in:
- ambiti permanenti di tutela (e relative
prescrizioni) inderogabili, da intendersi cioè come livello minimo, di
tutela senza possibili modificazioni, esplicitamente vietate dal comma decimo
dell'art.27 bis NTA del PPAR;
- ambiti provvisori di tutela assunti direttamente
dal PPAR da ridefinire precisandoli in sede di adeguamento.
Contestualmente ad ogni Sottosistema e ad ogni Categoria andranno associati i
relativi indirizzi, direttive e prescrizioni di base previsti dal testo
normativo del PPAR.
Fase B) Analisi settoriali e carte tematiche
Tale seconda operazione consiste nell'effettuazione delle analisi settoriali
per i tre grandi sottosistemi individuati dal PPAR riguardanti:
- il "sottosistema geologico, geomorfologico, idrogeologico";
- il " sottosistema botanico - vegetazionale";
- il "sottosistema storico - culturale".
Tali analisi oltre a definire e precisare meglio lo stato delle categorie
costitutive del paesaggio e le loro specifiche esigenze di tutela, dovrà
individuare le parti di territorio soggette a pericolosità geologica,
sismica e idrogeologica nonché le aree interessate da spiccati fenomeni
di degrado ambientale (zone di recupero ambientale).
Per gli aspetti metodologici attraverso cui sviluppare dette analisi si
rimanda:
- alla circolare regionale 14/90 per il sottosistema geologico, geomorfologico
e idrogeologico;
- all'elaborato"Analisi e valutazione delle risorse botanico-vegetazionali
negli strumenti di
pianificazione territoriale: riflessioni, indirizzi e procedure" redatto per
conto dell'Amministrazione Provinciale dal Dott. Carlo Urbinati (allegato n.3
al presente lavoro);
- alle schede per i beni architettonici extraurbani di cui alla circolare
provinciale Prot. n. 20895/92;
- all'elaborato "Conseguenze dell'edificazione sulla risorsa suolo":
riflessioni ed appunti (allegato n.2 al presente lavoro);
- alla circolare regionale 15/90 per le problematiche sismiche.
- alla circolare regionale n.1 del 23.01.97 per gli interventi sui fiumi.
Fase C) Valutazioni interdisciplinari
Questo terzo passaggio consiste in un complesso e articolato approfondimento
descrittivo e valutativo delle analisi tematiche, che comporta un metodo di
lavoro interdisciplinare all'interno del gruppo di progettazione, con
particolare riferimento a:
- caratteri, peculiarità ed interrelazioni dei sottosistemi settoriali
delle categorie costitutive del territorio;
- eventuale individuazione di "unità di paesaggio" associabili ad
insiemi di categorie o beni ritenuti meritevoli di tutela, che
complessivamente per particolari aree definiscono forme originali di
strutturazione del paesaggio stesso;
- interconnessioni ed interrelazioni fra tessuto urbano e quello
extraurbano;
- conseguente prima individuazione, per scarti progressivi, delle aree
più suscettibili e naturalmente predisposte a possibili future
urbanizzazioni, secondo un procedimento inverso rispetto a quello che partiva
dalla individuazione delle aree edificabili per passare successivamente alla
loro verifica con il sistema vincolistico vigente.
L'analisi e le prime valutazioni paesistico-ambientali divengono il
presupposto concreto per la maturazione e definizione del progetto di
infrastrutturazione del territorio.
Progressive valutazioni porteranno alla proposta di individuazione e di
perimetrazione definitiva degli ambiti e dei relativi livelli di tutela
comprese anche possibili (riperimetrazione) modifiche e/o integrazioni di
quelli provvisori segnalati dal PPAR, a seguito degli "approfondimenti tecnico
- scientifici" (vedi comma terzo dell'art. 27 delle NTA del PPAR)
effettuati.
Il complesso delle analisi compiute, permetteranno di costituire inoltre validi
supporti conoscitivi utilizzabili anche per la verifica progettuale di
interventi quali quelli di rilevante trasformazione di cui al titolo V delle
N.T.A. del P.P.A.R., nonchè quelli soggetti alle procedure relative
alla VIA di cui al Decreto 12.04.96.
Fase D): Modifica degli ambiti provvisori - Proposta di
perimetrazione e tutele degli ambiti definitivi
Le operazioni che intervengono in fase di "adeguamento" sugli ambiti provvisori
di tutela possono essere di tre tipi :
- conferma integrale;
- riduzione (2A parziale - 2B totale);
- ampliamento.
Di conseguenza le prescrizioni di base provvisorie ad essi associate possono
essere integralmente recepite, oppure ridotte (in tutto o in parte), oppure
rese persino più restrittive ("ampliate") rispetto a quelle imposte dal
testo regionale.
La lettura coordinata del comma quinto dell'art. 27 delle NTA del PPAR
(aderenza al contesto), del comma sesto (possibile
sottoarticolazione degli ambiti in funzione
di differenze rilevate o proposte), del
comma nono (criteri di valutazione) ed infine del comma
undicesimo (bilancio generale quanti -
qualitativo) comporta il seguente indispensabile passaggio
operativo:
dettagliata elencazione e circostanziata esplicitazione delle motivazioni che
sottendono ogni tipo di modifica, in particolare quelle di riduzione
(dimensionale e/o normativa) degli ambiti provvisori.
In particolare dovrà essere reso esplicito il confronto tra
trasposizione passiva (fase A) e risultati delle indagini tematiche (Fase B),
così come il passaggio alle proposte di modifica.
Solo sulla scorta di esaurienti motivazioni corredate da idonei elaborati
analitico-descrittivi, possono essere modificati sia gli ambiti di tutela
provvisori, sia le prescrizioni di base transitorie; restano comunque fermi
gli indirizzi e le direttive di PPAR di cui all'art. 3 lettera "a" e
"b".
Le motivazioni relative alle modifiche possono essere di diverso tipo:
- di natura geo - idro- morfologica ( p. es. alcuni crinali, in base
alle analisi effettuate, possono non risultare della portata stabilita dal
PPAR, se non addirittura inesistenti ovvero già compromessi);
- di natura botanico - vegetazionale (p. es. la non sussistenza del
bosco in aree qualificate come boscate dal PPAR);
- di natura paesistica (p.es. la percettività del bene segnalato
dal PPAR potrebbe risultare ad oggi irrimediabilmente compromessa
dall'edificato esistente);
e così via, per le diverse categorie costitutive del territorio.
Resta comunque fermo che, in forza del terz'ultimo comma dell'art.27 bis,
" in nessun caso potranno essere variate, sia quanto all'ambito
territoriale, sia quanto al contenuto della tutela, le prescrizioni di base
permanenti," a meno che esse si riferiscano a Beni o Categorie presupposte
come tali dal PPAR, ma di fatto non esistenti o nella realtà in
condizioni da non giustificare la tutela.
È peraltro evidente che possano anche essere individuati ulteriori
beni (e relativi ambiti di tutela) che non risultano segnalati dal PPAR.
All'interno della più generale fase operativa di adeguamento sono
consentite e legittimate due opportunità operative
per differenziare ed articolare gli
ambiti ed i relativi livelli di
tutela:
a) la sottoarticolazione degli ambiti in sotto - ambiti definiti anche
"ambiti complementari" (art. 27 bis comma sesto) individuabili a seguito
di specifiche peculiarità rilevate e/o prescrizioni differenziate
proponibili;
b) la corrispondente graduazione normativa dei livelli di tutela relativi ai
diversi ambiti, denominati "livelli complementari", "nel rispetto degli
obiettivi generali indicati dall'art. 26".
I criteri di verifica per procedere alla proposta delle suddette
differenziazioni sono enunciati dal comma nono dell'art. 27 delle NTA del PPAR
e implicano valutazioni:
a) delle condizioni di equilibrio tra insediamento e ambiente : trattasi
della verifica della compatibilità tra previsioni (vigenti e/o di
progetto) e i valori paesistico - ambientali evidenziati;
b) dell'esistenza di stati di compromissione territoriale: la verifica
delle condizioni di integrità territoriale ( sia ambientale, sia,
più specificamente, urbanistica) e, all'interno di queste, dei livelli
più o meno rilevanti di compromissione;
c) del valore intrinseco del bene in rapporto alla categoria
considerata: una volta individuati i singoli beni, solo all'interno di una
valutazione complessiva unitaria si potrà attribuire valore qualitativo
ad ognuno di essi. Il valore non è predeterminabile a priori, ma solo a
seguito di riflessioni, plurime e articolate, riferibili allo specifico
territorio oggetto di studio ed alle caratteristiche qualitative dei beni in
esso rcompresi;
d) dell'articolazione dei sottosistemi territoriali A, B, C, e V: la
grande scala, con cui sono stati individuate dal PPAR tali sottosistemi,
richiede indispensabili approfondimenti ed "adeguamenti" alla scala di Piano
Regolatore con conseguente ridefinizione delle scelte e delle norme a livello
di PRG. Si tratta di fatto di verificare l'esistenza sul territorio di zone che
per la presenza variegata di "beni" e/o "categorie costitutive"
fortemente interrelate costituiscono unità di paesaggio di
diversa natura e rilevanza.
e) dell'appartenenza ad un contesto di
tipo urbano o extraurbano: questo criterio di
verifica risulta preliminare, anzi quasi "propedeutico" rispetto agli altri,
giacchè condizionante la stessa identificazione e valutazione
qualitativa del bene stesso, sia in quanto tale, sia soprattutto in rapporto,
al "luogo" in cui si situa.
Fase E): Bilancio complessivo
L'ultima fase operativa è costituita da una vera e propria
"dimostrazione" (da dettagliare e documentare nella relazione illustrativa del
Piano - art.16 LR 34/92) che le operazioni di modifica proposte realizzino "un
esito complessivo equivalente" (le tutele del PPAR sono state assunte come
standard "minimo") o "migliorativo" degli ambiti e dei contenuti della tutela
provvisoria del Piano: in tale seconda ipotesi (auspicabile) il PRG sviluppa
pienamente l'intera "potenzialità" insita nel PPAR, assumendone non solo
meccanicisticamente i contenuti, ma valorizzandoli concretamente, sia in
termini quantitativi (ampliamento dimensionale delle superfici soggette
a tutela), sia in termini qualitativi (effettiva compenetrazione della
tutela paesistico - ambientale alla normativa urbanistica).
Se infatti ogni "bilancio" è fatto di "pesi", nell'ottica complessiva
più volte richiamata, non si potranno non associare a proposte di
"riduzione", parallele proposte "espansive", per quantità che
qualità; inoltre lo stralcio di un ambito di tutela a favore di
specifiche trasformazioni, non può non essere accompagnato, oltre che
dalle dovute motivazioni, anche da contenuti normativi con valenza
paesistico-ambientale, relativamente agli eventuali interventi urbanistici
proposti.
Di seguito, si allega la scheda tipo da prendere a riferimento per tradurre
in dati quantitativi e qualitativi l'operazione di adeguamento relativa alla
determinazione del bilancio complessivo degli ambiti e delle tutele.
3. CRITERI PER LA REDAZIONE DEGLI STRUMENTI URBANISTICI
COMUNALI
3.1 INQUADRAMENTO GENERALE
In questi anni recenti è tornato di attualità il dibattito
culturale sulle tematiche urbanistiche sia grazie alle novità introdotte
da provvedimenti legislativi importanti quali la legge 142/90, sia in
virtù dall'opera di sensibilizzazione e stimolo portata avanti con
incisività dall'INU nazionale.
Il nuovo Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale, come Piano delle
regole e delle grandi scelte e la nuova visione del PRG, come Strumento
Strutturale di lungo periodo per la tutela del territorio e Strumento Operativo
di breve periodo (Piano del Sindaco) per la programmazione urbanistica, sono i
capisaldi, su cui, dal punto di vista tecnico-metodologico, si sta sviluppando
una stagione di nuova sperimentazione.
In tale contesto riteniamo opportuno per la Regione Marche continuare a
sviluppare il suo percorso originale, avviatosi con l'approvazione tempestiva
del PPAR e continuato poi con l'approvazione di una delle prime Leggi Regionali
varate a livello nazionale per il trasferimento delle funzioni in materia
urbanistica alle Province.
Se oltre a ciò consideriamo anche che la realtà marchigiana
è contrassegnata da una struttura urbano-insediativa molto diffusa sul
territorio con centri di piccolissime e piccole dimensioni, comprendiamo
perchè nella nostra Regione, più che all'esigenza di una
rifondazione della strumentazione urbanistica, sia opportuna una riflessione su
quella esistente, per codificarne metodi, linguaggi e strumenti, in modo da
rendere possibile l'avvio di quei processi di collaborazione e coordinamento
sovracomunale dalla cui assenza discendono parte delle difficoltà che
segnano la storia dell'Urbanistica moderna italiana.
Dall'uso intelligente di strumenti quali il PPAR, il presente PTC (Piano
Territoriale di Coordinamento Provinciale) e il redigendo PIT (Piano
Inquadramento Territoriale Regionale), i nuovi PRG adeguati al PPAR
nonché il risorto P.P.A., eventualmente riveduto e corretto, possono
costruirsi scenari estremamente interessanti e veramente nuovi per la futura
storia dell'urbanistica regionale.
Le riflessioni che seguiranno su temi quali l'uso dello zoning ed i contenuti
di alcuni elaborati fondamentali di PRG (elaborati cartografici, relazioni
tipo, impianto normativo tipo...) costituiscono lo sforzo di utilizzare al
meglio le possibilità offerte dalla legislazione vigente per prefigurare
indirizzi ancora attuali e funzionali alla esigenza primaria di codificare
linguaggi e metodi comuni, senza di cui continuerà a svilupparsi quella
"babele" dietro alla quale si legittima lo stato attuale di assenza
dell'Urbanistica come disciplina per lo sviluppo razionale del territorio e
l'uso intelligente delle sue risorse.
3.2 VIABILITÀ E ZONING
E' evidente che a oltre venticinque anni di distanza dall'emanazione dei
Decreti Ministeriali 1444 e 1404 del1968, la progettazione urbanistica
attraverso lo "zoning", non deve essere più vista nella sua dimensione
statica ma, cogliendone l'elasticità intrinseca, raramente sfruttata, va
utilizzata come strumento per giungere a soluzioni progettuali articolate e
funzionalmente commisurate alle esigenze del contesto in cui si va ad inserire
tenendo ben presenti le seguenti considerazioni:
a) la congestione degli agglomerati urbani formatisi nell'ultimo trentennio
sta a dimostrare quanto sia importante a livello urbanistico la progettazione
del sistema della viabilità visto nella sua dimensione sia urbana che
territoriale;
b) le nuove espansioni si sono spesso sviluppate in modo casuale ed in genere
sono state caratterizzate da una scarsa qualità formale; tutto
ciò comunque non per i limiti propri dello "zoning", ma soprattutto per
la superficialità tecnica ed il pressappochismo con cui in genere esso
è stato usato a livello progettuale;
c) nel corso di questi anni, è cresciuta una nuova sensibilità,
connessa alle risorse territoriali, alla loro limitatezza e soprattutto alla
loro non riproducibilità, e quindi, alla necessità
"programmatica" di tutelarle, pensando e promuovendo scelte urbanistiche
razionali e compatibili con i delicati equilibri paesistico-ambientali;
d) la proporzione fra entità dimensionale della città "storica"
(in termini di superficie e di volumetria) e quella della città
"moderna" si è progressivamente alterata fino a risultare oggi
completamente ribaltata rispetto a quella esistente negli anni '60, divenendo
vera e propria "sproporzione", qualitativa oltre che dimensionale, sulla quale
si dovrà spesso intervenire con significativi progetti di
riqualificazione urbana;
e) alla luce di quanto sopra espresso è opportuno predeterminare un
corretto e realistico dimensionamento delle scelte complessive di Piano, al
fine di sviluppare una progettazione equilibrata e realistica rispetto alle
necessità relative, sia ai collegamenti, sia alle diverse espansioni di
nuovo sviluppo.
La viabilita'
Presupposto fondamentale per una corretta pianificazione urbanistica, troppo
spesso sottovalutato, è quello della definizione a livello territoriale
ed urbano di un sistema viario articolato secondo vari livelli gerarchici
funzionali alla interconnessione e relazione delle diverse parti di
città e di queste con il territorio.
Già il D.I. 1404/68 aveva colto l'importanza di tale assunto; non a caso
infatti esso risulta strettamente interrelato al D.M. 1444/68 relativo alla
definizione delle "zone omogenee" e degli "standards urbanistici".
Il recente D.L.vo 285/92 (nuovo codice della strada) ribadisce e sostanzia in
modo ancora più efficace il principio generale sopra espresso.
In sede di redazione dei PRG si ritiene pertanto che le varie previsioni di
sviluppo urbanistico non possano prescindere da una chiara e credibile
definizione del sistema strutturale dei collegamenti con particolare
riferimento alla viabilità, articolata secondo i livelli funzionali di
classificazione codificati per legge.
Saranno quindi ritenute inammissibili previsioni che mettano a regime aree
di significative dimensioni sia nel campo delle residenze che delle produzioni
o dei servizi senza che in esse sia precisato il disegno degli assi di
collegamento portanti interni e del loro sviluppo ed attacco con quelli
esistenti e/o di progetto sia a livello urbano che extraurbano, previe le prime
opportune valutazioni di fattibilità sia tecnica, sia di impatto
ambientale.
Aspetto infatti importante da considerare in sede di definizione dello schema
strutturale dei collegamenti di PRG è quello di valutarne gli impatti
paesistico-ambientali già in prima istanza, senza rimandare
acriticamente tale verifica in sede di progettazione esecutiva secondo le
procedure vigenti della VIA.
In sede di adeguamento del PRG al PPAR possono e debbono essere formulate
prime verifiche di compatibilità ambientale sulla base delle analisi
sulle risorse ambientali effettuate per l'adeguamento del PRG al PPAR, almeno
per quelle infrastrutture di maggior impatto sia per le dimensioni che per la
delicatezza dei contesti territoriali interessati.
Lo Zoning
A nostro avviso per la specificità della storia e cultura urbanistica
della realtà Marchigiana, più che un superamento dello
zoning, come da alcuni auspicato, si rende necessario ed opportuno un
nuovo approccio tecnico-metodologico allo stesso.
L'attenta lettura analitica dei contesti urbani e territoriali e della loro
morfologia deve sposarsi ad una conseguenziale attenzione nella definizione
della disciplina normativa degli interventi.
In tal senso lo "zoning" deve essere usato come vero e proprio strumento di
progettazione attraverso il quale oltre a programmare le trasformazioni d'uso
del territorio, debbono essere disciplinati gli interventi nel modo più
appropriato e consono alla natura dei contesti interessati ed alla idea di
progetto che per essi si intende perseguire.
Alla luce anche di quanto previsto dall'art. 15 punto 4 della L.R. 34/92, lo
"zoning" come strumento di progettazione urbanistica permette di conseguire
livelli di articolazione ed elasticità tali, che può assumere, a
seconda delle diverse opportunità, sia veste di progetto urbanistico
compiuto nel dettaglio, sia veste di progetto di indirizzo ed orientamento
vincolante solo per quelle soluzioni che si ritiene corretto evitare e quindi
impedire.
Si invitano pertanto i Comuni ad analizzare ed evidenziare bene, le diverse
specificità dei contesti, al fine di "modulare" le norme sui tessuti in
esame, sia "particolareggiando" quelle di piano regolatore, sia introducendo
"prescrizioni" commisurate alla specificità delle singole realtà
urbanistiche indagate ricercando in via prioritaria di individuare quei
contesti per i quali avviare processi di riqualificazione urbana anche con veri
e propri interventi di ristrutturazione urbanistica.
Prima di mettere a regime eventuali nuove aree, si dovranno sempre e
comunque individuare tutte le opportunità che il tessuto esistente di
per sé stesso offre; si dovranno innanzitutto individuare le aree
residuali, oppure quelle oggetto di attività dismesse o in via di
dismissione, nonché quelle prive di edificato, ma già interne
all'area edificata e quindi più suscettibili di essere edificate, o
quanto meno da ritenersi prioritarie rispetto ad altre di nuovo impianto.
Questa complessa operazione di ricucitura, di riqualificazione, deve tendere
alla definizione di una forma urbana il più possibile compiuta e
definita anche nel suo rapporto con il territorio extraurbano circostante.
Molti PRG sono privi di un disegno compiuto e razionale che leghi e relazioni
la città di più recente formazione con quella storica e/o quella
di nuova formazione e queste al paesaggio circostante.
Le scelte urbanistiche dovranno invece comporre, nel loro insieme e secondo
le loro diverse articolazioni, un progetto razionale e funzionale fortemente
contrassegnato nel suo sviluppo complessivo da una chiara e percettibile
coerenza interna.
Un nuovo approccio allo "zoning", che tende ad utilizzare al meglio le
potenzialità in esso ricomprese, non può pertanto prescindere dal
perseguire o sviluppare:
a) analisi delle differenti caratteristiche morfologiche e strutturali
presenti nei tessuti urbani con particolare attenzione non solo ai
contesti di valore storico ma anche alle parti di nuova urbanizzazione ed al
rapporto di queste con il paesaggio in generale;
b) norme di attuazione che comunque e sempre devono essere dettagliate,
calibrando bene in base agli obbiettivi che si vogliono conseguire gli
indici, le altezze, i distacchi, i rapporti di copertura, di
impermeabilizzazione, le tipologie, i materiali, i colori, il verde...... .
c) una forma urbana compiuta e coerente la cui identità ed
articolazione funzionale complessiva deve risultare percettibile già a
livello di progetto PRG; in tal senso andranno utilizzate al meglio, almeno
per le scelte strategiche o per i cosiddetti "luoghi centrali" le
opportunità progettuali offerte dalla L. 34/92 relativamente alla
già citata progettazione urbanistica di dettaglio di cui al comma 4
dell'art. 15;
d) un rapporto di complementarietà ed integrazione funzionale fra
"progetto di adeguamento al PPAR" e "progetto urbanistico".
A livello di tecnica di progettazione, si evidenzia che oltre alla procedura
classica delle "zone omogenee" di cui al D.M. del 2.4.68,
riconfermata in ambito regionale dalla L.R. 34/92 (art. 19 comma 1), si sta
affermando, soprattutto quando si opera in contesti urbani complessi, il metodo
dello "Zoning per tessuti strutturati e strutturanti" che in genere si
articolano nei seguenti grandi insiemi:
- tessuti urbani esistenti e di completamento;
- tessuti semiurbani o residuali con presenza di parziali urbanizzazioni;
- aree di trasformazione urbana;
- aree agricole.
Tale metodo, se utilizzato in modo appropriato, può garantire una
maggiore semplificazione ed essenzializzazione delle previsioni per tutti quei
contesti urbani maturi che sempre più spesso si contraddistinguono per
la compresenza di più funzioni fortemente integrate dove la prevalenza
dell'una o dell'altra diviene l'elemento significativo di distinzione sia a
livello urbanistico che architettonico.
Comunque al di là delle procedure tecnico-metodologiche che ciascun
progettista riterrà opportuno percorrere, riteniamo fondamentale
perseguire in ogni caso una progettazione urbanistica sufficientemente
dettagliata almeno negli aspetti strutturanti le diverse previsioni; non
sarà più accettata la dimensione progettuale dei "grandi retini o
delle grandi campiture mute e di fatto senza norme", dove per il lettore
è difficile trovare il "filo di Arianna " di un racconto urbanistico
compiuto, che rimane invece solo abbozzato e quindi di fatto inespresso.
Ciò premesso enunciamo di seguito alcuni principi guida che devono
contrassegnare la dimensione progettuale degli strumenti urbanistici generali
riferita alle specificità proprie dei diversi contesti sopra citati.
1) Relativamente delle zone e/o contesti di valore
storico-architettonico si deve purtroppo constatare che nei nostri
territori esistono ancora piccoli centri o nuclei di particolare valore
testimoniale che dagli strumenti urbanistici vigenti sono classificati o come
"zone agricole" o ancor peggio, come "zone di completamento".
Riteniamo che le zone, i contesti ed in generale tutti i beni di valore
storico-architettonico-testimoniale debbano essere invece chiaramente
individuati, analizzati e disciplinati con norme ed usi appropriati al loro
livello di qualità.
Si deve inoltre tendere a superare anche la logica angusta che vuol limitare le
discipline delle salvaguardie solo alle emergenze "rilevanti" non prendendo in
considerazione fenomeni interessanti quali l'edilizia seriale di borgo,
l'edilizia borghese primi del 900, i quartieri a villini con giardino anni
`30-'40, l'edilizia popolare di pregio...ecc.
La tutela dei beni o dei contesti, dovrà comunque estendersi,
così come prescrive il PPAR, anche agli ambiti che li comprendono
soprattutto in quei casi dove il rapporto fra bene ed ambiente circostante
assume una dimensione simbiotica.
Si ritiene infine indispensabile una attenta regolamentazione delle
categorie di intervento tenendo presente a riguardo che la stessa manutenzione
straordinaria, poichè consente modifiche e sostituzioni di parti anche
strutturali, andrà adeguatamente normata e calibrata caso per caso, onde
evitare lo snaturamento degli obbiettivi di recupero del patrimonio
architettonico e storico-culturale; la stessa considerazione vale anche per la
ristrutturazione che dovrà essere opportunamente calibrata e
disciplinata in base alle diverse caratteristiche dei vari contesti
considerati.
2) Per le zone e i contesti esistenti di non particolare valore
storico-architettonico in genere definiti di completamento perché
già saturi o in via di progressiva saturazione, dovranno essere
verificate ed individuate tutte le necessità di riqualificazione
urbana ed ambientale che possano comprendere sia semplici interventi di arredo
urbano che veri e proprie interventi organici di ristrutturazione
urbanistica per recuperare o riconvertire contesti degradati e/o dismessi.
Da non sottovalutare per tali aree, spesso contrassegnate da una
accessibilità estremamente difficoltosa, l'importanza ed il ruolo che
può esercitare la messa a regime di un sistema funzionale di piste
ciclabili; la L.R. 34/92 ne prevede l'obbligo di definizione già a
livello di PRG dei Comuni con più di diecimila abitanti; riteniamo che
tale indirizzo debba riguardare indistintamente tutti i contesti urbani del
nostro territorio, non solo come scelta culturale, ma anche per il rilievo
urbanistico che spesso anche la più piccola ciclabile può
assumere per il proprio centro di riferimento permettendo di superare e
penetrare barriere e quindi creare relazioni urbane altrimenti impossibili.
Si pensi per esempio alla miriade dei nostri piccoli centri di fondovalle dove
in genere la parte vecchia e storica del centro è separata dalla nuova
da un corso d'acqua; in molti casi sarebbe sufficiente una passerella
collegata ad una pista ciclabile per mettere in relazione osmotica i due
organismi urbani fortemente complementari, ma di fatto in parte estranei
perchè separati dalla presenza del fiume.
Particolare attenzione inoltre dovrà essere posta a tutte quelle aree
residuali semi urbanizzate per le quali, pur salvaguardando l'intervento
edilizio diretto, possono essere obbligatoriamente predisposti planivolumetrici
di orientamento di iniziativa pubblica, al fine di garantire un "completamento"
razionale e finalizzato.
A tal proposito è da puntualizzare che quello che le analisi
urbanistiche devono evidenziare rispetto allo stato di fatto è la
distinzione tra la città consolidata (o le parti urbane consolidate se
ci si riferisce ai piccoli Comuni) e la città da trasformare (o le aree
di trasformazione urbanistica), cioè la differenziazione tra tutto
ciò che deve essere tutelato, recuperato o completato (con interventi
minimi) e ciò che comporta invece interventi di demolizione completa e
completa ricostruzione o vera e propria nuova edificazione di
espansione.
3) Le necessità di individuare nuove aree, andranno comunque
soddisfatte ricercando localizzazioni limitrofe se non contigue a quelle
esistenti già strutturate e dotate dei servizi sia primari che
secondari.
Tali operazioni comunque non possono prescindere da una analisi puntuale e
compiuta dello stato di attuazione dello strumento urbanistico vigente, che
evidenzi fra l'altro tutti gli obiettivi conseguiti pienamente, quelli
conseguiti solo parzialmente e quelli invece mancati, cercando di conseguenza
di capirne i limiti sia quelli di impostazione sia quelli dovuti al mutamento
di situazioni socio-economiche non previste,..... o semplicemente al mutare del
"bisogno complessivo di urbanistica" espresso dalla comunità locale.
E' comunque bene ribadire a tal proposito che tutti i bisogni urbanistici
sono legittimi quando questi non contrastano con l'interesse generale di
perseguire una organizzazione urbana razionale e rispettosa delle risorse
primarie per la vita dell'uomo attraverso un progetto che nel suo sviluppo deve
salvaguardare una sua coerenza complessiva rispetto a tali principi
fondamentali.
Ciò torna a confermare la necessità di evitare rigorosamente
schemi di progettazione generici, e/o contraddittori e pertanto non compiuti in
termini di coerenza delle previsioni complessive.
Dato l'intenso sviluppo che hanno tuttora nel nostro territorio le aree
produttive a prevalente destinazione industriale e/o artigianale e
considerato l'impatto che tali insediamenti in genere hanno sul paesaggio e
l'ambiente per dimensioni e tipologie proprie dei manufatti, qualora si rendano
indispensabili nuove previsioni, si ritiene obbligatoria la loro localizzazione
su terreni pianeggianti o semipianeggianti onde evitare sbancamenti che
altrimenti assumerebbero dimensioni non sopportabili sia dal punto di vista
paesaggistico che idrogeologico.
Inoltre, sempre per le aree produttive con destinazione industriale ed
artigianale si ritiene necessario ammettere la possibilità di inserire
la residenza solo per le zone destinate ad artigianato di servizio in ragione
di un appartamento max di 120 mq circa.
Sono inoltre da favorire per le aree artigianali in genere le tipologie a
schiera per un più razionale uso della superficie territoriale
disponibile.
Oltre alle attività produttive classiche dal punto di vista urbanistico
(industriali, commerciali, direzionali, turistiche...) esistono un insieme di
attività "speciali" che in genere o in parte non sono
prioritariamente o solamente regolate con regimi autorizzativi o concessori
urbanistici; ci si riferisce ad esempio alle attività estrattive
e di frantoio, alle industrie nocive, alle autodemolizioni e
deposito di materiali, alle discariche.
Per tali attività, data la loro specificità, che spesso rende
difficile la loro programmazione quindi una loro previsione a priori in sede di
PRG, riteniamo ammissibile il ricorso delle procedure di varianti "ad hoc" nel
momento stesso in cui si presenta il problema o nel momento in cui la scelta
diviene matura e chiara nei suoi contorni; in tal modo sarà possibile
anche mettere a regime una scelta localizzativa e normativa urbanistica
appropriata, misurata sulla natura ed i caratteri dell'intervento, altrimenti
di difficile definizione a priori.
4) Considerazioni particolari necessitano per le Zone e i contesti destinati
ad attrezzature comuni ed i servizi pubblici giacché rivestono un
ruolo fondamentale per una razionale organizzazione degli aggregati urbani e
per un funzionale rapporto di questi con il territorio.
In tali zone o contesti, che nell'accezione delle zone omogenee di cui al D.M.
1444/68 sono qualificate con la lettera F e contribuiscono a garantire gli
standards minimi inderogabili, spesso i P.R.G. dei nostri comuni impropriamente
prevedono l'inserimento di attività o interventi che pur rivestendo un
interesse generale (Alberghi, Banche, Supermercati....), non possono in nessun
caso concorrere alla formazione degli standards di Piano.
In tutte quelle zone o contesti destinati a standards, non sono pertanto
ammissibili opere o interventi che, anche se di interesse pubblico e generale,
sono di fatto funzionali ad attività terziarie o direzionali o
produttive o turistico ricettive.
Riflettendo sempre su questo problema, si evidenzia anche che la L.R. 34/92
impone di fatto l'obiettivo di conseguire a livello di PRG un rapporto
minimo di standards pari a 21 mq/ab (art.21 comma 4) che per quei Comuni
che ospitano attrezzature per l'istruzione superiore nonchè attrezzature
sanitarie ed ospedaliere di carattere socracomunale, ai sensi dell'art. 4 punto
5 del D.M. 1444/68, detto rapporto minimo deve assurgere quanto meno al valore
di 23,5 mq/ab.
Date le caratteristiche proprie della totalità dei nostri piccoli centri
si propone una riduzione della soglia minima sopra detta a 15 mq/ab in quei
Comuni per i quali la popolazione prevista dagli strumenti urbanistici non
superi i 5.000 abitanti insediabili calcolati facendo riferimento al rapporto
fissato dalle L.R. 34/92 di 120mc/ab.
Si sottolinea infine che gli interventi e le opere di iniziativa privata di
medesima tipologia funzionale propria degli standards (scuole, attrezzature
sportive, aree per il tempo libero, ...) possono concorrere alla formazione
delle quote di standard attraverso convenzioni che salvaguardino in modo
adeguato l'interesse pubblico.
5) Le zone agricole, come precisato al punto 2 dell'art. 1 della L.R. n.
13/90, "sono quelle aree destinate esclusivamente all'esercizio
dell'attività dirette alla coltivazione dei fondi, alla selvicoltura,
all'allevamento del bestiame ed alle altre attività produttive connesse,
ivi compreso l'agriturismo".
In tal senso la legge regionale n. 13/90 ha senza dubbio operato un notevole
salto di qualità tecnico-culturale nell'ambito della disciplina
urbanistica del territorio agricolo.
Ciò risulta tanto più vero se si considera che tale legge
interviene come provvedimento complementare all'emanazione del Piano Paesistico
Ambientale Regionale, che all'art. 64 comma 1 lettera A prevede, come primo
strumento integrativo al P.P.A.R. per il conseguimento degli obbiettivi di
tutela e valorizzazione da esso sanciti, "Le norme edilizie per il territorio
agricolo".
Questi primi 8 anni di applicazione della legge, se da un lato hanno permesso
di consolidare modalità di intervento nel territorio agricolo più
mature e rigorose che nel passato, dall'altro hanno permesso di evidenziare
aspetti poco chiari, carenze e contraddizioni della legge stessa.
Non a caso la Regione stessa sta da tempo lavorando a proposte di modifiche ed
integrazioni della L.R. 13/90, su cui però al momento non ci è
stata data la possibilità di sviluppare un confronto di merito.
Quindi di seguito ci soffermiamo a focalizzare alcuni punti ed aspetti della
normativa vigente che, a nostro avviso, vanno opportunamente precisati onde
facilitare comportamenti operativi più chiari e pertanto più
incisivi.
Nello specifico relativamente:
- Agli insediamenti per industrie nocive, non si condividono le
posizioni di chi sostiene che in assenza di specifiche previsioni degli
strumenti urbanistici per gli insediamenti in oggetto, gli interventi relativi
possano essere consentiti in modo generalizzato nel complesso delle zone
agricole.
Riteniamo invece che i PRG debbano contenere precise previsioni di
zonizzazione; qualora rimanga difficile operare a priori scelte localizzative
in grado di soddisfare le multiformi esigenze e particolarità del
settore, si suggerisce di prevedere in sede di PRG la possibilità di
procedere, per tutti quei casi e quelle situazioni difficilmente programmabili,
tramite varianti parziali con allegata verifica di compatibilità
ambientale che ne dimostri l'ammissibilità.
- Al censimento di fabbricati rurali previsto dall'art. 15 della L.R.
13/90, ma la cui effettuazione è stata fondamentalmente disattesa dalla
quasi totalità dei Comuni, nonostante il limite temporale di un anno
fissato dalla legge.
Al di là del merito delle finalità complessive di detto
censimento, ci preme evidenziare in questa sede che "l'elenco degli edifici
nelle zone agricole che rivestono valore storico e architettonico" di cui al
punto 2) dell'articolo in questione, ci sembra un surrogato incompleto ed
imperfetto del "Censimento dei beni architettonici extraurbani" che i Comuni
devono effettuare con la redazione del loro P.R.G. in adeguamento al P.P.A.R,
ai sensi dell'art. 15 punto 3 e dell'art. 40 ultimo e penultimo comma di
quest'ultimo.
Si precisa pertanto che in sede di redazione dei P.R.G., si ritiene
fondamentale il solo censimento di cui al P.P.A.R. formulato secondo le schede
di minima predisposte dalla Provincia e trasmesse ai Comuni con circolare Prot.
n. 20895 del 22.10.1992.
Fatte queste brevi precisazioni sulla Legge Regionale di disciplina degli
interventi in zone agricole, ricordiamo che l'obbiettivo fondamentale della
disciplina urbanistica per tale contesto, deve essere quello di salvaguardarne
i caratteri strutturali da utilizzi impropri e/o contrastanti con le sue
vocazioni naturali, in quanto risorsa economica fondamentale e non
riproducibile, oltrechè giacimento di cultura e civiltà.
La pianificazione urbanistica di qualsiasi livello, pur all'interno dei suoi
limiti, dovrà porsi sempre di più il compito di prefigurare
scelte di organizzazione territoriale che tendano a limitare allo stretto
necessario le trasformazioni dei suoli agricoli in suoli urbani, trasformazioni
che comunque e sempre dovranno essere effettuate nel modo più razionale
possibile (ad esempio concentrare gli interventi di trasformazione ed
evitare la proliferazione spontanea e disordinata degli stessi), tendendo a
salvaguardare le aree più fertili e già adeguatamente
infrastrutturate per un loro utilizzo agrario intensivo (ad esempio aree
irrigue)
La rilevanza e ricchezza delle indagini da compiere in sede di PRG (geologia,
idrogeologia, clivometria, risorse botanico-vegetazionali) oltre a permettere
la individuazione delle aree soggette ai vari tipi di "rischio" (geologico,
idrogeologico, sismico...) devono essere anche finalizzate a definire gli
usi ottimali dei suoli o quanto meno a definire ed impedire gli usi ed i
comportamenti impropri dal punto di vista ambientale (per esempio divieto
di arature profonde su pendenze superiori al 20% o divieto di aratura anche
superficiale di terreni contermini alle aree calanchive..).
Tali scenari fanno automaticamente pensare alle potenzialità di
intervento, anche a livello urbanistico, di vecchie leggi, ancora fondamentali
per un corretto uso del suolo, quali quelle inerenti la Bonifica ed il
vincolo idrogeologico ("l'utilizzazione dei terreni e la eventuale loro
trasformazione, la qualità delle colture, il governo dei boschi e dei
pascoli sono assoggettati, per effetto del vincolo, alle limitazioni stabilite
dalle leggi in materia" - art. 866 C.C.), nonché a leggi importanti
più recenti, con cui ancora l'urbanistica non ha trovato i modi, le
forme e gli strumenti adatti per opportunamente relazionarsi, si citano per
tutte la L. 183/89 sull' "uso del suolo" e la L. 236/88 per la
"tutela delle risorse idriche".
N.B. Per una riflessione più compiuta sul problema del rapporto tra
territorio agricolo e naturale ed edificazione si rimanda all'allegato
-"Conseguenze dell'edificazione sulla risorsa suolo: riflessioni ed
appunti".
3.3 GLI ELABORATI CARTOGRAFICI DI P.R.G.
Prendendo spunto dai contenuti dell'art. 16 della L.R. 34/92, relativo agli
elaborati costitutivi e caratterizzanti il PRG, si ritiene opportuno formulare
qui di seguito, al fine di conseguire una maggior comprensione del problema,
una proposta di articolazione degli stessi (elaborati), secondo uno
schema logico che risulti funzionale e coerente con il procedimento
metodologico schematicamente illustrato al precedente paragrafo 2.5:
Premesso che gli elaborati tecnici fondamentali di PRG si distinguono
in:
1 - Cartografia
2 - Relazioni
3 - Norme di Attuazione
In merito alla cartografia si formulano le seguenti considerazioni evidenziando
che gli elaborati relativi, nel complesso processo di redazione di un
PRG in adeguamento al PPAR, vanno a nostro avviso distinti secondo le diverse
operazioni e fasi operative che sono necessarie per giungere alla definizione
compiuta e corretta dal progetto finale.
a) Il primo aspetto da precisare è quello relativo alla cartografia
di base; questa sarà fondamentalmente costituita dalle carte
regionali 1/10000 1/2000 disponibili nelle seguenti versioni:
- carta di base derivata 1/10.000
- carta uso del suolo 1/10.000
- carta tecnica 1/2000
Qualora i Comuni intendano prevedere per alcune aree la progettazione di
dettaglio di cui all'art. 15 punto 4 della LR 34/92, andrà costruita,
possibilmente attraverso rilievi planimetrici, anche una cartografia di base,
in scala 1/500, limitatamente alle aree interessate;
b) Una delle prime elaborazioni fondamentali da assolvere in sede di redazione
del nuovo PRG è quella relativa alla trasposizione dei vincoli
provvisori di PPAR sulla carta regionale 1/10000 riferita a tutto il
territorio comunale sulla quale andranno riportate le previsioni dello
strumento urbanistico vigente (PdF/PRG) in modo da avere una visione simultanea
del sistema dei vincoli provvisori e del complesso delle previsioni
urbanistiche vigenti nonchè delle loro eventuali
sovrapposizioni.
Per l'operazione di restituzione dello strumento urbanistico vigente al 10.000
si propone di accorpare e ricondurre le varie previsioni in esso contenute
all'interno dello schema semplificato di legenda tipo allegata in
appendice al presente paragrafo. Dopo tale operazione andrà effettuata
come momento ulteriore di verifica, la trasposizione dei vincoli provvisori
sulle basi cartografiche del Piano Urbanistico Vigente in scala 1/2000 in modo
da poter valutare con più precisione le interferenze esistenti fra i due
Piani (P.P.A.R. e P.d.F. o P.R.G.);
c) Le analisi relative volte a definire le caratteristiche quantitative e
qualitative delle risorse paesistico ambientali del territorio comunale secondo
i tre sottosistemi tematici di PPAR, implicano tutta una serie di
elaborazioni cartografiche dalla cui lettura e valutazione interdisciplinare
discenderà il progetto delle tutele.
Dette analisi per l'intero territorio comunale saranno rappresentate su carta
in scala 1/10.000, mentre per le sole aree di possibile interesse urbanistico
dovranno essere effettuate "zoommate" analitiche alla scala 1/2000; il
complesso delle cartografie analitiche sopra dette sono di seguito così
ennunciate:
Cartografie sottostistema geologico-geomorfologico:
- carta geologica e sezioni geologiche
- carta idrogeologica
- carta litotecnica
- carta clivometrica
- carta geomorfologica (con riferimenti specifici alle categorie costitutive di
cui agli artt. 28; 29; 30; 31 e 32 del PPAR)
- carta pericolosità
geologica (circolare regionale n. 14 del 28.8.1990)
- carta del rischio
idrogeologico ( " " " "
)
- carta della peri-
colosità sismica ( " " " "
e
" " n. 15 " )
Cartografie sottosistema Botanico-Vegetazionale:
- carta botanico-vegetazionale (con riferimenti specifici alle categorie
costitutive di PPAR di cui agli artt. 33; 34; 35; 36; 37) per la cui
realizzazione si può fare riferimento anche alla carta regionale uso del
suolo in scala 1/10.000 adeguatamente aggiornata
Sottosistema Storico-Culturale:
- carta dei beni storico-culturali extraurbani (con specifici riferimenti alle
categorie costituiva di PPAR di cui agli artt. 38; 39; 40 e 41).
Il progetto delle tutele:
- cartografia di sintesi delle tutele:
le valutazioni interdisciplinari relative ai sottosistemi territoriali e la
sovrapposizione delle aree e degli ambiti di tutela proposti per ciascuno di
essi, porterà a definire oltre a eventuali unita' di paesaggio
l'ipotesi di progetto delle tutele di PPAR.
A livello cartografico l'ipotesi di progetto, sarebbe opportuno che fosse
riassunta in una carta in cui siano sintetizzati i vari ambiti di tutela di
base previsti, secondo il principio che l'ambito con il livello di tutela
più forte prevale sugli altri. Avremo così una carta dove il
territorio comunale sarà distinto fra le parti sottoposte ad un qualche
livello di tutela (tutela integrale, orientata, specifica ...) e quelle invece
libere da tutele.
Per le zone sottoposte a tutela, la carta in questione evidenzierà
quindi solo il tipo di tutela più forte presente nell'area considerata;
per sapere quanti e quali tipi di tutele sussistono nella zona considerata
basterà esaminare l'insieme delle cartografie relative ai diversi
sottosistemi territoriali.
d) le analisi relative allo stato di fatto della infrastrutturazione
urbana ed antropica del territorio e dei contesti urbani e alla
definizione delle ipotesi progettuali urbanistico-territoriali dovranno
essere confortate da cartografie che rappresentino adeguamente:
- le infrastrutture viarie, ferroviarie ed aeroportuali
- l'edificato
- i servizi a rete (carte fognarie, idrica, metanodotti, elettrodotti...)
- le attrezzature e servizi pubblici e/o di uso pubblico principali
(istruzione, sanità, impianti sportivi, strutture religiose, teatri,
cinema, discariche ...)
- il verde urbano
- le cave e frantoi
- i vincoli (idrogeologico R.D.L. 3267/23; beni paesistico ambientali L.
1089/39; L. 1497/39; L. 431/85)
- lo stato di attuazione dello strumento urbanistico vigente
- le scelte di PTC e PIT
- le sintesi delle previsioni urbanistiche significative dell'area elementare
di riferimento intercomunale
- il progetto urbanistico-territoriale con evidenziate, tramite opportuni
riferimenti le eventuali interferenze con il sistema degli ambiti di tutela del
PPAR provvisori e/o definitivi, per le quali si prefigura, sulla base di
precise motivazioni, la prevalenza delle ragioni dell'urbanistica su quelle
della salvaguardia.
Una considerazione particolare merita la "cartografia" di cui al penultimo
punto dell'elenco di cui sopra (sintesi dei Piani Comunali...). Essa si
riferisce alla costruzione sintetica delle previsioni degli strumenti
urbanistici vigenti in scala 1/10.000, secondo la legenda tipo di seguito
allegata, dei Comuni ricompresi nell'area elementare di riferimento
intercomunale di appartenenza del Comune interessato.
La sintesi così costruita permetterà di avere un quadro di
riferimento complessivo dello stato delle previsioni vigenti nei comuni
contermini in modo tale da poter così opportunamente calibrare le scelte
di Piano di tipica rilevanza intercomunale quali la viabilità,
le aree industriali ed i servizi superiori, parchi territoriali
....
I Comuni, per la costruzione di tale elaborazione cartografica potranno
contare sulla collaborazione degli Uffici Urbanistici della Provincia; comunque
dall'emanazione dei seguenti indirizzi ciascun Comune in sede di PRG in
adeguamento o in sede di variante parziale dovrà allegare come elaborato
fondamentale, la sintesi al 10.000 dello strumento urbanistico vigente e di
quello adottato secondo le tipologie di rappresentazione codificate dalla
legenda allegata.
3.4 PROPOSTA DI IMPIANTO DI RELAZIONE GENERALE TIPO PER I P.R.G.
Nell'ambito della presente proposta di indirizzi si ritiene importante
suggerire uno schema tipo della Relazione Generale illustrativa dei contenuti
analitici e progettuali del PRG.
Ciò al duplice fine sia di omogeneizzare per quanto possibile il
procedimento descrittivo dei complessi problemi propri degli strumenti
urbanistici generali comunali, sia per fissare un pacchetto minimo di dati ed
informazioni che ciascun PRG dovrebbe inderogabilmente riportare secondo
impostazioni e logiche prefissate.
Il seguente schema di riferimento evidenzia i punti salienti degli aspetti
analitici e di quelli progettuali su cui la relazione illustrativa generale
dovrebbe soffermarsi, per rendere esplicite le motivazioni delle scelte
formulate e per rendere comprensibili la logica e la coerenza delle stesse
anche nel rapporto con i Piani e gli indirizzi redatti a scala provinciale e
regionale.
Ovviamente lo schema di riferimento proposto non esclude assolutamente la
possibilità di seguire e sviluppare schemi più articolati ed
originali; la proposta formulata ha solo il significato di suggerire uno schema
di riferimento di minima, onde evitare che vengano trasmessi alla Provincia PRG
pressochè privi di un elaborato così fondamentale per la miglior
comprensione delle "mille ragioni ed i mille problemi di un Piano".
Oltre alla Relazione Generale illustrativa di cui di seguito si suggerisce
l'impostazione descrittiva, evidenziamo che sono comunque da considerarsi
elaborati fondamentali di PRG, anche le relazioni relative alle analisi dei tre
sottosistemi tematici di PPAR (geologico-geomorfologico, botanico-vegetazionale
e storico-culturale) sulle quali in questa sede non si ritiene necessario
soffermarsi.
INDICE DI RELAZIONE GENERALE ILLUSTRATIVA TIPO
1 Il rapporto con la pianificazione di area vasta
1.1 I criteri di adeguamento al P.P.A.R.
1.2 Le previsioni dei piani di area vasta sia generali che settoriali
2 L'inquadramento ambientale, socio-economico, territoriale
2.1 L'area elementare di riferimento
2.2 Le caratteristiche paesistico-ambientali
2.3 Le caratteristiche socio-economiche
2.4 L'organizzazione urbana ed infrastrutturale
3 Le caratteristiche e lo stato di attuazione del P.R.G. vigente
4 Le scelte significative del nuovo piano
4.1 L'adeguamento al P.P.A.R.
4.2 Il progetto urbanistico
4.3 Il dimensionamento e le sue motivazioni
5 Il bilancio ambientale
6 Il bilancio delle spese e delle risorse
Come esplicitazione sintetica dei contenuti che dovrebbero caratterizzare
ciascuno dei paragrafi sopra indicati, enunciamo quanto segue:
1.1 I criteri di adeguamento al P.P.A.R.
Dovranno essere esplicitati i criteri metodologici seguiti per adeguare il PRG
al PPAR, soffermandosi in particolare a descrivere, i passaggi dalla
trasposizione provvisoria dei vincoli a quella definitiva attraverso le analisi
settoriali codificate (geologico-geomorfologiche, botanico- vegetazionali,
storico-culturali) e relazionare su come queste ultime condizionano e
determinano il progetto di adeguamento, sia a livello di ambiti che di
specifiche norme di tutela. In questo contesto dovrà essere inoltre
precisato come si è inteso operare rispetto a quelle scelte di P.P.A.R.
che hanno una dimensione ed una ricaduta sovracomunale.
1.2 Le previsioni dei piani di area vasta sia generali che settoriali
Dovranno essere evidenziate tutte le scelte formulate dalla pianificazione di
area vasta, aventi una ricaduta sia vincolante che programmatica sul territorio
comunale e come queste vengano recepite o reinterpretate a livello del progetto
di P.R.G..
2.1 L'area elementare di riferimento
Come premessa all'inquadramento paesistico-ambientale, socio-economico ed
infrastrutturale, che nei punti successivi sarà affrontato a livello
comunale, dovranno essere descritti in modo sintetico, gli aspetti salienti del
territorio di riferimento intercomunale e le scelte urbanistiche di rilevanza
sovracomunale (viabilità, aree industriali, servizi ed attrezzature,
emergenze paesistico-ambientali ecc.) degli strumenti urbanistici dei comuni
appartenenti all'area elementare di riferimento; a tal fine preziosa
risulterà essere la sintesi delle previsioni degli strumenti urbanistici
vigenti di cui nel paragrafo precedente viene proposta specifica legenda
tipo.
2.2 Le caratteristiche paesistico-ambientali
Ci si dovrà soffermare ad evidenziare in modo sintetico le
peculiarità del territorio comunale sotto gli aspetti geologici e
geomorfologici, botanico-vegetazionali e storico-culturali, così come
dai riscontri delle analisi settoriali effettuate.
2.3 Le caratteristiche socio-economiche
L'analisi socio-economica dovrà essere finalizzata ad individuare ed
esporre le caratteristiche strutturali e tendenziali della popolazione e delle
attività economiche.
Andrà inoltre relazionato sullo stato e l'evoluzione
dell'attività edilizia; a tal proposito potrà costituire valido
punto di riferimento l'analisi socio-economica della realtà provinciale
effettuata per il PTC dai Proff. Paolo Leon e Riccardo Mazzoni.
2.4 L'organizzazione urbana e infrastrutturale
Dovrà essere certificato lo stato di fatto relativo alla
viabilità, ai servizi a rete, alle attrezzature pubbliche ed ai servizi
sociali, nonchè i livelli di funzionalità propri dei contesti
urbani esistenti.
3 Le caratteristiche e lo stato di attuazione del P.R.G. vigente
Della strumentazione urbanistica vigente dovranno essere esplicitamente
descritti i presupposti che l'hanno ispirata, gli obiettivi conseguiti e non e
in ultima istanza, lo stato di attuazione.
4.1 L'adeguamento al P.P.A.R.
Dovrà essere ben evidenziato il rapporto in termini qualitativi e
quantitativi, tra vincoli provvisori dettati dal P.P.A.R. e vincoli definitivi
proposti dal P.R.G. adeguato.
4.2 Il progetto urbanistico
In via prioritaria dovranno essere evidenziati, qualora sussistano, i punti di
interferenza fra ambiti provvisori di tutela di P.P.A.R. e scelte del progetto
urbanistico, specificando punto per punto, le motivazioni che hanno portato a
far prevalere le ragioni urbanistiche su quelle paesistiche. Successivamente ci
si dovrà soffermare a descrivere le scelte urbanistiche progettuali
portanti del sistema complessivamente definito, esplicitando tra l'altro, le
ragioni del dimensionamento e verificando il rispetto degli standard di legge.
Dovranno essere inoltre descritti i principi ispiratori e l'impostazione
dell'impianto normativo proposto, evidenziando i livelli di
compatibilità e le eventuali integrazioni e modifiche apportate
all'impianto normativo tipo formulato dalla Provincia e successivamente
illustrato.
4.3 Il dimensionamento e le sue motivazioni
Le previsioni di P.R.G. che determinano il suo dimensionamento quantitativo nei
principali settori di intervento (residenza, produttivo secondario,
direzionale...) dovranno essere ragionevolmente motivate ed il più
possibile coerenti con i trend di sviluppo socio-demografico in atto e quelli
dell'attività edilizia propria degli anni precedenti.
Le previsioni del primo P.R.G. in adeguamento al PPAR dovranno essere
dimensionate su proiezioni decennali, così come le sue successive
varianti Generali.
5 Il bilancio ambientale
Per ciascuno dei sottosistemi tematici individuati dal P.P.A.R. e
complessivamente per il territorio comunale, dovrà essere evidenziato il
bilancio ambientale derivante dalla visione d'insieme delle singole tutele
proposte in sede di adeguamento. Tale bilancio andrà verificato anche
quantitativamente, secondo le voci codificate nella scheda di sintesi alla
presente allegata e dovrà risultare quanto meno equivalente a quello
proprio della trasposizione provvisoria dei vincoli di PPAR (vedasi la scheda
tipo allegata in appendice al paragrafo 2.6).
6 Il bilancio delle spese e delle risorse
Per dare una dimensione concreta e realistica ai contenuti programmatici degli
strumenti urbanistici generali, ciascun P.R.G., ai sensi dell'art. 15 della
L.R. 34/92 dovrà indicare le previsioni di massima delle risorse
occorrenti per l'attuazione degli interventi pubblici individuati compresi gli
espropri, nonchè le relative possibili fonti finanziarie di
riferimento.
Tale opportunità e necessità è stata recentemente sancita
dal provvedimento di riforma del sistema finanziario-contabile di cui al D.Lgs
n. 77/95, dove fra l'altro all'art. 12 si afferma che la relazione previsionale
e programmatica di bilancio dovrà fornire adeguati elementi che
dimostrino la coerenza con le previsioni degli strumenti urbanistici.
3.5 PROPOSTA IMPIANTO NORMATIVO TIPO PER I P.R.G.
La proposizione di un impianto normativo tipo per i P.R.G. comunali costituisce
uno dei punti più significativi ed importanti nella redazione del
presente P.T.C..
Attraverso di esso infatti si sostanziano la gran parte degli indirizzi
tecnico-metodologici che fanno assumere al detto Piano il significato ed il
ruolo fondamentale di strumento urbanistico che in primo luogo deve coordinare,
sia sotto l'aspetto dei contenuti che dei metodi, l'attività urbanistica
dei Comuni.
L'impegno per la definizione di un modello di riferimento tipo per la redazione
delle N.T.A. dei PRG, assume al momento una particolare attualità
perché, nell'esercizio delle funzioni in materia urbanistica attribuite
dalla Regione alle Province, si constata regolarmente che i Comuni nella
redazione dei propri strumenti urbanistici fanno fatica a recepire ed
introdurre correttamente ed in modo appropriato le novità sostanziali
introdotte da strumenti o provvedimenti legislativi recenti quali ad esempio il
Piano Paesistico Regionale, la L.R. urbanistica n. 34/92, la L. 142/90, la
L.241/90 ecc..
In sostanza, per la Regione Marche, occorre ripensare complessivamente
l'impostazione degli impianti normativi degli strumenti urbanistici comunali,
alla luce dell'evoluzione culturale e di metodo, al fine di fare evolvere
l'impostazione tradizionale ancora spesso limitata solo agli aspetti
urbanistici codificati dalla legge n. 765 del 1967 e dai relativi decreti
applicativi del 1968.
Oltre a quanto sopra espresso, la definizione di un impianto normativo tipo
risulta operazione fondamentale anche per la semplice, ma mai conseguita,
omogeneizzazione dei linguaggi di rappresentazione dei vari progetti di PRG
attraverso la codifica di legende omogenee di riferimento .
Nello specifico lo scheletro dell'impianto tipo proposto si articola per
Titoli e Capi; successivamente all'adozione del PTC si arriverà
a definire anche una stesura tipo per singoli articoli che ovviamente i Comuni
potranno adattare, in sede di redazione dei propri PRG, alle specifiche
situazioni ed esigenze locali.
Tre sono i principi ispiratori cui ci siamo riferiti per la definizione di
detta operazione:
1) Assumere il PPAR e di conseguenza il problema della tutela e la
valorizzazione delle risorse paesistiche e ambientali come questione
prioritaria e fondante della progettazione urbanistica;
2) concepire l'urbanistica come momento di disciplina, regolamentazione e di
rappresentazione di tutte le destinazioni d'uso significative esistenti e
programmate, onde poterne verificare costantemente le compatibilità e le
sostenibilità relazionali.
3) tendere ad attivare tutte le forme di gestione ed attuazione che ormai il
complesso delle leggi e delle norme vigenti hanno messo in campo, in modo da
mettere in grado le Amministrazioni Locali di procedere secondo le procedure e
gli strumenti che riterranno più opportuni per le varie e diverse
situazioni che sostanziano i contenuti e le scelte dei P.R.G.
Ovviamente, come già esplicitato in altre parti del presente
documento di indirizzi, non è assolutamente esclusa, ma anzi auspicata
la possibilità di perseguire percorsi diversi purchè siano
comunque caratterizzati da chiarezza espressiva, facilità di lettura e
coerenza logica, sia nell'impostazione che nell'articolazione dei contenuti
normativi.
PROPOSTA DI INDICE DI IMPIANTO NORMATIVO TIPO PER TITOLI E
CAPI
TITOLO I - PREVISIONI DEL PRG
Capo I - Generalità
Capo II - Destinazioni d'uso
TITOLO II - SISTEMA PAESISTICO-AMBIENTALE: ADEGUAMENTO AL
P.P.A.R.
Capo I - Sottosistema geologico, geomorfologico e idrogeologico
Capo II - Sottosistema botanico-vegetazionale
Capo III - Sottosistema storico-culturale
Capo IV - Sottosistemi territoriali
Capo V - Parchi, Riserve e Oasi naturali
Capo VI - Le aree da risanare, recuperare o
riqualificare.
TITOLO III - - SISTEMA URBANISTICO: I TESSUTI URBANI E URBANIZZABILI
Capo I - Le infrastrutture per l'accessibilità
urbano-territoriale
Capo II - Zone pubbliche e di interesse generale (standards di
PRG)
Capo III - Tessuti esistenti e di completamento
Capo IV - Aree di trasformazione
Capo V - Vincoli speciali
TITOLO IV - IL TERRITORIO AGRICOLO
Capo I - Zone agricole normali
Capo II - Zone agricole speciali
TITOLO V - ATTUAZIONE DEL P.R.G.
Capo I - Programmi di attuazione
Capo II - Modalità di attuazione
Capo III - Classificazione degli interventi, delle opere e delle
attività
TITOLO VI - - NORME TRANSITORIE E FINALI
Capo I - Norme finali
Capo II - Norme transitorie
Dallo schema di riferimento generale sopra riportato, che successivamente
all'approvazione del P.T.C., come già detto potrà essere proposto
solo con funzione indicativa, anche nella sua articolazione per "sottocapi" ed
"articoli", emergono immediatamente alcune novità sostanziali rispetto
agli impianti tradizionali che ancora contrassegnano la quasi generalità
degli strumenti urbanistici comunali della nostra realtà provinciale.
Alcune di tali novità possono essere indicate:
1. nell'importanza primaria che viene riconosciuta al complesso normativo
relativo al Sistema Paesistico - Ambientale. In particolare esso oltre a
disciplinare l'insieme delle aree e dei beni da salvaguardare, tutelare o
risanare, recuperare e riqualificare per le loro specifiche caratteristiche,
dovranno normare adeguatamente e rigorosamente tutti i contesti soggetti a
varie forme di rischio geologico, rischio geomorfologico,
rischio idrogeologico e rischio sismico come già indicato
in altre parti del presente documento nonché nelle schede dell'"Atlante
della Matrice Ambientale".
2. nel rilievo che viene riconosciuto ai cosiddetti "vincoli speciali" tanto
che ad essi ed alla loro disciplina è dedicato uno specifico Capo. Tali
vincoli si riferiscono a strutture ed impianti che in genere sono assoggettati
a norme di sicurezza da leggi speciali e settoriali che quasi mai vengono
tradotte o reinterpretate anche in norme di rispetto o di tutela per
finalità di carattere urbanistico. Ci si riferisce per esempio ad
impianti e strutture tipo i metanodotti - gasdotti e acquedotti extraurbani,
agli elettrodotti ed alle centrali elettriche, agli impianti di smaltimento e
riciclaggio dei rifiuti, nonché a quelli di deposito, rifornimento e
distribuzione degli olii minerali, dei prodotti petroliferi, ecc...
L'urbanistica rispetto a tali strutture o impianti deve porsi il problema delle
compatibilità relazionali e di conseguenza mettere in atto tutte quelle
misure idonee ad evitare improprie interferenze o inopportune vicinanze.
3. nell'articolazione del TITOLO V che pur nella sua schematicità,
prefigura una complessità nuova e più articolata sia rispetto
alla tradizionale strumentazione attuativa dei P.R.G., sia rispetto alle
tradizionali classificazioni degli interventi. Infatti relativamente al
primo aspetto riteniamo che i P.R.G. debbano:
- recuperare e sviluppare una "dimensione programmatica attuativa" alla luce
sia dei nuovi strumenti introdotti da recenti importanti leggi quali gli
"accordi di programma", i "programmi integrati di intervento", i "programmi di
recupero urbano", ecc., sia della esigenza sempre più matura di
permettere alle amministrazioni locali la possibilità di definire ed
attivare azioni programmatiche attuative di legislatura.
- mettere in campo tutte le variegate modalità attuative che ormai di
fatto affiancano a pieno titolo la tradizionale strumentazione attuativa dei
Piani urbanistici preventivi, nonché del regime concessorio ed
autorizzativo.
Ci si riferisce per esempio ai Piani di Recupero o Riqualificazione Ambientale,
ai Piani di Coltivazione delle Attività Estrattive, ai Piani di Sviluppo
Aziendale Agricoli..., per continuare con le procedure attuative della Verifica
di Impatto Ambientale o della Compatibilità Ambientale e giungere sino
alla Conferenza dei Servizi o della Dichiarazione di Inizio di
Attività.
Per quanto riguarda il secondo aspetto, in coerenza con quanto sopra espresso,
evidenziamo che i P.R.G. non dovrebbero limitarsi a proporre la classica
classificazione degli interventi edilizi (manutenzione ordinaria,
straordinaria, ristrutturazione,...), ma dovrebbero proporre una
classificazione più generale sia degli interventi che delle opere e
delle attività di trasformazione attivabili sul territorio,
distinguendole secondo classi di rilevanza (ad es. rilevante, significativa,
normale, non significativa trasformazione) e definendo di conseguenza le
possibili modalità e procedure d'attuazione più proprie.
3.6 PRIMI CRITERI PER IL DIMENSIONAMENTO DEI P.R.G.
Una pianificazione urbanistica costruita tutta dal lato dell'offerta non
rappresenta una risposta adeguata all'insoddisfazione - spesso giustificata -
verso il contributo offerto alla pianificazione urbanistica dalle analisi di
sfondo economico-sociale e dalle valutazioni dei fabbisogni di tipo
tradizionale.
La constatazione della sostanziale perdita di efficacia delle politiche
abitative, se da un lato mette in luce come esistano dei livelli di disagio per
così dire "frizionali", sostanzialmente non modificabili attraverso i
semplici riflessi dello sviluppo economico o urbanistico delle città,
dall'altro richiede un rafforzamento piuttosto che l'abbandono degli strumenti
disponibili a livello locale per il sostegno, l'orientamento o in alcuni casi
il controllo delle tendenze "spontanee" che si verificano sul mercato.
La minore centralità delle politiche abitative può infatti
giustificarsi per la maggiore rilevanza che altri aspetti hanno assunto nella
pianificazione, ma non con la minore pregnanza del tema.
Anche nella provincia di Pesaro e Urbino comincia ad emergere come la
stagnazione demografica e l'evoluzione economica delle città, tendano ad
aumentare anziché ridurre la complessità dei problemi che i
pianificatori si trovano ad affrontare.
Più in generale la maggiore diversificazione degli stili di vita e dei
modelli familiari porta ad un ulteriore segmentazione del mercato a cui -
soprattutto nelle aree urbane di maggiori dimensioni - si aggiunge la
tradizionale spinta proveniente dall'offerta (nei termini della localizzazione
e tempi di trasporto come delle caratteristiche sociali, ambientali o di
servizio delle diverse aree).
Il moltiplicarsi delle domande e la progressiva segmentazione del mercato
abitativo, devono quindi aumentare anziché ridurre l'importanza da
assegnare alla pianificazione urbanistica ad un tema apparentemente consolidato
come quello della domanda di spazi per abitazioni.
Le stesse ragioni "politiche" di tale impegno non sono affatto venute meno,
considerata l'importanza che le questioni poste continuano ad assumere in
termini: sociali, per rappresentare uno dei fattori più
gravi che caratterizzano i fenomeni di esclusione sociale;
economici, per le gravi conseguenze in termini distributivi
legati all'evoluzione del sistema delle rendite urbane;
ambientali, per i rischi di spreco del territorio e le
gravi esternalità prodotte dal sistema della mobilità urbana.
Un discorso non dissimile può essere fatto per la domanda di spazi per
le attività produttive, che anzi risulta ancor meno riconducibile ad un
riferimento di tipo standard. In questo caso, non solo infatti è
necessario considerare i numerosi elementi che a livello locale possono
influenzare lo sviluppo dei diversi settori economici, ma il riferimento
territoriale dovrà essere ampliato per tener conto delle tendenze che si
manifestano addirittura sul piano nazionale e internazionale.
Nonostante i limiti e la complessità sopra esposti, la pianificazione
urbanistica, soprattutto a livello comunale, non può, come detto,
prescindere da una precisa conoscenza della realtà interessata, sia dal
punto di vista demografico e insediativo che economico e produttivo.
I presenti indirizzi propongono alcuni criteri di riflessione generale da cui i
Comuni in sede di redazione dei propri PRG non potranno prescindere per
determinare i rispettivi dimensionamenti complessivi, secondo ipotesi credibili
ed attendibili sia rispetto alle dinamiche di sviluppo in corso sia alle
diverse domande presenti (a tal proposito si propone come allegato
l'interessante contributo del Prof. Paolo Leon e del Prof. Riccardo
Mazzoni redatto per conto dell'Amministrazione Provinciale all'interno
dell'incarico generale per "L'inquadramento socio-economico della realtà
provinciale").
In estrema sintesi si dovrà pertanto:
a) dimensionare il proprio strumento urbanistico prendendo a riferimento
una sua validità temporale non superiore ai 10 anni;
b) ipotizzare un dimensionamento complessivo per la residenza
sulla base di valutazioni relative alla:
. prevedibile evoluzione della popolazione residente in
funzione delle sue dinamiche e caratteristiche strutturali (struttura
per età e relativi livelli di fecondità e mortalità);
. prevedibile evoluzione dei nuclei familiari in relazione
all'invecchiamento della popolazione stessa ed allo sviluppo tendenziale del
numero medio dei componenti in base ai nuovi stili di vita;
. prevedibile evoluzione dei processi di immigrazione ed
emigrazione sulla base delle dinamiche tendenziali in atto;
. possibilità di soddisfare credibilmente parte del fabbisogno
abitativo attraverso il recupero di patrimonio edilizio esistente
abbandonato e/o sottoutilizzato oppure attraverso interventi di
riqualificazione o ristrutturazione urbana implicanti carichi insediativi
superiori a quelli preesistenti;
. prevedibile andamento del mercato immobiliare e quindi della
domanda solvibile, nonché al finanziamento plausibile di
edilizia residenziale pubblica;
c) ipotizzare un dimensionamento complessivo per le attività
produttive coerente:
. con le dinamiche occupazionali in atto (attivi e addetti nei
vari settori di attività)
. con l'attività edificatoria per nuovi (e/o ampliamenti)
edifici produttivi verificatesi nell'ultimo decennio;
. con la situazione che contraddistingue lo stato di fatto e di progetto
dei Comuni appartenenti all'ambito dell'unità elementare di
riferimento intercomunale nella quale è ricompreso il singolo comune
interessato, facendo comunque riferimento anche alle dinamiche di sviluppo
prefigurate e prefigurabili sia a livello provinciale sia a livello di zone
omogenee dal punto di vista socio-economico così come individuate
dalla ricerca Leon-Mazzoni.
. per il turismo, data la sua specificità, riteniamo che il
problema del dimensionamento si risolva puntando essenzialmente da un lato alla
riqualificazione complessiva dell'offerta esistente nella fascia costiera,
dall'altro allo sviluppo nell'entroterra di una rete di puntuali e qualificate
iniziative strettamente legate alle potenzialità proprie delle risorse
culturali ed ambientali del nostro territorio.
3.7 LE AREE ELEMENTARI DI RIFERIMENTO
Nell'ambito dei presenti indirizzi generali ed in conformità agli
obiettivi del P.T.C., si ritiene opportuno formulare una proposta suddivisione
del territorio provinciale in ambiti elementari di riferimento intercomunale
per il coordinamento urbanistico relativamente a quelle scelte che per
dimensione e natura non si esauriscono all'interno del singolo territorio
comunale (ad esempio la viabilità intercomunale, le aree produttive,
i centri direzionali, i supermercati, i servizi sociali e gli impianti sportivi
significativi....) e che nello stesso tempo non assurgono a dimensione di
rilievo provinciale.
Tale proposta di suddivisione del territorio provinciale in ambiti
intercomunali prevede l'aggregazione dei Comuni in 22 unità minime di
riferimento così come di seguito evidenziato.
A tale definizione si è giunti attraverso una analisi territoriale dei
caratteri morfologici (bacini e microbacini idrografici), dell'assetto
amministrativo (Comune, Comunità Montana, Associazione Intercomunale,
Distretto scolastico, Distretto sanitario ed altre aggregazioni intercomunali
per la gestione dei servizi) nonché dell'organizzazione funzionale e
socio-economica dei vari ambiti territoriali (viabilità aree produttive,
ruoli funzionali dell'armatura urbana, consistenza demografica...)
Tale proposta di suddivisione del territorio provinciale, ha, come già
detto, una funzione essenzialmente strumentale che si pone come obbiettivo
principale la verifica e possibilmente l'autocoordinamento dei processi di
pianificazione urbanistica comunali, nella fase di definizione soprattutto per
quelle scelte (viabilità intercomunale, aree produttive, servizi
pubblici o di uso pubblico significativi....) che non possono esaurirsi
all'interno di ambiti comunali, di ridotte o ridottissime dimensioni.
Nella proposta formulata vengono individuate, come unità minime, anche
alcune realtà intercomunali che risultano mantenere una modesta
consistenza demografica; ciò si è reso necessario per la
specificità della collocazione geografica di tali ambiti territoriali;
ci è sembrato corretto infatti riconoscere una certa autonomia
funzionale sovracomunale a tali contesti nonostante le loro non adeguate
economie di scala e nonostante le significative relazioni che li legano
comunque ad altre aree elementari più forti.
Si è scelto altresì di non aggregare ad altri Comuni i
territori di Pesaro e Fano pur sapendo chiaramente che con le aree elementari
con essi confinanti debba svilupparsi un indispensabile confronto in merito
alle rispettive scelte di sviluppo urbanistico, data la forte interrelazione
che dette città hanno ormai con il loro immediato entroterra.
Inoltre alcuni territori comunali che potremmo definire
"cerniera", pur risultando ricompresi in un'area elementare, sono
strettamente interrelati anche con altre aree elementari confinanti e pertanto,
per questi casi, la verifica ed il confronto preventivo sopraccennato
dovrà svilupparsi su più fronti onde valorizzare a pieno questo
loro specifico ruolo.
La suddivisione del territorio della Provincia in "unità minime (o
elementari) di riferimento intercomunali" costituisce una delle scelte
più significative del PTC. Con essa di fatto si tende a stimolare e
incentivare alcune semplici ed informali procedure operative volte ad avviare
il confronto fra i Comuni su problemi urbanistici di comune interesse.
Tale ipotesi di lavoro oltre che corretta dal punto di vista
tecnico-funzionale, ci sembra anche estremamente attuale perché
perfettamente in sintonia con quei principi di "sussidiarietà",
"cooperazione" e "coopia-nificazione" che ormai si stanno imponendo nella
nuova cultura amministrativa, con ricadute significative anche sulle
problematiche dell'Urbanistica e della Pianificazione in generale, come del
resto stanno a dimostrare le diverse ipotesi di riforma urbanistica da
più parti sollecitate e proposte.
In tale ottica le Unità Elementari intercomunali proposte diventano
una buona occasione per esaltare da un lato l'autonomia reale dei Comuni
valorizzandone le capacità di governo e dall'altro per favorire una sana
dialettica sempre più sganciata dal "particulare" degli individualismi
istituzionali.
4. INDIRIZZI PER LA DISCIPLINA DEGLI INTERVENTI DI TRASFORMAZIONE DEL
TERRITORIO
Al fine di contribuire a definire a livello di PRG norme, regole e
comportamenti sempre più coerenti ed appropriati rispetto al problema
del rapporto fra trasformazioni urbanistiche ed edilizie e il territorio che li
ricomprende, riportiamo qui di seguito alcune riflessioni di carattere
tecnico-operativo, maturate dai nostri uffici in questi primi anni di gestione
delle funzioni delegate e/o attribuiteci dalla Regione in materia
urbanistica.
Le indicazioni proposte costituiscono un contributo per la definizione di norme
generali da ridefinire a livello dei P.R.G. adattandole ovviamente alla
specificità delle varie situazioni.
4.1 GLI INTERVENTI NELLE ZONE AGRICOLE
4.1.1 Le nuove costruzioni
In generale in tutto il territorio comunale ed in particolare nelle zone
paesisticamente vincolate i progetti di nuovi interventi dovrebbero essere
preceduti da un attento esame della morfologia del luogo e dei caratteri
architettonici degli edifici esistenti che costituiscono elementi consolidati
del paesaggio.
Le nuove costruzioni dovranno porsi in rapporto di aderenza ed assonanza con
le forme strutturali del paesaggio, con l'andamento del terreno e le
caratteristiche tipologiche ed architettoniche degli edifici storici (aventi
destinazioni d'uso identiche o similari), presenti in zona.
Volume e composizione architettonica dei costruendi manufatti dovranno quindi
assecondare la morfologia dei suoli evitando di porsi in contrasto con questa
.
In zone di rilevante valore paesaggistico dovrà essere valutata anche la
assonanza dell'opera rispetto alle dimensioni degli edifici e alle
caratteristiche degli elementi del paesaggio circostante; in tal senso si
suggeriscono le seguenti indicazioni operative per la progettazione:
- Volumi: nelle abitazioni sono di norma da preferire volumi semplici,
definiti, privi di sporgenze o rientranze ingiustificate, con coperture a falde
inclinate rivestite in laterizio, senza scale esterne o terrazzi a sbalzo in
cemento armato.
Le eventuali scale esterne dovrebbero essere di norma in muratura con disegno
lineare, addossate alle pareti ed integrate nel corpo del fabbricato, secondo
gli schemi dell'edilizia tradizionale marchigiana.
La possibilità di realizzare logge e porticati dovrebbe essere
subordinata alla valutazione positiva da parte della C.E.C. che dovrà
valutarne la congruità con l'edificio in cui sono inseriti e con le
caratteristiche dell'edilizia rurale del luogo .
- Ubicazione: i nuovi manufatti, di qualsiasi tipo, dovrebbero di
norma essere localizzati in posizioni ed a quote di limitata percezione visiva
che comportino il minimo di interferenza con visuali di particolare pregio
paesistico e con gli elementi architettonico-ambientali di maggior valore.
In tal senso, così come prescrive il PPAR, dovranno essere evitati
interventi edilizi nei crinali specificatamente tutelati.
- Inserimento sul lotto e mitigazione dell'impatto visuale: il raccordo
del manufatto con il terreno adiacente, ove necessario, potrà avvenire
con riporti di terreno e/o compensazioni, curando che la condizione di rilascio
di eventuali sbancamenti e scarpate sia armonizzata con l'andamento orografico
del terreno circostante.
In nessun caso le pendenze massime ammissibili delle pareti di rilascio
delle scarpate dovrebbero essere superiori a 30 gradi.
Eventuali muri di contenimento o di sostegno potranno essere realizzati in
pietrame, oppure se in cemento adeguatamente rivestiti (mattoni/pietra) o
tinteggiati, non dovrebbero avere comunque un'altezza libera superiore a 2
metri; dovrà inoltre essere realizzata un'idonea schermatura a valle
con elementi arborei ed arbustivi.
L'impatto visivo dell'opera potrà essere ridotto per mezzo di siepi,
arbusti e/o piante di alto fusto da prevedersi puntualmente nel progetto
edilizio.
Per il consolidamento superficiale dei suoli, le gradonature e le opere di
contenimento del terreno, le opere di difesa spondale, quando le condizioni
statiche e l'assetto dei luoghi lo consentono, è auspicabile fare
ricorso ad alcune tecniche dell'ingegneria naturalistica ormai affermatesi
come:
- rivestimenti vegetativi con stuoie biodegradabili, con stuoie in materiale
sintetico, con rete
metallica, e loro combinazioni ;
- gradonate vive con talee e/o piantine di latifoglie radicate;
- cordonate, graticciate e viminate vive con talee ;
- grate e palizzate in legname con talee e/o piantine radicate ;
- fascinate, rulli e traverse vive per interventi di difesa spondale ;
- terre armate e terre rinforzate verdi.
4.1.2 Interventi di ampliamento, ristrutturazione, manutenzione
straordinaria, restauro e risanamento conservativo.
Nel caso di ampliamenti e/o ristrutturazioni di volumi esistenti, questi
dovranno tendere ad essere fisicamente e formalmente congruenti con l'aspetto
del fabbricato preesistente che comunque dovrà rimanere l'elemento
preminente del complesso; si dovranno quindi evitare tanto ampliamenti che
assumano il carattere della superfetazione quanto ampliamenti che sovrastino la
volumetria esistente.
Sono in ogni caso da limitare balconi di nuova formazione e da escludere
portoni e serramenti con materiali incongrui (plastica o metallo), intonaci
plastici, tinteggiature con colorazioni scelte nella gamma dei colori freddi
e segnatamente di colore bianco come pure i basamenti e le
zoccolature di materiali diversi da quelli originari del resto delle pareti
esterne.
Sono altresì da evitare modifiche delle coperture mediante inserimento
di shed ed abbaini di dimensioni e tipo non tradizionali, le tettoie in
plastica o in derivati chimici .
Solo nei casi in cui non si alterino le caratteristiche originarie e non si
nascondano elementi architettonici di pregio di edifici e manufatti aventi
valore storico architettonico, o comunque rappresentino esempi significativi
delle tipologie edilizie rurali tipiche della Regione Marche (v.di Circolare
Regionale n. 6 del 12/08/92), ovvero, nelle costruzioni più recenti, a
condizione che non si verifichino contrasti con le tipologie tradizionali del
luogo, potranno essere proposte logge e/o porticati esterni ispirati a modelli
tradizionali e realizzati con materiali propri della tradizione costruttiva
rurale; anche in questo caso, come per le nuove costruzioni, la
possibilità di realizzare logge e porticati potrebbe essere subordinata
alla valutazione positiva da parte della C.E.C. che dovrà valutarne la
congruità con l'edificio in cui sono inseriti e con le caratteristiche
dell'edilizia rurale del luogo.
Nel caso gli interventi riguardino edifici aventi valore storico
architettonico, o comunque rappresentino esempi significativi delle tipologie
edilizie rurali tipiche della Regione Marche, le categorie di intervento
ammissibili saranno, di norma, la manutenzione straordinaria, il restauro e il
risanamento conservativo. Qualora gli strumenti urbanistici vigenti ammettano
la ristrutturazione e/o l'ampliamento, oltre agli accorgimenti generali sopra
ricordati dovrebbero inoltre essere osservate le seguenti indicazioni:
- mantenimento della struttura tipologica e dell'assetto plano-volumetrico
originario;
- mantenimento e/o ripristino dei fronti esterni con particolare riferimento
alle bucature (portali e finestre) che rivestono carattere di identificazione
storico-tipologico.
Anche questi tipi di intervento, dovrebbero essere agganciati ad opere
di rinverdimento tramite messa a dimora di arbusti e piante di alto fusto
nell'area di pertinenza qualora non adeguatamente presenti.
4.1.3 Colore e finiture degli edifici extra -urbani
- Colori: in tutto il territorio in generale ed in particolare nelle
zone paesisticamente vincolate è opportuno ispirarsi al colore delle
terre, delle rocce o degli edifici antichi presenti sul posto evitando tanto
cromatismi esasperati e stridenti quanto il ricorso al colore bianco che in
genere è estraneo alla tradizione costruttiva del territorio rurale
marchigiano.
Le tinte base, prodotte con colori naturali composti da terre a base di calce
con aggiunta di pigmenti vegetali o minerali, potrebbero oscillare in genere
dal giallo, giallo-ocra, dei mattoni albasi al rosa, rosso, grigio-rosso,
dei mattoni ferrioli e loro miscugli.
L'uso del grigio nelle sue sfumature più calde è consigliabile in
contesti ove prevalgono pareti rocciose di tale colore, o risulta dominante la
presenza di edifici in pietra a faccia vista.
Lungo la fascia costiera nelle parti ove è dominante la presenza
del mare, dell'arenile, non nelle zone quindi ove la campagna giunge fino a
pochi metri dalla battigia, la gamma delle tinte che possono essere utilmente
impiegate si allarga ai colori pastello derivati dall'azzurro, dal verde,
dal grigio e loro miscugli (acquamarina, indaco etc.).
A titolo esemplificativo, come supporto di base, in calce alla presente si
allega una tavolozza delle principali tinte suggerite come riferimento.
- Finiture: sono da privilegiare :
- struttura muraria a vista, anche con mattoni a macchina preferibilmente di
provenienza da fornaci marchigiane, malta dei giunti a raso, oppure finitura ad
intonaco fratazzato con esclusione della colletta, tinteggiaura a calce;
- manti di copertura in laterizio di colorazione naturale (coppi e
tegole tipo "olandesi" o "portoghesi");
- grondaie, pluviali e discendenti in rame o in lamiera o p.v.c. verniciati;
- cornicioni (da mantenere comunque entro dimensioni contenute) in pietra o
legno, in cotto o in muratura intonacata, da preferirsi quindi agli elementi e
mensole prefabbricate in cemento;
- serramenti e portoni in legno, nella sua colorazione naturale o
verniciato, (in sub-ordine in metallo verniciato a caldo) nei modelli
tradizionali (scuroni o persiane) con esclusione degli avvolgibili in genere,
degli infissi in alluminio anodizzato a vista; i portoni in metallo e vetro ed
i portelloni in lamiera per garage ed annessi, dovrebbero essere tinteggiati
con colorazioni in armonia con il resto della struttura;
- parapetti in muratura o in ferro di disegno semplice, escluso, di norma, il
cemento armato a vista, gli elementi prefabbricati, i tipi misti metallo-vetro
e simili;
Sono in genere da escludere:
- elementi tipici e materiali di uso corrente nella edilizia urbana (alluminio
anodizzato, lastre in policarbonato, pensiline ed elementi prefabbricati in
c.a., intonaci plastici etc.).
- gli intonaci al plastico, i trattamenti "a buccia d'arancia", "graffiato" a
"spruzzo";
- i rivestimenti ceramici o in listelli di laterizio ;
- i balconi esterni a sbalzo, in quanto incongrui rispetto alla
tradizione costruttiva in zona agricola.
4.1.4 Costruzioni accessorie
I manufatti accessori alla conduzione agricola dei fondi (depositi, magazzini,
locali per attrezzi, etc.) dovrebbero tenere conto delle caratteristiche
costruttive e volumetriche tipiche delle varie aree (in pratica dovrebbero
essere usati materiali, colori e finiture analoghi a quelli del fabbricato
principale al quale dovranno essere rapportate) e andranno localizzati nelle
posizioni più opportune rispetto alle visuali principali e si dovranno
quindi evitare collocazioni casuali rispetto al contesto insediativo ed al
quadro ambientale locale.
In linea di massima dovrà essere evitata la costruzione di nuovi
edifici lontano dai fabbricati esistenti, mentre va perseguita una edificazione
accorpata .
4.1.5 Serre
Una particolare disciplina dovrà riguardare le serre che possono
costituire per il paesaggio un elemento estetico decisamente negativo ove non
situate in posizioni basse e riparate; la loro ubicazione dovrà quindi
essere adeguata alle caratteristiche del suolo, evitando di posizionarle in
luoghi ove siano necessari sbancamenti o in prossimità di dossi e
crinali.
I materiali utilizzati dovranno essere tali da riflettere il meno possibile la
luce solare e, possibilmente, leggermente colorati in verde nei limiti
consentiti dalla necessità dell'illuminazione interna.
I percorsi interni principali e secondari, gli spazi di manovra ed in generale
tutte le aree marginali, di risulta o scarsamente utilizzate
nell'attività produttiva dovranno essere oggetto di piantumazioni
stabili, arboree ed arbustive, preferibilmente con l'inserimento di essenze
appartenenti alla vegetazione spontanea .
Tutt'intorno ad esse, anche in modo discontinuo, ad una distanza tale da non
produrre zone d'ombra nocive alle coltivazioni protette, è opportuno
che vengano sistemati filari di alberi o di siepi di altezza adeguata.
4.1.6 Recinzioni
Le recinzioni dovranno ispirarsi nel disegno e nella tipologia ai
modelli tradizionali più in uso nella zona evitando tipi od elementi
prefabbricati con caratteristiche prettamente urbane. In zona
agricola le recinzioni dovrebbero essere ammesse solo se realizzate in rete
metallica plastificata verde, in legno o in muratura tradizionale tipica dei
luoghi. Alle recinzioni in muratura di altezza inferiore al metro
dovrà essere sempre associata la messa a dimora di siepi sempre verdi
e/o di essenze arboree d'alto fusto autoctone .
4.1.7 Elementi del paesaggio agrario
Strade bianche, fossi, filari ed alberate, recinzioni, edicole e tabernacoli,
fonti, lavatoi ecc., sono considerati elementi strutturanti il territorio
rurale, dovranno pertanto essere studiate ed impartite apposite prescrizioni
relativamente alle quali qui di seguito si forniscono alcune indicazioni:
- strade rurali bianche: qualora non sia possibile mantenerle nelle
caratteristiche originarie si deve prevedere l'uso del conglomerato bituminoso,
eseguito con mescole ed inerti che ne garantiscono una tonalità di
adeguata integrazione ambientale.
- fossi e corsi d'acqua: dovrà essere curato il mantenimento
dell'ampiezza e dell'andamento degli alvei senza opere di colmata;
- filari e alberate lungo le strade comunali ed i corsi d'acqua:
dovrebbe esserne curato il mantenimento e l'incremento secondo specifici
programmi di intervento che prevedano anche la sostituzione di quelle piante
che si fossero seccate.
Nel caso di piantumazioni di nuovo impianto lungo le strade, la fascia
alberata dovrà essere collocata alle distanze dal confine stradale
previste dal nuovo Codice della Strada .
In particolare è opportuno prevedere che i filari arborei lungo i
confini di proprietà ed i percorsi di accesso agli insediamenti isolati
vengano salvaguardati e potenziati;
- siepi: le siepi, insieme ai cespugliati ed alle macchie di campo,
oltre ad essere utili (proteggono dagli smottamenti su terrazzi e ciglioni,
frenano l'erosione, costituiscono luogo di rifugio per molte specie animali),
svolgono anche una importante funzione di decoro e quelle esistenti sono
opportunamente protette da specifica legge regionale (L.R. n. 7/85).
E' opportuno comunque, principalmente sui terreni in pendenza, che venga
incrementata la realizzazione di siepi miste lungo i confini, lungo i percorsi
ed a separazione di colture diverse, in particolare sostituendo o avvicinando
alle recinzioni metalliche esistenti siepi vive.
- muri in pietra: altro elemento caratteristico del paesaggio rurale,
specie nelle zone di montagna, è costituito da muri di limitazione e/o
di contenimento in pietra non squadrata posti lungo terrazzamenti, confini di
proprietà e strade vicinali. Occorre cercare di salvaguardarne il
carattere imponendone la manutenzione con materiali e tecniche tradizionali.
Qualora fosse tecnicamente inevitabile il ricorso al cemento armato questo
dovrà essere rivestito con la stessa pietra tipica dei luoghi.
- edicole, fonti, lavatoi, croci, grotte: dovranno essere censiti e
conservati come luoghi legati alle tradizioni popolari e come tali
costituiscono elementi significativi del territorio. Detti manufatti dovranno
pertanto essere soggetti solo ad interventi di restauro conservativo mentre
l'ambito immediatamente circostante, per un raggio adeguato, dovrebbe essere
sottoposto ad un regime tutela integrale. Eventuali recinzioni delle
proprietà dovranno preservarne gli usi civili e quindi l'accesso.
Quando ci si trovi in presenza di interventi in aziende agricole speciali
(colture biologiche, agriturismi inclusi nel paesaggio agrario storico) nel
riordino fondiario si dovrebbe cercare di mantenere qualche esempio delle
tipiche coltivazioni tradizionali. Si dovrà tendere ad evitare il
livellamento di terrazzi in terra o in muratura, specie a gradoni successivi
con colture arboree, i ciglioni antifrana con sostegni erbosi, le scoline
etc..
4.1.8 Serbatoi di gas per uso domestico.
Fatte salve le norme tecniche vigenti che ne regolano l'installazione ed il
corretto funzionamento, nella messa in opera di serbatoi di gas per uso
domestico, (sottoposta nelle zone tutelate paesisticamente, a regime di
autorizzazione edilizia comunale, con le modalità di cui all'art. 8 e 9
del D.L. 24 Settembre 1996 n. 495), si dovrà privilegiare in primo
luogo, il ricorso al tipo interrato (detto "Tubero"), in subordine, la
scelta di siti poco visibili e soluzioni progettuali di schermatura vegetale e
mimetizzazione tramite tinteggiatura del manufatto con colori intonati
all'ambiente.
4.2 INTERVENTI NEI TESSUTI CONSOLIDATI O DA TRASFORMARE
4.2.1 Norme comuni agli interventi nelle zone urbane.
Nelle zone di nuova urbanizzazione, siano esse destinate alla residenza,
all'uso produttivo o a servizi generali, in sede di progettazione e/o
approvazione dei relativi piani urbanistici, dovranno essere previste
specifiche norme concernenti le percentuali massime ammissibili di
impermeabilizzazione dei suoli, le superfici da destinare a verde, il tipo e la
quantità di essenze vegetali da mettere a dimora, l'arredo urbano.
In particolare sarebbe opportuno che nei casi di realizzazione di nuove aree di
espansione o trasformazione, si prevedesse la costruzione di cisterne
condominiali di raccolta di acqua piovana per surrogare da usi impropri le
scarse risorse idropotabili disponibili.
A titolo indicativo, nei seguenti paragrafi, si suggeriscono alcuni
parametri numerici, suddivisi secondo il tipo di zona, che dovrebbero poi
essere adattati alle varie situazioni locali .
4.2.2 Zone urbane residenziali di completamento
Nelle aree urbanizzate le nuove costruzioni singole dovrebbero di norma
adeguarsi al tessuto edilizio circostante, per quanto riguarda le altezze, le
tipologie edilizie, gli assi di orientamento e gli allineamenti.
Volume e composizione architettonica dei costruendi manufatti dovranno
assecondare la morfologia dei suoli evitando di porsi in contrasto con questa
(in luoghi caratterizzati dalla prevalenza di superfici e piani orizzontali si
eviteranno forme a sviluppo prevalentemente verticale, in luoghi
orograficamente "mossi", sono da evitare corpi di fabbrica monolitici, con
ampie superfici continue, a favore di soluzioni che prevedono volumi
articolati, gradonati etc).
All'infuori dei centri abitati costieri e delle nuove conurbazioni
fondovallive, e salvo situazioni particolari oggetto di progettazione
comprensiva di previsioni planovolumetriche, in tutti gli altri centri abitati
sono in genere da escludersi le coperture piane.
Dovrà essere valutata con estrema attenzione da parte della C.E.C.
l'opportunità dell'impiego di materiali diversi in superfici ristrette
(più materiali o colori usati nella stessa facciata o nella stessa
porzione di fabbricato) come pure l'uso di lasciare singoli elementi di cemento
a faccia vista (ad esempio travi, cordoli, cornicioni).
Va preferita l'adozione di forme architettoniche e materiali tipici della zona
per quanto riguarda le murature, i serramenti, gli infissi, i colori ed i tipi
di intonaci e paramenti esterni.
Nei terreni in pendenza è importante minimizzare gli scavi ed i
riporti.
La pubblicità commerciale dovrà essere vietata nei luoghi e sui
manufatti tutelati e limitata nel loro immediato intorno.
Parte integrante di ogni progetto edilizio deve comunque essere sia il
rilevamento puntuale della vegetazione esistente sia la previsione dettagliata
delle sistemazioni degli spazi aperti, delle recinzioni e del verde che
dovrebbe comunque essere sempre presente secondo quantità adeguate alle
aree di pertinenza.
Come principali criteri ispiratori di queste sistemazioni si possono indicare i
seguenti suggerimenti:
- nei parchi e giardini privati dovranno essere limitati tutti gli interventi
che comportano una eccessiva impermeabilizzazione del suolo ( in genere nelle
superfici libere di pertinenza non dovrebbe essere superato un indice di
impermeabilizzazione pari al 50% );
- dovranno essere preferite le recinzioni integrate da siepi vive;
- nelle parti del lotto o nei lotti privi di idonee alberature dovranno essere
poste a dimora, all'atto della costruzione ed in forma definitiva, nuove
alberature di alto fusto, nella misura ad esempio di una pianta ogni 150 metri
quadrati di superficie di lotto non coperta (sarebbe opportuno aggiungere anche
delle specie arbustive nella misura di 2 gruppi ogni 150 metri di superficie
di lotto non coperta).
- le essenze arboree ed arbustive dovranno essere scelte tra le specie
autoctone tradizionali per almeno l'80%;
- dovrà essere perseguita la progressiva sostituzione delle conifere e
delle latifoglie esotiche esistenti, quando queste siano prevalenti.
Per quanto concerne arredo urbano e colorazione dei manufatti è
opportuno che i Comuni si dotino di un apposito piano.
4.2.3 Zone urbane residenziali di espansione
Nelle nuove lottizzazioni residenziali, per evitare un eccessivo consumo di
suolo, le volumetrie dovrebbero essere tendenzialmente accorpate, preferendo,
qualora compatibili con i principi insediativi del luogo, tipologie edilizie a
schiera o in linea, preferibilmente con andamento parallelo alle curve di
livello.
E' opportuno che venga richiesto di orientare la linea di colmo del tetto (in
genere disposta parallelamente al lato più lungo) secondo la direzione
prevalente nei fabbricati circostanti o secondo l'andamento delle curve di
livello, come pure è preferibile che i nuovi fabbricati risultino
allineati ed orientati secondo precisi assi di riferimento a seconda della
morfologia e delle componenti paesaggistiche del luogo.
Di regola le strade di lottizzazione dovranno essere contenute al massimo
come sviluppo e come dimensioni. Sono da preferire schemi con una sola strada
principale ad anello o a pettine stabilendo una chiara e leggibile gerarchia
funzionale.
E' importante che l'arredo urbano ( alberature, recinzioni, pavimentazioni,
illuminazione, etc.) sia progettato e realizzato contestualmente agli edifici
impiegando essenze e materiali tipici di ciascuna zona ed evitando
l'inserimento di elementi estranei ai diversi contesti locali.
Si sottolinea in particolare l'importanza del verde, sia pubblico che privato,
(alberi, siepi, aiuole), sia per valorizzare gli edifici ed armonizzarli nel
paesaggio, sia per motivi di carattere igienico-sanitario.
Indice di Impermeabilizzazione: In generale per aumentare il
percolamento profondo, dovunque non è indispensabile, andranno evitate
le opere di pavimentazione con materiali impermeabili e quanto meno essere
eseguite con coperture filtranti.
E' opportuno comunque che i piani particolareggiati di attuazione delle nuove
zone di espansione prevedano un indice massimo di impermeabilizzazione delle
superfici fondiarie libere, rapportato alla natura dei terreni e delle falde.
Tale indice è ipotizzabile intorno al 50% dell'area di intervento.
Verde privato di pertinenza degli edifici: Per quanto riguarda
l'impianto del verde all'interno dei singoli lotti edificabili valgono gli
stessi suggerimenti illustrati per le aree edificabili in zona di
completamento:
- nei parchi e giardini privati dovranno essere limitati tutti gli interventi
che comportano una eccessiva impermeabilizzazione del suolo;
- dovranno essere preferite le recinzioni integrate da siepi vive;
- nelle parti del lotto o nei lotti privi di idonee alberature dovranno essere
poste a dimora, all'atto della costruzione ed in forma definitiva, nuove
alberature di alto fusto.
Verde pubblico di zona e di viabilità: In sede di
predisposizione dei piani attuativi il verde pubblico dovrà
essere sottoposto ad apposita progettazione e computato come opera di
urbanizzazione e come tale oggetto di precisi riferimenti convenzionali
riguardanti tempi e modi di esecuzione, idonee garanzie anche fideiussorie
riguardanti l'attecchimento delle essenze vegetali.
Particolare importanza ai fini paesistico e ambientali assume la messa a dimora
di piante di alto fusto autoctone lungo almeno uno dei lati della
viabilità di lottizzazione realizzata.
Tali piante come del resto tutte quelle prescritte nelle varie situazioni da
norme o regolamenti dovrebbero avere un diametro min. di cm 10 impalcate ad
un'altezza di almeno mt. 1,50 dal suolo.
Parcheggi: La superficie dei parcheggi dovrà in genere essere
semipermeabile (a titolo indicativo quando questi superino la superficie di
1500 mq dovrà essere permeabile una quota non inferiore al 40% della
loro superficie totale).
Il loro margine deve essere segnato con impianti vegetazionali (siepi, o filari
di piante di alto fusto).
Nei parcheggi a piazza l'alberatura dovrà essere sempre presente, avere
un impianto regolare, i percorsi pedonali dovranno distinguersi dagli spazi di
sosta.
Le specie arboree da utilizzare nei parcheggi di norma devono rispondere alle
seguenti caratteristiche:
- specie caducifoglie con elevata capacità di ombreggiamento durante il
periodo estivo possibilità di
soleggiamento del suolo durante il periodo invernale;
- specie con apparato radicale contenuto e profondo;
- specie caratterizzate dalla assenza di fruttificazione ed esudati.
Si ritiene idonea la quantità di 1 pianta ogni 25 metri quadrati di
superficie così come indicato anche al 5°comma dell'art. 62 del
Regolamento n 23 del 14.9.89 (Regolamento Edilizio Tipo).
4.2.4 Zone urbane produttive
Nelle zone destinate ad insediamenti produttivi, considerato il tipo di impatto
che questi hanno sul paesaggio, sembra opportuno che vengano adottati
ulteriori accorgimenti concernenti le aree libere, in particolare, in aggiunta
alle dotazioni di verde pubblico previste dagli standard ministeriali,
così come integrate dall'art. 21 della L.R. 5 Agosto 1992 n.34 e sue
successive modifiche, dovranno essere previste e disciplinate dagli strumenti
urbanistici attuativi altre superfici ancorché private da adibire a
verde:
- al margine delle aree produttive, se necessario anche all'interno dei lotti
quando questi assumono dimensioni considerevoli, dovrà essere prevista
la creazione di una barriera discontinua di verde, visiva e
frangirumore, per separare e connettere gli insediamenti con l'ambiente
circostante;
- la profondità di detta cortina verde, differenziata in funzione del
carattere delle aree separate, potrà oscillare da un minimo di 5/10
metri (sufficiente all'impianto di un solo filare di alberi di alto fusto) a 25
metri ed oltre necessari per consentire la messa a dimora di due filari di
piante con arbusti al piede.
Verde pubblico di zona e di viabilità: Si ritiene che possano
valere i medesimi suggerimenti indicate per il verde nelle aree residenziali,
con la specificazione che nelle aree produttive il verde di viabilità
dovrebbe essere previsto per entrambi i lati almeno per gli assi principali.
Verde privato di pertinenza dei singoli opifici: Richiamata la
opportunità di mitigare l'impatto visivo degli insediamenti produttivi,
specie se prossimi a zone paesisticamente sensibili o addirittura ricadenti
in aree vincolate ai sensi della L.1497/39, in sede di redazione del P.R.G.
devono essere impartite precise prescrizioni riguardanti le superfici verdi
all'interno dei lotti, i colori ed i materiali da impiegare nelle finiture dei
manufatti, lo studio degli elementi di arredo urbano.
A titolo indicativo per quanto concerne l'impianto vegetazionale si possono
suggerire i seguenti parametri:
- all'interno di ogni lotto, quando la sua dimensione lo consenta, nella
porzione di superficie non impermeabilizzata, dovranno essere messe a dimora
almeno 10 piante d'alto fusto di essenze vegetali autoctone ogni 500 metri
quadrati di superficie nel lotto;
- lungo i confini laterali dei singoli lotti, dovrà essere impiantata
una siepe di arbusti sempreverdi impalcati a 30 cm circa da terra con una
distanza interfilare di 70 cm. circa.
Finiture e colorazione: I manufatti se intonacati dovranno essere
tinteggiati con i colori delle terre e delle pietre naturali,
escludendo quindi il bianco ed i colori freddi in genere; se invece
soggetti ad altro tipo di trattamento superficiale dovranno essere impiegate
graniglie o altri materiali sempre del colore delle terre e delle rocce locali.
A titolo esemplificativo, come supporto di base, in calce alla presente si
allega una tavolozza delle principali tinte da utilizzare.
Indice di impermeabilizzazione: Tenuto conto delle considerevoli
dimensioni delle superfici che sono interessate da questo tipo di insediamenti,
la opportunità di contenere la impermeabilizzazione dei suoli assume
maggiore importanza.
I piani particolareggiati di attuazione delle nuove zone di espansione dovranno
quindi prevedere un indice massimo di impermeabilizzazione delle superfici
fondiarie libere, rapportato alla natura dei terreni e delle falde.
Nelle zone produttive detto indice non dovrebbe essere superiore al 75% della
superficie fondiaria libera, in dette aree può essere consentito il
ricorso a pavimentazioni di tipo permeabile (betonelle autobloccanti e
simili).
4.3 VIABILITA'
La progettazione di nuovi assi stradali, che costituiscono opera di
rilevante trasformazione del territorio ai sensi e per gli effetti dell'art. 45
delle NTA-PPAR, merita una trattazione specifica, comprensiva di indicazioni
concernenti interventi di ingegneria naturalistica, corridoi ecologici etc., e
sarà oggetto di successivo specifico approfondimento.
Si coglie tuttavia l'occasione per ricordare il contenuto della Circolare
Regionale n. 3 del 10 marzo 1981 concernente:
1) Progettazione del verde nelle nuove strade (scelta e tipologia dell'impianto
del verde stradale, aree o piazzole da realizzare ai lati delle strade,
scarpate da cespugliare),
2) Manutenzione del verde stradale esistente (documentazioni e procedure per
abbattimento di alberature, progetto di risistemazione a verde),
3) Potature e manutenzione delle alberature stradali (modalità di
esecuzione per piante protette e piante non protette, ripulitura scarpate).
Si sottolinea comunque l'esigenza che nei capitolati d'appalto delle opere
viarie siano sempre previsti i costi inerenti agli interventi per la
realizzazione dell' "arredo verde" così come da progetto.
A conclusione di queste schematiche riflessioni ci preme evidenziare che
vengano comunque introdotte a livello di strumenti urbanistici norme che non
consentano di dichiarare gli interventi autorizzati o concessi, ultimati, ai
sensi dell'art. 45 del R.E.T. regionale, sino a quando le sistemazioni esterne
di arredo e finitura previste dal progetto approvato non siano state
ultimate.
In particolare per il verde si suggerisce ai Comuni di cautelarsi stabilendo
un termine per l'ultimazione delle opere di piantumazione, nonché
idonee garanzie per l'attecchimento delle essenze vegetali messe a
dimora.
In un secondo momento, gli scenari costruiti relativamente alle principali
grandezze demografiche ed economiche che caratterizzano il sistema provinciale,
sono stati ricomposti e finalizzati ad una valutazione dei fenomeni di
riequilibrio (o squilibrio) territoriale che sembrano destinati a
caratterizzare la provincia nel prossimo futuro. A tale scopo, accanto al
sistema demografico-insediativo ed al sistema della localizzazione produttiva,
è stato da ultimo integrato nello schema degli scenari il sistema della
mobilità, che rappresenta - assieme al sistema delle rendite - il punto
di raccordo e di equilibrio tra i due precedenti.
La popolazione
Per quanto riguarda la popolazione, i risultati ottenuti mostrano come:
- nel primo scenario (scenario tendenziale) la popolazione complessiva della
provincia tende a crescere leggermente fino al 2001 per poi mostrare una
contrazione nel decennio successivo, quando la componente migratoria non
sarà più in grado di compensare il peggioramento del saldo
naturale conseguente all'invecchiamento della popolazione; nel complesso del
periodo la popolazione rimane praticamente stabile passando dagli attuali
335.979 ai 335.919 abitanti nel 2011;
- nel secondo scenario (scenario "massimo"), viceversa, grazie all'accentuarsi
dei flussi migratori, la popolazione continua a crescere per tutto il periodo
considerato, raggiungendo nel 2011 i 352.451 abitanti, con un incremento di
quasi il 5% rispetto alla situazione attuale.
Come già riscontrato per il passato decennio, le dinamiche demografiche
appaiono anche per il futuro fortemente diversificate per i singoli ambiti. Nel
primo scenario si assiste ad un'ulteriore spopolamento delle aree interne, con
la contemporanea crescita dell'area di Fano-Mondolfo, mentre l'ambito
territoriale di Pesaro rimane sostanzialmente stabile. Nel secondo scenario
invece la popolazione continua a crescere in tutte le aree costiere, mentre
tende a stabilizzarsi nelle aree interne, con le uniche eccezioni delle aree di
Cagli e Pergola che vedono proseguire il proprio processo di declino
demografico.
Le previsioni per classi d'età mettono in luce come elemento
determinante, in entrambi gli scenari, il consistente incremento della classe
centrale d'età della popolazione e delle classi anziane, mentre le
classi d'età giovanili si contraggono sensibilmente in tutti gli ambiti
territoriali considerati. Nonostante la sostanziale stabilità della
popolazione nella media provinciale, si accentuerebbero fortemente nel prossimo
futuro tutti i fenomeni di ricomposizione interna della struttura demografica
in particolare per ciò che riguarda l'invecchiamento della popolazione.
I livelli più elevati di età media, indice di vecchiaia e indice
di dipendenza demografica, saranno raggiunti come prevedibile nelle aree
interne, dove i scarsi flussi migratori in entrata non sono sufficienti a
contrastare il processo naturale di invecchiamento.
I nuclei familiari
Pur risentendo della scarsa dinamica della popolazione prevista per il prossimo
futuro, i nuclei familiari continuano a crescere in misura significativa in
entrambi gli scenari demografici considerati (graff. 2.3 e 2.4). Il processo di
invecchiamento della popolazione, infatti, tenderà anche nel prossimo
futuro a favorire la frammentazione dei nuclei familiari, con un'ulteriore
contrazione della dimensione media delle famiglie. Più in particolare
si può osservare come:
- nel primo scenario, nonostante la popolazione rimanga sostanzialmente
stabile, si registra una crescita del numero di famiglie del 7,8%, queste
passano, infatti, dalle attuali 116.431 unità a 125.558 unità nel
2006. A livello di ambito territoriale soltanto le aree di Cagli e Pergola
registrano una contrazione del numero dei nuclei familiari. Viceversa sia
nell'area di Fano-Mondolfo che di Urbino si registra un incremento superiore al
10%;
- nel secondo scenario i nuclei familiari crescono in media provinciale del
10,6%, raggiungendo nel 2006 le 128.770 unità. In questo secondo caso le
famiglie tenderebbero a crescere nell'area di Fano-Mondolfo di oltre il 20%,
mentre un incremento superiore al 10% si registrerebbe anche nell'area di
Pesaro. Anche in questo caso, invece, sia Pergola che Cagli, presenterebbero
una diminuzione del numero delle famiglie, anche se più contenuta
rispetto allo scenario precedente.
La trasformazione della struttura per età della popolazione non
mancherà di ripercuotersi anche sul peso assunto dalle diverse tipologie
familiari. In entrambi gli scenari, infatti, tenderà a ridursi il peso
dei nuclei con capofamiglia giovani (giovane solo, coppie giovani, e coppie
giovani con figlie), mentre nello stesso tempo la quota delle famiglie composte
da anziani solo cresceranno dal 10,7% all'11,8%.
2.2. Mercato del lavoro e flussi migratori
Come si è visto, gli scenari di crescita territoriale prefigurati
nell'ambito delle analisi svolte nei precedenti rapporti di ricerca, mostrano
un'accentuazione degli squilibri esistenti sul mercato del lavoro fra i
differenti ambiti territoriali, e soprattutto tra l'area pesarese e il resto
della provincia. La presenza di una situazione di relativa scarsità di
offerta di lavoro nell'area di Pesaro, con una spinta "naturale" verso la
riduzione del tasso di disoccupazione, tenderà ad intensificare
piuttosto che ridurre nel futuro la capacità attrattiva del capoluogo.
Viceversa, nelle aree interne e in parte nella stessa area di Fano-Mondolfo, la
crescita del tasso di disoccupazione su valori consistentemente superiori al
valore medio provinciale, è alla lunga incompatibile con l'equilibrio
socioeconomico interno di quegli stessi ambiti territoriali. Una situazione che
potrebbe pertanto tendere a generare dei flussi migratori aggiuntivi tra
le differenti aree, modificando in parte le dinamiche tendenziali manifestatesi
nel corso degli anni '80. Si tenga presente che l'elevata flessibilità
del mercato del lavoro caratteristica di tali aree potrebbe favorire
ulteriormente un simile fenomeno.
A partire da queste considerazioni, si è pertanto costruita un'ulteriore
simulazione al fine di verificare quali dovrebbero essere i flussi migratori
aggiuntivi intraprovinciali necessari per ottenere al 2006 una situazione di
maggiore equilibrio all'interno dei diversi mercati locali del lavoro. Si
è quindi assunto che il tasso di disoccupazione dell'area di Pesaro non
possa calare al di sotto del 5% - valore che può essere considerato
frizionale - pur mantenendo a livello provinciale il tasso di disoccupazione
costante all'8,1%. Con riferimento al primo scenario di proiezione demografica,
una simile ipotesi porterebbe nell'area di Pesaro un flusso aggiuntivo in
entrata di offerta di lavoro di circa 2.100 unità (graf. 2.5). È
inoltre presumibile che a tali flussi di forza lavoro saranno associati -
almeno in parte - anche spostamenti dei nuclei familiari di appartenenza.
Assumendo di mantenere invariato il rapporto complessivo tra le forze di lavoro
e la popolazione residente, in quest'ipotesi i flussi migratori aggiuntivi
ammonterebbero nell'area di Pesaro ad oltre 4.000 unità entro il 2006.
Naturalmente questo implicherebbe un flusso in uscita dagli altri ambiti di
pari entità, relativamente più rilevante in quegli ambiti che
presentano attualmente e in prospettiva un maggiore grado di squilibrio sul
mercato del lavoro. La stima dei flussi migratori aggiuntivi è stata
ottenuta quindi tenendo conto del peso assunto nelle diverse aree considerate
dal tasso di disoccupazione.
Come si può vedere dalla tabella 2.1, che riporta i risultati della
simulazione, l'attrazione esercitata dall'area di Pesaro riguarda tutti gli
ambiti territoriali, con l'unica eccezione di Cagli dove il tasso di
disoccupazione risulta già nel 2006 inferiore alla media provinciale.
È interessante notare come sotto questa particolare ipotesi oltre un
terzo del movimento complessivo dovrebbe provenire dall'area di Fano-Mondolfo
(855 in termini di forze di lavoro e di 1.638 in termini di popolazione), che
pertanto dovrebbe registrare nel prossimo futuro un rallentamento del processo
di crescita, con una riduzione dei ritmi in entrata registrati durante l'ultimo
decennio. In questo nuovo scenario gli squilibri esistenti sul mercato del
lavoro tra i differenti ambiti territoriali tenderebbero ad attenuarsi, anche
se rispetto alla situazione attuale il tasso di disoccupazione risulterebbe
più elevato in quasi tutte le aree interne.
Tab. 2.1 - Flussi migratori aggiuntivi e nuovi tassi di disoccupazione al 2006.
Ipotesi di "riequilibrio spontaneo"
______________________________________________________________________________________________
Flussi di offerta Tasso di Flussi migratori
di lavoro disoccupazione aggiuntivi
______________________________________________________________________________________________
Novafeltria-Pennabilli -169 10,1% -324
Saccocorvano-Piandimeleto -173 9,7% -332
Sant'Angelo in Vado-Urbania -176 10,7% -338
Cagli 0 5,2% 0
Pergola -83 8,4% -160
Fossombrone -428 11,1% -819
Urbino -225 9,5% -431
Fano-Mondolfo -855 10,7% -1638
Pesaro 2110 5,0% 4042
______________________________________________________________________________________________
Si è infine costruito un ultimo scenario per evidenziare quali
dovrebbero essere i flussi migratori aggiuntivi - in termini di "valore di
rovesciamento" - necessari per riequilibrare il mercato del lavoro tra tutti
gli ambiti territoriali al tasso di disoccupazione medio della provincia (tab.
2.2 e graf. 2.6). In questo caso i flussi in entrata aggiuntivi nell'area di
Pesaro dovrebbero ammontare a circa 3.900 unità in termini di forza
lavoro e di oltre 7.400 unità in termini di popolazione nel 2006, mentre
anche l'area di Cagli registrerebbe un incremento del saldo migratorio, seppure
molto contenuto. Tutti gli altri ambiti presenterebbero minori flussi migratori
rispetto all'evoluzione tendenziale.
Tab. 2.2 - Flussi migratori aggiuntivi e nuovi tassi di disoccupazione al 2006.
Ipotesi di "riequilibrio massimo"
______________________________________________________________________________________________
Flussi di offerta Tasso di Flussi migratori
di lavoro disoccupazione aggiuntivi
______________________________________________________________________________________________
Novafeltria-Pennabilli -314 8,1% -602
Saccocorvano-Piandimeleto -304 8,1% -582
Sant'Angelo in Vado-Urbania -325 8,1% -683
Cagli 228 8,1% 437
Pergola -98 8,1% -188
Fossombrone -869 8,1% -1665
Urbino -412 8,1% -789
Fano-Mondolfo -1805 8,1% -3458
Pesaro 3899 8,1% 7469
______________________________________________________________________________________________
Ancora una volta quasi il 40% dei flussi migratori aggiuntivi dell'area di
Pesaro proverrebbero dall'area di Fano-Mondolfo (3.458 unità), ma
consistenti risulterebbero anche i flussi provenienti da Fossombrone (oltre
1.600 abitanti) e, relativamente alla popolazione, anche da Sant'Angelo in
Vado-Urbania, Sassocorvaro-Piandimeleto e Novafeltria-Pennabilli.
Nella tabella 2.3 si è riportata la popolazione dei differenti ambiti
territoriali al 2006 operando una scomposizione tra i fattori legati alla
crescita tendenziale della popolazione e i fattori, viceversa, legati agli
squilibri che presumibilmente si verranno a creare sul mercato del lavoro.
Nell'ipotesi più realistica, che si verifichi soltanto un riequilibrio
parziale dei mercati del lavoro, si assisterebbe ad un ulteriore accelerazione
del declino delle aree interne che, con l'unica eccezione di Cagli,
presenterebbero un saldo demografico ancora più negativo, mentre si
registrerebbe un riequilibrio tra le due aree costiere. Più in
particolare si può osservare come (graf. 2.7):
- l'area di Fano-Mondolfo rimane l'area con il più elevato tasso di
crescita, ma il differenziale di crescita tra le due aree tende a
riequilibrarsi: in assenza di vincoli localizzativi, l'area di Pesaro, mentre
risultava sostanzialmente costante nello scenario demografico tendenziale,
presenta adesso una crescita sostenuta della popolazione;
- l'area di Urbino mantiene un saldo demografico positivo pur se ancora
più contenuto che nel solo scenario demografico tendenziale;
- Fossombrone e le aree interne di Sant'Angelo in Vado,
Sassocorvaro-Piandimeleto e Novafeltria-Pennabilli peggiorano sensibilmente il
proprio saldo demografico, pur presentando ancora un declino della popolazione
meno accentuato delle aree di Pergola e Cagli;
-
le due aree infine che già presentavano il declino demografico
più accentuato, Cagli e Pergola, presentano infatti un saldo demografico
sostanzialmente costante.
Nel secondo scenario (tab. 2.4) - riportato solo a titolo esemplificativo -
tutti i fenomeni sopra evidenziati si manifesterebbero naturalmente con
maggiore incisività, accentrando ulteriormente il declino delle aree
interne.
Chiaramente i flussi migratori identificati nei due scenari non implicano
necessariamente un effettivo cambiamento di residenza da parte di un
corrispondente ammontare di popolazione. L'importanza del fenomeno non
sarebbe però diminuita, in quanto tale pressione potrebbe comunque
tradursi in un incremento dei flussi di pendolarismo tra le differenti aree e
il comune capoluogo. L'equilibrio tra le due componenti sarà in parte
determinato dalla condizione che verrà a crearsi nei differenti mercati
abitativi locali: tanto maggiore rimarrà, ad esempio, nell'area di
Pesaro il valore degli immobili relativamente al resto della provincia, tanto
maggiore sarà il flusso di pendolarismo rispetto ai reali flussi
migratori aggiuntivi.
2.3. I fenomeni di mobilità sistematica
È possibile a questo punto introdurre nelle analisi di scenario fino a
questo momento condotte, una valutazione della possibile influenza che le
modificazioni previste potranno esercitare sugli attuali flussi di
pendolarismo. La domanda di mobilità scaturisce, infatti,
dall'imperfetto matching quali/quantitativo fra dinamica delle
localizzazioni residenziali e dinamica di localizzazione delle attività
economiche, in quanto i due processi non necessariamente devono risultare
esattamente paralleli e coerenti dal punto di vista microterritoriale. Come
abbiamo visto, nel prossimo decennio molte attività produttive
resteranno selettivamente concentrate proprio sui poli maggiori (ad esempio le
attività direzionali, come la maggior parte delle attività
terziarie e commerciali di elevato livello gerarchico), stimolando una crescita
della domanda di lavoro soprattutto lungo l'area costiera anche nell'ipotesi di
tenuta del sistema produttivo industriale nelle aree interne.
Già dal confronto dei dati del censimento 1991 con i dati del 1981, si
possono, comunque, cogliere alcune tendenze significative per quanto concerne
la mobilità pendolare (tab. 2.5). Innanzitutto, la domanda di
mobilità è aumentata in modo rilevante per motivi di lavoro
(+10%), mentre si è contratta la mobilità per motivi di studio
(-7,8%). In secondo luogo, si è assistito ad un aumento della
complessità dei movimenti pendolari: si è registrato un calo
della mobilità all'interno dello stesso comune di residenza (-2,3% per
gli spostamenti per lavoro e -18,3% per gli spostamenti per motivi di studio),
mentre è cresciuta in misura molto significativa la mobilità tra
i diversi comuni della provincia e la mobilità con i comuni esterni alla
provincia. Infine, aumentano fortemente i flussi di pendolarismo dai comuni
della provincia verso il comune capoluogo (+59,2% per gli spostamenti per
motivi di lavoro e del 37,8% gli spostamenti per motivi di studio).
L'espansione della domanda di mobilità intercomunale ha così
condotto ad una riduzione del tasso di autocontenimento della popolazione
attiva locale a livello dei singoli comuni, ossia della capacità di
fornire una occupazione ai lavoratori residenti all'interno del comune,
allargando i bacini di mobilità.
Tab. 2.5 - Provincia di Pesaro e Urbino: spostamenti per motivi di studio e
di lavoro 1981-1991
______________________________________________________________________________________________
1981 1991 Var. %
______________________________________________________________________________________________
Spostamenti per motivi di lavoro
Stesso Comune di residenza 73427 71729 -2.3% di cui nel Comune capoluogo
25928 25369 -2.2%
Altro Comune della stessa provincia 19606 28809 46.9% di cui nel Comune
capoluogo 3580 5699 59.2%
Altri Comuni esterni alla Provincia 3475 5652 62.6%
Totale 96508 106190 10.0%
Spostamenti per motivi di studio
Stesso Comune di residenza 51754 42279 -18.3% di cui nel Comune capoluogo
17106 13018 -23.9%
Altro Comune della stessa provincia 7774 11764 51.3% di cui nel Comune
capoluogo 1874 2583 37.8%
Altri Comuni esterni alla Provincia 1484 2220 49.6%
Totale 61012 56263 -7.8%
______________________________________________________________________________________________
Un'analisi ulteriore degli spostamenti sistematici della popolazione è
stata condotta su base comunale, sempre attraverso i dati offerti dall'ultimo
censimento della popolazione, distinguendo i flussi per ciascuna
modalità di trasporto utilizzato (treno, auto, moto e così via) e
riaggregando i dati in modo tale da evidenziare esclusivamente i flussi che
intervengono complessivamente tra i diversi ambiti territoriali (tab. 2.6).
Per cercare di prefigurare l'influenza che gli scenari di crescita elaborati
nell'ambito del piano potranno esercitare anche sulla parte sistematica della
mobilità provinciale, è opportuno scomporre i flussi nelle
diverse componenti soprattutto motivazionali. In generale è infatti
possibile classificare i fenomeni di mobilità della popolazione sulla
base dei principali fattori che concorrono a determinarlo. Un primo tipo di
suddivisione può essere operata con riferimento alle motivazioni
prevalenti, rappresentate dal lavoro, dallo studio e da motivazioni più
o meno riconducibili al tempo libero (acquisti, svago, attività sociali
e così via). Le prime due componenti costituiscono, come già
ricordato, la parte "sistematica" della mobilità, ovvero il fenomeno del
pendolarismo in senso stretto a cui si riferiscono le elaborazioni presentate.
La stessa domanda di mobilità per ragioni di lavoro può essere a
sua volta scomposta in due diverse componenti: la prima, di tipo frizionale,
riferibile ad una domanda sostanzialmente strutturale e difficilmente
eliminabile, in quanto generata dal sistema delle rendite gravanti nelle
diverse aree; la seconda, di tipo dinamico, interpretabile come diretta
conseguenza dell'evoluzione seguita dal sistema delle localizzazioni e dalla
non coincidenza tra luoghi di lavoro e luoghi di residenza.
Per quanto riguarda i flussi di pendolarismo per ragioni di lavoro si possono
quindi evidenziare due differenti componenti: la prima legata più
direttamente all'evoluzione tendenziale della popolazione e del mercato del
lavoro; la seconda legata ai possibili fenomeni di riequilibrio che si
manifesteranno nei singoli mercati locali del lavoro, al fine di contenere la
crescita dei divari nei tassi di disoccupazione. Come si può vedere
dalla tabella 2.7 nell'ipotesi di evoluzione tendenziale, sia dell'offerta che
della domanda di lavoro, i flussi aggiuntivi di pendolarismo - in questo caso
approssimati dalla differenza tra il numero degli addetti e il numero degli
occupati - risulterebbero nel complesso estremamente contenuti, con la parziale
eccezione dei due ambiti costieri. Naturalmente, come si è già
accennato, la scarsa rilevanza del pendolarismo tra i differenti ambiti deriva
proprio dalle modalità con cui l'aggregazione territoriale è
stata costruita.
Di più difficile quantificazione risulta, invece, la stima dei flussi di
pendolarismo che si rendono necessari al fine di riequilibrare i differenti
mercati locali del lavoro. A partire dagli scenari svolti nel paragrafo
precedente, si può infatti assumere che, nell'ipotesi estrema in cui non
siano possibili ulteriori modificazioni nella localizzazione delle residenze
rispetto a quanto evidenziato dall'evoluzione tendenziale - e che quindi il
riequilibrio spontaneo non possa avvenire mediante l'accentuazione dei flussi
migratori - i flussi aggiuntivi di pendolarismo "potenziali" risulterebbero
pari ai flussi di offerta di lavoro che si rendono necessari per riequilibrare
i tassi di disoccupazione tra le differenti aree.
In questo caso in tutti gli ambiti territoriali, con la unica eccezione di
Cagli, si manifesterebbe un aumento della componente di mobilità per
motivi di lavoro. Naturalmente, mentre in tutti agli ambiti territoriali si
registrerebbe un incremento del saldo in uscita degli spostamenti pendolari,
nell'area del comune capoluogo più che raddoppierebbero, rispetto alla
situazione attuale, il numero degli spostamenti sistematici in entrata: questi
infatti passerebbero dalle oltre 1.000 alle oltre 5.000 unità nel
2006.
Tab. 2.7 - Flussi di pendolarismo "potenziale": variazioni del saldo
(uscita-entrata)
______________________________________________________________________________________________
Saldo Variazioni Con riequilibrio Totale
al 1991 tendenziali spontaneo variazioni
______________________________________________________________________________________________
Novafeltria-Pennabilli 681 -13 324 311 Sassocorvaro-Piandimeleto 347 0
332 332
Sant'Angelo in Vado- Urbania 255 0 338 338 Cagli 763 -15 0 -15
Pergola 588 -8 160 152
Fossombrone 1182 -20 819 799
Urbino -142 -8 431 423
Fano-Mondolfo 2975 87 1638 1725
Pesaro -1042 -207 -4042 -4249
Totale 5607 -183 0 -183
______________________________________________________________________________________________
In questo caso, si assisterebbe ad una crescente intensificazione e
complessificazione dei flussi pendolari, che non potranno che esercitare
rilevanti effetti anche sul territorio2 . La complessificazione
dei flussi può, infatti, avvenire solo grazie al ricorso prevalente e
crescente al mezzo privato, creando, in condizioni di espansione
necessariamente assai lenta della rete, effetti di congestione e di
inquinamento assai gravi. L'intensificazione dei flussi, conseguente alla
segmentazione crescente del mercato del lavoro e all'allargarsi dei bacini di
ricerca di lavoro, potrà quindi creare situazioni difficilmente
sostenibili proprio nelle aree a maggiore densità demografica, rendendo
inefficace ogni politica dei trasporti pubblici realizzata ex-post.
Come si è detto, sia quest'ultimo scenario, come d'altra parte anche lo
scenario presentato nel paragrafo precedente, risultano due situazioni estreme
in cui il processo di riequilibrio dei mercati del lavoro tra le diverse aree
avviene, in un caso, interamente mediante una modificazione della
localizzazione abitativa degli occupati, nell'altro caso, mediante l'aumento
della mobilità sistematica tra gli ambiti considerati. Probabilmente la
situazione reale si situerà in una situazione intermedia tra le due
ipotesi identificate. L'effettivo punto di equilibrio dipenderà da una
serie di fattori che tendono ad influenzare le scelte residenziali della
popolazione.
Se esiste, infatti, un "centro" che esercita un'attrazione in quanto sede dei
posti di lavoro (in questo caso l'area costiera di Fano-Mondolfo e Pesaro),
oltre che maggiori occasioni di ricreazione e cultura, è chiaro che la
domanda residenziale si indirizzerà verso quelle localizzazioni che
consentono un più facile e rapido accesso a queste "esternalità".
Tuttavia, la maggiore propensione verso le localizzazioni centrali genera in
conseguenza un maggiore prezzo delle aree relative, e dunque un preciso
trade-off per il singolo individuo fra il prezzo del suolo e la
distanza. In termini generali, la decisione del singolo individuo, o del nucleo
familiare, per ottimizzare la sua posizione dipende essenzialmente da due
fattori: il valore delle rendite e i costi di trasporto.
In un modello semplificato, l'individuo (o meglio il nucleo familiare)
sceglierà pertanto di localizzarsi a quella distanza dal centro che gli
consentirà di eguagliare il vantaggio marginale dato dal risparmio sul
costo delle aree, con il costo marginale di un ulteriore spostamento verso
l'esterno (il costo di trasporto); oppure, procedendo in senso logicamente e
geograficamente inverso, essi sceglieranno quella distanza in cui il vantaggio
marginale di una localizzazione più centrale in termini di
accessibilità eguaglierà il maggior costo del suolo.
Naturalmente, la pianificazione urbanistica, al fine di favorire un migliore
utilizzo del territorio, può influire su entrambi i fattori. Da un
lato, infatti, può incidere, attraverso le destinazioni d'uso, sulla
struttura dei costi; dall'altro, attraverso la realizzazione di interventi
infrastrutturali, può favorire un miglioramento
dell'accessibilità. Questo significa che il meccanismo che lega
l'analisi della domanda di abitazioni alle scelte di piano è di tipo
bidirezionale: la domanda di abitazioni influenza le scelte di piano
modificando sulla base dei fabbisogni le destinazioni d'uso; le quali, a loro
volta, influenzeranno la domanda di spazi modificando le condizioni di offerta
sul mercato.
2.4. Le tendenze localizzative delle famiglie e la domanda di abitazioni
Per una corretta programmazione del territorio diventa a questo punto
fondamentale fornire anche una quantificazione dei fabbisogni abitativi
aggiuntivi che si verranno a creare nel prossimo futuro nei diversi ambiti
territoriali e nei differenti scenari evolutivi che sono stati prefigurati.
Affinché questo sia possibile è tuttavia indispensabile per prima
cosa pervenire ad una stima dell'evoluzione dei nuclei familiari nelle due
diverse ipotesi analizzate, in quanto sono proprio queste ad esprimere le
decisioni di domanda per abitazioni.
Come si è visto le previsioni dei nuclei familiari vengono ottenute a
partire dalla stima dell'ammontare della popolazione e della sua ripartizione
per classe d'età. Nello scenario con riequilibrio si è assunto
che i flussi migratori aggiuntivi abbiano la stessa struttura per classe
d'età di quelli registrati nel recente passato. Chiaramente,
nell'ipotesi di riequilibrio spontaneo si assisterebbe ad una maggiore crescita
dei nuclei familiari nell'ambito pesarese e contemporaneamente una minore
crescita dei nuclei familiari in tutti gli ambiti interni e nell'area di
Fano-Mondolfo. Come si può vedere dalla tabella 2.8 il numero di
famiglie crescerebbe a Pesaro dell'11,6% anziché dell'8,9%, mentre a
Fano-Mondolfo del 13,2% contro il 14,8%.
Tab. 2.8 - Previsione dei nuclei familiari al 2006
______________________________________________________________________________________________
1991 Tendenziale Con riequilibrio
______________________________________________________________________________________________
Novafeltria-Pennabilli 6 136 6 333 6 240
Sassocorvaro-Piandimeleto 6 936 7 159 7 063
Sant'Angelo in Vado-Urbania 4 481 4 686 4 594
Cagli 7 461 7 183 7 183
Pergola 5 448 5 255 5 208
Fossombrone 10 972 11 624 11 404
Urbino 9 098 10 020 9 900
Fano-Mondolfo 26 054 29 923 29 483
Pesaro 39 844 43 373 44 481
Totale 116 430 125 556 125 556
______________________________________________________________________________________________
Per le ragioni diffusamente illustrate nel primo capitolo del presente
rapporto, il passaggio dalla previsione dei nuclei familiari alla domanda di
abitazioni non è stato effettuato attraverso la semplice appicazione di
un sistema di "standard", quanto attraverso una stima del potenziale di domanda
che effettivamente le famiglie tenderanno ad esprimere nel futuro.
I risultati delle regressioni3 sono riportati nella tabella
seguente e mostrano come la dinamica della domanda di abitazioni tenderà
a ridursi nel prossimo futuro: a fronte di una crescita del 15,5% del numero di
stanze delle abitazioni occupate tra il 1981 e il 1991, nei prossimi quindici
anni la pressione della domanda dovrebbe portare nel complesso ad una crescita
dell'offerta per un ulteriore 6,8% (pari a circa 38 mila stanze) (tab. 2.9).
Tab. 2.9 - Crescita della domanda di abitazioni
______________________________________________________________________________________________
Scenario tendenziale Scenario con riequilibrio var. ass. var. % var. ass.
var. %
______________________________________________________________________________________________
Novafeltria-Pennabilli 1 147 4.0% 947 3.3%
Sassocorvaro-Piandimeleto 1 375 4.3% 1 185 3.7%
Sant'Angelo in Vado-Urbania 1 060 5.1% 895 4.3%
Cagli 203 0.6% 204 0.6%
Pergola 281 1.1% 179 0.7%
Fossombrone 3 087 5.7% 2 603 4.8%
Urbino 3 361 7.5% 3 096 6.9%
Fano-Mondolfo 12 639 10.0% 11 769 9.3%
Pesaro 14 675 7.8% 16 952 9.0%
Totale 37 829 6.8% 37 829 6.8
______________________________________________________________________________________________
Naturalmente, anche in questo caso, la domanda tenderà a manifestarsi in
misura differenziata nei diversi ambiti territoriali considerati. Per quanto
riguarda lo scenario tendenziale si può infatti osservare come (graf.
2.8):
- negli ambiti territoriali di Cagli e Pergola, dove si assiste ad una
contrazione dei nuclei familiari, il fabbisogno abitativo rimane
sostanzialmente stabile sui livelli attuali;
- in tutte le altre aree interne il fabbisogno aggiuntivo rimane contenuto,
registrando una crescita compresa tra il 4 e il 6 per cento;
- nell'area di Urbino si assiste ad una crescita della domanda nel periodo
considerato del 7,5%, pari a circa 3.300 stanze;
- nell'area di Pesaro la domanda aggiuntiva risulta di circa 14.700 stanze,
pari ad una crescita di quasi l'8%;
- infine, nell'area di Fano-Mondolfo si assisterebbe alla crescita più
sostenuta, con un incremento dei fabbisogni abitativi di circa il 10%.
Nell'ipotesi, viceversa, che si verifichi il processo di riequilibrio, e quindi
che tendano a crescere i flussi migratori in entrata nell'area pesarese, i
fabbisogni abitativi nel comune capoluogo tenderebbero a crescere in misura
superiore (graf. 2.9). In questa situazione si può infatti osservare
come:
- la crescita del fabbisogno abitativo risulterebbe praticamente analoga lungo
tutta l'area costiera (+9,0% nell'area pesarese e +9,3% nell'area di
Fano-Mondolfo);
- rispetto allo scenario precedente la domanda di abitazioni risulterebbe
superiore di oltre 2.200 stanze nell'area di Pesaro, mentre si registrerebbe
una contrazione dei fabbisogni nell'ambito di Fano di quasi 900 stanze;
- in tutte le aree interne i fabbisogni mostrerebbero una minore crescita
compresa tra lo 0,5 e l'1 per cento.
Come già indicato precedentemente, tuttavia, sia la dinamica demografica
che il miglioramento delle condizioni economiche porteranno nel prossimo futuro
ad una progressiva segmentazione del mercato abitativo, ed al conseguente
moltiplicarsi e diversificarsi delle domande. Si tenga presente che i
fabbisogni aggiuntivi che sono stati identificati non tengono conto di un
possibile diverso uso del patrimonio abitativo esistente. In tal caso sarebbe,
infatti, possibile limitare il fabbisogno aggiuntivo, facendo ricorso, per
esempio, al patrimonio abitativo attualmente non utilizzato, o in alternativa
ristrutturando il patrimonio abitativo esistente al fine di renderlo
maggiormente rispondente alle esigenze che emergeranno nel prossimo decennio.
L'incremento del numero di famiglie composte da anziani soli, congiuntamente
alla contrazione dei nuclei familiari di maggiori dimensioni, con la
conseguente riduzione della dimensione media delle famiglie, potranno infatti
limitare la domanda di abitazioni con un elevato numero di stanze, mentre,
viceversa, potrebbe continuare a crescere la domanda di abitazioni di minori
dimensioni. Nello stesso tempo, tuttavia, l'incremento dei livelli di reddito
potrebbe stimolare un avvicinamento graduale delle aspirazioni verso modelli
abitativi di livello superiore, esercitando una crescente pressione su
particolari segmenti della domanda di abitazioni. È quindi evidente che,
soprattutto nell'ambito della pianificazione urbanistica comunale, particolare
attenzione dovrà essere posta non solo alla stima della quantità
di abitazioni domandate ma anche alle caratteristiche qualitative delle
stesse.
3. LA STIMA DEI FABBISOGNI DI SUPERFICIE DELLE ATTIVITà EXTRAGRICOLE
3.1. Introduzione
Prevedere la quantità di superficie che presumibilmente sarà
richiesta dalle attività economiche è un'impresa che presenta non
poche difficoltà. Così differenziati e variabili sono i bisogni
delle imprese che è impossibile anticiparne con precisione l'evoluzione
anche nel breve e medio periodo. Se non è facile trovare un metodo di
calcolo che dia certezza nei risultati, non per questo sarebbe giustificato
rinunciare totalmente ad un tentativo di stima. Le difficoltà che si
incontrano devono piuttosto mettere all'erta i destinatari dei risultati
così che essi attribuiscano alle cifre solo il valore di previsioni di
larga massima dell'ordine di grandezza dei fenomeni coinvolti. Stime, pertanto,
da utilizzare con grandissima cautela e da sottoporre a continua critica
ogniqualvolta se ne presenti l'opportunità o la necessità.
Tra i diversi approcci disponibili, si è optato per uno capace di tener
conto:
a. degli schemi teorici prevalentemente utilizzati nella ricerca economica
applicata in contesti diversi dal nostro, ma sufficientemente flessibili da
poter essere adattati al caso specifico del P.T.C. della Provincia di Pesaro e
Urbino;
b. dell'opportunità di arrivare a previsioni comunque significative, da
fornire tuttavia per grossi aggregati in grado di "mediare" tra le tante
peculiarità che si sarebbero dovute esaminare nel caso di valutazioni
basate su un livello maggiore di disaggregazione sia settoriale che
spaziale;
c. della tipologia e qualità dei dati a disposizione;
d. della necessità di raccordare la logica del metodo a quella seguita
nell'ambito degli studi socio-economici condotti per il P.T.C.,
complessivamente ed in particolare al modello di crescita aggregato utilizzato
per le stime relative all'economia provinciale;
e. dei risultati ottenuti da coloro che hanno studiato le motivazioni che
sottostanno alla domanda di superficie, brevemente riassunte nel paragrafo che
segue.
3.2. La mobilità territoriale delle imprese
Gli studi sulla mobilità spaziale delle imprese distinguono generalmente
tra movimenti relativi e movimenti assoluti. I primi sorgono quando si
verificano le condizioni per differenti tassi di crescita tra aree geografiche
diverse. Si pensi ad esempio ai processi di ridistribuzione territoriale delle
attività produttive avvenuti durante gli anni '70 e, in parte, '80 a
vantaggio delle regioni dell'Italia centrale e nord orientale. Le cause di
questi movimenti sono diverse e su quelle che hanno agito in Italia ci si
è già soffermati nella parte introduttiva del rapporto sulla
situazione economica e sociale della Provincia. I movimenti assoluti sono
invece quelli che modificano l'organizzazione spaziale delle imprese attive in
una data area. Per interpretarli correttamente non è necessario, almeno
in prima istanza, conoscere quanto accade in altre parti del territorio.
I processi di mobilità "assoluta" delle imprese possono essere
ricondotti alle seguenti modalità:
- insediamento di nuove unità senza variazioni di funzioni aziendali in
unità esistenti;
- insediamento di nuove unità per effetto di trasferimento parziale di
funzioni aziendali da altre unità preesistenti;
- apertura di nuove unità per trasferimento totale di attività
preesistenti;
- trasferimenti parziali di funzioni aziendali tra unità
preesistenti;
- accorpamento di unità aziendali;
- chiusura di aziende senza trasferimento di funzioni in altre unità
esistenti.
In uno studio come questo, interessato alla domanda di spazio delle
attività produttive, comunque essa si manifesti, alle modalità
precedenti occorre aggiungere quelle riguardanti gli ampliamenti e riduzioni di
superfici occupate dalle imprese nel sito originario.
Numerose ricerche condotte in Italia e all'estero mostrano una notevole
omogeneità di comportamento rispetto all'attività di
rilocalizzazione delle imprese (mobilità assoluta). Prevale sempre la
propensione alla mobilità sulla base di fattori di spinta rispetto a
fattori di attrazione. Si tratta in altri termini di una mobilità che
nasce da esigenze riconducibili prevalentemente a prospettive di sviluppo o di
ristrutturazione dell'impresa. I fattori di spinta derivanti dalla
modificazione del contesto ambientale in cui l'impresa opera, e ancor
più l'attrazione esercitata da possibili localizzazioni alternative,
hanno un peso piuttosto limitato. I movimenti di cui si parla solo in minima
parte sono riconducibili a più tradizionali fattori di localizzazione
quali: la disponibilità di aree, il sistema di infrastrutture e di
trasporti, le relazioni con i mercati di approvvigionamento o di sbocco. Come
si è già avuto modo di rilevare sopra, l'offerta di
localizzazioni alternative è di per sè scarsamente influente
sulle decisioni di mobilità aziendale.
Il prevalere di fattori di spinta rispetto a quelli di attrazione implica la
ricerca di una destinazione quanto più possibile vicina all'origine
dello spostamento. Le imprese in mobilità sono dunque imprese
generalmente in forte espansione, mentre risulta meno frequente uno sviluppo
fondato sull'innovazione dei prodotti e qualificato dal potenziamento dei
servizi. Alla mobilità sono complessivamente associati incrementi (in
ordine decrescente) degli spazi occupati, della capacità produttiva e
anche dell'occupazione. Statisticamente significativa è anche la
correlazione positiva tra incrementi della capacità produttiva, e di
addetti, e l'incremento delle superfici coperte. Senza dubbio l'esigenza di
sostenere la propria competitività attraverso il potenziamento dei
livelli tecnologici dell'impresa risulta un fattore esplicativo importante
della mobilità spaziale delle imprese. Meno rilevante è la
connessione tra la mobilità e l'adeguamento agli standard del comparto.
Le esigenze di spazio riguardano sia le superfici coperte sia le superfici
scoperte, spesso già sacrificate nella localizzazione originaria. In
altri termini la rilocalizzazione consente alle imprese di recuperare una
situazione di forte sottodimensionamento degli spazi.
Le osservazioni fatte in precedenza aiutano a comprendere che la
quantità di superficie desiderata dalle imprese può essere
ricondotta a tre motivazioni principali4 . La prima sorge in
connessione alla necessità di adeguare la superficie disponibile ai
processi di crescita-sviluppo in cui le imprese sono coinvolte. È questa
la situazione tipica che attiva forme di mobilità definita in precedenza
relativa ma anche diverse forme di mobilità assoluta. Una seconda
motivazione legata a processi di razionalizzazione della produzione. Si pensi
ad esempio alla domanda di maggiore superficie scoperta che nasce dalla
necessità di rendere più efficiente lo stoccaggio della merce;
oppure alla crescita della domanda di superficie coperta dovuta alla
necessità di introdurre innovazioni di processo. Una terza componente
è legata a processi di rilocalizzazione dovuti alla necessità di
risolvere problemi ambientali, oppure alla opportunità di connettersi
meglio a modalità di trasporto più efficienti di quelle usate in
precedenza e così via. Questa componente, mentre attiva una domanda di
nuovi spazi, rende disponibile per altri le superfici occupate in precedenza e
successivamente abbandonate.
Diversi dunque sono i motivi che spingono le imprese a muoversi nello spazio, e
al tempo stesso ad esprimere una domanda di superficie. Le imprese in
mobilità, tuttavia, sono sempre imprese in espansione, a volte in forte
espansione, all'interno di un quadro economico generale che suscita aspettative
sul futuro relativamente ottimistiche. Questa circostanza è molto
importante perché ricondurre le varie forme di mobilità,
qualunque ne sia la motivazione, ad un unico prevalente fattore causale (la
crescita della produzione) agevola di molto il compito di chi deve elaborare
uno schema logico per fare previsioni circa la domanda futura di spazio.
3.3. Lo schema di riferimento
Per realizzare beni e servizi da vendere sul mercato le imprese usano vari
fattori produttivi tra cui il terreno. La quantità desiderata di
terreno, cioè il fabbisogno, può essere considerata dipendente
dal livello di produzione che si prevede mediamente per il futuro. Naturalmente
le imprese tendono a equilibrare i costi derivanti dall'uso delle superfici dai
benefici che ne traggono. A parità di ogni altra circostanza, più
bassi sono i costi da sostenere per il terreno maggiore sarà la
quantità che ne verrà richiesta. Cosicché anche il costo
dei servizi resi dal terreno influisce sulla domanda espressa dal mercato nei
suoi confronto. In simboli si può scrivere:
S* = f(Y; Cs) (1)
dove S* indica la superficie desiderata (fabbisogno), Y è
un indice dell'attività produttiva e Cs il costo dei servizi resi
dal terreno.
Il costo dei servizi del terreno dipende a sua volta dal tasso di interesse
effettivo, se l'acquisto è finanziato con fondi presi a prestito, oppure
dal tasso di interesse figurativo se l'acquisto è finanziato con risorse
interne all'impresa. Il tasso di interesse rilevante è quello reale
ottenuto come differenza tra il tasso di interesse nominale e il tasso di
inflazione. In simboli:
Cs = g(i-p) (2)
dove Cs ha il significato noto, i indica il tasso di interesse
nominale e p indica il tasso di inflazione.
Quando la relazione (2) è utilizzata per studiare la spesa per
investimenti in impianti e macchinari, nella parentesi compare un altro
argomento, d, che rappresenta la misura dell'ammortamento. Nel nostro
caso siamo di fronte ad un fattore produttivo, il terreno, che non subisce
logorio fisico né economico cosicché d può essere
pensato pari a 0. In ogni istante del tempo le imprese avranno una superficie
effettiva S diversa da quella desiderata S*. Inoltre, più
grande sarà quella differenza maggiore sarà la domanda di
superficie. In generale si può fare l'ipotesi che in ciascun periodo
solo una frazione z del divario suddetto verrà colmata. Se
S-1 è la quantità di superficie esistente alla
fine di un periodo, il divario tra il fabbisogno e la superficie effettiva
è indicato da (S*-S-1).
Le imprese programmano di aggiungere allo stock di superficie esistente alla
fine dell'ultimo periodo, S-1 una frazione z del
divario S*-S-1, in modo che la quantità effettiva di
superficie esistente alla fine del periodo corrente, S, sarà tale
che:
S = S-1 + z(S* - S-1) (3)
In questa formulazione z appare come un parametro che indica quanta
parte della differenza tra il fabbisogno e la disponibilità viene
coperta in ogni intervallo di tempo. In pratica misura la velocità con
cui viene ridotto il divario tra le due quantità. Con opportune ipotesi
è possibile semplificare ulteriormente la logica contenute in (3).
Poiché l'obiettivo di questa parte del lavoro è di fare
previsioni sull'ammontare di superficie che presumibilmente sarà
domandata nei prossimi 15 anni, nel periodo cioè 1991-2006, è
ragionevole ipotizzare che entro tale orizzonte temporale le imprese
riusciranno a colmare gran parte della differenza che verrà ad
originarsi tra fabbisogno e disponibilità di superficie,
sempreché ovviamente non sorgano vincoli insuperabili dal lato
dell'offerta di superfici. Con z prossimo ad 1 la quantità di
superficie desiderata al 2006 (S*), pertanto, tenderà a
coincidere con quella effettivamente esistente a quella data (S)
così come suggerito dalla (3).
Si supponga inoltre che il costo dei servizi del terreno influisca poco sul
fabbisogno S* cosicché esso, come appare dalla (1), viene fatto
dipendere prevalentemente da Y5 . Si supponga infine che
la quantità di superficie desiderata per unità di prodotto sia
pari a s cosicché:
S* - sY (4)
Sostituendo l'equazione (4) nella (3), ponendo z=1, e notando che
S-1=S*-1 si ottiene:
S-S-1 = s(Y-Y-1) (5)
È questa l'espressione che cercavamo. Essa afferma che la differenza tra
la quantità di superficie domandata nel 2006, pari a S, e quella
esistente nel 1991, pari a S-1, è una proporzione s della
differenza tra il livello dell'attività produttiva previsto per il 2006,
indicato da Y, e quello realizzato nel 1991, cioè Y-1. Nel
nostro caso, considerate le difficoltà di reperimento di dati
sistematici sulla produzione al livello provinciale e sub-provinciale, si
è preferito utilizzare quale proxy dell'attività produttiva la
dinamica prevista dell'occupazione settoriale.
3.4. La stima dei fabbisogni
L'approccio che stiamo seguendo è stato elaborato in origine per
spiegare la domanda di beni di investimento espressa, in particolare, dalle
imprese industriali. In tale contesto i dati utilizzati per stimare il
parametro s delle varie equazioni si riferiscono usualmente ad
intervalli di tempo brevi, solitamente annuali, e numerosi. Nel nostro caso i
dati a disposizione riguardano due soli anni, il 1981 e il 1991, per di
più molto distanti tra loro. In tale circostanza le usuali tecniche
econometriche non hanno la possibilità di fornire stime significative di
s. È stato quindi necessario attribuire ad s il valore che
si colloca lunga la linea di trend, assegnando al futuro lo stesso dinamismo
che il fenomeno ha mostrato nel passato. In questo quadro un'avvertenza deve
essere fatta con riguardo ai servizi non destinabili alla vendita (il terziario
pubblico). La misura complessiva della superficie coperta attribuita a questo
settore nel censimento del 1981 sembra troppo distante da quella del 1991 per
poter spiegare la differenza come conseguenza delle scelte fatte dall'operatore
pubblico. Più verosimilmente c'è da pensare ad una sottostima del
dato del 1981 che impedisce di utilizzare la misura di s di quell'anno
per individuare il valore di trend.6 Per ovviare a tale
inconveniente si è deciso di utilizzare per il 2006 il valore di
s rilevato nel 1991, pari a 48,3 mq per addetto. Decisi i valori di
s, per giungere alla stima dei fabbisogni di superficie era necessaria
preliminarmente una previsione sul livello di y del 2006. A questo scopo
ci si è avvalsi delle stime definite dal CLES nell'ambito degli scenari
di crescita aggregata. Ad essa si rimanda per gli approfondimenti del caso.
Stimati s ed y, attraverso la (1) e la (5) si è avuta a
questo punto la possibilità di calcolare la quantità di
superficie coperta desiderata al 2006 dai vari macrosettori. Sottraendo ad essa
la quantità di superficie esistente nel 1991 si è giunti infine
alla stima della quantità di superficie che dovrebbe essere resa
disponibile durante l'intervallo temporale 1991-2006 per la Provincia nel suo
complesso. Questo dato aggregato è stato poi ripartito tra i 9 ambiti
territoriali in proporzione al livello di occupazione previsto dal modello CLES
per il 2006 con riferimento alle ipotesi di scenario datate di maggiore (ci si
riferisce in particolare alla previsione ottenuta supponendo una dinamica
demografica contraddistinta da fecondità decrescente e con componente
migratoria costante). Con riguardo al fabbisogno di superficie scoperta
è sufficiente dire che la sua stima è stata fatta ipotizzando che
essa mantenga nel 2006 lo stesso rapporto mostrato con la superficie coperta
nel 1991.
I risultati dei calcoli condotti sono riassunti nella tab. 1 la quale mostra
come nei 15 anni compresi tra il 2006 e il 1991 sarebbe necessario un
incremento di superficie pari a circa il 30% dello stock di superficie coperta
complessivamente esistente nel 1991. In pratica una percentuale di crescita
poco inferiore a quella registratasi nel decennio 1981-1991. Per quanto
riguarda le superfici scoperte, la quantità aggiuntiva di terreno che
dovrebbe essere resa disponibile tende ad essere molto vicina, in valore
assoluto, a quella stimata per le superfici coperte. Nella tabella è
indicata anche una ipotesi di ripartizione delle superfici aggiuntive tra i
vari ambiti territoriali. Il metodo utilizzato nelle previsioni, che collega il
fabbisogno di superficie al livello dell'attività produttiva, spiega la
forte concentrazione delle superfici aggiuntive nelle aree più vicine
alla costa, che sono anche quelle prevedibilmente a maggiore sviluppo.
L'ipotesi di ripartizione presuppone una politica delle localizzazioni
produttive "neutrale". Una politica, in altri termini, non intenzionata ad
influire sulle dinamiche di mercato. L'applicazione di criteri e politiche
urbanistiche, potranno naturalmente portare a rivedere i criteri di
ripartizione impliciti nella tab. 3.1.
Tab. 3.1 - Stima della domanda di superficie delle attività extragricole
nell'ipotesi che la domanda di superficie coperta per unità di prodotto
sia pari al valore tendenziale. Periodo 1991-2006
______________________________________________________________________________________________
Industria Terziario Terziario Totale
privato pubblico
______________________________________________________________________________________________
PREMESSA
Nel 1992 un gruppo di lavoro, coordinato dall'Istituto di Geodinamica e
Sedimentologia dell'Università degli Studi di Urbino su incarico
dell'Amministrazione Provinciale di Pesaro e Urbino, curò la
realizzazione di un progetto pilota relativo ad un Sistema Informativo
Territoriale1 . In tale ambito mi venne richiesto di
definire una metodologia per la redazione di indagini botanico-vegetazionali,
non ancora regolate da specifiche disposizioni. Gli obiettivi di tale lavoro
erano a) la ricerca di un linguaggio comune nel settore botanico-vegetazionale,
b) la definizione di alcuni criteri nella determinazione delle valenze
attribuibili alle risorse agro-forestali presenti nel territorio provinciale.
Indirizzi e metodi proposti in quella sede furono, in seguito, anche impiegati
nelle specifiche indagini svolte su alcuni comuni della Provincia. Dopo 4
anni, il dibattito ancora vivace sulla pianificazione territoriale, le scadenze
prossima della redazione del PTC e la predisposizione di linee guida, da parte
della Regione Marche, per la redazione dei PRG in adeguamento ai PPAR,
ripropongono l'attualità di quel documento. Pertanto, dopo opportuna
revisione, il metodo proposto è stato integrato e collocato in un
contenitore più ampio, nella speranza di fornire un ulteriore contributo
alle complesse tematiche della pianificazione eco-sostenibile del territorio.
Fa piacere comunque riscontrare che taluni indirizzi e procedure formulate nel
documento del 1993, risultino oggi presenti nelle linee guida predisposte
recentemente dalla Regione Marche (DGR 1287/97).
Con il presente lavoro si è voluto richiamare l'attenzione di
amministratori e tecnici sull'urgenza di una revisione degli indirizzi e delle
Norme Tecniche del PPAR relative al settore botanico-vegetazionale, o quanto
meno la loro precisa definizione. Troppe sono le interpretazioni soggettive,
di tecnici e funzionari, circa le interazioni fra PRG, PPAR e Normative vigenti
in materia forestale ed ambientale.
Da documenti e osservazioni, per esempio, emerge abbastanza chiaramente
l'intenzione di convogliare la gestione delle risorse agro-forestali, e
naturali in genere, negli strumenti urbanistici comunali. Ciò sarebbe,
al momento attuale, un gravissimo errore poichè, nonostante il maggiore
interfacciamento che si sta realizzando fra sistemi urbani, agrari e forestali,
il sovradimensionamento delle funzioni del PRG condurrebbe all'inefficienza
gestionale, anche per l'assenza quasi sistematica, nelle amministrazioni
comunali, di specifiche competenze in questi settori. Pianificazione,
normazione e gestione di territori delle risorse agro-forestali e
naturalistiche devono essere regolate da specifici strumenti che, seppure
revisionabili nella forma e nei contenuti, mantengano la loro valenza
sovra-comunale.
La gestione delle risorse botanico-vegetazionali e paesaggistiche non
può infatti limitarsi alla definizione di prescrizioni di tutela e
valorizzazione delle aree sensibili; essa si può attuare solo mantenendo
le popolazioni locali nelle aree collinari e montane, creando loro nuove
opportunità occupazionali, soprattutto nel settore primario.
Se è vero, infatti, che lo sviluppo tecnologico negli ultimi decenni ha
aumentato l'impatto ambientale delle attività del settore primario,
queste sono ancora in grado, se adeguatamente gestite, di produrre notevoli
benefici sia ai singoli imprenditori sia all'intera collettività. Si
pensi infatti alla conservazione dell'assetto idrogeologico in aree collinari e
montane, la manutenzione della viabilità minore, la cura del verde
territoriale, attività che le amministrazioni pubbliche raramente sono
in grado di garantire.
Tali condizioni sono determinanti nel contribuire alla costruzione di una
valenza ricreativa del paesaggio, oltre a quella tradizionale strettamente
estetica e storico-culturale, che si realizza soprattutto in presenza di
particolari scenari, segnati da siepi e boschi. Il paesaggio, alla stregua di
un bene disponibile in quantità limitate, assume pertanto il carattere
di risorsa e come tale acquista valore economico.
L'analisi botanico-vegetazionale prevista nell'adeguamento dei PRG al PPAR,
soprattutto in relazione agli elementi diffusi del paesaggio agrario, diventa
un'importante strumento cognitivo per localizzare gli ambiti di maggiore
potenzialità paesistico-ambientale e definire appropriati interventi di
recupero o valorizzazione.
Il lavoro si articola in 3 sezioni 7 capitoli: la prima sezione contiene due
capitoli, nel primo si fa cenno all'importanza di una pianificazione
eco-sostenibile del territorio con riferimento ad alcuni principi contenuti nel
PTCP, nel secondo viene tracciato un breve profilo storico del paesaggio
vegetale provinciale.
Nella seconda sezione il terzo capitolo introduce al concetto di valenza della
vegetazione quale indicatore ambientale ed alla necessità di una sua
adeguata rappresentazione cartografica; il quarto riassume le caratteristiche
del sottosistema botanico-vegetazionale del PPAR. Questi costituiscono
un'importante premessa al quinto capitolo che illustra dettagliatamente il
metodo di indagine e costituisce la parte fondamentale del lavoro.
Nella terza sezione il sesto ed il settimo capitolo affrontano due temi
fortemente connessi alla pianifcazione sostenibile del territorio: uno dedicato
ai dinamismi strutturali e funzionali della vegetazione in relazione ai
cambiamenti d'uso territoriale e la necessità di monitorarne gli
effetti, l'altro tratta la problematica del verde urbano, naturale
completamento di un percorso di riqualificazione territoriale, con la
presentazione di un metodo specifico di indagine.
1 PIANIFICAZIONE ECOLOGICA DEL TERRITORIO E P.T.C.P.
La pianficazione e la gestione del territorio non possono essere
attività elettive di pochi, ma devono costituire l'espressione di un
processo sinergico in cui si integrano le specifiche competenze ed esperienze
delle diverse professionalità che operano sul territorio e le reali
esigenze delle popolazioni che in esso vivono e producono. Le conseguenze di
interventi caotici, incoerenti e troppo spesso improvvisati, trovano
testimonianza diffusa nel nostro paese. L'assenza di un disegno pianificatorio
eco-sostenibile non ha consentito di saldare presente e passato ed anzi ha
spesso favorito il prevalere di spinte consumistiche.
La pianificazione ecologica secondo STEINER (1995) può considerarsi come
"l'uso delle informazioni biofisiche e socioculturali per evidenziare le
opportunità ed i limiti da considerare nell'assunzione di decisioni
sull'uso del territorio". McHARG (1981) sosteneva che "la pianificazione
ecologica è in grado di definire le migliori aree per un potenziale uso
del territorio, al punto di convergenza di tutti o di gran parte dei fattori
giudicati propizi e in assenza di tutte o di gran parte delle condizioni
più pregiudizievoli per quel dato uso".
Nella presentazione del Documento di indirizzi per la pianificazione
urbanistica nell'ambito Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale sono
contenuti alcuni importanti principi che fanno ben sperare al decollo della
pianificazione eco-sostenibile anche nel nostro territorio. Il paesaggio
è l'interfaccia fra processi ambientali e processi sociali, pertanto la
pianificazione del paesaggio deve considerare equivalenti i pesi delle due
componenti.
Nel documento con l'annuncio di una "vera e propria rivoluzione copernicana"
in questo settore, si fa più volte riferimento alla
priorità del sistema ambientale, cui si devono adattare il
sistema insediativo e quello dei servizi. Gli strumenti urbanistici sono stati
ridefiniti strumenti per disciplinare l'uso del suolo e delle sue risorse,
ispirandosi ai principi ecologici contenuti nella più recente
produzione legislativa ed all'ecosostenibilità dello sviluppo.
L'equilibrio ecologico e la capacità portante dei
sistemi sono indicati come sistemi di calibrazione e controllo degli
interventi.
Infine viene proposto di inserire nella progettazione urbanistica norme,
regole e criteri di carattere ambientale per rendere funzionale il rapporto fra
risorse naturali e architettura.
Sono dichiarazioni estremamente significative delle quali i professionisti del
settore ambientale devono prendere atto. Esse vanno intese come un
riconoscimento, tardivo, ma completo di una attività
scientifico-culturale che da anni è stata sostenuta da parte di alcune
categorie professionali. Ciò può significare anche il preludio
ad una effettiva dinamica multidisciplinare nella pianificazione territoriale,
che in passato ha visto prevalere alcune professionalità a scapito di
altre. Non a caso il raggiungimento degli obiettivi a carattere ecologico
(equilibri, valutazioni di capacità portante degli ecosistemi, ecc.)
presume l'intervento di specifiche competenze non inquadrabili in quelle
dell'urbanista.
Sempre di più le risorse naturali risultano interconnesse ad altri
sistemi territoriali, come quelli agrari e periurbani; il territorio è
diventato più "fluido" e si afferma la plurifunzionalità degli
spazi e pertanto anche le soluzioni programmatiche e operative devono essere
configurate interdisciplinarmente. Per esempio sistemi agrari e forestali, pure
mantenendo spesso una vocazione produttiva hanno integrato in questi ultimi
anni una funzione culturale e ricreativa, che interessa trasversalmente i
diversi strati sociali, che non può essere ignorata. Pertanto è
opportuno definire indirizzi programmatici e interventi gestionali che ne
garantiscano globalmente un corretto utilizzo.
Il territorio della provincia di Pesaro e Urbino è caratterizzato da due
scenari paesaggistici: costiero-collinare e altocollinare-montano, ambedue
fortemente, ma diversamente antropizzati da attività più che
millenarie.
Il primo è penalizzato da una urbanizzazione disordinata, dalla
eccessiva presenza di infrastrutture industriali, e dalla prevalenza di
tipologie colturali estensive. Mancano poi sistemi vegetazionali di
transizione, collegamento e "camouflage" fra l'urbanizzato ed il rurale e spazi
verdi urbani e periurbani nei centri collinari.
Il secondo, più ricco in risorse botanico-vegetazionali e caratterizzato
da un'elevata quota di superfici in abbandono colturale, ha però subito
il pesante impatto di una esasperata politica di sviluppo del sistema stradale
indotta da una sindrome dell'isolamento non sempre giustificabile. Molti
interventi realizzati nel corso dei decenni sono risultati inadeguati e a volte
devastanti per gli effetti diretti e indiretti riscontrati.
Vi è quindi l'esigenza di non lasciare in eredità alle
generazioni future processi involutivi che rischierebbero di rendere
difficilmente reversibile il processo di degrado delle risorse
paesistico-ambientali del nostro territorio.
Ci sembra quindi opportuno indicare alcuni principi generali da considerare
nella formulazione di nuovi indirizzi pianificatori:
* un nuovo concetto di tutela, intesa non come vincolo alla
trasformazione e quindi un peso (economico e sociale), ma come garanzia di
riproduzione e diversificazione delle risorse disponibili;
* una dimensione dinamica degli ambiti di attuazione degli interventi
in relazione ai flussi delle popolazioni (spostamenti per lavoro, studio,
turismo, tempo libero);
* l'attribuzione di un valore economico al
paesaggio2
* l'interazione (informazione e discussione) con le popolazioni locali
per meglio capire le esigenze specifiche delle diverse realtà
territoriali.
* l'utilizzo razionale degli spazi secondo le reali vocazioni;
* il ruolo privilegiato delle attività del settore primario a
garanzia di un'effettiva salvaguardia ambientale, intesa come miglioramento
della qualità della vita.
2 EVOLUZIONE DEL PAESAGGIO VEGETAZIO-NALE PESARESE
La provincia di Pesaro e Urbino ha una superficie territoriale di circa 290.000
ha, dei quali circa 228.000 sono collinari e circa 62.000 montani. Della
superficie collinare 160.000 ha sono ubicati nella fascia interna e 68.000
nella fascia litoranea (RINALDI, 1986). Una superficie di 235.000 pari al 81%
di quella territoriale è occupata da aziende agro-silvo-pastorali,
più o meno attive.
L'area collinare
L'elemento caratterizzante la condizione di degrado del paesaggio vegetazionale
della collina è l'assenza del bosco, che costituisce infatti solo il 14%
della superficie collinare. Se poi si considera la sola collina litoranea,
sommando le superfici boscate dei comuni non compresi nelle Comunità
montane, si scopre una drammatica realtà di poco più di 1000 ha
corrispondente a circa 1.5%, in cui rientrano rimboschimenti di conifere,
pioppeti e solo in minima parte relitti boscati o boscaglie.
Pare invece che all'inizio del XV secolo, superata la crisi
economico-demografica del Trecento, il bosco nelle aree collinari fosse ancora
una componente territoriale prevalente, potendo offrire legname (da opera e
combustibile), frutti selvatici, selvaggina ed aree per il pascolo del
bestiame. Il bosco collinare occupava presumibilmente più del 50% del
territorio, mentre agricoltura e pascolo il 45% (i seminativi cerealicoli
superavano da soli il 25%). Le condizioni dei boschi nel secoli successivi al
XV non dovevano però essere eccezionali considerando la prevalente forma
di governo a ceduo e soprattutto il diffuso pascolamento che in essi avveniva
per i maggiori redditi che tale attività garantiva. Il successivo
incremento demografico e la politica cerealicola del Ducato di Urbino crearono
una maggiore spinta al disboscamento in tutto il territorio. Il paesaggio
assunse così caratteri sempre più marcatamente agrari.
Nel periodo di transizione fra il XVIII ed il XIX secolo si verificarono le
ultime significative utilizzazioni boschive del territorio collinare, in
seguito alla vendita all'asta dei beni comunali e dei beni ecclesiastici.
BELLENGHI nel suo libro "Sui boschi delle Marche e dell'Umbria" (1831) descrive
i rischi del disboscamento intensivo a favore della cerealicoltura e a nulla
valsero i reiterati scontri che alcuni botanici perpetuarono con i politici
dell'epoca. Nel 1847, anno della stesura definitiva del Catasto Gregoriano, il
territorio provinciale aveva una prevalente destinazione agricola (con l'uso
delle alberate di acero e olmo campestre nei seminativi) ed una ridottissima
destinazione silvo-pastorale. L'inchiesta sull'agricoltura, eseguita da Jacini
nel 1877, evidenziò che la situazione non era migliorata dopo
l'unità d'Italia. Infatti risultarono aumentate le superfici a
seminativo nudo e arborato e diminuite ulteriormente quelle a bosco e a pascolo
(MINISTERO AGRICOLTURA E FORESTE, 1976).
Fino alla metà di questo secolo, la tipologia colturale a basso impatto
ambientale e la struttura parcellizzata delle proprietà rurali hanno
consentito all'agricoltura di svolgere, in parte, una funzione di controllo
ambientale. Dal secondo dopoguerra, i grandi cambiamenti di politica agraria,
il conseguente abbandono delle zone rurali marginali, il rapido sviluppo
industriale contribuirono a stravolgere definitivamente la struttura dei
sistemi rurali della collina.
La fisionomia del paesaggio agrario venne modificata sensibilmente dalla
meccanizzazione e da una serie di significative modificazioni nelle tecniche
colturali; la funzionalità è stata poi alterata dal prepotente
ingresso della chimica che ha spesso accelerato i processi di degrado
ambientale, particolarmente percepibili nella progressiva instabilità
dei suoli. L'eliminazione di specie ad elevato apporto organico (leguminose),
l'introduzione di specie "voraci" (graminacee), l'abbattimento delle alberature
campestri, le lavorazioni profonde in terreni in forte pendenza, la rottura dei
drenaggi, l'assenza di gestione delle acque superficiali intensificarono,
infatti, i processi regressivi responsabili della formazione di
calanchi3 .
La vegetazione forestale potenziale della zona collinare è quella del
piano basale, orizzonte delle latifoglie eliofile un tempo diffuse in tutta la
fascia costiero-collinare. I querceti erano le formazioni più tipiche
suddivisibili in tre tipi principali (BRILLI-CATTARINI, 1977):
* querceti igrofili, con farnia (Quercus robur), frassino
ossifillo (Fraxinus oxycarpa), carpino bianco (Carpinus betulus),
salici (Salix spp.), pioppi (Populus spp.) e ontani (Alnus
spp.), localizzati in zone planiziali, fondovalli primari e loro diramazioni
secondarie, impluvi, in terreni profondi, sciolti e con falda superficiale;
* querceti mesofili, con roverella (Quercus pubescens),
cerro (Quercus cerris), carpino bianco e carpino nero (Ostrya
carpinifolia), in zone collinari ad esposizioni prevalenti nord, nord-est
in terreni anche argillosi;
* querceti xerofili, con roverella e/o rovere meridionale
(Quercus dalechampii) con carpino nero, acero campestre (Acer
campestre) e orniello (Fraxinus ornus), in zone collinari esposte
prevalentemente a sud, sud-ovest in terreni xerici di natura
marnoso-calcarea.
L'assetto attuale della vegetazione risulta fortemente modificato nei suoi
caratteri compositivi, fisionomici e funzionali. I querceti igrofili, per
esempio, appartengono ormai irrimediabilmente al passato (l'ultimo lembo in
provincia di Pesaro e Urbino è stato distrutto alla fine del secolo
scorso). Le formazioni ripariali sono oggi fortemente degradate a causa delle
grandi modificazioni nelle tecniche colturali e dell'abuso del calcestruzzo.
Invece "nel primo dopoguerra i fiumi della provincia scorrevano in tunnel di
verde. Vi erano difese vive di sponda, utilizzate con turni regolari e
rinnovate, riducendo gli effetti delle morbide" (RINALDI, 1986).
L'eliminazione indiscriminata della vegetazione di sponda, il prelievo degli
inerti, l'alterazione dei profili longitudinali, e l'impiego di tecniche
meramente ingegneristiche nelle sistemazioni di alvei ed argini, hanno
determinato la quasi completa canalizzazione, e conseguente "banalizzazione"
del sistema fluviale collinare.
Le rarissime formazioni residue sono vere e proprie "isole di rifugio", alcune
delle quali tutelate dalla legge regionale come Aree Floristiche Protette.
Esse sono localizzate lungo brevissimi tratti di corsi d'acqua (foce del
Metauro, Badia del Foglia), su pendii ripidi al riparo dai mezzi meccanici o in
parchi di ville o altri edifici monumentali (Bosco di San Nicola, Villa
Severini, Beato Sante, Villa Imperiale, ecc.).
Questi ultimi ospitano a volte anche interessanti formazioni, prevalentemente
antropogene, con fisionomia simile a quella di boschi d'alto fusto, e presenza
di individui anche secolari di pino domestico (Pinus pinea), pino
d'Aleppo (Pinus halepensis) o pino marittimo (Pinus pinaster).
Ad essi si associano leccio (Quercus ilex), cipresso comune
(Cupressus sempervirens), tasso (Taxus baccata) cedro
dell'Atlante (Cedrus atlantica), cedro dell'Himalaya (Cedrus
deodara), magnolia (Magnolia sp.) alaterno (Rhamnus
alaternus), alloro (Laurus nobilis), laurotino (Viburnum
tinus), bosso (Buxus sempervirens) (Urbinati, 1991).
Il paesaggio collinare è prevalentemente agrario dominato da una
tipologia colturale a seminativi, spesso arricchita da formazioni lineari
costituite da alberature, siepi ed alberi isolati, con struttura e composizione
variabili secondo la funzione svolta (frangivento, confine poderale, arredo
stradale, consolidamento di piccoli pendii o scarpatelle, ecc.). Queste
strutture, seguendo gli elementi fisiografici o infrastrutturali, creano, a
tratti, interessanti sistemi reticolari che fungono da vettori biologici e da
catalizzatori della valenza paesaggistica.
La recente crisi dell'agricoltura ed alcune azioni di politica
agraria4 hanno avviato parziali trasformazioni del paesaggio
rurale, anche nella fascia litoranea. L'abbandono colturale ha generato
processi di ricolonizzazione naturale da parte della vegetazione erbacea.
Poiché i processi di successione ecologica5 che
conducono alla ricostituzione naturale del bosco sono estremamente lunghi
(anche secolari), queste aree diventano ambiti ideali per effettuare
rimboschimenti polifunzionali (produttivi, ricreativi, ecc.). Benché
tali formazioni si configurino spesso come elementi temporanei del quadro
paesaggistico, possono comunque svolgere, in aggiunta a quella economica, una
discreta funzione ecologica ed estetica.
I pochi rimboschimenti fatti in passato in area collinare raramente hanno dato
risultati soddisfacenti in termini di produzione, per l'impiego di specie
arboree inadeguate a tale scopo (pino nero, cipressi, abete greco, cedri). La
tendenza attuale è di utilizzare maggiormente latifoglie (noce,
ciliegio, aceri, frassini) in formazioni miste, ormai ampiamente sperimentate
nell'arboricoltura da legno.
Questi popolamenti, a prevalente funzione produttiva, pure senza risolvere
adeguatamente il problema della rinaturalizzazione dell'ambiente collinare,
contribuiscono all'aumento di funzionalità nella difesa idrogeologica e
di valenza paesaggistica. La disponibilità nei vivai di tali specie e
la competenza dei tecnici del settore saranno fondamentali nelle fasi di
progettazione, impianto e gestione di tali formazioni.
L'area montana
Il bosco è una componente ecologica fondamentale degli ambienti di
montagna. Sebbene la superficie forestale costituisca ancora una discreta
percentuale del territorio montano provinciale (circa il 50%), gli effetti
della millenaria pressione antropica, particolarmente pesanti rispetto a molte
zone alpine, a causa della facile accessibilità della montagna
appenninica, hanno generato, nelle cenosi forestali, assetti spesso precari sia
in termini di naturalità sia di stabilità ambientale.
Uno studio sulla storia forestale del gruppo del Monte Catria evidenzia come
dall'alto medioevo ad oggi, dai Signori della montagna di origine franca e
longobarda alle Comunanze e Università Agrarie, fra enfiteusi
collettiva6 e proprietà diretta, la pressione antropica
sia stata esercitata senza soluzione di continuità (SALBITANO, 1989).
Non è errato considerare, però, che le vicende storiche che
maggiormente hanno determinato la trasformazione del paesaggio forestale
appenninico, siano state quelle degli ultimi 500 anni, caratterizzate da
frequenti variazioni dell'assetto delle proprietà territoriali.
Di tale trasformazione si possono distinguere due aspetti primari: uno relativo
a quantità e distribuzione della superficie forestale ed uno relativo
alla qualità delle cenosi boscate.
Il disboscamento in montagna, diversamente dalla collina, è legato alla
reperibilità di terreni per il pascolo, attività prevalente in
termini di reddito, per queste zone. L'utilizzo estensivo, con taglio e
abbruciamento, anche dei boschi sommitali, avvenuto presumibilmente nell'alto
medioevo, è spiegabile con la necessità di reperire terreni
idonei al pascolo, che nelle zone a minore altitudine era reso difficoltoso
dalla presenza di coltivi e dalle condizioni climatiche troppo xeriche che non
consentivano adeguate rese di foraggio. Il clima estivo più umido e
fresco delle cime appenniniche costituiva invece una garanzia per le
necessità alimentari del bestiame.
La superficie forestale si abbassò progressivamente nel corso dei
secoli; nell'800 tutti gli "antichi municipi" dell'Italia centrale furono
ridisegnati causandone un ulteriore riduzione (ANSELMI, 1989). All'inizio del
`900 la copertura forestale raggiunse i minimi storici e la conseguente
disastrosa situazione idrogeologica, diffusa in gran parte del territorio
nazionale indurrà Serpieri, economista e politico agrario, a predisporre
una delle leggi più significative mai promulgate nel settore
agro-forestale, (R.D.L. 3267/1923 Riordinamento e riforma della legislazione in
materia di boschi e terreni montani) nota per avere istituito il vincolo
idrogeologico ed ancora largamente applicata, a dimostrazione della sua elevata
valenza ambientale.
La presenza di forme di proprietà collettiva, in alcuni territori, come
per esempio quella citata del Monte Catria, ha consentito la conservazione di
ampi comprensori boscati. In tempi più recenti un analogo effetto lo ha
avuto l'istituzione del vincolo militare (1956) in una delle più belle
ed importanti cerrete dell'Italia centrale sottraendola ad interventi di
frammentazione e distruzione. Questa si estende per circa 2400 ettari
(prevalentemente in territorio pesarese) ora inseriti nel costituendo parco
naturale del Sasso Simone e Sasso Simoncello, compreso fra le province di
Pesaro e Urbino ed Arezzo nei Comuni di Carpegna, Pian di Meleto, Pennabilli e
Sestino.
La fortissima antropizzazione delle foreste, avvenuta senza soluzione di
continuità negli ultimi sette secoli, ha inevitabilmente generato un
notevole degrado nella struttura e nella funzionalità dei suoli e dei
soprassuoli forestali.
In montagna ancor più che in collina, la foresta costituiva la risorsa
economica principale, in un ambito territoriale che non offriva fonti
alternative di reddito. Per secoli l'uomo vi ha attinto materie prime per la
sua sussistenza e per le sue attività lavorative (legname, prodotti del
bosco non legnosi, pascolo, selvaggina). Molto diffuso era l'utilizzo dei
ranchi boschivi, cioè piccole superfici boscate, assegnate per
usi civici ai singoli cittadini e destinate, nell'ambito del ciclo stabilito
(generalmente 9 anni) alla fornitura di vari assortimenti legnosi (fascine,
paleria, legna da ardere) ed al pascolo, differenziato (bovini, suini, ovini)
secondo i ritmi di accrescimento del bosco.
Le fustaie vennero progressivamente trasformate in cedui, caratterizzati da
particolari forme di trattamento finalizzate agli usi specifici
(scapezzatura, ceduazione alta, mozziconatura,
frasca). Il loro assetto originario, anche a causa del pesante
pascolamento esercitato, venne modificato profondamente. Ne fornisce un
esempio il Cardinale di Urbino, abate commendatario del monastero dei Monaci di
Fonte Avellana, che nel 1570, quando i loro beni vennero ceduti al Collegio
Germanico Ungarico di Roma, manifestò la sua disapprovazione per come
"quei monaci degenerati, con improvvidi affitti, avessero contribuito alla
devastazione dei boschi del Catria, sua passione e suo vanto" (SALBITANO,
l.c.).
Il bosco appenninico paga ancora oggi i danni subiti in passato, ma non sarebbe
corretto attribuire solo alla storia ed alle necessità dei nostri avi il
degrado che caratterizza gran parte dei soprassuoli forestali del territorio
provinciale. Responsabilità vanno ricercate anche nell'assenza di
specifiche strategie programmatiche, a livello politico e tecnico.
Nelle Marche, il problema della gestione forestale non è mai stato
affrontato in modo globale e conforme alle trasformazioni socioeconomiche della
comunità, all'evoluzione giuridica in materia forestale e delle tecniche
selvicolturali. Ciò non ha consentito che il patrimonio forestale
regionale acquisisse quella valenza, ecologica ed economica, che potrebbe
meritarsi, con vantaggi per l'intera comunità. Tale condizione, come
in un meccanismo di retroazione, è alimentata da un sistema culturale e
di tradizioni che da sempre ha considerato il bosco poco più che una
coltura agraria, portatrice di redditi e benefici immediati o a brevissimo
termine. L'incapacità di assegnare al sistema forestale un più
ampio orizzonte, ha pertanto impedito anche la costituzione di strutture e
organismi specifici per l'implementazione di un'efficace politica gestionale e
di sviluppo di questa fondamentale risorsa.
3 LA VEGETAZIONE E LA SUA RAPPRESENTAZIONE COME INDICATORE AMBIENTALE
La copertura vegetale di un territorio può essere descritta secondo
diverse modalità in funzione della fisionomia, della composizione
floristica e della funzionalità ecologica.
Il termine paesaggio vegetale si riferisce alla fisionomia, all'aspetto
esteriore della copertura, differenziabile in formazioni boscate, arbustive ed
erbacee. La vegetazione è un sistema biologico costituito
dall'insieme di individui biotici autotrofi interagenti con il biospazio
(epigeo ed ipogeo) che essi occupano. E' un sistema dinamico e resiliente,
capace quindi di adattamenti strutturali e funzionali in relazione alle diverse
condizioni ambientali. Nella descrizione vegetazionale di un'area le diverse
formazioni sono distinte secondo i loro caratteri ecologici, come ad esempio,
boschi di latifoglie decidue, di latifoglie persistenti, di aghifoglie; prati
umidi, prati aridi, ecc..
La flora è invece l'insieme delle entità vegetali (specie,
sottospecie, ecc.) che vivono in un'area geograficamente ed ecologicamente ben
definita. Si può parlare quindi di flora d'Italia, flora delle Marche,
flora del Monte Catria, ecc., cioè dell'insieme di specie vegetali
presenti nell'area in esame.
Flora, vegetazione e conseguentemente il paesaggio vegetale sono sistemi che
mutano nel tempo e nello spazio, in relazione al divenire dei fattori
ambientali, sia naturali sia antropogeni. L'azione irrispettosa dell'uomo
può, in qualsiasi momento, interrompere processi evolutivi molto
complessi, distruggendo il risultato anche di millennarie trasformazioni e
adattamenti delle piante all'ambiente naturale.
Il dinamismo vegetazionale si esplica:
* in termini quantitativi, intendendo la capacità degli
organismi vegetali di conquistare gli ambienti più diversi;
* in termini qualitativi, intendendo la loro capacità di
modificare, negli spazi occupati, la propria struttura e funzionalità, e
di evolversi verso forme sempre più in sintonia con l'ambiente.
La vegetazione può inoltre essere considerata nel suo assetto
attuale od in quello potenziale:
* vegetazione attuale, è l'insieme delle formazioni realmente
esistenti in un determinato territorio, come risultato di un'antropizzazione
più o meno intensa. Ha un valore informativo e storico in quanto
fornisce l'immagine di un preciso momento.
* vegetazione potenziale, è una copertura vegetale che si
costituirebbe nel medesimo territorio, in condizioni di assoluta
naturalità, senza interventi antropici né rilevanti modificazioni
di tipo climatico.
La differenza fra attuale e potenziale, può consentire la stima del
livello di degrado raggiunto dalla vegetazione di un territorio. Il
riferimento alla vegetazione potenziale è quindi utile per programmare,
dove possibile, gli interventi necessari per ripristinare condizioni di
naturalità e per ottimizzare la funzionalità degli ecosistemi
vegetali.
Le formazioni vegetali hanno una efficienza ecologica variabile nel tempo,
secondo la loro tipologia e le condizioni vegetative. Le normali dinamiche
ecologico-funzionali che caratterizzano le formazioni vegetali spesso
determinano condizioni favorevoli all'uomo ed alle sue attività. In
estrema sintesi si possono ricordare:
* produzione di ossigeno e di biomassa
* immobilizazione di anidride carbonica
* mitigazioni microclimatiche
* interazioni con organismi viventi (creazione di nicchie ecologiche)
* difesa idrogeologica.
* produzione di beni economici
* produzione di servizi diversi (ricreativi, estetici, socio-culturali)
La diversità tipologica della copertura vegetazionale assume quindi un
elevato significato informativo nel processo conoscitivo di una qualsiasi
realtà territoriale, e si propone quale efficace strumento di
valutazione della sensitività ambientale ed indicatore di eventuali
perturbazioni determinate dal pregresso uso del suolo.
Sorge quindi il problema della scelta di un criterio di rappresentazione che
deve essere adeguato alle caratteristiche territoriali ed agli obiettivi
dell'indagine in corso.
3.1 LA RAPPRESENTAZIONE CARTOGRAFICA DELLA VEGETAZIONE
La rappresentazione sintetica più efficace di uno studio della copertura
vegetale di un territorio è una carta della vegetazione.
In termini generali, la validità di un sistema descrittivo dipende
soprattutto dai parametri che vengono impiegati, per cui quanto più
questi interessano fattori intrinseci ai popolamenti vegetali
(sociabilità, abbondanza, frequenza delle diverse specie), tanto
migliore risulterà l'informazione ecologica che possono fornire
(FERRARI, 1989). Tale sistema fa riferimento alle discipline geobotaniche e si
fonda sull'uso di metodi fitosociologici (es. Braun Blanquet) che
prevedono appunto l'effettuazione di rilievi in cui, a partire dalla
definizione delle specie e dalla determinazione dei parametri sopra citati,
attraverso procedimenti di classificazione, anche computerizzabili, si giunge
alla formazione di unità vegetazionali corrispondenti a fitocenosi
simili per composizione floristica e per caratteri. Si procede poi ad
operazioni di ordinamento, cioè alla localizzazione dei tipi
vegetazionali nell'ambito di un sistema gerarchico (associazioni, alleanze,
ordini, classi).
A partire dalla metodologia fitosociologica, con l'intento di consentirne
l'applicazione alle procedure pianificatorie, alcuni autori hanno proposto
l'uso della "Sinfitosociologia" o fitosociologia del paesaggio (GEHU, 1980).
Tale metodo introduce alcuni criteri innovativi che sono:
* il riferimento ad un contesto territoriale che si riduce ad unità
spaziali omogenee, per la stessa potenzialità vegetazionale, oppure per
caratteri geomorfologici o paesaggistici;
* la definizione di nuove unità vegetazionali non più
riferibili all'associazione, bensì ad un complesso di associazioni
(geo-syntaxa).
Tale applicazione risulta interessante perché consente di utilizzare le
metodologie fitosociologiche (solitamente impiegate in studi territoriali fino
a scala 1:10.000) anche in analisi paesaggistiche a scala inferiore (1:50.000
ed 1:100.000).
Un altro sistema di rappresentazione può essere di tipo
fisionomico-strutturale ed utilizzare fattori relativi alla morfologia,
struttura spaziale e/o dominanza specifica delle fitocenosi (REGIONE EMILIA
ROMAGNA, C.N.R., 1981). In questo caso, una volta individuate le
comunità vegetali, si tratta di inserirle in categorie vegetazionali
molto ampie (praterie, arbusteti, boschi radi, boschi densi, ecc.) e, con
rilievi sommari, definirne le componenti floristiche principali (es. querceti
di roverella, arbusteti a ginestra e biancospino, praterie a falasco, ecc.).
In considerazione di quanto sopra ricordato due possono considerarsi i tipi
principali di carta vegetazionale che vengono solitamente prodotti e che
riflettono le metodologie precedentemente segnalate:
* carte fitosociologiche, in un range di scala fra 1:50.000 e
1:1.000.
* carte fisionomico-strutturali, realizzate solitamente a scala fra
1:200.000 e 1:10.000;
Vi sono poi carte della vegetazione di dettaglio che possono contenere
informazioni derivanti dai rilievi fitosociologici e/o da censimenti specifici
con mappatura dei singoli individui arborei (scala 1:4.000 - 1:400). Queste
sono utilizzate ad esempio nell'analisi di settore per la valutazione di
impatto ambientale, progetti di recupero o di valorizzazione ambientale,
ecc.
Tali carte in generale costituiscono la rappresentazione estensiva od intensiva
della vegetazione, dalle quali per induzione o per mezzo di rilievi
supplementari è possibile ottenere anche carte derivate che illustrano
caratteri funzionali delle formazioni esistenti.
Fra queste si ricordano:
* carte dell'antropizzazione o della naturalità, cioè
una stima dell'influsso antropico sull'assetto globale della vegetazione;
* carte della potenzialità, a lungo termine e a breve
termine, che possono illustrare il possibile dinamismo della vegetazione in
assenza di gravi fattori di perturbazione;
* carte della produttività, ottenibili con opportuni
campionamenti sulla consistenza delle cenosi di interesse economico (boschi,
pascoli, prato-pascoli, prati falciati);
* carte degli habitat faunistici, un sorta di carta della
distribuzione potenziale delle comunità animali presenti in un
determinato territorio.
* carte della vegetazione storica, ovvero ricostruzioni di assetti
pregressi sulla base di materiale bibliografico, cartografico ed
iconografico.
Le trasformazioni dei dati di base prevedono ovviamente una buona conoscenza
dei sistemi vegetazionali e dei significati ecologici delle singole specie od
associazioni. Vi sono infatti parametri di natura biologica, relativi sia alle
unità di vegetazione sia all'intera fitocenosi, che devono essere
considerati per giungere alla codificazione di un range qualitativo all'interno
del quale inserire le varie categorie vegetazionali.
In considerazione della scala richiesta per gli elaborati di settore dei PRG
(almeno 1:10.000) le carte fitosociologiche, qualitativamente più fini
delle altre, costituirebbero sicuramente un'importante strumento di analisi
territoriale, ma forse anche un lusso che molte amministrazioni non potrebbero
permettersi. E' noto che i costi ed i tempi di realizzazione possano
renderne la stesura poco proponibile, anche in considerazione della ridotta
disponibilità finanziaria destinata ad analisi botanico-vegetazionali.
E' quindi impensabile che i 67 comuni della Provincia di Pesaro, o addirittura
gli oltre 200 delle Marche si dotino, in tempi brevi, di questa documentazione.
In questo lavoro viene proposto l'uso di carte fisionomico-strutturali della
vegetazione che meglio si adattano alle esigenze dei PRG e la cui
realizzazione si basa comunque, in modo sostanziale, anche su indagini di
campo. Tale sistema di rappresentazione, benché produca informazioni
meno dettagliate in termini strettamente botanici, è da considerare
più pratico nel contesto urbanistico-territoriale soprattutto se si
considera che gli interventi più significativi avvengono a carico degli
elementi diffusi del paesaggio agrario dove più problematica appare la
definizione delle associazioni floristiche.
Tale scelta costituisce comunque la soglia minima ammissibile, non precludendo
pertanto l'impiego di metodologie fitosociologiche.
Secondo le disposizioni della L.R. n.34/1992 fra gli elaborati del PRG è
prevista (art. 16, punto 2c):
"...una cartografia tecnica almeno in scala 1: 10.000 indicante le attitudini
delle unità del terreno in relazione al patrimonio
botanico-vegetazionale, all'assetto geologico, geomorfologico ed idrogeologico,
nonché ai processi geodinamici in atto, distinta in: carta
botanico-vegetazionale; carta geologica; carta geomorfologica, carta
idrogeologica".
Nella DGR 1287/97 vengono invece proposti come elaborati; una carta della
copertura vegetale (caratterizzata dalle individuazione delle categorie
costitutive del patrimonio botanico-vegetazionale) ed una carta degli
elementi diffusi del paesaggio agrario, ambedue in scala non inferiore a
1:10.000.
4 LE RISORSE BOTANICO-VEGETAZIONALI NEL P.P.A.R. MARCHE
Il PPAR considera il patrimonio botanico-vegetazionale regionale
elemento costitutivo fondamentale del paesaggio delle Marche, non solo in
termini strutturali ma anche e soprattutto in termini
ecologico-ambientali.
Questo è solo uno dei caratteri innovativi della L. 431/1985 (Legge
"Galasso") rispetto alla legge sulle Bellezze Naturali 1497/1939, e che induce
alla tutela, alla valorizzazione e ad un uso ecocompatibile del patrimonio
ambientale.
Il PPAR considera la risorsa botanico-vegetazionale composta da sistemi
estensivi, spesso di origine naturale, ma fortemente degradati e da elementi
diffusi tipici del paesaggio agrario, prevalentemente antropogeni. Esso
individua le seguenti componenti del paesaggio vegetale della
regione7 :
* specie floristiche
* associazioni vegetali
* foreste e aree pascolive
* alberi monumentali
* ambienti di interesse biologico-naturalistico
* elementi e zone del paesaggio agrario.
Il PPAR, nelle tavole 4 e 5, localizza le aree di maggiore rilevanza
vegetazionale, per le quali vengono anche forniti, nelle N.T.A., orientamenti e
disposizioni per la tutela. Queste sono tavole interattive che contengono
informazioni di sintesi ed esprimono una valenza dei sistemi vegetazionali
regionali, ma il percorso logico che ha condotto alla loro realizzazione non
è del tutto lineare.
Va infatti considerata dapprima la Tav.5, (Valutazione qualitativa
del sottosistema botanico-vegetazionale) dalla quale si passa alla
Tav.4 (Sottosistemi tematici ed elementi costitutivi del sottosistema
botanico-vegetazionale).
Nella Tav.5, derivata dalla Carta Integrata della Vegetazione delle
Marche (Regione Marche, non pubblicata), sono definite le aree, suddivise su
base tipologica e dimensionale, che ospitano ancora una vegetazione naturale.
Sono stati individuati due livelli qualitativi, in funzione dei seguenti
parametri:
* biodiversità
* estensione e stato di conservazione
* rappresentatività a livello regionale e nazionale
* valenza e funzionalità, non solo ecologica
* rarità
* normative esistenti.
Il primo livello annovera:
- aree di altissimo valore vegetazionale, che comprendono:
* complessi oroidrografici con boschi e pascoli interclusi (19 aree, di
cui 6 nella provincia di PS, delimitate in base al limite inferiore del
bosco);
* complessi costieri [2 aree (1 nella provincia)];
* aree di interesse floristico e vegetazionale di piccole dimensioni [29
aree (9) che possono coincidere con alcune delle aree floristiche protette con
la 52/74 e/o ricadere in ambiti già individuati nei tipi precedenti];
* ambienti umidi [8 aree (1) con presenza temporanea o permanente di
acqua];
* ambienti delle gole calcaree [11 aree (3)].
Al secondo livello appartengono invece:
- aree di alto valore vegetazionale, che comprendono:
* boschi e pascoli esclusi dalle categorie precedenti per ridotta
estensione o rappresentatività (lembi boscati della zona collinare ed
alto-collinare);
* vegetazione ripariale dei corsi d'acqua8 .
Nella Tav. 4 sono riportate le aree territoriali qualitativamente differenziate
in funzione della presenza di:
* specie vegetali endemiche, rare od in via di estinzione
* associazioni vegetali relitte o ridotte
* ambienti con ecosistemi integri e serie vegetazionali complete
* ambienti poco comuni o rari (torbiere, paludi, gole calcaree, piani
carsici, ecc.).
Tali aree costituiscono le aree di interesse botanico-vegetazionale,
suddivise in tre categorie:
- Aree BA, di eccezionale interesse, che posseggono tutti o gran
parte dei caratteri sopra elencati; sono le emergenze botanico-vegetazionali
propriamente dette (86 nella regione e 28 nella
provincia9 ) riportate nella tavola 4, nell'Elenco Beni
naturali del Piano e in una specifica pubblicazione (REGIONE MARCHE, 1992);
- Aree BB, di grande interesse, caratterizzate almeno da uno dei
caratteri suddetti, coincidono con le aree di altissimo valore
vegetazionale nella tav.5 e sono oggetto di una specifica pubblicazione
(REGIONE MARCHE, 1996). Sono caratterizzate dalla presenza di associazioni
vegetali di grande interesse, interessano ambiti territoriali piuttosto vasti e
quindi sono maggiormente condizionati da fenomeni di antropizzazione. Sono 27
aree nella Regione e 7 nella provincia di Pesaro e
Urbino10
- Aree BC, di notevole interesse: comprendono boschi in genere e
vegetazione ripariale e coincidono con le aree ad alto valore
vegetazionale della tav.5. Si tratta prevalentemente di aree boscate, non
molto estese, a distribuzione frammentata e ad elevata antropizzazione (si
trovano quasi esclusivamente nel piano collinare), ma con associazioni vegetali
di interesse botanico (REGIONE MARCHE, 1996). Nella provincia di Pesaro e
Urbino sono concentrate nell'Alta Valle del Marecchia a nord di Pennabilli;
area fra Urbino e Sassocorvaro, area fra Macerata Feltria e Monte Cerignone; il
gruppo delle Cesane, l'Alta Valle del Metauro, il gruppo del Monte Acuto,
l'area fra Pergola e Acqualagna.
Le due pubblicazioni sulle emergenze botanico-vegetazionali regionali, con
allegate cartografie, (REGIONE MARCHE, 1992 e 1996) vanno a precisare e ad
integrare le informazioni delle Tavv. 4 e 5 del PPAR. Ciò soddisfa
quanto riportato dagli art. 14 e 64 (punto h) delle NTA, che prevedevano una
riperimetrazione delle emergenze botanico-vegetazionali, sulla base di ricerche
più approfondite e una restituzione cartografica di maggiore dettaglio
(Carta Topografica Derivata 1:10.000). Tali integrazioni "...non costituiscono
variante formale al PPAR e quindi non modificano in alcun modo la vigente
normativa di tutela, né gli ambiti territoriali della sua applicazione".
Per ogni area BA viene riportata una scheda con le seguenti informazioni:
denominazione, comune, provincia, superficie, sezioni dell'ortofotocarta,
tavoletta IGM, aree floristiche incluse, tipologia ambientale, flora e
vegetazione, uso del territorio, bibliografia specifica.
Per le aree BB la descrizione è più sintetica e comprende: numero
dell'area, denominazione, riferimento alla CTD, comune/provincia di
appartenenza, caratteristiche geografiche, vegetazione, utilizzazione del
territorio, riferimenti bibliografici.
4.1 Le categorie costitutive del paesaggio vegetale
Di seguito viene descritta sia la tipologia vegetazionale secondo il PPAR
(categorie riportate negli artt. 33-37 N.T.A.) con alcune precisazioni relative
allo scenario territoriale provinciale.
- Aree floristiche (Art. 33 N.T.A., elenco allegato A)
Sono aree caratterizzate dalla presenza di specie della flora regionale
meritevoli di particolare tutela; esse comprendono:
* le aree individuate dapprima dalla L.R n. 52/74 (che chiameremo Aree
floristiche propriamente dette11 ) e delimitate su
tavolette IGMI in scala 1:25.000 con D.G.R.M. n.18317 del 4.7.1979,
successivamente modificato con D.G.R.M. n. 4186 del 7.12.81; la perimetrazione
e la descrizione di tali aree sono riportate su apposite schede (REGIONE
MARCHE, 1981). Con decreto del P.G.R. n.73 del 24.3.1997 il Servizio Tutela e
Risanamento Ambientale ha proceduto alla riperimetrazione di tali aree, con
accorpamento di alcune di esse (da 154 a 103), restituita su Carta Topografica
Derivata (scala 1:10.000). Per le aree della Provincia di Pesaro e Urbino
è stata eseguita una semplice trasposizione di scala senza effettiva
verifica perimetrale sul campo12 .
* altre aree, non delimitate secondo la L.R n.52/74, ma indicate nella
Tav. 4 del Piano (Sottosistemi tematici ed elementi costitutivi del
sottosistema botanico-vegetazionale) e nell'elenco allegato A come aree BA
(Emergenze botanico-vegetazionali di eccezionale interesse, EBV). La
loro perimetrazione e restituzione, in scala 1:10.000, è stata
predisposta e pubblicata a cura della Regione Marche (REGIONE MARCHE, 1992).
In sostanza la Tav.4, limitatamente alla provincia di Pesaro e Urbino,
individua 28 aree floristiche alcune delle quali coincidono con quelle
propriamente dette, altre sono invece ambiti più vasti che ne
possono comprendere anche più di una. Per esempio l'area floristica
n.26 individuata dal P.P.A.R si estende per una vasta superficie relativa al
complesso orografico del Monte Catria e Monte Acuto, in cui sono contenute 11
aree floristiche propriamente dette (L.R.52/74).
Per evitare confusione è opportuno precisare che il PPAR ha fatto
proprie tutte le aree floristiche delimitate con i suddetti DD.PP.GG.RR., anche
se non c'è sempre coincidenza fra il perimetro di queste con quello
delle EBV.
- Foreste demaniali regionali e Boschi (Art. 34 N.T.A., tavv. 5 e 14 ed
elenco allegato A del PPAR)
In questa categoria il PPAR inserisce le aree boscate così come
delimitate dai vincoli idrogeologici (R.D. 3267/1923, nota come Legge
Serpieri o Legge forestale) con chiaro riferimento ad estesi comprensori
forestali dei principali complessi orografici: Gruppo Monte Catria e Monte
Acuto, Serre del Burano, Gruppo Monte Nerone e Monte Petrano, Gruppo Monte
Paganuccio, Alpe della Luna, Gruppo Monte Carpegna e Monti Simone e Simoncello.
La suddetta affermazione contenuta nel PPAR non è precisa in quanto la
legge 3267 " (...) sottopone a vincolo per scopi idrogeologici i terreni di
qualsiasi natura e destinazione (...)". In provincia di Pesaro e Urbino
infatti su 222.714 ha coperti dal vincolo idrogeologico solo 57.574 risultano
boscati (FERMANELLI, 1989, dati relativi al 1985), mentre vi sono superfici
boscate non sottoposte a tale vincolo.
Non viene invece fornita alcuna definizione di bosco che ci sembra
condizione preliminare su cui fondare una tipologia vegetazionale e
conseguentemente la formulazione di indirizzi di tutela. A questo
proposito si rimanda al successivo capitolo 4.2, nel quale sono riportate
alcune considerazioni generate dall'uso differenziato che di tale termine si fa
nel testo del P.P.A.R. e che può dare adito a dubbi e incertezze
interpretative.
Nella tav. 5 (Valutazione qualitativa del sottosistema botanico-vegetazionale)
le foreste demaniali e i boschi sono inseriti fra le aree di altissimo
valore vegetazionale, cui si aggiungono alcuni relitti forestali di
notevole interesse floristico e vegetazionale (e che in alcuni casi coincidono
con le aree floristiche protette propriamente dette): Selve di San Nicola,
Selva di Montevecchio, Selva Severini, Montebello di Urbino, Fontanelle, Boschi
della Selva Grossa e Bosco del Beato Sante. Nella stessa tavola sono comprese,
fra le zone di alto valore vegetazionale, superfici boscate (ed altre
aree con vegetazione naturale) che per estensione e/o caratteri botanici non
sono stati inseriti nelle categorie precedenti.
Nella tav. 14, in scala 1:25.000, sono riportate le perimetrazioni relative
alle proprietà demaniali (aree forestali e praterie), che nella
provincia di Pesaro e Urbino sono: Carpegna, Le Cesane, Furlo, Monte Montiego,
Monte Vicino sul Candigliano, Bocca Seriola, Monte Petrano, Monte Catria per un
totale di circa 8.700 ettari, di cui circa 7.500 ha (85% circa) è
costituito da superfici boscate (naturali, rimboschimenti, incolti produttivi,
tartufaie)(REGIONE MARCHE,1991).
- Pascoli (art.35 N.T.A., Tav.5)
Con tale termine il P.P.A.R., senza alcuna differenziazione tipologica,
raggruppa pascoli primari e secondari (d'alta quota, cioè
sopra i 1800 m s.l.m., non presenti nel territorio provinciale, pascoli
montani, prato-pascoli, prati umidi, palustri e torbosi13 ).
Alcune di queste formazioni rientrano, unitamente ai boschi, in due categorie
della tav. 5, ma senza una specifica distinzione cartografica fra i due tipi.
Oltre 1100 ha di prato-pascoli sono compresi nei tenimenti demaniali
sopracitati di cui costituiscono circa il 13%.
- Zone umide (Art.36 N.T.A. Tav. 5 ed elenco allegato A del PPAR)
Secondo il P.P.A.R. sono siti caratterizzati dalla presenza temporanea o
permanente d'acqua (laghi salmastri costieri, sorgenti, laghetti carsici
temporanei, paludi e prati umidi, torbiere, laghetti alto-appenninici) e da una
flora molto specializzata e rara. Tali ecosistemi sono spesso in condizioni di
elevato degrado e rischiano la completa scomparsa. La loro individuazione
è riportata nella tav. 5, da cui risulta che nella provincia di Pesaro e
Urbino solo l'Oasi faunistica della Badia (comune di Montecalvo in Foglia)
rientra in tale categoria.
- Elementi diffusi del paesaggio agrario
Tale categoria, secondo l'Art. 37 delle N.T.A. comprende:
Querce isolate, querce a gruppi sparsi e le altre specie protette dalla
legislazione regionale (art. 1 L.R. n.8/87), alberature stradali, alberature
poderali, siepi stradali e poderali, vegetazione ripariale, macchie e boschi
residui
Nella prima versione della relazione illustrativa del Piano (Regione Marche,
1989, pg. 41) l'elenco risultava più ampio con alberi secolari di
qualunque specie, parchi e giardini annessi a ville, chiese, castelli e
abbazie, anche con presenza di specie esotiche, forme colturali antiche ed in
via di scomparsa.
4.2 La definizione di bosco
La definizione di bosco e la determinazione della relativa nozione sono aspetti
non regolati dalla normativa statale bensì da quella regionale.
L'impiego dei termini bosco o foresta, inoltre, appare intercambiabile in campo
legislativo ma non in quello scientifico, dove solitamente la seconda ha
estensione maggiore del primo. Appare evidente la necessità di fare
chiarezza nel testo del PPARM, poichè si fa riferimento a ben quattro
diversi tipi di bosco, non specificamente definiti ed in parte etimologicamente
sovrapponibili:
- foreste demaniali regionali
- boschi sensu R.D 3267/1923
- boschi sensu L.R. 7/85
- macchie e boschi residui
In primo luogo deve essere considerata l'evoluzione "culturale" del significato
di bosco come risorsa, che da bene quasi privato, con prevalente funzione
produttiva, nel corso del XX secolo, ha assunto dapprima una valenza pubblica a
prevalente funzione idrogeologica, per poi differenziarsi anche come risorsa
polifunzionale con forte carattere ambientale (naturalistico, ricreativo,
scientifico, ecc.). Questa evoluzione tecnico-culturale non ha trovato una
efficace risposta in campo normativo, caratterizzato da una pericolosa
sovrapposizione di disposizioni vecchie e nuove, locali e nazionali, che non
consente una razionale e moderna gestione (tutela e produzione) delle risorse
forestali del paese. Da qui la necessità di una legge-quadro che
ricomponga omogeneamente la materia (NOVARESE, 1992) con l'obiettivo di
garantire tutela dell'ambiente e necessità di sviluppo
economico-sociale.
Nel frattempo la conflittualità protrattasi fra produttivisti e
naturalisti, che seppur con obiettivi e modalità differenti dovrebbero
ambedue perseguire la sostenibilità del bosco, ha favorito l'azione
distruttiva di speculatori nei settori dell'edilizia e del turismo, ai danni
di alcune fra le migliori risorse forestali italiane.
La L.431/1985 all'art.1 comma g) considera come sottoposti a vincolo
paesaggistico "i territori coperti da foreste e boschi, ancorchè
percorsi o danneggiati dal fuoco, e quelli sottoposti al vincolo di
rimboschimento". Nella suddetta legge mancano riferimenti al significato di
bosco ed infatti le definizioni riportate hanno determinato notevoli
difficoltà interpretative, non ancora univocamente chiarite.
Con il richiamo al vincolo idrogeologico il PPAR Marche evidenzia la
preponderante localizzazione dei boschi nelle aree montane ed alto-collinari,
dove sono situati in larghissima misura i terreni sottoposti al vincolo
suddetto. Molto modesta è infatti la percentuale di superifici boscate
vincolate in pianura, dove scarsissime sono le possibilità di
alterazione dell'assetto idrogeologico, che costituisce il presupposto
fondamentale per l'applicazione della legge. In questi terreni la
trasformazione del bosco in altro tipo di coltura e quella dei terreni saldi in
terreni soggetti a periodica lavorazione sono subordinate.
E' intuibile che con il termine bosco, gli estensori del P.P.A.R.
abbiano voluto indicare in primis, aree di notevole estensione
caratterizzate da una copertura vegetale di tipo forestale ben definita (ceduo
o alto fusto) od eventualmente superfici di ridotte dimensioni, ma sempre con
un soprassuolo ben caratterizzato in senso forestale e botanico (ad esempio con
struttura definita e/o composizione specifica di un certo interesse). Con il
termine bosco residuo e macchia vengono invece
identificate quelle formazioni di piccole dimensioni e di scarsa valenza
strutturale e floristica.
Si tratta pertanto di una interpretazione fondata su caratteri qualitativi
soggettivi che può considerarsi distonica con la definizione ufficiale
di bosco, adottata nella legislazione regionale, che fa riferimento a
caratteristiche di ordine biologico e dimensionale. Infatti la L.R. n.7/1985
modificata dalla L.R. n.8/1987 "Disposizioni per la salvaguardia della flora
marchigiana" all'art.5 riporta che: "Per bosco si intende una superficie di
terreno non inferiore a mq. 5000 in cui sono presenti piante forestali legnose
arboree o arbustive, determinanti a maturità un'area di insidenza
(proiezione sul terreno delle chiome delle piante) di almeno il 50% della
superficie".
Tale definizione riprende quasi integralmente quella fornita dall' ISTAT, che a
seguito degli aggettivi "arboree o arbustive" specifica "a qualsiasi stadio di
sviluppo". Secondo l' I.F.N. (Inventario Forestale Nazionale) la soglia
dimensionale viene abbassata a 2000 mq. mantenendo invariate le altre
condizioni. Altre leggi forestali regionali (es. L.R. Veneto 12/1978, e L.R.
Liguria 22/1984) omettono il limite dimensionale; l'Ordinanza antincendi
Regione Sardegna, 27.3.1986), considerata una delle più avanzate
interpretazioni del concetto in esame, e che nel contenzioso ha costituito
giurisprudenza di merito prevalente, propone una dettagliata definizione di
bosco (MAGLIA, SANTOLOCI, 1993). Sono da considerarsi boschi, qualsiasi
estensione pubblica o privata, caratterizzata da terreni sui quali esista o
comunque venga a costituirsi, per via naturale o artificiale, un popolamento di
specie legnose arboree o arbustive, a qualsiasi stato di sviluppo si trovino,
dalle quali si possano trarre, come principale utilità, prodotti
comunemente ritenuti forestali, anche se non legnosi, nonché benefici di
natura ambientale riferibili particolarmente alla protezione del suolo ed al
miglioramento della qualità della vita. Sono altresì da
considerarsi boschi appezzamenti di terreno pertinenti ad un complesso boscato
che, per cause naturali o artificiali, siano rimasti temporaneamente privi di
copertura forestale e nei quali il soprassuolo sia in attesa o in corso di
rinnovazione o di ricostituzione. (....) sono assimilabili ai boschi alcuni
ecosistemi arborei artificiali quali: i castagneti da frutto, le pinete di pino
domestico, le sugherete anche se associate ad altre colture, e, in genere, le
piantagioni di specie arboree a rapido accrescimento, gli arboreti, le
vegetazioni dunali litoranee e le pertinenze idrauliche golenali d'acqua".
Nella fase di inquadramento fisionomico-strutturale delle cenosi vegetazionali,
si è fatto riferimento alla definizione di bosco data dalla L.R n.7/85,
differenziando poi, in fase di valutazione, la tipologia vincolistica in
relazione alla specifica valenza delle formazioni individuate.
4.3 Finalità generali dell'analisi delle risorse
botanico-vegetazionali
Gli obiettivi perseguiti sono quelli citati dall'art. 13, sinetizzabili in
a) protezione e conservazione della diversità biologica esistente sul
territorio regionale; b) mantenimento dell'attuale assetto vegetazionale in
ambito collinare-montano, già peraltro degradato; c) conservazione degli
elementi del paesaggio storico-culturale; ripristino e valorizzazione del
patrimonio vegetazionale per un migliore equilibrio ecologico e idrogeologico
dei sistemi territoriali.
Sulla base della preliminare zonizzazione delle aree di maggiore interesse
botanico vegetazionale il Piano assegna i due tipi tutela (integrale ed
orientata), con relative prescrizioni, permanenti e provvisorie che gli
strumenti urbanistici generali dovranno poi verificare ed integrare sulla base
delle specifiche analisi e valutazioni; ma di tutto ciò si
parlerà in dettaglio nei successivi capitoli.
Non è superfluo sottolineare la necessità di affidare le
analisi del settore botanico-vegetazionale a specifiche figure professionali
che possano garantire elevata competenza in materia. Il compito del
coordinatore botanico-vegetazionale infatti non si esaurisce
nell'analisi della tipologia vegetazionale e relativo allestimento di
cartografia tematica, bensì si caratterizza soprattutto
nell'interpretazione delle diverse situazioni ambientali, nella valutazione
delle attitudini funzionali delle differenti formazioni e nella capacità
di far relazionare attività produttive con risorse naturali.
Infine l'ottimizzazione dei risultati è conseguibile solo se l'opera dei
tecnici di settore viene adeguatamente integrata con quelle dei professionisti
preposti alle indagini in altri sottosistemi tematici del Piano.
5 PROPOSTA METODOLOGICA PER LA REDAZIONE DI INDAGINI BOTANICO-VEGETA-ZIONALI
NEGLI ADEGUAMENTI DEI PRG AL PPAR MARCHE
La Giunta regionale delle Marche, in adempimento alle disposizioni della Legge
8.8.1985 n.431 e della L.R. 8.6.1987 n.26, nella seduta del 13.7.1987, ha
adottato il Piano Paesistico Ambientale Regionale (PPAR), "strumento di
base per imporre, coordinare ed orientare l'assunzione della nuova problematica
paesaggistico-ambientale nella gestione e pianificazione territoriale, che
introduce il fondamentale criterio della compatibilità tra lo stato del
paesaggio e delle risorse ambientali e le dinamiche dello sviluppo".
Successivamente, dopo un lungo iter legislativo durato circa due anni, sono
state predisposte le Norme Tecniche di Attuazione (NTA), sistema di riferimento
per tecnici ed amministratori nel processo di adeguamento degli strumenti
urbanistici alle nuove disposizioni di legge.
Le disposizioni in esse contenute non sono sempre di lineare
interpretazione, riducendosi spesso ad indirizzi procedurali generici, che non
consentono un approccio operativo efficace ed omogeneo.
Dapprima la L.R.34/92 (Norme in materia urbanistica, paesaggistica e di
assetto del territorio) ha contribuito, sulla base del PPAR, a ridisegnare
un sistema di pianificazione del territorio, ma certamente non ha consentito di
risolvere i problemi specifici relativi alle metodologie operative da adottare
nei diversi settori d'indagine.
Poi, dopo 5 anni, la recentissima DGR 1287/9714 , costituisce
uno strumento di riferimento, senza valore vincolante, aperto alla
sperimentazione applicativa.
Limitatamente al sottosistema geologico-geomorfologico, la Regione Marche aveva
provveduto all'emanazione di due specifiche circolari (n.14 e 15 del 22.8.1990)
che indicano i criteri e le modalità operative in fase di rilevamento
con una specifica simbologia da utilizzare nella restituzione cartografica.
Per il sottosistema botanico-vegetazionale non esistono, invece, altri
riferimenti procedurali, se si esclude un documento interpretativo delle NTA, a
cura del Servizio Ambiente della Regione Marche e del Coordinamento regionale
del Corpo Forestale dello Stato, iniziato e mai terminato nel 1989.
Sono ormai relativamente numerose le indagini botanico-vegetazionali a corredo
dei P.R.G. nei comuni del territorio provinciale dal 1993 ad oggi, ma l'Ufficio
Uso del Suolo dell'amministrazione provinciale e la Commissione Provinciale per
il Territorio hanno evidenziato una notevole diversità procedurale ed
una carente struttura analitica e normativa. L'assenza di direttive specifiche
e, troppo spesso, un ridotto apprezzamento delle tematiche ambientali, da parte
di progettisti ed alcuni amministratori, hanno sicuramente condizionato il
contenuto di tali indagini, la cui importanza è invece fondamentale per
una efficace gestione delle risorse territoriali.
Pertanto, gli obiettivi primari di questo lavoro erano e rimangono i
seguenti:
* proporre all'attenzione dei tecnici del settore un percorso
metodologico da seguire nella redazione di indagini botanico-vegetazionali,
allo scopo di agevolare la loro opera e quella dei tecnici dell'amministrazione
provinciale, ente preposto alla supervisione tecnica ed al controllo delle
operazioni e degli elaborati relativi all'adeguamento degli strumenti
urbanistici generali al PPAR;
* fornire uno strumento pratico e sufficientemente preciso per la
definizione quali-quantitativa della vegetazione del territorio
provinciale;
* rendere meno arbitrarie le procedure di valutazione del risorse
botanico-vegetazionali indipendentemente dalla variabilità tipologica
esistente sul territorio provinciale.
Il presente lavoro, pure senza prefigurare indirizzi vincolanti, costituisce
un tentativo di razionalizzare le procedure d'indagine, interpretando, anche
criticamente, le direttive delle N.T.A. ed ampliandone talvolta gli orizzonti
applicativi.
La sua realizzazione è derivata dall'esperienza maturata durante la
redazione di indagini botanico-vegetazionali svolte in alcuni comuni della
Provincia di Pesaro e Urbino. Le indicazioni in esso contenute sono
applicabili, con eventuali adattamenti, a tutto il territorio provinciale,
anche se generate da un campione di quattro comuni (Gabicce Mare, Gradara,
Colbordolo e Apecchio), appositamente selezionato dalla Amministrazione
provinciale r rappresentativo di un ipotetico gradiente ambiente, della costa
all'Appennino, caratterizzato da diversi scenari paesaggistici, ambientali e
socioeconomici.
Grazie al PPAR, si sono cretate le condizioni, legisltive e operative, per
potere analizzare integralmente, e con buon livello di dettaglio, i caratteri
vegetazionali e paesistico-ambientali dei sginoli territori comunali. Per
ottimizzare tale favorevole contingenza é stato proposto un metodo che
consentisse un potenziamento quali-quantitativo nella raccolta delle
informazioni botanico-vegetazionali, rispetto a quanto previsto dalle
indicazioni del PPAR, utile alla definizione di una immagine il più
possibile realistica e funzionale dell'assetto vegetazionale provinciale.
Nonostante l'impiego sempre più diffuso di immagini telerilevate, anche
da satellite ed il continuo miglioramento dei risultati ottenibili con analisi
e interpretazioni cartografiche e aerofotogrammetriche, che costituiscono un
supporto fondamentale nell'analisi territoriale, la specificità ed il
livello di scala richiesti, prevedono il rilevamento diretto in campo. Esso
costituisce, talvolta, il solo modo per garantire un'accurata individuazione
compositiva delle cenosi, una stima del loro stato di conservazione ed
un'efficace valutazione della loro funzionalità.
Nel sistema di indagine botanico-vegetazionale proposto si possono delineare
3 fasi fondamentali caratterizzate da diversi momenti operative
(Fig.1):
1) documentazione: acquisizione di tutte le informazioni,
indirette (cartografica e bibliografica) e dirette (indagini in campo),
necessarie alla definizione dell'assetto attuale della vegetazione nel
territorio in esame;
2) catalogazione: predisposizione di un sistema di ordinamento
multicriteriale di tutti gli elementi vegetazionali inventariati mediante uno
specifico censimento e riportati nella cartografia tematica (Carta della
copertura vegetale);
3) valutazione e proposta: insieme di procedure che in
base allo stato di fatto, alle conoscenze specifiche acquisite ed all'assetto
vincolistico provvisorio stabilito dal Piano, consente di giungere alla
definizione cartografica degli ambiti di tutela definitiva del sottosistema
(Carta degli ambiti di tutela e valorizzazione botanico-vegetazionale),
alla codificazione di tutte le misure necessarie per consentire, secondo i
casi, il loro uso sostenibile, la conservazione, il recupero e la
valorizzazione (Prescrizioni permanenti da inserire nelle N.T.A.).
I risultati di tale processo operativo sono sintetizzabili in una relazione
tecnica e nelle due carte tematiche necessarie alle operazioni di adeguamento
al PPAR (scala minima 1:10.000):
1 Carta della copertura vegetale comunale
2 Carta degli ambiti di tutela e di valorizzazione delle risorse
botanico-vegetazionali.
La prima riporta i risultati dell'analisi fisionomico-strutturale e
costituisce la rappresentazione dei tipi vegetazionali presenti sul territorio
in esame. Si intendono escluse tutte le tipologie colturali agrarie, la
cui analisi e relativa restituzione dovrebbe essere specificamente concordata
con il progettista e l'amministrazione comunale15 .
Analogamente possono essere previste altre tipologie cartografiche come la
carta attuale del verde urbano (scala 1:500 - 1:2000).
Si dovrà inoltre valutare, in funzione della complessità
territoriale, l'opportunità di restituire separatamente la distribuzione
dei sistemi estensivi e degli elementi diffusi del paesaggio
agrario. Nei comuni costieri e collinari, caratterizzati da assetti
vegetazionali spesso semplificati dalla preponderante destinazione agraria,
può infatti essere sufficiente un'unica carta, mentre nei comuni
alto-collinari e montani, con sistemi vegetazionali maggiormente diversificati,
è preferibile la predisposizione di due carte separate per alleggerirne
la lettura e l'interpretazione.
La seconda è una carta di sintesi, che dopo le opportune verifiche
perimetrali e valutazioni qualitative, individua fra le aree della carta
precedente, quelle caratterizzate da una valenza botanica-vegetazionale e
quindi da tutelare o valorizzare in termini paesistico ambientali.
Il metodo di analisi proposto ha reso necessaria, a scala comunale, la
definizione di un sistema tipologico delle risorse botanico-vegetazionale
presenti. Le categorie costitutive del patrimonio
botanico-vegetazionale proposte da PPAR (Aree floristiche, Foreste
demaniali regionali e boschi, Pascoli, Zone umide ed Elementi diffusi del
paesaggio agrario) non possono essere considerate in tutto e per tutto
elementi compositivi di una tipologia vegetazionale. Sono inadeguate per una
precisa caratterizzazione dell'assetto vegetazionale regionale, mentre appare
più idonea la loro configurazione quali contenitori a valenza
funzionale, cioè predisposti alla definizione di un livello di tutela.
Coesistono infatti unità a carattere fisionomico, come boschi e pascoli,
unità a carattere "amministrativo", come le aree floristiche, che
tipologicamente possono peraltro contenere le unità precedenti, ed
unità a carattere funzionale come gli elementi diffusi del paesaggio
agrario.
Adattando tipologie e classificazioni già esistenti in bibliografia
(IFN, ISTAT, ecc.) è stato predisposto un sistema tipologico atto a
descrivere adeguatamente il mosaico vegetazionale della Provincia di Pesaro
e Urbino. Esso è costituito da alcune classi (vedi sotto) definite
sulla base di criteri fisionomico-strutturali, dimensionali e compositivi
(Fig.2). Tale suddivisione risulta di notevole utilità per
l'individuazione di ambiti e prescrizioni di tutela specifici nelle diverse
realtà territoriali. Per evitare dubbi o confusioni interpretative la
tipologia viene utilizzata in fase di analisi, mentre nella fase di
definizione dei sistemi di tutela si recuperano le categorie costitutive
previste dal PPAR. I due sistemi non sono quindi antitetici, ma si
integrano efficacemente.
Il sistema proposto individua le seguenti classi:
- macrocategorie, in base a generici caratteri dimensionali suddividono
il patrimonio vegetazionale in :
* sistemi vegetazionali estensivi, che comprendono formazioni
arboree arbustive,(di superficie superiore ai 5000
m2, secondo quanto stabilito dalla L.R. n.8/87), erbacee e
ambienti acquatici;
* elementi diffusi del paesaggio agrario, l'insieme di piccole
formazioni residue (se trattasi di ambiti boscati devono essere di
superficie inferiore ai 5000 m2), siepi, alberate e
alberi isolati, di origine spesso antropica, interposti o complementari
a colture e infrastrutture rurali.
* categorie, caratterizzano fisionomicamente le formazioni. La
macrocategoria dei sistemi vegetazionali estensivi comprende: cenosi arboree
naturaliformi, cenosi arboree antropogene, cenosi erbacee/arbustive, cenosi
acquatiche; in quella degli elementi diffusi del paesaggio agrario:
formazioni areali, formazioni lineari, elementi puntuali (vedi
oltre).
* tipi, specificano ulteriormente la fisionomia delle categorie
botanico-vegetazionali e costituiscono la soglia minima di descrizione
tipologica del paesaggio per le indagini in oggetto (vedi oltre).
* sottotipi, indicano il carattere compositivo delle diverse
formazioni o elementi e contribuiscono significativamente ad innalzare il
contenuto informativo nella tipologia vegetazionale; la loro definizione si
effettua solo con rilevamenti diretti sul campo (v. cap. 5.1.2).
5.1 FASE DI DOCUMENTAZIONE
La prima fase dell'indagine conoscitiva sulla vegetazione è quella di
documentazione che consta di tre momenti operativi:
* analisi del materiale cartografico, aereofoto-grammetrico e
bibliografico, che consente la preliminare individuazione dei tipi
vegetazionali, la loro mappatura e assegnazione di un codice di riconoscimento
(vedi oltre);
* analisi di campagna, in cui avviene la verifica delle
informazioni quali-quantitative ottenute con l'analisi preliminare e
l'integrazione di ulteriori dati desumibili con specifici sopralluoghi;
* sintesi delle informazioni, che consente di procedere alla
restituzione definitiva alla Carta della copertura vegetale.
5.1.1 Analisi cartografica e aereofotogrammetrica
La raccolta e la consultazione del materiale cartografico e aerofotogrammetrico
disponibile presso gli uffici tecnici comunali, dell'amministrazione
provinciale, l'Ufficio Cartografico della Regione Marche od altri enti è
un'operazione preliminare, ma fondamentale in ogni indagine territoriale.
Un documento cartografico di primaria importanza, peraltro non sempre
disponibile, in questa fase operativa, presso le amministrazioni comunali
è la trasposizione "(...) su carta tecnica regionale delle previsioni
del Piano relativo al territorio interessato, in cui si individua anche
"l'appartenenza alle categorie costitutive del paesaggio e gli ambiti di tutela
provvisori dei vincoli del PPAR" (art. 61 NTA) (Vedi la voce Carta
provvisoria degli ambiti di tutela in Fig. 1).
Numerosi possono essere gli altri documenti utili alla individuazione di un
assetto preliminare del sistema botanico-vegetazionale; di questi ne viene
proposta una congrua lista, ma per informazioni più dettagliate in
proposito si rimanda alla consultazione dei cataloghi di cartografia regionale
(UFFICIO CARTOGRAFICO REGIONALE 1988,1992,1995).
- CARTOGRAFIA REGIONALE
- Cartografia di base
* Carta Topografica d'Italia, serie storica16 , tavolette
IGMI in scala 1:25.000 e 1:50.000
* Carta topografica aggiornata, Base IGMI17 , scala
1:25.000 e 1:100.000
* Carta Regionale in scala 1:200.000, derivata dai tipi IGMI
* Carta Regionale18 , in scala 1:100.000
* Ortofotocarta19 , scala 1:10.000 (e riduzione in scala
1:25.000):
- Sezioni dell'Ortofotocarta (ripresa 1977-1979), copertura totale
- Sezioni dell'Ortofotocarta (aggiornamenti 1984-1985), copertura parziale
- Sezioni dell'Ortofotocarta (aggiornamenti 1988-1989), copertura parziale.
* Cartografia aerofotogrammetrica numerica scala
1:2.00020
- Cartografia tematica
* Carta dei bacini idrografici, scala 1:200.00021 e
1:50.00022
* Carta della viabilità, scala 1:50.00023
* Carta dell'uso attuale del suolo24 , scala 1:10.000,
copertura totale
* Carta Topografica Derivata25 , scala 1:10.000,
copertura totale
* Carta della vegetazione attuale delle Marche26 , scala
1:300.000
* Carta della vegetazione dei fogli Fabriano, Pergola e
Cagli27 , scala 1:50.000
* Carta delle emergenze botanico-vegetazionali (aree BA e BB), scala
1:100.000
* Perimetrazione delle emergenze botanico-vegetazionali (aree BA e BB) su
Carta Topografica Derivata, scala 1:10.000
- Cartografia del P.P.A.R.
di interesse botanico-vegetazionale sono:
(scala 1:100.000)
* Tavv. n. 4 - Elementi costituitivi del sistema botanico vegetazionale e
sottosistemi territoriali
* Tavv. n .5 - Valutazione qualitativa del sistema botanico vegetazionale
(aree BA,BB,BC)
* Tavv. n.11 - Parchi e riserve naturali regionali
(scala 1:50.000)
* Cartografia di sintesi28
(scala 1:25.000)
* Tavv. n.14 - Foreste demaniali
- FOTOGRAFIE AEREE REGIONALI
* "Volo GAI IGMI", 1955
- Fotogrammi in B/N (23x23 cm), scala media 1:31.000, copertura totale
* "Volo Marche", 1977-78-79 e 1983-84
- Fotogrammi in B/N (23x23 cm), scala media 1:37.000, copertura totale
* "Volo Italia", 1988-89
- Fotogrammi in B/N (23x23 cm) e diapositive, scala media 1:25.000, copertura
totale
* Volo sui comuni con meno di 10.000 abitanti29 ,
1988-89-90 e successivi
- Fotogrammi in B/N (23x23 cm), scala 1:8.000, copertura parziale (nella
provincia di Pesaro e Urbino sono interessati tutti i comuni ad eccezione di
Fano, Fossombrone, Pesaro, Urbino).
* Volo IGMI, 1991, scala media 1:36.000, copertura totale
- FOTOGRAFIE AEREE ALTRI ENTI
* Provincia di Pesaro e Urbino, scala 1:10.000, colori, anno 1973,
copertura totale
* IGMI scala 1:30.000 pancromatico B/N, anno 1985 copertura totale
* Consorzio Schedario Oleicolo (AIMA), scala 1:16.000, pancromatico B/N,
anno 1987, copertura totale.
Il materiale sopra elencato, compatibilmente con la sua reperibilità e
disponibilità, risulta di notevole utilità per un inquadramento
generale circa la distribuzione vegetazionale nel territorio. Il limite
principale della cartografia di base è la mancanza di frequenti
aggiornamenti pertanto, se da un lato si può presumere che l'estensione
delle superfici boscate non si modifichino significativamente nell'arco di
pochi anni, dall'altro la dinamica successionale in pascoli e coltivi
abbandonati può dare luogo, anche nel breve termine, a cambiamenti della
copertura del suolo.
Minore è l'affidabilità che tali carte offrono per la
individuazione degli elementi diffusi del paesaggio agrario, dove la
trasformazione fondiaria e lo sviluppo urbanistico e rurale possono, anche in
tempi brevissimi, modificare la loro distribuzione sul territorio. E' quindi
sempre opportuno consultare il materiale aerofotogrammetrico
più aggiornato per eventuali verifiche ed integrazioni.
5.1.2 Classificazione preliminare delle risorse
botanico-vegetazionali.
Sulla base della tipologia vegetazionale (attuale e proposta) e del materiale
cartografico disponibile, è possibile procedere ad una tipizzazione
preliminare della copertura vegetale. Questa operazione consente di ottenere
una immagine dell'assetto vegetazionale del territorio in esame e
l'individuazione delle aree più complesse e ricche di elementi,
agevolando ed orientando i successivi rilevamenti di campagna (vedi oltre).
Direttamente sull'ortofotocarta o sulle corrispondenti sezioni della carta
dell'uso attuale del suolo o della carta topografica derivata, si possono
evidenziare le diverse "classi" delle risorse botanico-vegetazionali,
differenziate con opportuna simbologia o retinatura, ed assegnare loro un
codice provvisorio di catalogazione (vedi oltre).
Di seguito viene descritta la rivisitazione delle categorie costitutive del
paesaggio vegetale sulla base del sistema di classificazione proposto
(macrocategorie, categorie, tipi e sottotipi) (Fig.2)
La categoria PPAR delle Aree floristiche non trova una
specifica corrispondenza nella tipologia proposta in questo lavoro, in quanto
quasi tutte presentano caratteri vegetazionali riferibili a formazioni
prevalentemente boscate o erbacee/arbustive e quindi di pertinenza di altre
classi tipologiche.
Per la notevole variabilità tipologica (naturale e artificiale)
esistente nell'ambito della categoria PPAR delle Foreste demaniali e
Boschi se ne propone la divisione in due categorie:
* Cenosi arboree naturaliformi (Tab. 5.1)
Boschi e boscaglie di superficie superiore ai 5.000 m2,
di origine naturale o spontaneizzati, ma a prevalente composizione di
specie autoctone, in cui si possano riconoscere i caratteri distintivi della
associazioni vegetali riportate. In base alla loro origine sono stati distinti
in formazioni zonali, riferibili alle condizioni
climatico-ambientali dei tre settori altitudinali riscontrabili nella provincia
(basso-collinare, alto-collinare, appenninico) e
formazioni azonali, dove l'evoluzione è maggiormente condizionata
da fattori specifici (geomorfologici, edafici, ecc.) (di ripa e di
zone rupestri) ;
Relativamente alla definizione dei sottotipi caratterizzata dal tipo
fisionomico e dall'unità fitosociologica (alleanza e
associazione) si è fatto riferimento prevalentemente
all'inquadramento tipologico della vegetazione boschiva della provincia di
Pesaro e Urbino predisposto da UBALDI (1988, 1997).
L'elenco, per quanto dettagliato non è ovviamente esaustivo, pertanto
è possibile l'inserimento di ulteriori classi diverse da quelle
riportate.
* Cenosi arboree antropogene (Tab.5.2)
Formazioni con una superficie superiore ai 5.000 m2 di origine
artificiale e spontaneizzati (diffusione naturale di specie alloctone). La
categoria comprende tre tipi:
- formazioni di aghifoglie, ovvero i rimboschimenti puri di
conifere, prevalentemente con funzione di protezione dall'erosione e dal
dissesto idrogeologico;
- formazioni di latifoglie, che comprendono a)
impianti puri e misti di latifoglie con funzione produttiva (arboricoltura da
legno; castagneti da frutto, noceti, ecc.), di protezione e
turistico-ricreativa; b) le formazioni derivate dalla spontanea
diffusione di specie non locali (es. Robinia pseudoacacia);
- formazioni miste, comprendono a) formazioni dei tipi
precedenti ma in composizione mista b) i vivai forestali.
Nell'ultimo decennio sono stati attivati strumenti legislativi per
l'incentivazione di interventi di imboschimento e rimboschimento, attraverso
finanziamenti di tipo comunitario o statale (es. P.I.M., Set-aside, ecc.). Sono
ormai alcune migliaia (URBINATI, 1997), nella Provincia di Pesaro e Urbino, gli
ettari ora boscati in terreni prevalentemente privati, ma che per l'estrema
frammentazione dei singoli interventi, sfuggono facilmente anche alla
fotointerpretazione. La loro individuazione sul territorio è possibile
per mezzo della specifica cartografia reperibile presso gli enti che curano
tali operazioni: il Consorzio di Bonifica della Valle del Foglia, Metauro e
Cesano ed il Coordinamento Provinciale del Corpo Forestale dello Stato. Sono
disponibili i dati relativi alla perimetrazione delle aree imboschite, su
tavolette IGMI al 25.000, ed alle caratteristiche di impianto (anno, breve
inquadramento stazionale, specie arboree o arbustive utilizzate).
I Pascoli, nelle differenti facies, rientrano nella categoria
delle:
- Cenosi erbacee/arbustive (Tab. 5.3)
articolata in quattro tipi principali:
* Formazioni litoranee e collinari,
* Formazioni alto-collinari e montane
* Formazioni ripariali;
* Formazioni rupestri.
I primi due tipi si possono suddividere in:
* praterie: formazioni erbacee e suffruticose di origine secondaria
e collegate alle attività pastorali ed agricole attuali o pregresse
(Brometi, Xerobrometi, Brachipodieti, Cinosureti, Agropiro-dactileti,)
(UBALDI,1997). Vanno inclusi in questa classe pascoli e seminativi arborati
abbandonati.
* arbusteti: soprassuoli con netta prevalenza di arbusti (piante
legnose di altezza variabile da 1 a 4-5 m, policormiche, con ramificazione
persistente che parte dalla base e che prevale sui fusti e nei quali non si
prevede, a maturità, una copertura delle chiome superiore al 50%
(cespuglieti radi e bassi di specie xerofile o faggio, ginestreti , ginepreti,
ecc.) (M.A.F., 1983).
Praterie e arbusteti sono frequentemente interessati da processi dinamici che
ne rendono variabile la struttura, la composizione e la potenzialità
funzionale. La loro definizione tipologica può risultare difficoltosa,
si suggerisce pertanto la loro suddivisione in funzione delle loro
possibilità evolutive in formazioni:
- stabili, quando l'azione limitante di uno o più fattori
impedisce l'evoluzione verso strutture più complesse (es. vegetazione
dei calanchi, aree percorse da frequenti incendi, pascolamento, segagione,
ecc.);
- in evoluzione, ovvero formazioni transitorie, in grado di evolversi
naturalmente, con relativa rapidità, verso soprassuoli con migliore
composizione e portamento (superfici in abbandono colturale o percorse da
incendio episodico, ecc.).
La dinamica evolutiva di queste ultime formazioni può essere più
efficacemente stabilita con analisi di dettaglio, la cui esecuzione può
fornire interessanti informazioni in chiave territoriale, poiché possono
costituire ambiti di ricolonizzazione del bosco. La loro individuazione
può essere importante ai fini della delimitazione di ambiti di tutela
annessa, soprattutto se sono contigui a formazioni boscate, potendosi
configurare come zone di rispetto. Una trattazione più esaustiva dei
processi dinamici della vegetazione in terreni abbandonati è riportata
nel capitolo .
- Formazioni ripariali, sono le cenosi, erbacee ed arbustive, che
occupano ambienti di alveo e che sono soggette a più o meno frequenti
esondazioni, tipiche di tutti i corsi d'acqua del pesarese (es. Poligoneti,
saliceti arbustivi a Salix purpurea, S.eleagnos e S. triandra).
- Formazioni rupestri, sono infine le cenosi vegetazionali
caratteristiche delle pareti e gole calcaree, tipiche anche in alcune zone
della Provincia. Si tratta di vegetazione tendenzialmente erbacea con
distribuzione a piccoli nuclei (Campanula tanfanii, Saxifraga spp., e la
endemica Moehringia papulosa)
La categoria delle Zone umide nella classificazione
proposta assume il nome di
- Cenosi acquatiche (Tab. 5.4)
in cui si possono individuare:
* zone umide naturali, corrispondenti alle aree descritte dal
PPAR
* zone umide antropogene, tutte quelle aree, escluse quelle
ripariali, caratterizzate dalla presenza di specie vegetali igrofile
(stagni, paludi, laghi e laghetti, ecc.).
______________________________________________________________________________________________
Tipi e Sottotipi della Categoria: Cenosi arboree
naturaliformi (B)
________________________________________________________________________________________________
Formazioni zonali
Formazioni del settore basso-collinare (a)
1 Boschi termofili della collina litorale e sub-litorale
(Lauro-Quercion pubescentis)
a) Querceti caldi di roverella, carpino nero, acero campestre (e
alloro) (Asparago-ostryetum)
Formazioni del settore alto-collinare (b)
2 Boschi xerofili della collina interna (Cytiso-Quercion
pubescentis)
a)Querceti aridi di roverella con falasco e ginepro comune su suoli
marnoso-arenacei o marnoso-argillosi (Peucedano-Quercetum
pubescentis)
3 Boschi xero-mesofili della collina interna (Laburno-Ostryon)
a) Ostrio-querceti(roverella) termofili con cerro dei flysch
marnoso-arenacei (Aceri(obtusati)-Quercetum cerris serratuletosum)
b) Ostrio-querceti con orniello, acero minore e scotano dei calcari
mesozoici (Aceri(obtusati)-Quercetum cerris serratuletosum var.
Cotinus coggyria)
Formazioni del settore appenninico (c)
4 Boschi meso-xerofili basso-montani (Laburno-Ostryon)
a)Ostrio-cerreti con acero napoletano e orniello su flysch
marnoso-arenacei e marnoso-calcarei (Aceri(obtusati)-Quercetum cerris
)
b) Faggeta termofila su flysch marnoso-arenacei e substrati
calcareo-arenacei (Polysticho (setiferi)-Fagetum)
c) Ostrio-querceto (roverella e cerro) mesofilo con orniello e acero
napoletano (Aceri(obtusati)-Quercetum cerris serratuletosum var.
Melica uniflora) dei calcari mesozoici
d) Castagneti di suoli arenacei acidificati (Erythronio-Quercion
petraeae)
5 Boschi mesofili basso-montani e montani (Laburno-Ostryon gr. a
Geranium nodosum e Fagion)
a) Cerreto-carpineti e faggete con carpino e cerro di suoli freschi e
umificati (Centaureo-Carpinetum)
b) Faggeta termofila con frassino maggiore ed aceri (montano,
napoletano e campestre) su suoli freschi (Fraxino-Aceretum obtusati)
c) Faggeta mista con tiglio comune e talvolta acero riccio su flysch
calcareo-marnoso (Staphyleo-Fagetum)
d) Faggete pure, con acero montano sporadico
(Cardamino-Fagetum)
Formazioni zonali
Formazioni delle aree rupestri (d)
6 Boschi misti di caducifoglie e sclerofille sempreverdi
(Quercion-ilicis)
a) Leccete mesofile con carpino nero e acero napoletano su detriti
calcarei grossolani (Cephalantero-Quercetum ilicis)
b) Ostrio-leccete mesofile dei suoli rocciosi (calcari mesozoici)
(Aceri(obtusati)-Quercetum cerris serratuletosum var. Melica
uniflora)
Formazioni delle zone ripariali (e)
7 Boschi igrofili dei tratti fluviali di pianura e basso collinari
(Populion albae)
8 Boschi igrofili dei tratti fluviali alto-collinari e montane
(Alno-Ulmion)
9 Boschi igrofili pionieri (Salicion albae).
______________________________________________________________________________________________
Tab. 5.1
______________________________________________________________________________________________
Tipi e Sottotipi relativi alla categoria Cenosi arboree
antropogene (R)
______________________________________________________________________________________________
Formazioni di aghifoglie (f)
1 Rimboschimenti a prevalenza di pino nero (Pinus nigra)
2 Rimboschimenti a p. di pini mediterranei (P. pinaster, pinea,
halepensis)
3 Rimboschimenti a conifere miste
Formazioni di latifoglie (g)
4 Pioppeti
5 Impianti per arboricoltura da legno (noce, ciliegio, frassini, aceri,
ecc.)
6 Robinieti (da impianto o spontaneizzati)
7 Rimboschimenti di latifoglie miste (querce, carpini, aceri, ecc.)
Formazioni miste di aghifoglie e latifoglie (h)
8 Rimboschimenti misti di conifere e latifoglie
9 Vivai forestali
______________________________________________________________________________________________
Tab. 5.2
______________________________________________________________________________________________
Tipi e Sottotipi relativi alla categoria Cenosi
erbacee/arbustive (E)
______________________________________________________________________________________________
Formazioni collinari (fino a 700 m slm) (i)
1 Praterie
a stabili
b in evoluzione
2 Arbusteti
a stabili
b in evoluzione
Formazioni alto-collinari e montane (700-1800 m slm) (j)
3 Praterie
a stabili
b in evoluzione
4 Arbusteti
a stabili
b in evoluzione
Formazioni rupestri (k)
Formazioni ripariali (l)
______________________________________________________________________________________________
Tab. 5.3
______________________________________________________________________________________________
Tipi e Sottotipi relativi alla categoria Cenosi acquatiche
(H)
______________________________________________________________________________________________
Formazioni di zone umide naturali (m)
Formazioni di zone umide antropogene (n)
1 Vegetazione di laghi e laghetti
2 Vegetazione di pozze e stagni
______________________________________________________________________________________________
Tab. 5.4
La categoria degli Elementi diffusi del paesaggio agrario del PPAR
nella presente classificazione diventa una macrocategoria, ma conserva la
medesima denominazione di
- Elementi diffusi del paesaggio agrario
E' costituita da tre categorie, con relativi tipi e sottotipi (Tab. 5.5):
* Formazioni areali
* Formazioni lineari
* Elementi puntuali
Formazioni areali
* Boschi residui
in base alla definizione di bosco della L.R. 7/85, cui si è fatto
riferimento in questa sede (vedi cap. 4.2) ed altre indicazioni bibliografiche
(M.A.F., 1983; SOLTNER, 1991; DEL FAVERO, 1994) si intendono aree di
superficie inferiore a 5000 mq coperte da alberi o polloni, con o senza
arbusti, le cui chiome a maturità devono esercitare una copertura di
almeno il 50% ed avere una distribuzione spaziale aggregata, ovvero non in una
sola direzione. Essi vengono suddivise in due sottotipi secondo la
composizione prevalente di specie autoctone o specie
alloctone (acacia, ailanto, acero negundo, Brussonetia, ecc.)
* Arbusteti residui
aree di superficie inferiore a 5000 mq a copertura prevalentemente arbustiva
nelle quali non si prevede che la loro area d'insidenza a
maturità superi il 50% della superficie.
Le "macchie" del PPAR, con il presente metodo, sono classificabili, in
base alle loro caratteristiche dimensionali, come Arbusteti (vedi Cenosi
erbacee/arbustive) o Arbusteti residui.
* Parchi e giardini di edifici monumentali extra urbani
formazioni a dimensione arborea annesse a chiese, ville, abbazie, di
interesse storico e architettonico. In essi è frequente la presenza
di specie arboree estranee alla flora locale, che possono essere tutelate.
* Parchi urbani e periurbani
sono aree a verde attrezzato con funzione ricreativa e con evidenti assetti
fisionomici assimilabili a quelli di strutture arboreo-arbustive. Si tratta
anche di aree paranaturali dismesse (lungo fiumi, scarpate stradali e
recuperate (vedi Novafeltria, Montecalvo in Foglia, ecc.). Sono quindi da
escludere da questo tipo i giardinetti, le aiuole e le alberate urbane (queste
possono rientrare nella categoria delle formazioni lineari; si veda il capitolo
dedicato alle problematiche del verde urbano).
Formazioni lineari
Costituiscono frequentemente oggetto di contenzioso in merito al loro eventuale
assoggettamento alle normative forestali. Non vi sono infatti, nella
legislazione regionale, disposizioni che consentano un'effettiva
discriminazione fra formazioni boscate e lineari.
Secondo l'ISTAT, cui fa riferimento la normativa regionale per la definizione
di bosco, fra le superfici forestali vanno compresi anche "le formazioni di
piante in filari, la cui larghezza, misurata dal colletto delle piante
più esterne, non sia inferiore a 10 m ed abbiano uno sviluppo in
lunghezza tale da raggiungere una superficie di almeno mezzo ettaro".
L'I.F.N.I. considera invece come superficie forestale anche le fasce
arborate aventi una superficie di almeno 2000 mq ed una larghezza non inferiore
ai 20 m sul piano orizzontale.
Il PPAR definisce siepe qualunque formazione arbustiva ed arboreo-arbustiva
di flora autoctona e naturalizzata composta da uno o più filari.
Una definizione di formazione lineare formulata per una classificazione
francese (SOLTNER, 1991) ed è stata ripresa per il paesaggio agrario
della pianura padano-veneta (DEL FAVERO, 1994) e potrebbe essere applicata
anche nel contesto territoriale pesarese. Essa propone di considerare una
formazione lineare come
l'insieme di piante legnose a disposizione lineare aventi larghezza
inferiore a 20 m e lunghezza minima superiore a 5 m nelle strutture arbustive
(siepi) e 30 m nelle strutture arboree (misurate ambedue dal colletto delle
piante più esterne) e senza interruzione della copertura delle chiome
superiore al 20% della lunghezza minima30 .
Al di sotto di tali soglie le strutture saranno assimilabili, secondo i casi, a
piante isolate o residui di formazioni lineari .
Al di sopra di tali soglie, in considerazione della superificie (> o < di
5000 mq) e dell'area di insidenza (> o < del 50%) le formazioni in
oggetto potranno afferire alle categorie di bosco, bosco residuo, arbusteto,
arbusteto residuo.
Seguendo in parte la nomenclatura del Piano le formazioni lineari sono state
suddivise in funzione della loro ubicazione nei seguenti tipi:
* formazioni stradali: ubicate a fianco delle strade
statali, provinciali, comunali e vicinali e poderali;
* formazioni poderali: poste ai confini dei poderi, a
supporto di colture (es. filari vitati), di pertinenza delle aie e delle case
coloniche, lungo le scarpate o in altri ambiti non sottoposti a coltura;
* formazioni ripariali: insistenti su aree di sponda o di
alveo, pertinenti a fossi, rii, torrenti, fiumi, laghetti e stagni, o comunque
su aree interessate a più o meno frequenti esondazioni.
Le formazioni lineari, indipendentemente dal loro tipo, sono poi suddivisibili
in funzione del portamento prevalente in:
- siepi, se formate in prevalenza da arbusti vivi (o da alberi
sottoposti a ceduazione)
- alberate31 se composte in prevalenza da
alberi.
Le siepi possono essere a loro volta distinte nei sottotipi
- arbustive, se composte da soli arbusti (o alberi a portamento
arbustivo),
- con alberi, se composte fino al 30% da specie arboree
- residue se la soluzione di continuità della formazione
è superiore al 20% della lunghezza della siepe.
Una caratterizzazione di maggior dettaglio, considerando anche la loro altezza,
le modalità di potatura e la funzione, le siepi possono essre
ulteriormente suddivise in:
- a sviluppo controllato: altezza solitamente inferiore a 2 m, potature
frequenti sui tre lati, funzione delimitativa e ornamentale; tipiche nei
giardini delle zone urbane, ma non infrequenti intorno alle abitazioni rurali
(es. agazzino, prugnolo, biancospino, lauroceraso, ecc.);
- a sviluppo libero: altezza fino a 4-5 m, potature diradate (anche a
cadenza pluriennale), funzione delimitativa e protettiva, antierosiva e visiva
(su pendii, scarpate, ecc.; es. siepi a tamerice, a Paliurus
spinachristi, ad olmo campestre, ad acero campestre, ecc.);
Le alberate, a loro volta, sono state suddivise nei sottotipi:
- pure, se formate da soli alberi e
- con arbusti, se la composizione è arboreo-arbustiva; in
tal caso gli alberi contigui devono avere i bordi delle chiome ad una distanza
inferiore ai 6 m.;
- residue (v. sopra) se la soluzione di continuità della
formazione è superiore al 20% della lunghezza della formazione.
Anche in questo caso si é operata una ulteriore distinzione in base ad
uno dei parametri più significativi, anche ai fini della discriminazione
con le formazioni boscate, ovvero la larghezza32 , Le
alberate sono quindi state suddivise in :
- filare: larghezza inferiore a 4 m;
- striscia alberata: larghezza fra 4-10 m;
- fascia alberata: larghezza fra 10-20 m.
Un discorso particolare merita la vegetazione ripariale, termine molto
generico, che il PPAR include nella categoria degli Elementi diffusi del
Paesaggio agrario. E' sembrato opportuno inserire le diverse formazioni
ripariali in classi appropriate, secondo i loro caratteri strutturali e
compositivi. Infatti tali cenosi si ritrovano fra le Cenosi arboree
naturaliformi (B e 7/8/9), le Cenosi arboree antropogene
(R g 4), le Cenosi erbacee/arbustive (E i2, l), ed anche
fra le Formazioni lineari (L u 4/5/6). La Deliberazione della
G.R. 3712/9433 , infatti al punto 7 specifica che le formazioni
ripariali forestali (fra cui anche soprassuoli misti, costituiti da soggetti
impiantati artificialmente, frammisti a specie ripariali spontanee) sono
assoggettabili alle stesse disposizioni, differenziate, vigenti per boschi
cedui e ad altofusto.
La discriminazione fra formazioni ripariali boscate e non, cui la normativa
regionale non fa alcun riferimento, rientra nel più ampio contesto fra
bosco e formazioni lineari, di cui si già detto.
Elementi puntuali
Relativamente a quest'ultima categoria, fatte salve tutte le disposizioni della
L.R 7/85 e 8/87, sono stati distinti due tipi:
* Piante secolari
individui arborei (e arbustivi) con età minima stimabile intorno ai 100
anni di qualunque specie autoctona o alloctona; la stima può avvenire
sulla base di informazioni storiche, del censimento degli alberi secolari
eseguito dal Corpo Forestale dello Stato sulle querce di alcuni comuni della
provincia34 . E' opportuno ricordare che secondo la L.R . 8/87
(art. 4) sono da considerarsi secolari gli alberi con età valutabile
superiore ai 75 anni35 .
* Piante monumentali o di particolare pregio
individui arborei (e arbustivi), di qualunque età o specie, aventi
caratteri di monumentalità (dimensioni eccezionali, portamento
particolare) o di notevole pregio (valenza botanica, naturalistica,
paesaggistica, storico-culturale, ecc.).
Oltre alle querce secolari ed alle specie protette dalla L.R. 8/87 si propone
quindi di censire, se dotate di adeguate caratteristiche, anche individui di
specie insolite, esotiche o tipiche delle colture pregresse come il gelso
(Morus alba e Morus nigra), od anche specie e varietà
fruttifere in disuso come caki (Dyospirus caki), melograno (Punicum
granatum), nespoli (Maespilus germanica ed Eryobotria
japonica), cotogno (Cydonia oblonga), azzeruolo (Crategus
azareolus), ecc..
L'individuazione preliminare degli elementi diffusi del paesaggio agrario si
può effettuare sull'ortofotocarta utilizzando anche recenti foto aeree.
E' imprescindibile il rilevamento di campagna, che assume carattere di
necessità per la valutazione dei caratteri strutturali e funzionali dei
diversi elementi.
______________________________________________________________________________________________
Essi sono:
* Composizione (C): vengono indicate le specie principali che
compongono le diverse formazioni; per i sistemi vegetazionali estensivi
è sufficiente indicare, come soglia minima di informazione, le specie
più rappresentative per ordine decrescente di abbondanza. Nelle cenosi
boscate sarebbe opportuno riportare la composizione separatamente per i tre
piani vegetazionali: arboreo, arbustivo ed erbaceo. Ulteriori approfondimenti,
in fase di rilevamento, sono a discrezione del tecnico incaricato.
* Forma di governo (FG): parametro relativo alle sole cenosi
forestali, naturaliformi e antropogene, che esprime il tipo di gestione
selvicolturale in atto o pregressa. Si fa riferimento alla tipologia proposta
nell'Inventario Forestale Nazionale (M.A.F.,1983) (Tab. 5.9).
Il patrimonio forestale provinciale è costituito quasi esclusivamente da
cedui, se si escludono alcuni residui di boschi d'altofusto ed i rimboschimenti
di conifere sparsi ovunque sul territorio alto-collinare e montano.
Alcune considerazioni sono opportune in merito ad alcuni tipi di ceduo molto
diffusi nella nostra provincia: i cedui invecchiati, cioè
non utilizzati per periodi superiori al loro turno e i cedui in
conversione, cioè quelli interessati da interventi selvicolturali
volti a trasformarli in boschi d'altofusto. I primi possono talvolta
configurarsi come formazioni arbustive e quindi rientrare nella categoria delle
Cenosi erbacee/arbustive, tipo arbusteti; i secondi, tendenzialmente
attribuibili alle fustaie transitorie, in relazione all'intensità degli
interventi selvicolturali possono essere classificati sia come cedui sia come
fustaie.
______________________________________________________________________________________________
Forma di governo Tipo Descrizione
______________________________________________________________________________________________
coetanee presenza di un solo tipo strutturale
disetanee presenza di tutte le fasi di sviluppo rappresentate o
aggregati di tipi strutturali
FUSTAIE articolate presenza pochi tipi strutturali
irregolari situazioni non inquadrabili nelle precedenti
transitorie presenza di evidenti tagli di conversione
______________________________________________________________________________________________
"senza" matricine assenza di matricine o presenza di < 20/ha
(semplici o a sterzo)
CEDUI matricinati presenza di 20-120 matricine/ha
composti presenza di >120 matricine/ha
______________________________________________________________________________________________
Tab.5.9
Classificazione dei boschi secondo la forma di governo (modificata da MAF,
1985)
* Struttura (S): ovvero "l'aspetto visibile che assume il
popolamento come conseguenza dell'evoluzione naturale o dei trattamenti
effettuati" (CAPPELLI, 1982). Alcuni autori affermano che tale parametro
è valutabile preferenzialmente su basi cronologiche (formazioni
coetanee o disetanee); altri sostengono invece
l'opportunità di considerare la stratificazione verticale delle cenosi,
concezione che si ritiene più idonea e di più ampia applicazione
per le categorie ed i tipi vegetazionali presenti nel territorio
provinciale.
Sono state predisposte tre categorie strutturali riconducibili a quasi tutti
tipi di vegetazione presente, monostratificata, bistratificata,
pluristratificata.
La povertà di fustaie nel territorio regionale determina una
corrispondente assenza di variabilità strutturale, che riduce al minimo
le combinazioni possibili fra FG ed S.
Strutture monostratificate sono tipiche nelle faggete o nei castagneti
da frutto, dove lo strato arbustivo è praticamente assente (REGIONE
MARCHE, 1992) o in impianti coetanei di pino nero mai diradati, caratterizzati
da accrescimenti omogenei e dall'assenza di un piano dominato.
Strutture bistratificate sono quelle invece caratterizzate da una
disomogeneità nella occupazione dello spazio verticale delle chiome e
che consentono quindi l'affermazione di una vegetazione (arboreo-arbustiva)
sottoposta. Presenti nelle faggete e cerrete delle Serre del Burano, dove si
possono trovare anche fasi di sviluppo diverse, ma soprattutto in gran parte
dei boschi cedui.
Strutture pluristratificate, teoricamente configurabili come
optimum strutturale (è infatti spesso la struttura tipica di
formazioni naturali stabili), ma frequentemente rappresentano situazioni
critiche con notevoli irregolarità dovute a mancati od inadeguati
interventi selvicolturali.
* Stato vegetativo (SV): si intende l'insieme delle condizioni
fisiologiche di cenosi o di elementi vegetazionali, valutabili in funzione
di:
- danni biologici (virus, funghi, insetti, ecc.)
- danni fisico-meccanici (cretti da fulmine, da gelo, potatutre, recisioni,
ecc.)
- presenza di sintomi di stress o carenze trofiche o idriche (ingiallimento e
filloptosi precoce, disseccamento inusuale delle branche, ecc.)
- densità delle formazioni e/o delle chiome
- concorrenza di specie invasive epigee od epifitiche
- presenza ed intensità del pascolamento.
* Interventi (I): operazioni colturali o di manutenzione
consigliati per il ripristino, il recupero o la valorizzazione funzionale degli
elementi in oggetto. In Tab. 5.10 per ogni intervento vengono indicate le
sigle delle categorie vegetazionali potenzialmente interessate:
______________________________________________________________________________________________
Interventi consigliati Categorie
______________________________________________________________________________________________
1 Cure colturali in giovani formazioni (Sfolli, ripuliture, ecc.) B, R,
A
2 Interventi di curazione (taglio piante morte o deperienti) B, R, A
3 Diradamenti B, R, A
4 Conversione all'altofusto B, A, L
5 Rinfoltimenti B, A, H, L
6 Imboschimento/rimboschimento B, R, E, A
7 Sostituzione individui deperienti o mancanti A, L, P
8 Potature, spalcature, spollonature A, L, P
9 Interventi di dendrochirurgia A, L, P
10 Eliminazione specie epifite A, L, P
11 Miglioramento condizioni edafiche E, H, L, P
12 Ricostituzione cotico erboso E
13 Riduzione carico animale E
______________________________________________________________________________________________
Tab. 5.10
Tipi di interventi consigliati per le formazioni o gli elementi
vegetazionali.
La quarta sezione della scheda è riservata alla valutazione delle
sole unità afferenti alla macrocategoria degli Elementi diffusi del
paesaggio agrario. Per la trattazione specifica del metodo impiegato si
rimanda al capitolo specifico (5.3.3).
La parte finale della scheda è riservata alle Note, in cui
possono essere segnalati aspetti e situazioni particolari utili al processo di
documentazione.
Il metodo proposto consente di migliorare la descrizione dell'assetto
vegetazionale e di rendere meno soggettive le procedure di definizione degli
ambiti e delle prescrizioni di tutela da cui dipendono gli indirizzi gestionali
delle risorse botanico-vegetazionali e dell'intero territorio in esame.
Ciò conferma, nuovamente, la necessità delle analisi di campo.
A tale proposito il periodo ottimale per la realizzazione delle
indagini, sia in funzione della classificazione tipologica, sia della
percorribilità delle strade secondarie, coincide con il periodo
vegetativo delle cenosi arboree-arbustive (marzo-ottobre in pianura e collina,
maggio-settembre in montagna).
5.2.2 Gestione dei dati
Le schede relative alle unità censite nei singoli comuni vengono
raccolte ed i dati opportunamente archiviati, anche con un semplice
data-base, che consente di ottenere informazioni sintetiche, in forma
tabulare o grafica, sulle caratteristiche paesaggistiche e vegetazionali
(diversità tipologica, percentuali di copertura delle varie categorie,
sviluppo lineare di elementi diffusi del paesaggio agrario, ecc.) di un'intero
territorio comunale ed utilizzabili come efficaci indici per la definizione di
equilibrati rapporti fra le categorie d'uso del suolo.
I dati così raccolti consentono di eseguire le seguenti operazioni
previste dagli artt. 33-37 delle NTA:
* acquisire36 e, dopo opportuna verifica,
precisare cartograficamente l'identificazione e l'estensione delle formazioni
afferenti alla macrocategoria dei sistemi vegetazionali estensivi,
corrispondenti alle categorie del patrimonio botanico-vegetazionale individuate
dal PPAR (aree floristiche, boschi e foreste demaniali, pascoli e zone umide).
* acquisire l'individuazione degli elementi diffusi del
paesaggio agrario e stabilirne l'estensione. Questi ultimi non sono stati
oggetto di preventive analisi e delimitazioni nella cartografia del Piano.
Ciò conduce alla redazione della prima delle due carte tematiche
previste: la Carta della copertura vegetale, ovvero la carta dello stato
di fatto.
Sarebbe opportuno che l'Amministrazione Provinciale promuovesse, con
specifici incentivi economici o strumentali, l'impiego di Sistemi
Geografici Informativi (GIS)37 , pacchetti
informatici la cui applicazione è sempre più diffusa nel settore
dell'analisi, pianificazione e gestione del territorio, e consente di gestire
archiviare, elaborare e sovrapporre informazioni di natura diversa (grafica,
numerica, testo, ecc.). Utilizzando i formati dei files compatibili con il
sistema in dotazione presso l'Ufficio Cartografico, l'Amministrazione
Provinciale, assemblando i dati comunali, potrebbe agevolmente dotarsi di uno
strumento di enorme utilità la Carta delle Risorse
botanico-vegetazionali Provinciale in scala 1:10.000.
5.3 FASI DI VALUTAZIONE E DI PROPOSTA
Terminate le operazioni di raccolta dati e di catalogazione è possibile
procedere alla sintesi funzionale dell'assetto botanico-vegetazionale, alla
conseguente delimitazione degli ambiti di tutela e la definizione delle
relative prescrizioni sintetizzabili nella seconda carta: Carta degli ambiti
di tutela delle risorse botanico-vegetazionale.
Gli assetti configurati (stato attuale e ambiti di tutela), relativi al solo
sottosistema in oggetto, dovranno quindi essere integrati, a cura del
coordinatore del PRG, con quelli ottenuti dalle analisi degli altri
sottosistemi tematici.
Tale operazione è di fondamentale importanza e deve quindi garantire
che le valutazioni ed indirizzi degli specialisti di settore vengano
congruamente integrati nel progetto urbanistico-territoriale.
Dall'esperienza maturata dai tecnici preposti al controllo degli adeguamenti,
sembra emergere frequentemente scarsa coesione fra le diverse parti del lavoro,
o in alcuni casi, incongruenza fra le indicazioni generali del PRG ed i
risultati delle analisi di sottosistema.
E' quindi consigliabile consegnare al coordinatore relazioni e carte
adeguatamente istruite, dopo specifici incontri interdisciplinari, per
assicurare la piena comprensione dei principi seguiti nella redazione del
lavoro.
5.3.1 Individuazione e delimitazione degli ambiti di tutela
L'applicazione del dispositivo di tutela è richiesta laddove sia stata
individuata la presenza di aree "sensibili". I termini
"sensibilità", "stabilità" e "vulnerabilità"
definiscono l'attitudine al cambiamento strutturale e funzionale dei
sistemi ambientali. La possibilità di compiere scelte pianificatorie
anche nel rispetto degli equilibri naturali dipende infatti dalla
capacità di cogliere la dimensione della stabilità (Viola et al.,
1993 ).
Sarebbe limitante, e oltremodo inadeguato, ridurre la complessa operazione di
pianificazione del territorio ad una mera individuazione di aree edificabili e
non-edificabili. Purtroppo, in alcuni casi, questo è ciò che
ancora succede e significa un mancato superamento della distorta concezione
"edificazione=sviluppo" foriera di nefasti risultati presenti ovunque sul
territorio regionale e nazionale.
Come accennato in premessa va superato anche il concetto di
"tutela=immobilità delle risorse" e sostituito, con un'accezione
più dinamica, legata alla valorizzazione delle reali vocazioni delle
aree territoriali in esame.
Il concetto di tutela, nonostante, le resistenze di alcune categorie
socioeconomiche, sta comunque evolvendo; se inizialmente esso esprimeva la
necessità di proteggere organismi o strutture in estinzione, ora
significa: a) salvaguardia di ambienti il più naturale possibile e
che possono autosostenersi nel tempo; b) recupero di equilibri perduti; c)
attivazione di meccanismi idonei a tale recupero.
Nel PPAR la tutela viene intesa non solo come "conservazione dei beni afferenti
alle categorie del paesaggio" ma anche come complesso normativo per "la loro
appropriata utilizzazione, la salvaguardia ed il recupero dell'equilibrio
formale e funzionale dei luoghi circostanti" (art. 24 NTA.). Il PPAR se da un
lato formula indirizzi e stabilisce prescrizioni apparentemente severe (va
considerato il vuoto legislativo in materia paesistica-ambientale esistente
prima della sua approvazione) consente anche di attuare trasformazioni
territoriali, senza però fornire le modalità operative.
Lo strumento della tutela, secondo il PPAR, si applica in ambiti
territoriali che comprendono "le categorie costitutive del paesaggio
considerato ed i luoghi ad esso circostanti e complementari in termini
paesistico-ambientali" (art. 25).
Si distinguono:
* ambiti di tutela provvisori, stabiliti dal Piano e definiti su
basi geometriche o specifiche indicazioni cartografiche, formulate in seguito
ai processi di valutazione del paesaggio vegetale;
* ambiti di tutela definitivi, la cui delimitazione "...compete
agli strumenti urbanistici generali...", dopo opportuna verifica dei
precedenti;
* ambiti di tutela complementari o annessi, con cui si possono
articolare gli ambiti di tutela definitivi, assoggettabili a specifiche
normative differenziate di tutela.
La corretta delimitazione degli ambiti di tutela botanico-vegetazionale
è un presupposto fondamentale all'operazione di definizione degli ambiti
di tutela paesistico-ambientale38 , che è la più
importante e la più difficile del processo di adeguamento del PRG al
PPAR..
Le aree vegetazionali sensibili della Regione Marche sono state parzialmente e
preliminarmente individuate dal PPAR (aree BA, BB e BC) in scala 1:100.000; la
loro riperimetrazione e trasposizione su CTD, limitatamente alle BA e BB, in
scala 1:10.000 costituisce uno strumento di notevole ausilio per gli uffici
tecnici comunali e per gli urbanisti incaricati del PRG. In realtà
però, in tali ambiti (prevalentemente aree estensive con foreste e
boschi, pascoli, aree floristiche, zone umide), ubicati al di fuori delle aree
interessate da processi di edificazione, raramente si verificano situazioni
controverse in termini urbanistici.
In queste aree le NTA (artt. 33-36) richiedono ai tecnici di eseguire, sulla
base dei suddetti presupposti, le altre operazioni richieste:
* verifica delle perimetrazioni,
* definizione di eventuali ambiti di tutela annessi
* applicazione delle prescrizioni specifiche già stabilite dal
PPAR.
E' opportuno ricordare che secondo le NTA (art. 27bis), la perimetrazione
definitiva degli ambiti di tutela deve compiersi seguendo il più
possibile gli "elementi morfologici del luogo, sia naturali (crinali, versanti,
corsi d'acqua, limiti vegetazionali) che antropici (insediamenti edilizi,
emergenze architettoniche, fattori culturali, fattori visuali)...".
Difficoltà ed inesattezze sono intrinseche ad un metodo traspositivo
cartografico, non risolvibili con un semplice sopralluogo di verifica sul
campo. Inoltre, anche le difficoltà legate alla estrema
variabilità e dinamicità dei sistemi vegetazionali e il tempo che
intercorre dal momento dell'indagine alla realizzazione degli interventi
previsti dal PRG, conferiscono a tale metodo di delimitazione degli ambiti di
tutela una valenza puramente indicativa.
La regolamentazione dell'uso del territorio, tuttavia, non può essere
eseguita con metodi imprecisi, poiché eventuali discrasie nelle
destinazioni territoriali potrebbe generare importanti contenziosi fra le parti
in causa.
I problemi maggiori si verificano però nelle aree di interposizione fra
i sistemi urbani e agrari, dove spesso la presenza di elementi vegetazionali
diffusi (formazioni areali, lineari ed elementi puntuali) assume, secondo la
destinazione, carattere bivalente e talvolta idiosincratico, funzionale in un
caso e di disturbo nell'altro.
E' il caso di gran parte dei comuni costieri o collinari, spesso privi di aree
BA, BB, BC, ma non di ambiti comunque meritevoli di una tutela
paesistico-ambientale più dinamica e adattabile di quella floristica,
limitata e rigida, attualmente vigente.
In questi contesti i tecnici sono chiamati ad eseguire le seguenti
operazioni:
* individuazione degli elementi vegetazionali diffusi,
* determinazione della loro estensione (ovvero dell'eventuale
ambito di tutela),
* definizione di specifiche prescrizioni per la loro conservazione e
ripristino, sulla base anche delle vigenti leggi in materia (L.R. 7/85 e
8/87).
Circa le modalità con cui devono essere individuati, classificati e
regolamentati tali ambiti, poco o nulla viene specificato nelle NTA. Si
è ritenuto necessario però individuare alcune soluzioni
transitorie.
Tali accorgimenti, fra loro integrabili, si possono così riassumere:
a) l'impiego di un dettaglio più elevato,sia nel rilevamento in
campo sia nella restituzione cartografica, per le aree in cui si interpongono
potenziali insediamenti ed elementi vegetazionali;
b) la definizione di specifiche disposizioni per l'esatta perimetrazione
delle unità vegetazionali da tutelare e che dovrebbero assumere
carattere vincolante;
c) l'applicazione di uno o più livelli di tutela diversi da
quelli prescritti dal Piano (vedi sotto) per adattarsi alle diverse situazioni
territoriali.
Relativamente al punto a), la maggiore definizione nell'analisi strutturale del
paesaggio vegetale ottenibile mediante il metodo proposto può consentire
una valutazione meno soggettiva del territorio in esame. Dopo l'individuazione
degli ambiti di possibili interposizione si dovrà procedere ad una
precisa definizione (anche topografica) dell'estensione degli elementi
vegetazionali presenti e valutare interdisciplinarmente, dopo specifici
sopralluoghi con gli altri tecnici, i possibili interventi. Entra in gioco il
principio di compensazione descritto nel cap.5.3.1.
Si configurano così due livelli di dettaglio nella restituzione
cartografica delle risorse vegetazionali: una copertura globale sull'intero
territorio comunale (1:10.000) ed una o più "finestre" relative alle
aree di "conflitto" (1:2.000 o 1:1.000).
Relativamente al punto b), anche ad integrazione delle operazioni di a),
è opportuno che la perimetrazione degli elementi e delle formazioni
vegetazionali non sia funzione del solo contorno fisionomico. Tale principio
è sintonico con quanto stabilito dalla L.R. 7/85 (modificata con la
8/87) all'art. 7 ultimo comma: "L'area su cui insiste la proiezione della
chioma delle piante abbattute senza autorizzazione non può essere
utilizzata a fini edificatori". Per garantire efficacemente l'integrità
di alberi o filari, la perimetrazione degli ambiti di tutela, dovrà
includere anche adeguate fasce di rispetto che includano il biospazio epigeo ed
ipogeo degli organismi vegetali. Dovranno quindi essere stimati sia l'area
di insidenza delle chiome sia l'estensione degli apparati radicali. A tale
proposito si vedano le misure proposte dall'Ass.to Urbanistica e Pianificazione
territoriale (documento Gattoni-Tiberi). Va precisato che tali misure si
ritengono valide in caso di edificazione o di rilevante trasformazione
territoriale, ma non nelle normali pratiche agronomiche, che dovranno
comunque essere rispettose dell'integrità degli apparati radicali della
vegetazione presente lungo il perimetro dei terreni a coltura.
Infine per le operazioni relative al punto c) si rimanda a quanto esposto nelle
pagine seguenti relative alla tipologia della tutela.
5.3.2. Definizione dei livelli di tutela
Il Piano (art.13 NTA) individua i seguenti obiettivi di tutela rispetto alle
risorse botanico-vegetazionali:
* la protezione e conservazione delle specie floristiche rare, degli
ambienti di interesse naturalistico e delle associazioni vegetali in esse
contenute;
* la conservazione dell'ambiente montano e alto-collinare per impedirne il
degrado (ecologico ed economico);
* la salvaguardia delle valenze storico-culturali ed estetiche del
paesaggio vegetale regionale;
* il ripristino, consolidamento e sviluppo delle risorse
botanico-vegetazionali per garantire l'equilibrio ecologico e la difesa del
suolo.
Limitatamente agli ambiti di natura provvisoria i livelli di tutela proposti
dal Piano sono:
- Tutela Integrale, che prevede unicamente interventi di conservazione,
ripristino ed eventualmente di valorizzazione del bene o risorsa in oggetto
(artt.26-27).
- Tutela Orientata, che consente azioni di trasformazione territoriale
compatibili con l'assetto paesistico-ambientale del contesto (artt.26-27);
Dai risultati emersi in fase di analisi in ambiti provvisori sarà
possibile procedere alla conferma dei due livelli di tutela proposti dal PPAR o
alla revisione dei suddetti qualora siano stati individuate variazioni d'uso
del suolo o definiti ambiti di tutela complementari o annessi.
In questo secondo caso il PPAR ammette l'impiego di livelli di Tutela
Differenziata, sulla cui natura e livello vincolistico non viene data
alcuna indicazione, se non che esiste la possibilità di articolarli
secondo diversi gradi, nel rispetto degli obiettivi generali dell'art.26 delle
NTA.
5.3.2.1 Definizione dei livelli di tutela nelle categorie costitutive del
patrimonio botanico-vegetazionale
I livelli di tutela assegnati alle categorie sono stati indicati dal PPAR negli
artt. 33-36 delle NTA. L'interpretazione non sempre lineare di alcune
disposizioni ha determinato orientamenti specifici da parte
dell'Amministrazione provinciale che trova parziale riscontro anche nella
D.P.G.R. 1287/1997 (Tab. 5.11). Si ritiene doveroso ribadire l'importanza di
un adeguato dispositivo prescrittivo che eventualmente integri i due
livelli.
5.3.2.2 Definizione dei livelli di tutela nella categoria degli Elementi
diffusi del paesaggio agrario
Le procedure suddette sono previste per tutte le categorie del PBV ad eccezione
di quella degli elementi diffusi del paesaggio agrario, non essendovi
delimitazioni preliminari attuate dal PPAR. Come già ricordato il
compito di individuare tali elementi e di definirne le relative estensioni
è di esclusiva competenza degli strumenti urbanistici generali.
Il problema, come è facilmente intuibile, non è di poco conto
poichè si deve intervenire per regolamentare gli usi in quella porzione
di territorio maggiormente sottoposta a pressione antropica, dove le
tradizionali attività del primario hanno subito pesanti interferenze da
quelle del secondario e terziario. Oggi vi sono quindi esigenze plurime,
espressione di interessi provenienti da differenti categorie economico-sociali,
che devono essere adeguatamente integrate e gestite:
______________________________________________________________________________________________
CATEGORIA LIVELLO DI TUTELA
______________________________________________________________________________________________
P.P.A.R. Provincia di PS D.P.G.R. 1287
______________________________________________________________________________________________
Aree floristiche Tav. 4 + All.to 1 Integrale
Integrale Integrale
L.R. 52/74+ D.P.G.R 1287
non specificata
______________________________________________________________________________________________
Foreste demaniali terreni con vincolo
regionali e Boschi idrogeologico Integrale
Integrale Prescrizioni
altri boschi permanenti
non specificato art.34 NTA
______________________________________________________________________________________________
Pascoli sopra i 1800 m slm sopra i 1800 m slm
Integrale Integrale
fra 700-1800 m fra 700-1800 m; sostanzialmente
Orientata se interclusi a boschi equiparati a Boschi
Integrale
se aperti
non specificato
______________________________________________________________________________________________
Zone umide Integrale Integrale Integrale
______________________________________________________________________________________________
Elementi diffusi del prescrizione Integrale non
specificato
paesaggio agrari permanente
______________________________________________________________________________________________
Tab. 5.11
Confronto fra il livello di tutela proposto per le categorie vegetazionali da
alcuni documenti ufficiali e da interpretazioni dell'amministrazione
provinciale.
* il mantenimento, o potenziamento, delle attività
agrario-forestali anche mediante nuove tipologie imprenditoriali, per evitare
un ulteriore abbandono delle aree rurali;
* il ripristino, la conservazione e la valorizzazione della valenza
paesistico-ambientale per il mantenimento di un efficace equilibrio ecologico e
per soddisfare le crescenti esigenze ricreative delle popolazioni residenti e
non;
* la riorganizzazione della rete di strutture e servizi esistenti, per
consentire stili di vita qualitativamente migliori a quelli possibili nei
sistemi urbani.
In sintesi devono essere favorite forme di sviluppo sostenibile che
garantiscano il giusto spazio e peso alle diverse realtà coinvolte
strutturalmente e funzionalmente in tali sistemi territoriali.
In una versione pregressa del Piano si prevedeva di applicare a tutti gli
elementi diffusi il regime di tutela orientata, ma dopo il recepimento
delle osservazioni non vi è più traccia di tale indicazione. Ora
tale categoria vegetazionale risulta regolamentata da una sola prescrizione di
base permanente che stabilisce il divieto di distruzione o manomissione
degli elementi salvo l'ordinaria manutenzione e fermo restando il disposto
delle leggi di tutela floristica vigenti (7/85 e 8/87).
Nella discussione di tali problemi è emersa all'interno
dell'Amministrazione provinciale, un indirizzo estremamente conservativo che
vorrebbe assoggettare indistintamente tutti gli elementi diffusi del paesaggio
agrario, in ambiti specificamente predisposti, alla tutela integrale
(vedi allegato n.2 PTC Pesaro e Urbino "Conseguenze dell'edificazione
sulle risorse suolo e vegetazione"). Tale proposta viene giustificata con
l'esigenza a) di tutelare anche quelle formazioni che rimarrebbero
escluse dalle già citate leggi di tutela floristica, la cui
applicabilità si limita a specie autoctone o naturalizzate, e b)
di scoraggiare l'edificazione in aree, che seppur degradate, hanno ancora una
loro propria destinazione d'uso o specifica vocazione. Alcune trasformazioni
territoriali verrebbero concesse, previa autorizzazione emessa sulla base di
dettagliate e motivate richieste, ma solo se giudicate compatibili con le
caratteristiche contestuali del sito.
Questa proposta appare, a giudizio di chi scrive, eccessivamente rigida e
operativamente inadeguata per i seguenti motivi:
* l'eterogeneità dei sistemi vegetazionali presenti nel
paesaggio agrario regionale non consente di sottoporre univocamente tutti gli
elementi ad un regime di tutela pesante come quello integrale; non è
facile considerare equipollenti, seppure in termini vincolistici, una siepe di
tamerice con una faggeta d'altofusto o, per rimanere nello stesso ambito
paesaggistico, con una alberata di querce secolari.
* la valenza degli elementi del paesaggio agrario può essere
molto diversa da comune a comune; ciò che è un bene unico o raro
in un territorio costiero può essere molto comune e diffuso in zone
dell'entroterra;
* l'impiego di una tutela rigida indifferenziata del PPAR oltre ad
appesantire notevolemente, in termini amministrativi il sistema procedurale per
la concessione di autorizzazioni per le operazioni colturali consentite,
risulterebbe antitetico ad una concezione più moderna e responsabile di
vincolo.
La soluzione del problema non è affatto semplice e dovrebbe prevedere
una generale ridiscussione delle problematiche esistenti a livello regionale,
con eventuale definizione di nuove norme e soglie e la riformulazione di
obiettivi di conservazione e valorizzazione delle risorse ambientali, sulla
base di una più diretta e consistente compartecipazione dei soggetti
pubblici e privati che con esse maggiormente interagiscono.
Si è comunque cercato di fornire, nel breve termine, una risposta
operativa (mediante un sistema di valutazione, descritto nel capitolo
successivo) basata sulla determinazione, la più oggettiva possibile,
della valenza degli elementi in oggetto, in relazione sia ai caratteri
intrinseci degli elementi, sia alle interazioni con il contesto
paesaggistico-ambientale. Ciò consente di attuare la tutela
paesistica e di applicare le conseguenti prescrizioni di conservazione,
ripristino ed estensione, solo sugli elementi selezionati, effettivamente
meritevoli. Restano operative, ovviamente, le disposizioni delle LL.RR.
7/85, 8/87.
Sebbene l'impiego delle tutele PPAR (integrale e orientata), in questa
categoria del paesaggio vegetale, non risulti interamente condivisibile, sia in
termini di struttura, denominazione e sia di contenuto vincolistico, è
stato comunque riproposto. Si è però proceduto ad aggiungere un
livello di tutela con valenza vincolistica sensibilmente inferiore:
* Tutela diffusa: si applica in ambiti di pertinenza di
elementi diffusi che seppure privi, al momento dell'indagine, di una elevata
valenza paesistico-ambientale, possono acquisirla se ripristinate o
ricostituite anche in luoghi non identici, ma comunque annessi a quelli
originari. Si fa chiaramente riferimento al principio di
compensazione, ovvero la possibilità di procedere ad alcune
trasformazioni territoriali vincolate da ricostituzione e miglioramento degli
elementi utilizzati. L'uso di tale principio dovrebbe essere sempre e
comunque condizionato a specifici e preconfigurati interventi, sulla base di
progetti di massima redatti da professionisti del settore agro-forestale.
Non si tratta pertanto di una forma "tradizionale" di tutela, bensì di
un'opzione d'uso del suolo controllato, associato alla promozione del
ripristino di elementi tipici del paesaggio agrario. La presenza di siepi,
alberature e boschi residui degradati non costituirebbe fattore vincolante per
un possibile e adeguato utilizzo dei terreni, bensì il pretesto per una
riqualificazione dell'ambito in oggetto.
Naturalmente saranno consentite solo le trasformazioni a basso impatto
paesistico-ambientale, privilegiando le funzioni ricreative degli insediamenti
previsti (parchi, giardini, piste ciclabili, impianti sportivi, campeggi,
ecc.), che potranno prevedere anche idonee tipologie abitative.
Gli obiettivi principali di tale misura sono:
* orientare l'edificazione nei territori agrari extraurbani e di
orientare le destinazioni d'uso verso tipi e forme più consoni alle
vocazioni di tali sistemi.
* creare i presupposti per un modo innovativo, partecipativo e
responsabile di intendere lo sviluppo urbanistico, che dovrebbe prevedere un
maggiore investimento pubblico e privato nella funzione ambientale ed un
conseguente aumento della redditività delle proprietà. In alcuni
paesi europei l'utilizzo di finanziamenti comunitari consente ai proprietari di
riqualificare in modo ecosostenibile i loro terreni, assicurandosi così
il diritto ad eventuali concessioni di trasformazione parziale del territorio
di loro pertinenza.
5.3.3 Un sistema per la definizione della valenza degli elementi diffusi del
paesaggio agrario e del conseguente livello di tutela
botanico-vegetazionale.
La D.G.R. n.1287/1997 a pg. 29 puntualizza un carattere fondamentale contenuto
nell'art.37 delle NTA, e cioé la differenza fra la tutela espressa
mediante le LL.RR. 7/85 e 8/87 e quella promossa dal PPAR ed in ultima fase dal
PRG adeguato. Infatti le citate leggi attribuiscono ad alcune specie vegetali
un valore ambientale in virtù del loro "peso botanico", mentre il PPAR
attribuisce agli elementi diffusi in genere un potenziale valore nel
caratterizzare il paesaggio agrario.
Non tutte le formazioni ed elementi vegetazionali presenti nei territori rurali
possiedono di fatto una valenza paesistico-ambientale, indipendentemente dalla
loro composizione specifica e da quanto prescritto dalle leggi 7/85 e 8/87.
Ovvero vi possono essere filari o individui isolati di specie protette dalle
suddette leggi, che per problemi strutturali, fisionomici o funzionali, abbiano
un valore paesaggistico inferiore a quello di analoghe formazioni di specie non
protette. Un caso emblematico è quello dei gelsi (Morus alba e
Morus nigra) che non risultano inseriti nella lista delle specie
tutelate della flora marchigiana, ma che a tutti gli effetti possono essere
considerate specie caratteristiche del nostro paesaggio agrario. All'art. 15
delle NTA (Sottosistema storico-culturale) si fa riferimento alla
volontà di salvaguardare le particolari tecniche colturali pregresse
(folignata, alberata, oliveto a quinconce, gelseto), ma a livello prescrittivo
non vi sono le garanzie per una effettiva tutela (art. 38), anche in
considerazione del fatto che l'analisi storico-culturale spesso si limita al
censimento degli edifici rurali.
Un caso analogo è quello dei salici (Salix spp.) spesso tagliati
a capitozza per la produzione di vimini e verghe o scapezzati, altro tipico
esempio di tecnica colturale storica. Nella determinazione della valenza degli
elementi assume quindi importanza anche l'aspetto storico-culturale legato alla
conservazione paesaggistica.
Il già citato DPGR 1287 suggerisce pertanto, in sede di adeguamento,
di individuare e rappresentare cartograficamente gli elementi diffusi che si
qualificano come strutturanti il paesaggio stesso o ne costituiscono elemento
"costruttivo". Viene anche posto l'accento sul contenuto non vincolistico,
ma propositivo del suddetto articolo 37, che consente agli strumenti
urbanistici di stabilire le prescrizioni per conservazione, ripristino ed
estensione degli elementi diffusi.
Si è quindi ritenuto opportuno predisporre un sistema di valutazione
che, in termini relativamente oggettivi, consentisse di selezionare
efficacemente gli elementi vegetazionali del paesaggio agrario da assoggettare
a forme di tutela paesistica-ambientale. Tale sistema trae origine da un
metodo predisposto da FRANCA (1991) da applicare su "unità di paesaggio"
ed eventuali "sottocomponenti" predefinite.
Il metodo è stato riveduto, corretto ed in seguito applicato in alcuni
specifici contesti territoriali (Gradara, Gabicce Mare, Novafeltria, revisione
San Costanzo) poi ulteriormente adattato alla struttura del sistema proposto in
questa sede. Le modifiche sostanziali riguardano a) il soggetto di valutazione
che coincide con l'unità vegetazionale (inventariali) predisposta in
fase di catalogazione delle risorse vegetazionali; b) l'aggiunta del valore
"storico-culturale" fra parametri di valutazione. Tale scelta assume in parte
carattere provocatorio per sensibilizzare le amministrazioni a svolgere
compiutamente le analisi del sottosistema specifico, che invece solitamente si
limitano a censimenti di edifici rurali. Sarebbe quindi opportuno associare la
presenza dell'agronomo a quella dei tecnici incaricati all'analisi del
patrimonio edilizio rurale.
Per ogni unità inventariale, semplice o composta vengono determinate,
sulla base di 5 diverse classi, le valenze botanico-vegetazionali,
paesaggistiche, funzionali e storico-culturali (vedi Fig. 3). La somma delle
singole valutazioni (valore globale) fornisce al tecnico una indicazione
precisa circa la definizione del livello di tutela.
Il sistema consente pertanto di discriminare fra alberature di acacie
(Robinia pseudoacacia) o cipressi dell'Arizona (Cupressus
arizonica) con altre di roverelle (Quercus pubescens) o aceri
montani (Acer campestre), ovvero specie alloctone e di facile
riproducibilità con specie autoctone e di maggior pregio paesistico, che
altrimenti sarebbero risultate equivalenti secondo le attuali disposizioni.
Viceversa è possibile valorizzare siepi di specie arbustive autoctone,
ma non protette, con elevato valore funzionale (es. siepe di biancospino,
ginestra, prugnolo, ecc. usate per il consolidamento di scarpate o pendii).
I parametri utilizzati sono:
* valore botanico-vegetazionale
* valore paesaggistico
* valore funzionale.
* valore storico-culturale.
Il Valore botanico-vegetazionale si riferisce a: importanza
floristica, data ad esempio dalla peculiarità o rarità delle
specie vegetali presenti; caratteristiche vegetazionali relativamente a
naturalità, dimensioni, età, struttura; riproducibilità
delle strutture in quel territorio, siano esse individui arborei o
arbustivi, singoli o associati o cenosi più o meno articolate.
Tale valore viene espresso mediante le seguenti classi:
* eccezionale (5 punti)
per esemplari singoli od in associazione, che siano monumentali, maestosi per
portamento od età, con le chiome perfettamente conformate e
dimensionate, in ottime condizioni fitosanitarie. Nel caso di formazioni queste
devono avere caratteristiche fisionomiche ottimali e caratteri di rarità
nel territorio indagato;
* elevato (4 p.)
per esemplari in cui non tutti i parametri di base risultano al massimo
livello. Nel caso di formazioni valgono i medesimi criteri;
* diffuso (3 p.)
riferibile prevalentemente a formazioni, con caratteri notevoli di aspetto e
portamento ma frequenti sul territorio sia come specie che come tipi
vegetazionali;
* ordinario (2 p.)
di formazioni con qualche valenza, molto frequenti sul territorio e di facile
riproducibilità;
* ridotto (1 p.)
in assenza di caratteri qualitativi e di completa surrogabilità
strutturale e tipologica.
Il Valore paesaggistico non è riferibile unicamente alla
fruibilità visiva, ma ad una capacità di percezione più
ampia; contribuiscono a definirla parametri quali: la forma, il colore, le
dimensioni, il genius loci (cioè la capacità che ha un
paesaggio od un suo componente di evocare sensazioni forti). Viene espresso
con le seguenti classi:
* eccezionale (5 p.)
irriproducibilità dell'insieme che, nel territorio, rappresenta un
unicum da privilegiare e valorizzare;
* elevato (4 p.)
unità ripetuta nel territorio, ma che comunque è oggetto di
attenzione da parte di un osservatore, anche frettoloso;
* diffuso (3 p.)
unità ben rappresentata nel territorio, ma che ne integra o caratterizza
altre valenze;
* ordinario (2 p.)
unità con caratteristiche dimensionali o tipologiche non particolarmente
significative, ma comunque da segnalare;
* ridotto (1 p.)
unità con limitato significato nel paesaggio o per dimensioni o per
fruibilità visiva o per assenza di altre valenze intrinseche.
Il Valore funzionale è riferibile a: difesa idrogeologica
(erosione superficiale, smottamenti o frane, dissesti di sponde e ripe
fluviali, di scarpate o di infrastrutture); difesa ambientale
(frangivento, barriera abbatti-rumore, barriera visiva, ecc.);
fruibilità ricreativa (attuale o potenziale);
produttività economica (diretta o indotta).
Viene espresso mediante le seguenti classi:
* eccezionale (5 p.)
grandissima valenza di almeno uno degli aspetti considerati, tale da conferire
all'unità carattere di bene collettivo qualificante il territorio;
* elevato (4 p.)
notevole importanza degli stessi aspetti, la cui riduzione di
funzionalità può determinare un grave danno collettivo;
* diffuso(3 p.)
relativo ad unità che svolgono più servizi e la cui perdita di
funzionalità può incidere significativamente sull'assetto
territoriale o sulla collettività;
* ordinario (2 p.)
di unità con ridotta valenza, la cui ulteriore diminuzione può
essere affrontata con interventi di limitata entità;
* ridotto (1 p.)
di unità con scarso significato la cui eventuale perdita non costituisce
danno, se non in misura irrilevante.
Il Valore storico-culturale riferibile prevalentemente alla
capacità di integrarsi alle componenti infrastrutturali e insediative
per esprimere un immagine oggettiva di memoria storica; contribuiscono a
definirlo parametri quali: la forma storica del territorio in cui
è inserito (insediamento rurale, maglia poderale, ecc.) il tipo
colturale (la folignata, l'alberata, l'oliveto a quinconce, il gelseto,
ecc.) ed ancora il genius loci (vedi valore paesaggistico).
* eccezionale (5 p.)
unità ben conservata, non riproducibile che, nel territorio interessato,
rappresenta un'ambito contestuale da preservare e valorizzare;
* unità non ben conservata e non riproducibile nel territorio, che
costituisce elemento da ripristinare e valorizzare;
* diffuso (3 p.)
unità ben conservata e riproducibile nel territorio, ma che conferisce
comunque una valenza all'ambito di riferimento;
* ordinario (2 p.)
unità mal conservata e riproducibile nel territorio, ma comunque da
segnalare;
* ridotto (1 p.)
unità con limitato o nullo significato per assenza di altre valenze
intrinseche.
La sommatoria dei valori di questi tre parametri definisce il punteggio che
individua, provvisoriamente, uno dei tre livelli di tutela previsti.
Nelle unità censite si propone l'impiego di:
- tutela integrale se vengono assegnati almeno un valore
eccezionali (5); oppure se la somma dei 4 valori è >12;
- tutela orientata se la somma dei 4 valori è fra 9 e
12
- tutela diffusa se la somma dei 4 valori è fra 6 e 8
L'assegnazione del livello di tutela definitivo avviene solo dopo opportune
verifiche e controlli sull'intero contesto territoriale in esame.
5.3.4 Sintesi delle informazioni
In tale fase del lavoro esistono tutti gli elementi per giungere alla
realizzazione della carta degli ambiti di tutela e valorizzazione delle
risorse botanico-vegetazionali, cioè la cartografia che sintetizza
tutto il processo di indagine sul patrimonio vegetazionale del territorio e ne
consente la relativa zonizzazione.
In base a quanto precedentemente definito ed alle prescrizioni vigenti viene
proposta una gerarchia tipologica relativa ai livelli di tutela utilizzabili,
che sono:
Per le Aree floristiche, Foreste e Boschi, Pascoli, Zone Umide
* Aree a Tutela Integrale I
* Aree a Tutela Orientata O
* (Aree a Tutela Differenziata DF1, DF2,
...DFn)
Per gli Elementi diffusi del Paesaggio Agrario
* Aree a Tutela Integrale I
* Aree a Tutela Orientata O
* Aree a Tutela Diffusa D
5.3.5 Definizione ed attuazione delle prescrizioni per la tutela delle
categorie del paesaggio
La stesura del sistema di norme e regole che caratterizzeranno un piano
regolatore e la sua implementazione è un'operazione difficile e di
grande importanza e come tale dovrebbe costituire un momento di estrema sintesi
e multidisciplinarità, nel quale dovrebbero confluire, opportunamente
elaborate, tutte le conoscenze acquisite in fase di analisi.
Relativamente al sottosistema in oggetto, tale compito è, per i tecnici
incaricati, di massima importanza e responsabilità, poichè, per
la prima volta, consente di includere nelle norme di attuazione dei PRG,
specifiche disposizioni di tutela per le risorse botanico-vegetazionali.
Limitazioni e/o incentivi nell'utilizzo di alcune risorse vegetazionali,
l'obbligo per i proprietari di mantenere, ad esempio, la funzionalità di
siepi e alberature potrebbero e dovrebbero essere inserite nei regolamenti
comunali, così come si pongono limiti volumetrici o di aree attrezzate e
vincoli alla scelta dei colori per i fabbricati.
Se, come già accennato, per foreste, pascoli e zone umide, si tratta di
una applicazione in parte automatica, vista la presenza di precise disposizioni
del PPAR, nel caso degli elementi diffusi del paesaggio agrario, le valutazioni
del tecnico possono influire significativamente nel processo di pianificazione
territoriale.
Vi sono però una serie di condizionamenti, soprattutto di natura
culturale (per es. una concezione spesso consumistica della pianificazione
territoriale; uno scarso orientamento verso uno sviluppo eco-compatibile dei
processi urbanizzanti; un ingiustificato minor peso, attribuito talvolta dagli
amministratori, alle discipline ambientali rispetto a quelle strettamente
edilizie) che non hanno consentito una vera spinta evolutiva verso una nuova
dimensione della città "intra ed extra-moenia".
In un altro capitolo di questo documento () viene trattato il problema del
verde urbano, fortemente associato per valenza e tipologia a quello dell'intero
contesto comunale. Un'approccio globale, nell'analisi come nella
progettazione, dei sistemi vegetazionali urbani, periurbani e territoriali
è condizione primaria per una risoluzione di molti problemi legati ai
dinamismi demologici e socio-economici.
Relativamente al settore botanico-vegetazionale, alla luce dei risultati finora
prodotti, la commissione provinciale ha in alcuni casi osservato una
tendenziale esiguità del relativo apparato normativo. Una delle ragioni
principali che possono spiegare tale condizione, è la significativa
carenza legislativa nel settore della pianificazione e gestione del territorio
agrario e forestale. Le leggi cui fa riferimento il PPAR, se si esclude il
R.D. 3267/1923 (Riordinamento e riforma della legislazione in materia di boschi
e di terreni montani), sono esclusivamente rivolte alla tutela della flora
marchigiana (L.R. 52/74; 7/85 e 8/87). Manca uno strumento organico che
discrimini fra i diversi contesti vegetazionali (collinari, montani, formazioni
paranaturali e antropogene) e che consenta di operare, nel rispetto degli
elementi floristici di pregio, per una valorizzazione differenziata delle
risorse presenti nel territorio regionale. Di fatto esiste solo una D.G.R. che
sinteticamente stabilisce le modalità di utilizzazione dei boschi.
Se da un lato viene giustamente criticata la mera riproduzione, nelle NTA
dei PRG, delle prescrizioni riportate dal PPAR, dall'altra non si può
neppure pretendere di disegnare ex-novo, attraverso lo strumento urbanistico,
un sistema normativo per la gestione effettiva di tutte le componenti
vegetazionali presenti sul territorio. Vi sono aspetti molto importanti,
come quello delle proprietà, che non possono essere facilmente
considerati in fase di analisi con le attuali risorse finanziarie destinate ai
tecnici del settore botanico-vegetazionale. Lo sforzo che si chiede ai
tecnici incaricati è quindi quello di utilizzare a fondo i pochi
strumenti legislativi disponibili e fornire indicazioni chiare e precise su
come tutelare e valorizzare le risorse botanico-vegetazionali esistente.
E' stato anche osservato che in alcuni casi le disposizioni stabilite dai
tecnici di settore non vengano recepite in pieno nella normativa generale
redatta dal coordinatore del PRG. Ciò è spesso un indicatore di
una insufficiente interazione multidisciplinare fra i tecnici incaricati, che
va invece assolutamente incentivata. Come già detto in precedenza,
dovrà anche essere responsabilità dei singoli esperti di settore
assicurarsi che le loro indicazioni vengano adeguatamente recepite e riportate.
Vi è infine l'esigenza di non appesantire l'apparato normativo del
P.R.G. con prescrizioni eccessivamente tecniche, non facilmente gestibili dalle
amministrazioni comunali e che potrebbero vanificare l'intento
pianificatorio.
E' opportuno considerare la necessità di mantenere un elevato
coordinamento fra comuni con caratteri territoriali simili, come quelli
montani, dove spesso la distribuzione delle risorse naturali non segue i limiti
imposti dai confini amministrativi. Va infatti ricordato che fra le
finalità ed i compiti delle comunità montane (artt. 6 e 7
della L.R. 12/1973) vi sono:
* un razionale assetto del territorio, in funzione delle esigenze di
difesa del suolo e di protezione della natura;
* la valorizzazione di tutte le risorse attuali e potenziali nel quadro
di una nuova economia montana integrata;
* l'approntamento e l'attuazione del piano pluriennale per lo sviluppo
economico-sociale (...);
* l'acquisto o la presa in affitto di terreni da destinare alla
formazione di boschi, prati e pascoli o riserve naturali e predispone i piani
economici, per la utilizzazione dei boschi e pascoli montani (...).
5.3.5.1 Le disposizioni generali del PPAR
Il Piano stabilisce una serie di norme, le
prescrizioni39 , che regolano l'uso delle aree
territoriali interessate da ambiti di tutela. Si distinguono:
* prescrizioni generali di base, transitorie, relative ad interi
ambiti di tutela provvisoria, e differenziate in funzione del tipo di
quest'ultima (orientata od integrale); costituiscono un orientamento generale e
possono essere modificate in sede di adeguamento degli strumenti urbanistici
generali tenendo conto delle limitazioni esistenti (artt. 27, 27 bis);
* prescrizioni particolari, individuate dal Piano specificamente
per aree appartenenti, per intero o parzialmente, ad alcune categorie
costitutive del paesaggio; differenziate in transitorie, cioè
modificabili durante la fase di adeguamento, e permanenti, in nessun
caso modificabili.
Relativamente alla definizione di ambiti di tutela complementari, è
consentito differenziare, sempre nei limiti previsti, la tipologia prescrittiva
che avrà pertanto carattere specifico.
E' importante ricordare in tutti i casi (Art. 27 bis) che:
- eventuali modificazioni non devono discostarsi dagli obiettivi di tutela del
Piano ed anzi si dovrà procedere ad un "bilancio di natura qualitativa e
quantitativa, dimostrante un esito complessivamente equivalente o migliorativo
degli ambiti e dei contenuti della tutela provvisoria del Piano";
- i dispositivi di leggi regionali o statali, qualora più restrittivi,
mantengono la loro efficacia;
- le prescrizioni permanenti non possono essere variate sia relativamente
all'ambito territoriale sia al contenuto della tutela.
5.3.5.2 Sintesi interpretativa delle disposizioni specifiche del PPAR e
di altri strumenti legislativi
Si ritiene utile proporre una serie di misure protettive, sulla base delle NTA,
del D.P.G.R. 1287 e delle indicazioni dell'Amministrazione Provinciale,
suddivise per categoria costitutiva, e che devono trovare adeguata
integrazione, in funzione dell'assetto territoriale dei singoli comuni, con le
prescrizioni permanenti che costituiscono il minimo comune denominatore nella
normativa dei PRG.
* Aree floristiche
Nelle aree floristiche protette delimitate dal PPAR (Tav. 4 ed elenco n.1),
dalla LR 52/74 e successivi DD.PP.GG.RR. essendo EBV, si possono ritenere utili
anche gli indirizzi di tutela delle Aree BA.
Si dovrà vietare:
a) il danneggiamento di tutte le specie vegetali; l'introduzione di specie
vegetali estranee che possono alterare l'equilibrio naturale, nonché
l'asportazione di componenti dell'ecosistema che possa determinare
un'alterazione significativa della sua funzionalità e dei suoi valori
naturalistici peculiari.
b) ogni nuova edificazione abitativa o produttiva; l'ampliamento degli edifici
esistenti, compresi gli interventi edilizi di tipo agro-industriale adibiti
alla lavorazione, conservazione, trasformazione e commercializzazione dei
prodotti agricoli; silos e depositi agricoli di rilevante entità,
edifici ed impianti per allevamenti zootecnici di tipo industriale; discariche
e depositi di rifiuti
c) l'apertura di cave o miniere, di nuove piste o strade e l'ampliamento di
quelle esistenti; l'allestimento di impianti di percorsi o di tracciati per
l'attività sportiva da esercitarsi con mezzi motorizzati;
l'installazione di elettrodotti, gasdotti, captazioni, acquedotti, depuratori,
serbatoi, tralicci, antenne e strutture similari; la realizzazione di opere
fluviali, marittime, costiere e portuali, di depositi e di stoccaggi di
materiali non agricoli;
d) i movimenti di terra che alterino in modo sostanziale e/o stabilmente il
profilo del terreno e l'assetto idrogeologico dell'area.
e) il transito di tutti gli automezzi nelle zone non autorizzate o al di fuori
delle strade consentite, ad eccezione di quelli adibiti allo svolgimento delle
normali attività agro-silvo-pastorali e di quelli destinati a funzioni o
ad attività di vigilanza e soccorso;
f) l'apposizione di cartelli e di manufatti pubblicitari di qualunque natura e
scopo, esclusa la segnaletica stradale e quella turistica di cui alla circolare
del Ministero LL.PP. 9.2.1979 n.400;
Saranno invece consentite
1) le normali pratiche colturali, ove già esistenti, e le opere relative
ai progetti di recupero ambientale e quelle di sistemazione idraulico-forestale
che non generino modificazioni dei caratteri costitutivi del contesto
paesistico-ambientale o della singola risorsa;
2) nelle aree floristiche costituite da boschi, le operazioni selvicolturali
previste dalle disposizioni della D.G.R. 3712/1994 (comma 11);
3) la costruzione di recinzioni delle proprietà con siepi e materiali di
tipo e colori tradizionali, di recinzioni temporanee a servizio delle
attività agro-silvo-pastorali e di colture specializzate che richiedono
la protezione da specie faunistiche particolari.
* Foreste demaniali regionali e Boschi
In boschi e foreste, in virtù dell'assoggettamento generalizzato alla
tutela integrale, potrebbero valere le stesse indicazioni relative alle Aree
floristiche; ma in considerazione della diversa valenza botanico-vegetazionale
di tali cenosi (vedi appartenenza ad aree BA, BB e BC) ed alle caratteristiche
strutturali e funzionali delle singole formazioni, si potrà graduare
l'intensità delle prescrizioni, fatta salva la priorità di una
gestione ecosostenibile di tali risorse.
Sono da considerare vietate:
a) la riduzione della superficie boscata, la modificazione della destinazione
d'uso (da boschi ad altro), il dissodamento;
b) l'allevamento zootecnico di tipo intensivo definito da un carico massimo per
ettaro superiore a 0.5 UBA (Unità Bovina Adulta) per più di 6
mesi all'anno. In boschi di elevato valore naturalistico è opportuno
vietare il pascolo in tutte le sue forme e modalità.
Sono consentiti:
1) gli interventi selvicolturali regolati dalle disposizioni della D.G.R.
3712/1994, le cui modalità di richiesta e di realizzazione vengono
differenziate in funzione della presenza o meno del vincolo idrogeologico
(commi 1,2,3); della forma di governo (commi 4,5,6) del tipo di formazioni
(commi 7,8,9) e dell'appartenenza ad aree specificamente tutelate o di
particolare pregio (comma 11) e dove non in contrasto con le Prescrizioni di
Massima di Polizia Forestale.
2) gli interventi di miglioramento nelle tartufaie controllate secondo quanto
previsto dalla LR 34/8740 .
Facendo proprie indicazioni e disposizioni della legislazione nazionale
vigente in materia di boschi (Piano Forestale Nazionale) il PPAR incentiva
l'impiego di criteri naturalistici di gestione del bosco. La legislazione
regionale prevede inoltre:
* il divieto di taglio a raso nei boschi ad altofusto;
* la diffusione naturale delle specie spontanee nei vecchi
rimboschimenti di conifere;
* la sostituzione di specie alloctone con le autoctone;
* l'incentivazione per la conversione ad alto fusto dei boschi
cedui invecchiati, dove vi siano idonee condizioni pedo-climatiche, edafiche e
compositive
Per le foreste demaniali è prevista una gestione regionale unitaria che
ne mantenga e valorizzi le caratteristiche.
E' opportuno ricordare che negli ambienti ripariali si applica anche la tutela
integrale prevista per i corsi d'acqua come stabilito dall'art.29 delle NTA,
che autorizza "lavori di pulizia fluviale (fra cui l'eliminazione della
vegetazione, ad eccezione delle piantate di tipo produttivo-industriale) solo
in casi di documentata grave ostruzione dell'alveo al deflusso delle acque e
comunque senza alterare l'ambiente fluviale qualora vi siano insediate specie
faunistiche e/o botaniche protette o di evidente valore paesaggistico".
* Pascoli
Nei pascoli sottoposti a tutela integrale (sopra i 1800 m, non presenti
nella provincia di Pesaro e Urbino; afferenti ad aree floristiche, parchi e
riserve naturali, o interclusi da boschi) valgono le stesse indicazioni
già elencate in Aree floristiche; Nelle formazioni a tutela
orientata (pascoli fra 700 e 1800 m) in considerazione della loro
diversa valenza botanico-vegetazionale (vedi appartenenza ad aree BA, BB e BC),
delle condizioni del cotico erboso, del suolo, della pendenza e dell'eventuale
fase evolutiva delle diverse formazioni, sarà opportuno graduare
l'intensità delle prescrizioni, mantenere la priorità della loro
salvaguardia.
In particolare appaiono troppo generalizzate le prescrizioni permanenti
stabilit dall'art. 35 delle NTA che vieta:
a) sopra i 700 m, il dissodamento ed il cambio di coltura, esclusi gli
interventi di rimboschimento con criteri naturalistici, quelli volti al
recupero ambientale;
b) sotto i 700 m, su versanti con pendenze superiori al 30% qualunque
variazione colturale.
Si ritiene invece che relativamente ai punti precedenti potrebbe essere
previsti anche interventi di rimboschimento per la difesa del suolo e, se
compatibili con le caratteristiche stazionali, quelli propri dell'arboricoltura
da legno. L'impatto ambientale dovuto al carico del bestiame è infatti
ampiamente superiore a quello di un rimboschimento, anche a fini produttivi,
adeguatamente progettato e gestito da professionisti del settore
agro-forestale.
Tale proposta scaturisce dalla necessità di mantenere l'originaria
destinzione produttiva, con tecniche eco-sostenibili, sulle superfici a pascolo
che hanno perduto la redditività per non penalizzare eccessivamente i
proprietari o gli imprenditori agricoli.
* Zone umide
Anche per questi ambienti, in virtù dell'assegnazione della tutela
integrale alle zone umide, sensu PPAR, valgono le stesse disposizioni stabilite
per le altre categorie.
In particolare sono vietati
a) interventi sul territorio quali apertura fossi, esecuzione di drenaggi, ed
altri in grado di causare il prosciugamento e quindi la distruzione dei
caratteri ecologici del sistema acquatico;
b) gli scarichi di qualsiasi materiale solido o liquido.
Per la estrema rarità e importanza di tali ecosistemi la Regione Marche
dovrebbe procedere all'istituzione di uno specifico sistema di recupero e
valorizzazione di questi biotopi.
* Elementi diffusi del paesaggio agrario
Il PPAR stabilisce per questa categoria come unica prescrizione permanente "il
divieto di distruzione o manomissione degli elementi, salvo l'ordinaria
manutenzione e fermo restando il disposto delle leggi 7/85 e 8/87".
L'insieme delle proposte operative precedentemente descritte produce modifiche
sostanziali anche all'apparato normativo specifico. La definizione perimetrale
degli ambiti (vedi documento "Conseguenze dell'edificazione..." dell'Amm.ne
Provinciale) ed il sistema di valutazione per l'assegnazione del livello di
tutela potrebbero consentire il superamento ed il miglioramento dell'azione
delle vigenti leggi. Gli interventi risulterebbero ponderati secondo le diverse
valenze delle risorse vegetazionali in oggetto.
Tale procedura potrebbe consentire, per esempio, il mantenimento di
tradizionali tecniche colturali (capitozza, sgamollo, la ceduazione alta, la
mozziconatura, ecc.) dove già esistenti e nei casi in cui risultino
funzionali al mantenimento di particolari valenze storico-culturali.
Va tenuto presente che le disposizioni delle L.R. 7/85 e 8/87 rimangono
operative su tutto il territorio, assoggettabili o meno ai livelli di tutela
sottoesposti, mentre le disposizioni sottoelencate sono applicabili nelle aree
selezionabili con il sistema descritto in questo lavoro.
Ambiti di tutela integrale
sono da considerare vietati:
a) l'abbattimento ed il danneggiamento degli elementi stessi (ivi comprese le
lavorazioni profonde del terreno) l'introduzione di specie vegetali estranee
che possano determinare un'alterazione significativa della struttura e
funzionalità che sono loro peculiari.
b) ogni nuova edificazione abitativa o produttiva; l'ampliamento degli edifici
esistenti, compresi gli interventi edilizi di tipo agro-industriale adibiti
alla lavorazione, conservazione, trasformazione e commercializzazione dei
prodotti agricoli; silos e depositi agricoli di rilevante entità,
edifici ed impianti per allevamenti zootecnici di tipo industriale; discariche
e depositi di rifiuti
c) l'apertura di cave o miniere, di nuove piste o strade; l'installazione di
depuratori, serbatoi, tralicci, antenne e strutture similari;
d) i movimenti di terra che alterino in modo sostanziale e/o stabilmente il
profilo del terreno e l'assetto idrogeologico dell'area.
e) l'apposizione di cartelli e di manufatti pubblicitari di qualunque natura e
scopo, esclusa la segnaletica stradale e quella turistica di cui alla circolare
del Ministero LL.PP. 9.2.1979 n.400;
Potrebbero essere invece consentiti, previa autorizzazione delle
autorità competenti
1) l'abbattimento di piante, solo nei casi di inderogabili esigenze attinenti
ad opere di pubblica utilità (elettrodotti, acquedotti, captazioni,
ecc.);
2) gli interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria (sfoltimento per
miglioramento sviluppo vegetativo e potatura in seguito a danni meccanici o
biologici subiti); utilizzazioni particolari (capitozzatura, sgamollo, ecc.)
sono consentite solo in caso di comprovato recupero di un valore
storico-culturale pregresso delle unità vegetazionali interessate;
3) l'eventuale utilizzazione turnaria,ove possibile, dei boschi residui;
4) gli interventi relativi ai progetti di recupero ambientale e quelle di
sistemazione idraulico-forestale che non generino modificazioni dei caratteri
costitutivi della singola risorsa;
5) la costruzione di recinzioni delle proprietà con siepi e materiali di
tipo e colori tradizionali, di recinzioni temporanee a servizio delle
attività agro-silvo-pastorali e di colture specializzate che richiedono
la protezione da specie faunistiche particolari.
Ambiti di tutela orientata:
rimangono valide le disposizioni di divieto precedenti, mentre gli interventi
consentiti vengono integrati come segue:
1) l'abbattimento di piante, nei casi di:
a) inderogabili esigenze attinenti ad opere pubbliche o di pubblica
utilità (elettrodotti, acquedotti, captazioni, ecc.);
b) realizzazione di opere di miglioramento e trasformazione fondiaria
c) costruzione di piccole ed idonee infrastrutture funzionali alle
attività agro-silvo-pastorali;
2) gli interventi di utilizzazione particolare (capitozzatura, sgamollo, ecc.)
anche in seguito a comprovata dimostrazione della loro
consuetudinarietà
3) l'ampliamento di strade, piste o tracciati annessi;
L'autorizzazione viene concessa sulla base del principio di
compensazione, precedententemente citato e quindi sulla base di
specifici progetti sottoscritti da professionisti abilitati.
Ambiti di tutela diffusa:
sono da considerare vietati:
a) nuove edificazioni di strutture produttive, l'ampliamento di strutture
edilizie di tipo agro-industriale, adibite alla lavorazione, conservazione,
trasformazione e commercializzazione dei prodotti agricoli; silos e depositi
agricoli di rilevante entità, edifici ed impianti per allevamenti
zootecnici di tipo industriale; discariche e depositi di rifiuti;
b) l'apertura di cave o miniere;
sono consentiti:
1) l'edificazione di abitazioni a basso impatto paesistico-ambientale,
vincolata all'impiego di adeguate forme e materiali ed al ripristino,
ricostituzione ed estensione di elementi tipici del paesaggio agrario
(formazioni areali, lineari ed elementi puntuali)
2) la realizzazione di infrastrutture turistico-ricreative e di servizio
(parchi, giardini, aree a verde attrezzato, impianti sportivi all'aperto,
campeggi, ecc.), vincolata al ripristino, ricostituzione ed estensione di
elementi tipici del paesaggio agrario (formazioni areali, lineari ed elementi
puntuali).
L'autorizzazione viene concessa sulla base del principio di
compensazione, precedententemente citato e quindi sulla base di
specifici progetti sottoscritti da professionisti abilitati.
5.3.6 Indirizzi per il ripristino e/o valorizzazione delle risorse
botanico-vegetazionali e ambientali in genere
Nel titolo VI delle NTA sono riportate le azioni che il Piano promuove per la
valorizzazione ed il recupero ambientale a livello regionale (Parchi, riserve,
programmi e progetti di recupero, attività di informazione e
formazione). Una specifica legge regionale L.R. 41/1988 (Interventi per la
valorizzazione ed il recupero ambientale) non ha prodotto effetti significativi
sia a causa dell'esiguo finanziamento ricevuto, sia a causa di un'impostazione
assolutamente inadeguata in quanto priva di un quadro generale di riferimento e
di una specifica strategia.
Nel titolo VII, art 64 il PPAR indica gli strumenti integrativi (normative ed
elaborati) che devono consentire il conseguimento degli obiettivi di tutela e
valorizzazione perseguiti dal Piano stesso. Gran parte di questi, dopo circa 8
anni risultano incompleti o non disponibili, vanificando in parte gli obiettivi
predefiniti. Ciò confermerebbe l'esigenza di alcune revisioni anche
nella parte degli obiettivi a breve e medio termine, anche alla luce di nuovi
strumenti legislativi e programmatici che sono in corso di predisposizione a
livello regionale (es. Programma di Riforestazione, Inventario e Carta
Forestale, Piani di gestione nelle Zone Forestali, afferenti alle
Comunità montane).
E' intuibile che tali indirizzi siano rivolti primariamente alle zone in cui le
risorse forestali sono cospicue e che quindi in territori collinari della
fascia costiera può essere comunque opportuno procedere
all'individuazione coordinata, a livello di adeguamento del PRG, di interventi
migliorativi o conservativi sulle risorse botanico-vegetazionali. La loro
eventuale realizzazione può invece avvenire
Fra gli interventi cui si fa riferimento vi sono:
* in territori costiero-collinari, si suggeriscono interventi di
aggregazione di residui boscati mediante rimboschimenti in radure con adeguate
specie autoctone;
* rinfoltimento delle formazioni con impianti diversificati a moduli con
specie arboree ed arbustive autoctone;
* ricostituzione di alberature e di siepi stradali e interpoderali dove
sussistano soluzioni di continuità o condizioni di degrado o
deperimento, con specie idonee alle diverse condizioni. Da evitare, in
particolare, l'impiego di robinia, ailanto, conifere (Cupressacee e Taxodiacee)
ed altre specie alloctone, purtroppo ancora ampiamente utilizzate.
* interventi fitosanitari volti ad eliminare individui morti o malati (es.
grafiosi dell'olmo, cancro del cipresso, ecc.) con rischio di epidemie;
operazioni dendrochirurgiche o di consolidamento saranno previste solo per
individui arborei isolati di eccezionale valore ed in condizioni di comprovata
necessità.
* miglioramento e diversificazione di struttura e composizione delle
formazioni vegetali troppo semplificate;
* conversione all'altofusto, in cedui effettivamente invecchiati e dove le
condizioni edafiche lo consentano;
* aumento della biodiversità vegetale e animale favorendo la
diversificazione delle forme di governo nelle cenosi forestali e la diffusione
delle aree ecotonali;
* operazioni colturali (ripuliture, sfolli, tramarrature, diradamenti,
sarchiature, ecc.) per eliminare individui morti o deperienti e per migliorare
le condizioni vegetative e di funzionalità generale del bosco;
* avviamento all'altofusto dei cedui, forma di governo che garantisce, in
condizioni normali, un migliore assetto ecologico della cenosi ed una maggiore
valenza paesaggistica;
* controllo ed eventualmente riduzione di specie invasive (es. Robinia
pseudoacacia, Rubus spp., Sambucus nigra) o troppo
abbondanti;
* miglioramento della composizione specifica con adeguati impianti in
radure o dopo sfolli e diradamenti;
Investimenti con denaro pubblico in risorse e servizi ambientali, non producono
sempre, nel brevissimo termine, elevati benefici finanziari, ma una serie di
vantaggi non monetizzabili, fra i quali basta comunque ricordare l'effettivo
miglioramento della qualità della vita, inteso come sommatoria di
fattori ambientali, estetici, culturali e sociali.
Per massimizzare comunque gli effetti positivi degli interventi di
valorizzazione ambientale, questi non devono essere eseguiti in modo casuale,
bensì coordinati in un programma generale di riqualificazione
territoriale che tenga in opportuna considerazione lo stato attuale del
territorio e del sistema vegetazionale in particolare.
La definizione delle scelte progettuali dovrà considerare le
caratteristiche attuali e potenziali di ogni area da riqualificare e
soprattutto la possibilità di garantire la conservazione e la
manutenzione degli elementi biologici e dei manufatti eventualmente
ripristinati o immessi nel sistema.
La realizzazione e la gestione di tali interventi, nei comuni al di fuori delle
Zone forestali, non sono configurabili direttamente nel PRG, ma dovrebbero
essere coordinate in un Piano Integrato del Verde , strumento
operativo, interattivo con il PRG, per una efficace gestione del verde
urbano, rurale e territoriale di una comunità.
Con esso l'amministrazione comunale potrebbe provvedere a:
* il coordinamento di tutti gli interventi sul verde nel territorio
comunale;
* l'ottimizzazione dei costi di intervento;
* l'adeguata informazione anche ai privati circa i finanziamenti
comunitari nel settore agro-forestale41
* la riqualificazione dell'assetto ambientale e residenziale con
notevoli benefici per l'intero territorio circostante, sia dal punto di vista
estetico che funzionale.
* il miglioramento delle condizioni di vita non solo in
ambiente urbano.
6 DINAMISMI DELLA VEGETAZIONE E CAMBIAMENTI D'USO DEL
SUOLO42
In Italia, come in altri Paesi "occidentali", è in atto, ormai da
decenni, un processo di riforestazione spontanea. A dispetto di molti diversi
fattori di potenziale perturbazione, negli ultimi anni esso ha determinato un
aumento della copertura forestale (nel senso più ampio del termine) con
una velocità che verosimilmente non ha riscontro, neppure in altre
condizioni ambientali, negli ultimi due secoli.
Nel 1985, il 1° Inventario Forestale Nazionale richiamava l'attenzione
sulla presenza di ampie superfici a copertura arborea ed arbustiva
assolutamente inattese; pure non avendo quelle caratteristiche
fisionomico-strutturali attribuite alle foreste propriamente dette, già
allora esse si configuravano come una cospicua potenziale "riserva" cui la
Natura attingeva per la ricostituzione di più importanti ecosistemi
provvisti dei lineamenti ecologici delle foreste.
L'interesse che questi processi di spontaneo cambiamento paesaggistico hanno
suscitano è testimoniato dal moltiplicarsi di studi e di indagini
territoriali che direttamente e indirettamente su di essi si sono sviluppati.
Un dato che salda trasversalmente i risultati di questi diversi studi,
indipendentemente dall'ampiezza delle aree osservate, riguarda la natura dei
territori interessati dalla riforestazione spontanea: terreni agricoli
marginali od extra marginali in collina; prati, pascoli e prato-pascoli nelle
aree montane e pedemontane; aree di malga, pascoli di alta quota negli ambienti
subalpini e alpini. Fanno parziale eccezione solo le aree di pianura, che
mantengono salda la loro vocazione agro-industriale e urbana, e non danno
quindi, ad oggi, segni percepibili, o importanti, d'essere interessate
dall'ondata di colonizzazione forestale.
In montagna, tuttavia, anche i centri urbani sono stati interessati
dall'avanzata del bosco. Caso emblematico, ma non certo unico, è quello
di Cortina d'Ampezzo, dove l'abbandono quasi totale dell'attività
zootecnica ha determinato, in meno di 30 anni, un imponente viraggio
fisionomico e cromatico del paesaggio vegetale. Gli scenari, un tempo
prevalentemente pastorali e quindi dominati da vaste praterie e da lariceti
radi, sono oggi qualificati soprattutto dalle strutture residenziali e dal
"verde interposto", plasmato alle prevalenti funzioni sceniche e paesaggistiche
che quel territorio richiede. Ma anche dove cessa l'influsso del turismo
residenziale, la scena è oggi improntata dalla diffusione spontanea
dell'abete rosso o di altre specie pioniere, prevalentemente decidue, sugli
antichi pascoli di quota e "di casa".
Non si tratta, comunque, di fenomeni legati al turismo elitario.
L'abbandono delle tradizionali attività rurali è un processo
determinato da contingenze di ordine naturale, sociale, economico e
amministrativo, che, pure se in tempi differenti, si sono riproposti un po' in
tutte le regioni, in ogni Paese.
In assenza di particolari fattori limitanti, o di perturbazione, l'abbandono
delle colture è sempre seguito dalla crescita non controllata di
vegetazione spontanea, ovvero "naturale", che può indurre trasformazioni
di struttura e di funzionalità ecosistemiche talmente importanti da
imporre al pianificatore valutazioni non di poco conto sui futuri assetti
territoriali, non sempre da intendere come fasi transitorie (Urbinati,
1996).
Nelle aree in cui si ritiene prioritario obiettivo culturale il mantenimento di
una adeguata diversità ecosistemica, i dinamismi vegetazionali
post-colturali possono anche modificare, nel tempo, la disponibilità e
la qualità delle nicchie ecologiche, che non sempre sono più
numerose in assetto prossimo-naturale rispetto a quelle offerte da "buoni"
assetti rurali.
Nonostante l'importanza scientifica e, come s'è visto, sociale e
territoriale, non si è fatta ancora sufficiente chiarezza intorno a
questi argomenti. Intorno ad essi ruotano considerazioni circa l'economia delle
aree protette e del territorio dismesso, nella sua interezza, altre circa la
stabilità delle terre e la loro sicurezza, altre ancora circa l'impegno
della comunità a farsi carico della manutenzione di territori che, pure
se abbandonati, hanno un preciso assetto di proprietà.
La vegetazione, come è stato più volte riportato, non è
una componente statica del territorio, ma una componente del paesaggio animato
estremamente dinamica e con funzionalità variabile sia nello spazio sia
nel tempo.
L'analisi quali-quantitativa della vegetazione è così, sin dalle
origini dell'ecologia scientifica e metrica, uno degli strumenti più
affidabili, se non l'unico necessario, per la valutazione della
"vulnerabilità" ecologica dei sistemi territoriali e del territorio
nella sua interezza. E' anche strumento d'elezione per l'individuazione delle
strategie più adeguate a raggiungere obiettivi di conservazione e di
valorizzazione delle risorse naturali in esso presenti.
Ciò dà conferma all'esigenza di non limitare le analisi ad una
definizione "una tantum" dello stato di fatto dei sistemi biologici in
un determinato momento (ad es., al momento della redazione dei piani
ambientali), essendo invece fondamentale seguire i cambiamenti
cronologico-spaziali degli assetti vegetazionali, e di quelli faunistici che ai
primi sono funzionalmente connessi. Nel settore forestale è ormai
secolare consuetudine procedere, attraverso i piani economici, o di
assestamento, a verifiche decennali sulla consistenza e sui dinamismi delle
provvigioni legnose. Sulla base dei dati ottenuti con questi censimenti vengono
predisposti gli interventi selvicolturali. Il tecnico forestale non si limita a
perseguire obiettivi di produzione legnosa, ed economica, ma pone in funzione
strumenti logici che consentono di evidenziare fondamentali aspetti tipologici
e distributivi delle fitocenosi di bosco.
Il monitoraggio inteso come strumento in grado di stabilire l'esistenza
di cambiamenti, in atto o già avvenuti, la loro eventuale direzione e la
loro entità, dovrebbe costituire momento qualificante, e non solo
integrante, delle attività di gestione di ogni sistema territoriale e
dei territori protetti in particolare. Esso è infatti l'unico ad essere
in grado di fornire informazioni quantitative sulle dinamiche evolutive di un
sistema (FERRIS KAAN & PATTERSON, 1992) e di consentire valutazioni
appropriate circa la significatività delle modificazioni osservate
(HELLAWELL, 1991).
La vegetazione, a differenza della fauna, si presta particolarmente bene, e con
sistemi relativamente a basso costo, all'analisi diacronica del
territorio. Essa è anche, direttamente ed indirettamente, un efficace
indicatore delle condizioni strutturali e funzionali guadagnate dal suolo,
degli assetti faunistici attuali e di quelli potenziali, nonché della
pressione antropica su buona parte delle risorse territoriali (Goldsmith,
1991).
Il monitoraggio non dovrebbe tuttavia essere confuso con la
ricerca, anche se, molte volte, i dati conseguenti al controllo
territoriale risultano fondamentali a speculazioni scientifiche. Il primo
è infatti strumento d'elezione per misurare i risultati di un'azione
gestionale, e come tale mira a dati operativamente utili, ottenuti in tempi
brevi e a costi accettabili (FERRIS KAAN & PATTERSON, l.c.). Ben diversi,
si sa, sono gli standard a cui opera la ricerca scientifica.
Va anche osservato, a onor del vero, che le operazioni di monitoraggio si
conducono con criteri e con standard di precisione e di
attendibilità che variano secondo la tipologia dei sistemi e la loro
complessità, ovvero con l'eterogeneità spaziale delle condizioni
d'ambiente. Non sempre esse possono essere affrontate, avviate e condotte a
termine dal personale in organico degli Enti interessati a questo tipo di
pianificazione e di gestione territoriale.
Per stabilirne la natura e la qualità, è quindi fondamentale
definire a priori gli obiettivi del monitoraggio in maniera chiara e
realistica, stabilendone le compatibilità e la congruità con le
disponibilità tecnica e finanziaria.
Pare sia questo un ottimo esempio di ciò che contraddistingue la
sensibilità dell'ecologo applicato, e del forestale in maniera
specifica, da quella sviluppata da altre figure professionali. Di conseguenza,
anche la pianificazione ecologica del territorio, di cui la pianificazione
ambientale è aspetto assolutamente qualificante, si contraddistingue da
quella urbanistica per lo sviluppo e per l'applicazione di strumenti validi di
controllo dell'ambiente fisico e biologico insieme.
La coscienza che le risorse vive de pianeta hanno estrema sensibilità
nei confronti dei cambiamenti del territorio dovrebbe essere sempre di stimolo
alla formazione di una cultura del rispetto, trasversale ad ogni
disciplina applicata.
7 IL VERDE URBANO
Se l'analisi del patrimonio botanico-vegetazionale comunale è una fase
fondamentale nelle indagini del P.R.G. in adeguamento al P.P.A.R., un
censimento del verde urbano è uno strumento integrativo di grande
utilità per amministratori, tecnici e cittadini per conoscere il
patrimonio verde della propria città e per individuarne le linee
gestionali.
Il microclima urbano è notoriamente diverso da quello delle zone
coltivate o a bosco, pertanto la presenza di componenti arboree può
mitigarne gli effetti spesso indesiderati. Nei grandi centri, come in quelli
medio-piccoli centri la possibilità di disporre di ambiti dedicati allo
svago, al tempo libero, non sarà certamente contrastata dai cittadini.
Il verde, in ambiente urbano, inteso come sistema di alberatura e formazioni
arboreo-arbustive, svolge infatti importanti funzioni non solo di natura
ornamentale ma anche di miglioramento ambientale. Vi sono validissimi motivi
per incentivare la realizzazione di sistemi vegetazionali all'interno o in
prossimità delle città:
schermatura visiva; abbattimento rumori, immobilizzazione polveri e
particolati, ombreggiamento, risparmio energetico, svago e ricreazione,
miglioramento paesaggistico, miglioramento della qualità della vita,
aumento di naturalità, complementarità con le infrastrutture,
aumento del valore dei terreni e degli immobili, ecc. (HODGE, 1995).
La qualità dei servizi offerti da una amministrazione pubblica
può quindi essere valutata anche sulla capacità di rendere
disponibili e gestire spazi verdi adeguati alle esigenze della popolazione.
Una legge regionale (L.R.41/96, Interventi regionali per il recupero di aree
in degrado ambientale e istituzione di parchi urbani) è stata
appositamente istituita per finanziare interventi volti a:"conseguire una
corretta politica di gestione del territorio, con l'obiettivo del recupero
ambientale di aree urbane ed extra-urbane mediante la realizzazione di parchi
urbani (...), inteso come qualificazione del tessuto urbano sia in termini di
efficienza della struttura che in termini di forma urbana...".
La suddetta legge considera parco urbano "il sistema urbano del verde e delle
attrezzature come insieme di aree con valore ambientale e paesistico di
importanza strategica per l'equilibrio ecologico delle aree urbanizzate,
nonché come insieme di spazi dedicati alle attività ricreative,
culturali sportive e del tempo libero o a tali fini recuperabili,
funzionalmente integrati in un tessuto unitario e continuo".
Sarà pertanto opportuno prevedere la destinazione a verde (ricreativo o
funzionale) di una quota della superficie totale interessata dalle nuove aree
edificabili o strutture viarie previste dal P.R.G.. Si dovranno considerare
tipologie diverse secondo le destinazioni delle infrastrutture attenendosi
all'impiego di specie idonee. La progettazione degli interventi e l'impianto
dovrebbero essere riservate a professionisti del settore agro-forestale con
specifiche competenze nell'intento di ridurre l'abuso di specie poco idonee.
A titolo di esempio si riportano alcuni principi generali e le schede censuarie
utilizzabili per un'indagine generale sul verde urbano. Si considerano
fondamentali, almeno in fase di analisi le seguenti operazioni.
* Censimento del verde pubblico urbano (con relativa schedatura)
* Analisi dei risultati acquisiti
* Mappatura degli elementi censiti su specifica cartografia
(1:1000/1:500)
* Osservazioni sulle condizioni generali del verde urbano e indirizzi
generali di intervento.
Il censimento eseguibile sul verde pubblico e privato urbano prevede la
schedatura di unità vegetazionali (alberature, aiuole, parchi e
giardini), opportunamente definite, afferenti al tessuto urbano. Il censimento
consente di analizzare quantitativamente e qualitativamente il patrimonio verde
della città, evidenziando le caratteristiche botaniche delle specie
presenti, il loro stato vegetativo, la loro funzionalità attuale, la
necessità e la localizzazione degli interventi di tutela, conservazione
e valorizzazione.
Il rilevamento degli elementi vegetazionali avviene mediante due diversi tipi
di schede per differenziare i soggetti inventariali (Figg. 4 e 5):
* Schede per l'analisi degli Ambiti di riferimento (AR)
ovvero il tipo di spazio verde in cui si inseriscono le unità
inventariali. Esso può essere un parco, un giardino, un'alberatura
stradale, ecc.
* Schede per l'analisi delle Unita' inventariali (UI)
ovvero ciascuno degli individui arborei o arbustivi, isolati o in
formazione, presenti nei diversi ambiti.
Si procederà dapprima all'identificazione e ad una sintetica analisi
degli Ambiti e poi al rilevamento (analisi e misurazione) delle singole
unità.
La scheda degli AR è divisa in due sezioni 1) Caratteri identificativi,
2) Caratteri funzionali.
La prima raccoglie informazioni generali (Data, Ubicazione, Tipo ambito, ovvero
la caratterizzazione dello spazio verde di riferimento, ognuno espresso con
specifici codici:
* Parco urbano: spazio verde, piuttosto ampio, in cui sussistono
sistemazioni a carattere intensivo ed estensivo
* Giardino e giardinetto: piccoli spazi verdi accessibili e
frequentabili come luogo di sosta, ricreazione, ecc. e dotati di alberi e o
arbusti e attrezzature. Sistemazione a verde a carattere intensivo.
* Alberatura: sistemi arborei o alto-arbustivi pertinenti ad assi
stradali,
* Verde Infrastrutturale: sistemi misti (erbacei, arbustivi,
arborei di arredo o complemento ad infrastrutture (parcheggi, piazzole,
complessi sportivi, ecc.)
La seconda sezione raccoglie informazioni circa: la funzione primaria
dell'ambito in esame, espressa con i seguenti attributi:
* ricreativa predisposta allo sport o al tempo libero
* ambientale per il miglioramento delle caratteristiche
ecologiche
* protettiva con funzione di barriera visiva o anti-rumore
* arredo con sola funzione ornamentale
L'adeguatezza ovvero la congruità dell'ambito rispetto alla
funzione da svolgere secondo le seguenti classi:
* buona
* sufficiente
* insufficiente.
Necessità interventi, ovvero il livello di urgenza degli interventi per
il ripristino, la manutenzione, ecc., valutabile con le seguenti classi:
* urgente
* opportuna
* differibile.
La Scheda delle unita' inventariali è formata da tre
sezioni:
1) Caratteri identificativi
2) Caratteri vegetazionali e morfo-dendrometrici
3) Caratteri funzionali
Nella prima sono riportati informazioni identificative, circa l'ubicazione il
tipo di unità che può essere:
* Individuo singolo: albero (o arbusto) isolato, non
appartenente a formazione lineare o areale
] Gruppo: piccola formazione arborea o arbustiva
composta da più individui raggruppati in modo regolare o irregolare con
una o più delle seguenti caratteristiche in comune: la specie, la
fisionomia, la collocazione spaziale ravvicinata.
* Filare: formazione arborea o arbustiva a sviluppo
lineare composta da individui disposti a distanza ravvicinata ma non
necessariamente della stessa specie o dimensioni.
Nella seconda sezione vengono raccolte le seguenti informazioni Specie,
Portamento:
* Arboreo
* Arbustivo
* Prostrato
* Reptante
Diametro, Altezza, Inserzione della chioma, Altezza della chioma, Espansione
massima della chioma, Espansione minima della chioma, Area di insidenza della
chioma:
Nella terza sezione sono raccolte valutazioni circa
Stato vegetativo, Danni (ovvero la determinazione dei sintomi di
patologie o condizioni di stress incipienti o in atto sulle piante);
Problemi ambientali (parametro correlato al precedente con il quale si
individuano possibili cause esogene in grado di ridurre le condizioni
vegetative o di determinare fitopatologie e deperimento).
Valore botanico-vegetazionale determinato dai seguenti fattori:
* importanza floristica, data ad esempio dalla peculiarità o
rarità delle specie vegetali presenti,
* caratteristiche vegetazionali relativamente a naturalità,
dimensioni, età, struttura
* riproducibilità dell'elemento in quel territorio, sia che
si tratti di individui arborei o arbustivi, singoli o associati o formazioni
più o meno articolate.
Valore ornamentale:
definito da parametri quali: la forma, il colore, le
dimensioni, il genius loci (cioè la capacità che ha
un elemento del paesaggio di evocare sensazioni forti). Viene espresso con le
seguenti classi:
Valore funzionale riferibile ai seguenti aspetti:
* contributo alla difesa del suolo (erosione superficiale e
dissesti di scarpate o di infrastrutture)
* barriera schermante o antirumore
* interesse storico-culturale
* nicchie per fauna ed avifauna
Infine vengono proposti gli Interventi consigliati operazioni che si
ritengono opportune per il ripristino degli elementi o delle unità in
oggetto.